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Maggio 1453: la fine del mondo…. di Enrico
Pantalone
Alle prime luci
dell’alba del 29 maggio 1453, intorno alle due un solo grido s’alzò alto nel
cielo ancora stellato, “Allah è con noi, a Bisanzio”: duecentomila e più turchi (ed alleati)
s’apprestavano ad assestare il colpo definitivo a ciò che restava dell’ultimo
lembo di territorio nominalmente discendente diretto dell’Impero Romano,
s’apprestavano a chiudere una grande pagina di storia protrattasi dal 330, anno
in cui Costantino il Grande spostò la capitale nella città che prese il suo
nome.
S’è tanto scritto
su questa vicenda che è certamente inutile ripercorrere le drammatiche vicende
concernenti l’intera epopea dell’assedio e della conquista militare, ben
conosciute da tutti, ciò che tenterò io invece è cercare di far comprendere
come fosse stato vissuto dal punto di vista sociale e militare attraverso i
secoli, l’avvicinamento a questa data fatale da entrambe le
parti, insomma vorrei svolgere un’analisi sociologica sugli atteggiamenti umani
tenuti, sulle speranze e sull’intensità emotiva che poteva attraversare ognuno.
Il destino di
Bisanzio era segnato da tempo, da secoli, nulla poteva salvarla dalla caduta:
da quando l’Impero Bizantino aveva praticamente
abbandonato e perso tutti i possedimenti nella penisola italiana era venuto a
mancare il cordone ombelicale naturale che ancora legava l’Impero occidentale
(ora in mano franco-tedesca) a quello orientale sempre più contratto in sé
stesso, causando non solo il disinteresse logico dell’Europa centrale, ma anche
la mancanza di una qualsiasi prospettiva futura tra le due parti.
Per questo motivo anche
la crescente disputa tra le due chiese cristiane, spesso sfociata in aperta
guerra ideologica fu alla base del distacco progressivo che colpì non solo i
potenti, ma anche la gente comune che in tal modo preferiva apertamente avere
rapporti più stretti con i musulmani piuttosto che unire gli sforzi per
combatterli insieme: il fallimento di tutti quelli che s’adoperarono in
entrambe le parti per far comprendere che questa divaricazione sociale era
profonda ed avrebbe inciso in maniera pesante sulle vicende future furono
spesso tacciati di non rappresentare pienamente il pensiero della popolazione e
furono combattuti duramente.
Dall’altro lato
della barricata il movimento musulmano aveva avuto una profonda iniezione di
fiducia guerriera passando dalla semplicità politica (anche masochista alle
volte) degli arabi che s’accontentavano di “proteggere” un territorio
conquistato, esigere tassazioni più o meno eque sia
amministrative che religiose, lasciando svolgere la vita quotidiana in maniera
regolare secondo gli usi ed i costumi del luogo alla complessità del
ragionamento dei turchi, popolo proveniente dagli altopiani centro asiatici,
popolo avvezzo al combattimenti che nell’Islam aveva trovato la fondatezza
delle ragioni per la propria politica imperialista.
Così, mentre per
gli arabi Bisanzio poteva al più rappresentare un fiore da conquistare e da
sottomettere eventualmente all’Islam, per i turchi, Bisanzio rappresentava
qualcosa di più, era l’erede dell’Impero Romano a cui tutti i comandanti
militari ed i sultani s’ispiravano, tanto che Mehmet II, che nel 1453 la conquistò ebbe modo di chiedersi se sarebbe stato capace di
ripetere le gesta dei grandi personaggi che considerava suoi predecessori.
I secoli scorrono
rapidamente nel tardo medioevo ed i turchi s’installano giorno dopo giorno,
anno dopo anno nei territori anatolici, base indispensabile per la conquista
definitiva della città, ma anche nel territorio greco e dell’Europa orientale, essi
comprendono la
necessità logica di arrivare a circondare Bisanzio, tagliare verso d’essa ogni
via d’accesso, soprattutto indurla a crollare psicologicamente, sentendosi
indifesa ed abbandonata.
Le due popolazioni,
vivoano questi secoli in contrapposizione netta: quella
bizantina pare essere completamente fuori della realtà, conscia d’una
indiscussa superiorità intellettuale, rifiuta l’idea di vivere preparandosi
adeguatamente ad un possibile attacco turco, continua il trend da “grande
capitale” senza più averne il retaggio economico che le possa garantire una
sicurezza, mentre quella turca vive con l’unico scopo dichiarato di vedere la
mezzaluna sul pennone più alto della città del Bosforo.
La gente bizantina
avrebbe dovuto ricevere una preparazione più adeguata a quest’eventualità da
parte di governanti, avrebbe dovuto cessare il clima d’abbondante sperpero
monetario e di gigantesche e pompose quanto inutili cerimonie sia civili sia
religiose, una certa spartanità avrebbe senz’altro aiutato dal punto di vista
psicologico ed umano coloro che si sentivano ancora primattori della vita
politica mondiale, ma che in realtà stavano ai suoi margini.
La gente comune
ostentava sicuramente ancora troppo anche all’inizio del quindicesimo secolo,
quando la situazione appariva oramai in tutta la sua gravità, semplicemente si
viveva al di sopra delle possibilità perché non
s’accettava il declino, questo motivo fu certamente alla base degli errori che
le autorità commisero negli ultimi cento anni di vita dell’Impero d’Oriente
quando si trattava di salvare il salvabile.
I turchi che ben
avevano compreso la mentalità della gente comune bizantina e dei militari che
la difendevano accentuarono per contro con intensità le provocazioni d’ostentazione
allo scopo d’obbligare Bisanzio e la sua gente ad accentuare i già nefasti
caratteri pur di non rinunciare ai fasti ed ad un confronto con quelli degli
avversari, andando ad inaridire ancor più le già scarse finanze.
Così, quando le
truppe di Mehmet II posero l’assedio alla capitale, nell’inverno del 1452,
s’iniziò la lenta agonia dell’Impero Romano d’Oriente che tale era oramai solo
di nome, perché Costantino XI, l’ultimo monarca, come despota di Morea era
vassallo del Sultano, perciò di fatto Bisanzio era già una città facente parte dell’Impero Turco, forse erano salve le apparenze, ma
in sostanza gli obblighi erano tali da non far comprendere, politicamente
parlando, la tenace resistenza.
I soldati erano
pochi tra le mura cittadine, un’antica legione romana circa, forse 7000 uomini
contando anche veneziani, genovesi, catalani ed italici, gli unici che erano
rimasti, magari guardinghi nell’attesa degli avvenimenti, a custodia del
“Valore Ideale” espresso dalla capitale.
Molti dei soldati
bizantini erano stanchi dalle lunghe campagne attorno al territorio cittadino
in difesa dei suoi ultimi appezzamnti, ma resistevano, grazie anche alle
iniezioni di fiducia che Costantino XI stesso faceva loro quotidianamente
ispezionando le Mura ed incoraggiando la truppa.
La popolazione
viveva questi mesi con un’ansia terribile, quella dell’annientamento totale, ma
ancora si rifiutava di credere che ciò sarebbe successo, iniziavano a mancare i
viveri perché il blocco navale dei turchi ai Dardanelli
impediva l’arrivo delle navi con le derrate, drammatico a questo proposito
l’arrivo nel Bosforo di una galera genovese riuscita ad aprirsi un varco tra la
flotta ed i cannoni turchi, presa d’assalto dalla popolazione bizantina a
caccia di viveri, con il relativo intervento dei militari per ristabilire la
situazione di calma e distribuire il vettovagliamento.
Ora s’iniziava a
comprendere la tragedia, si moltiplicavano le processioni, non s’ostentavano
più le ricchezze anche a mensa, ci si preparava soprattutto spiritualmente più
che militarmente, perché da questo punto di vista non era più possibile
l’arrivo a chiunque, sarebbe stato intercettato dai turchi ch’erano
presidiavano tutte le via d’accesso, sia terrestri che marittime e solo pochi
commercianti autorizzati potevano superare le barriere che gli assedianti
avevano messo tra le loro truppe e la capitale, ecco allora che questo mercante
diveniva l’unica fonte di conoscenza del mondo esterno, gli si chiedeva se
avesse incontrato truppe cristiane che marciavano in aiuto della città, se in
occidente ci si muoveva anche a livello diplomatico, e si chinavano gli occhi
quando la risposta era negativa, solo allora la gente intuiva che la fine era
vicina e che nulla sarebbe potuto succedere per impedire ciò, non sarebbe bastato
l’impeto spirituale, pur forte, non sarebbe bastata la tenacia nel resistere,
ma nessuno pensava a fuggire, ammesso che ci fosse un modo per farlo, in questo
la gente della capitale aveva ancora un grande antico senso patrizio romano del
dovere: si sarebbe affrontata la situazione, pur grave e senza via d’uscita,
qualunque fosse stata.
I comandanti turchi
avevano deciso per un’azione militare in tre successive ondate: la prima
portata dai bashi-bazouk, la carne da macello, raccolti in grande
quantità tra la povera gente bisognosa di soldi per i parenti, tra i convertiti
dell’ultima ora e tra gli avanzi di galera a cui era stata promessa la
remissione dei crimini e la libertà, essi intelligentemente indottrinati al
sacrificio, sarebbero andati al massacro senza scampo, bruciati dall’olio
bollente gettato dalle Mura, colpiti dalle frecce e dalle lance dei militi
bizantini, ma sui loro corpi ammassati si sarebbero gettate le truppe
anatoliche, cioè quelle stanziali, l’esercito di professione e poi il colpo di
grazia sarebbe stato dato dai Giannizzeri, la truppe d’elite, la truppa
personale del Sultano.
Nei campi turchi
s’attendeva il segnale dopo la pausa di riflessione e preghiera imposta il
giorno precedente, in cui i tamburi non avevano rullato incessantemente ognuno
passava il tempo a modo suo, divisi anche in questo in una sorta di gerarchia,
i più etici apparivano i Giannizzeri, quasi tutti pensierosi e a digiuno non
per motivi religiosi, ma di preparazione mentale alla battaglia.
Non di rado, truppa anatolica e giannizzeri condividevano lo
stesso pane e gli stessi pensieri, mentre i bashi-bazouk apparivano distanti da
loro sia umanamente che militarmente, tanto che avevano un campo loro e non
v’era possibilità di frammischiamento, non possiamo parlare certo di razzismo a
sfondo sociale, direi piuttosto di una certa concezione tragica della vita che
i giannizzeri avevano e che era un luogo comune a quasi tutte le truppe d’elite
nella storia di tutte le civiltà.
L’attacco si svolse
nell’arco di circa cinque ore, quando crollarono tutte le difese di Bisanzio e
cominciò l’invasione della città che presto si trasformò in un immenso carnaio
fatto d’urla, grida e violenza, non si poteva certo chiedere pietà a coloro che avevano sacrificato un terzo della loro gente per
la conquista.
Successe di tutto e
le descrizioni date, anche dagli stessi autori turchi, sono tra le più
raccapriccianti, ma era una cosa normale, sarebbe
successo lo stesso a parti invertite, come sempre era successo dopo la caduta
d’una grande città e come sarebbe successo anche durante alcuni secoli
successivi nel mondo, specie quando si prometteva il saccheggio .
Chi poteva correva
verso le delegazioni diplomatiche, sperando di trovare conforto e protezione,
alcuni fortunati riuscirono a trovare posto sulle navi occidentali che salpavano in fretta dal Corno d’Oro, Mehmet II pose un freno
al saccheggio dopo un solo giorno anziché i tre concessi normalmente, non
potendo più contenere il disagio per lo scempio, traendo forza anche dal
suggerimento di molti comandanti dei giannizzeri (ora in funzione di polizia)
che non riuscivano a fermare l’impeto irrefrenabile di chi non sentiva ragione
morale ed umana e continuava soprattutto ad uccidere indiscriminatamente.
In occidente la
notizia arrivò dopo qualche settimana, solo allora si comprese che il nemico
ora s’era installato stabilmente alle sue porte, i
francesi furono coloro che maggiormente non si rammaricarono più di tanto per
l’accaduto, secoli d’incomprensioni con Bisanzio avevano lasciato il segno, non si poteva certamente cancellare il
ricordo di tante dispute in poco tempo, ma si decise d’ospitare i profughi e
farli integrare nella società, i veneziani ed i genovesi, passato il primo
momento di sbandamento non tardarono a trovare accordi economici soddisfacenti
non comprendendo però che anche per loro era iniziato il conto alla rovescia,
che la loro economia si sarebbe implosa fino a subire la stessa sorte di
Bisanzio, cioè la scomparsa come entità politica soprattutto perché il
Mediterraneo era oramai un lago e l’Atlantico avrebbe presto preso il
sopravvento lanciando nuovi commerci e nuove nazioni emergenti in questo campo
come l’Inghilterra, la Spagna e il Portogallo.
Il Papato,
nonostante tutte le incomprensioni, fu quello che forse si commosse
maggiormente e sinceramente alla caduta di Bisanzio, aveva fatto di tutto per
creare una coalizione in aiuto della città, ma i tempi
non erano più quelli di due/tre secoli prima quando non esistevano ancora le
“Monarchie Nazionali” in Europa e di conseguenza esso aveva più margini di
manovra politica.
Lo era sinceramente
anche per interesse religioso, perché se sì fosse riusciti
a salvare la città con ogni probabilità, Costantino XI ne era un propugnatore
accanito, si sarebbe ricostruita una sola grande chiesa cristiana con il
riconoscimento della supremazia romana, le cui conseguenze sarebbero state
indubbiamente importanti nei secoli a seguire.
Il 29 maggio 1453 fu la fine d’un mondo, fu la fine simbolica del medioevo,
cadendo Bisanzio, non cadde solamente una città, cadde una concezione del mondo
inteso ancora come proseguimento del mondo antico e delle sue istituzioni: ora
nuove nazioni e nuovi orizzonti si prospettavano nella storia della civiltà
umana.