Alfredo e la Morte in Diretta

di Siegfried Stohr

 

 

È morto Alfredo, il bambino che ha tenuto tutta Italia alzata a trepidare davanti al televisore mentre era prigioniero di un pozzo artesiano.

Oggi ho comperato molti giornali, leggo tante parole inutili, molte false. Il modo in cui questa vicenda è stata gestita dai mass media e in particolare dalla TV mi ha lasciato rabbia e disappunto. Che tutto il paese soffrisse e si commuovesse per questa tragica storia è umano, ma che la TV trasformasse questa tragedia in spettacolo continuato, non stop, non lo posso digerire.

Sono stati interrotti tutti i programmi e per lunghe ore ci venivano continuamente proposte sul video le immagini dei soccorsi e della disperazione, ogni tanto intercalate da una foto del bimbo e sempre sottolineate dal cronometro digitale che scandiva i secondi che separavano Alfredo dalla vita o dalla morte, lo stesso cronometro che misura il tempo nelle gare sportive, un modo questo di sottolineare questa lotto contro il tempo che serviva ad aumentare la disperazione e la suspance, serviva a rendere ancora più drammatico ed avvincente lo spettacolo.

Inoltre, incurante del fastidio che poteva arrecare, il telecronista cercava di intervistare tutti e avrebbe intervistato anche Alfredo se glielo avessero permesso. Infatti ad un certo punto ha annunziato che avrebbe cercato di collegarsi al microfono calato nel pozzo a violare l’ultima intimità di una agonia che non era più Alfredo e delle sua famiglia.

L’uso dello strumento televisivo che è stato fatto durante il terremoto aveva la funzione di informare, anche attraverso immagini dolorose, il pubblico perché si rendesse conto dell’entità del dramma, perché si moltiplicassero le iniziative di solidarietà, perché si coordinassero i soccorsi.

Con Alfredo nulla di tutto questo: sarebbero bastati alcuni collegamenti per informare il pubblico invece con la decisione di varare la più lunga diretta della sua storia in un momento in cui gli scandali, la P2, il terrorismo, la corruzione e i sequestri imperversavano, la televisione ha scelto di cancellare ogni problema, ogni altro dramma e di costringere gli italiani inchiodati al televisore a soffrire per Alfredo.

Perché?

C’era solo Alfredo, mentre si cercava di salvarlo sono morti in un pozzo altri due bambini ma l’Italia buona non ha pianto per loro.

 

Io ero reduce del dramma di Zolder, per me Alfredo poteva essere Dave Luckett sul letto di un ospedale o Giovanni Amodeo che aveva lasciato la usa vita sul marciapiede di una corsia dei box troppo stretta.

Anche a Zolder c’era la televisione e ha documentato con le immagini un dramma permettendo però al pubblico di capirne le ragioni, i perché, ha mostrato con le sole immagini e senza bisogno di tanti discorsi dove sta l’umanità e dove la violenza, il sopruso (questo almeno nei paesi dove il commento informava i telespettatori che c’era una manifestazione dei meccanici e dei piloti, cosa che la TV belga si è ben guardata dal dire a riprova che la censura interviene spesso per impedire di capire a fondo quel che succede).

Qui la TV con le sue immagini ha permesso al pubblico di giudicare autonomamente ma nel caso di Alfredo, che cosa è successo? La TV ha seguito un morboso (o umano che dir si voglia) desiderio del pubblico di essere informato o ha fatto qualcosa di più?

Per rispondere proviamo a partire da lontano con un altro esempio.

In America che come si sa con queste cose è all’avanguardia, ci precede da anni e dove certe tendenze si presentano in modo meno mascherato, vanno di moda certe trasmissioni documento cosi congeniate: uno stunt- man progetta un’impresa ai limiti dell’impossibile nella quale mette a repentaglio la propria vita e si accorda per cedere i diritti della ripresa ad una rete televisiva la quale pubblicizza il programma creando aspettativa nel pubblico e poi lo trasmette in diretta.

Ho assistito ad una di queste imprese: lo stunt- man doveva sorvolare un fiume facendo un salto impossibile con una macchina dotata di propulsori a reazione. Mentre la macchina  si lanciava a velocità pazzesca, in un rettangolino dello schermo ci veniva offerto il viso della moglie del pilota che si mordeva le labbra, i suoi occhi con dentro il suo dramma.

La macchina si disintegrerà in volo e il nostro eroe se la caverà, solo che d’ora in poi dovrà spostarsi su di una sedia a rotelle.

Voi forse penserete: “Non c’è stato da sempre l’equilibrista che camminando sul filo teneva col fiato sospeso gli spettatori?” In questo caso c’è molta differenza. L’equilibrista faceva una cosa che sapeva fare perfettamente ma ove era anche possibile l’errore o l’incidente, lo stunt- man di questi documenti televisivi tenta l’impossibile una sola volta, guidato solo dal coraggio o dall’incoscienza, non ripete l’esercizio che ha provato e riprovato da solo e nel quale può riuscire grazie alla sua abilità e all’allenamento.

Il pubblico è attirato da queste scene come ipnotizzato, perché?

Una risposta sembra proporcela un film di fantascienza “La morte in diretta” interpretato da Romy Schneider.

A mio avviso la tesi del film si può cosi riassumere: in una società diventata sempre più inumana, asettica e pianificata, l’uomo ha smarrito il senso della vita, è incapace di provare emozioni. La morte regna ed è proprio essa a dare l’ultimo senso alla vita.

Ecco che allora la gente si appassiona morbosamente ad una serie televisiva di documenti verità che segue impietosamente attraverso le immagini ogni attimo della vita di persone afflitte da mali incurabili che si avvicinano alla propria fine.

Seguendo questa tesi allora è forse il pubblico e la crisi sociale, morale e ideale di una società in declino che determina questo stato di cose, la televisione è solo uno strumento che passivamente registra questi fenomeni e li trasmette in immagini verità?

Non credo a questa tesi, il film stesso suggerisce altre interpretazioni, quando ci mostra come Romy viene prima convinta con l’inganno di avere un male incurabile, poi costretta a vendere alla TV la propria agonia e infine, quando si rifiuta, viene seguita da una telecamera celata nel cervello di un uomo che riesce a farsi suo amico.

È la solita storia delle immagini verità che vengono invece fabbricate artificialmente (come in uno scandalo giornalistico recentemente scoppiato in America a proposito di un articolo di una giornalista ex premio Pulitzer).

Ma se questa è una tesi di denuncia, facile oltretutto a capirsi (ci sono i buoni e i cattivi, le vittime e i falsari) a mio avviso c’è molto di più nel film, in Alfredo, negli stunt- man che vendono le immagini di una propria probabile morte.

 

“Quando c’è un dramma umano vi è sempre folla”.

Questa arida constatazione ha fatto scrivere a qualcuno che “lo spettacolo del dolore umano è sempre stato spettacolo popolare perché nella cultura del popolo è sempre stata grande la dimensione del dolore umano”. (1)

Ma non mi sembra una spiegazione esauriente. Quando succede un grave incidente sulla strada molta gente si ferma, qualcuno per cercare di aiutare, di rendersi utile, la maggioranza solo per guardare. Così si crea ressa, confusione, quelli dietro spingono per vedere, quelli davanti si avvicinano troppo. Il tutto ha spesso l’effetto di intralciare i soccorsi o di ritardarne l’afflusso.

Tutto questo mi fa imbestialire, ma che razza di gente è questa? Quale morboso sentimento li spinge a comportarsi in modo così ottuso anteponendo la curiosità alla solidarietà?

La stessa cosa è successa a Vernicino, sono state calcolate fino a 15.000 persone sul posto, curiosi che creavano solo intralcio e confusione sia intorno al pozzo che sulle strade che dovevano permettere l’afflusso di tecnici, di speleologi, di gente che poteva fare qualcosa.

Cosa cercava tutta questa gente, da che cosa era mossa?

Non è facile spiegarlo.

Gli americani che capiscono al volo queste cose anche senza comprenderle ci si sono buttati a capofitto. La gente vuole vedere questi drammi, bene, se non ce ne sono li creiamo noi.

Ecco allora i programmi delle sfide all’impossibile o degli stunt- man che rischiano la vita, il successo non manca. E poi sempre correre per essere presenti sul luogo del dramma, ma non di un dramma qualsiasi: un disperato sul cornicione di un palazzo che minaccia di buttarsi è buono per una diretta anche di ore, non altrettanto le immagini di un bimbo africano che muore di fame. Chi seguirebbe la sua agonia per più di cinque minuti? Nessuno: perché quello che attira, che cattura l’attenzione non è la morte, ma la lotta dell’uomo contro la morte: lo spettacolo della morte.

Forse posso spiegarmi almeno in parte il mio fastidio e il mio contrappunto rispetto alla curiosità morbosa degli altri.

Io faccio uno sport pericoloso, i miei incidenti vengono ripresi in TV e un incidente grave potrebbe quindi portare anche la mia morte sul teleschermo. Sono quindi più portato a identificarmi con i protagonisti di questi drammi, non così gli altri.

È successo così anche con Alfredo, “il figlio di tutti” dicevano i giornali, tutta l’Italia lo ha sentito come figlio proprio, ma nessuno si è sentito Alfredo.

Tutti si identificavano con i genitori, coi soccorritori, con quelli sul prato intorno al pozzo, nessuno col bambino sprofondato nel buio.

Era come se per difendersi da una angoscia troppo grande si volesse continuare a rimanere anche nella fantasia spettatori.

Concedetemi una breve citazione di Freud:

“In verità è impossibile per noi raffigurarci la nostra stessa morte e ogni volta che cerchiamo di farlo possiamo constatare che in realtà continuiamo ad essere ancora presenti come spettatori”. (2)

Lo spettacolo della morte altrui ci appare allora come un mezzo per accostarsi al problema della morte ma sempre allontanando il pensiero della propria. (3)

Come in un sogno la lotta contro la morte dell’altro ci parla della nostra, sono le angosce e le paure inconsce della nostra morte che ci spingono ad essere spettatori alla morte altrui, l’esame di realtà poi ci rassicurerà sempre, era un altro a morire, non io. La morte dell’altro evoca così i fantasmi della nostra ma ci serve anche per scacciarli.

 

Queste note cercano di fornire qualche ipotesi sulle reazioni della gente di fronte a certi drammi, ma la TV per ritornare a una domanda che ci eravamo posti all’inizio, che ruolo ha in tutto questo? Cosa si proponevano i responsabili della Rai quando quel pomeriggio hanno dato il via alla più lunga diretta della storia? Perché questa scelta? A che pro far partecipare in modo così diretto e continuato (ossessivo) tutta l’Italia ad un dramma così angosciante inchiodando milioni di italiani a soffrire tutta la notte davanti al televisore? Siamo forse diventati più buoni o le mamme e i papà hanno continuato a dare scapaccioni ai loro figli e a non ascoltarli? Quanti bambini come ha scritto Cancrini vivono ancora chiusi nel pozzo artesiano delle istituzioni, quanti si occupano e si preoccupano di loro?

Non credo che il dramma di Alfredo ci abbia insegnato gran che, tranne forse della confusione, disorganizzazione, mancanza di mezzi e scarsa efficienza tipiche delle organizzazioni del nostro Stato, ma questo lo sapevamo già.

Ma c’era l’intento di insegnarci qualcosa in più in chi ci ha imposto tale spettacolo: a questa Italia corrotta, piena di scandali e tangenti, bustarelle e speculazioni, terrorismo, omicidi, rapine, sequestri, droga e violenze di ogni tipo si voleva lanciare un messaggio di vacuo, retorico ottimismo.

Ecco allora una fiaba vera, storia simbolo di una Italia caduta in basso che viene alla luce e risorge aiutata da persone nobili e generose, perché in fondo gli italiani sono buoni, si commuovono e poi hanno tutti una mamma.

E questo concetto già  veniva raccolto ed anticipato in diversi articoli apparsi sui quotidiani:

“Si calano altri due vigili del fuoco, altri due eroi di questa Italia onesta, modesta, di gente che sa che cos’è il sacrificio per se stessa e per gli altri. Gente per bene. Sì, in quest’Italia lo trovi sempre uno che ti aiuta”. (4)

“Tutto un popolo, tutta una comunità divisa, lacerata, ammalata di crisi, di scandali e di cattiveria si è ritrovata ancora una volta solidale, pura, buona, col cuore in mano…è stato un miracolo, un vero miracolo… e ora la notte è finita, la notte di tutti. Nell’afa di una estate già calda i padri e le madri l’hanno trascorsa insonne a chinarsi sui lettini dei bambini, a sentire il loro respiro. Come la mamma e il papà di Alfredino davanti a quel pozzo…”.(5)

“ Se qualche errore è stato commesso è stato ampiamente ripagato dal coraggio disumano e dalla disumana resistenza alla fatica e dalla umanissima pietà di tanti che hanno cercato di salvare Alfredo. I soloni stiano zitti per favore. Non feriscano quest’ultima cosa che ci è rimasta: la voglia dipingere. Questa bellissima voglia di piangere in un tempo in cui credevamo che le lacrime ci si fossero seccate negli occhi”.(6)

A commento di queste frasi vorrei riportare un brano di una lettera firmata da un gruppo di aderenti al circolo culturale Ansaldo di Milano.

“Abbiamo vissuto un dramma che ci ha lasciato attoniti perché in sostanza ha evidenziato una volta di più la miseria di un’epoca che tanto avanzata poi non è giacché per sentirsi tranquilla ha ancora bisogno di immolare liturgicamente delle vittime per riscoprire con ipocrisia il senso dell’umano”. (7)

Ma tornando alla TV la storia così ben preparata è finita male, si è spezzata fra le mani del regista. Alfredo invece di uscire dal pozzo vi è rimasto per sempre e tutto questo ci ha lasciato solo tanta amarezza e qualche riflessione. Per quanto riguarda la scoperta di una Italia più buona, più onesta, più generosa, ebbene io credo che esista ma mi auguro che ognuno continui a cercarla aprendo gli occhi sul mondo invece di chiuderli con qualche favola a lieto fine.

La tragedia di Vernicino come quegli spettacoli che sfruttano la morte in diretta devono farci riflettere come spettatori e insegnarci a diffidare di tutto quello che coinvolgendoci emotivamente e sfruttando i nostri sentimenti ci tiene inchiodati alla poltrona. Ma come cittadini dobbiamo anche porci il compito di far sì che la televisione serva a scopi migliori.

 

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Note:

1 Alfonso Madeo sul Corriere della Sera 13.06.1981.

2 Sigmud Freud – Opere – Volume 8° pag. 137.

3 Tralasciamo qui altre possibili interpretazioni come il collegamento coi riti sacrificali umani.

4 Rocco di Blasi su L’Unità 13.06.1981.

5 Gigi Fagiani su L’Avvenire 13.06.1981.

6 Luca Goldoni sul Corriere della Sera 14.06.1981.

7 Va sottolineato però che sulla stampa sono comparsi anche articoli di ben altro tenore: Simona Argentieri su Repubblica del 28.06.1081, commento non firmato alla prima pagina del Giornale 13.06.1981, Luigi Cancrini su L’Unità del 13.06.1981, Giovanni Testoni sul Corriere della Sera del 14.06.1981.