55 Giorni a Pechino

154’, 1963

Regia di Nicholas Ray

Cast: Charlton Heston, David Niven, Ava Gardner, Flora Robson

 

Recensione a cura di Enrico Pantalone

 

Questo è senz’altro un film molto strano per com’è stato ricercato e sceneggiato.

Infatti, la produzione, siamo nel 1963, aveva in animo di rappresentare un momento drammatico, di guerra, in cui vinti e vincitori dell’ultimo conflitto mondiale fossero tutti alleati contro un nemico comune, quindi tutto il sistema venne impostato in base a questi dettami.

L’unico episodio che storicamente vedeva uniti Usa, UK, Germania, Francia, Italia, Giappone e Russia era la rivolta dei Boxers in Cina, e l’assedio delle delegazioni diplomatiche nel 1900.

La costruzione quindi del film risente in primo luogo di un certo romanticismo colonialista comune a tutte le nazioni europee e la gran voglia d’emergere di nazioni nuove come Usa e Giappone.

Ovviamente il cast è proporzionale all’evento, da Charlton Heston, eccezionale maggiore dei marines ancora in divisa azzurrognola di fine ottocento e staston sulla testa (alla maniera di Theodore Roosevelt per intenderci), a David Niven, impeccabile ambasciatore  britannico che “prende in mano la situazione” partendo dal presupposto che lui resterà a Pechino comunque a salvaguardare l’onore dello UK, subito seguito da quello nipponico che in onore del suo imperatore farà lo stesso, seguito a ruota da quello francese, russo ed italiano, mentre il tedesco rifiutandosi troverà la morte proprio per mano dei ribelli boxers guidati da una perfida imperatrice interpretata da Flora Robson, sempre in cerca di teste da tagliare.

A parte la superba interpretazione di Ava Gardner che da “donna facile”, baronessa d’altobordo, si trasforma con le proprie conoscenze in una nurse perfetta, fino alla morte trovata mentre aveva appena finito di portare rifornimenti ottenuti ancora una volta con il prezzo del proprio corpo, ma questa volta nessuno fiata, sono tutti ammutoliti  di fronte ad una grande donna che sacrificando la propria virtù per chi lei riteneva più degno ha compiuto un atto eroico che non sarà mai ricordato da nessuno tranne che dal maggiore dei marines, uomo dall’etica e dalla tempra grandiosa, visto che si prende cura anche di una ragazza cinese oramai senza famiglia.

L’ultimo disperato attacco dopo 55 giorni d’assedio, vede gli alleati resistere colpo su colpo alle migliaia d’invasati cinesi che cercano di conquistare il quartiere delle delegazioni estere, poi nel momento più drammatico quando oramai si pensa all’ultima eroica resistenza prima della morte, i boxers fuggono e dalle varie porte entrano le truppe mandate per liberare i nostri eroi, non s’odono gli inni nazionale, ma le musiche tipiche, le marce militari, è una festa per civili e militari che decreta la fine della rivolta.

L’ambasciatore britannico, un David Niven imperturbabile, si congratula con tutti gli altri, ma in cuor suo e il maggiore dei marines lo fa notare, sa d’essere stato l’artefice del successo.

Lo trovo un film ben costruito, anche storicamente, certo non ha pretese di rappresentazioni sociali o politiche, il suo taglio è quello di dimostrare che tutti insieme si vince, sconfitti e vincitori di qualche quinquennio prima sono ora tutti alleati per il progresso, il messaggio è chiaro.

 

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