Aspetti della primitiva drammaturgia romana    di Enrico Pantalone

 

 

Noi abbiamo fior di opere teatrali che ci sono state tramandate scritte da illustri letterati, ma in realtà ancora oggi non sappiamo ancora bene con quale meccanismo essa si svilupparono in età repubblicana.

Non dimentichiamo che noi leggiamo le opere, anche se spesso al loro tempo erano concepite più che altro come manuali per l’esercitazione degli studenti che si cimentavano in questa materia: una cosa era scrivere un testo storico, un saggio, un’ode poetica, una cosa era scrivere un dramma o una commedia.
Chi oggi approccia questa materia si basa sui resoconti di Cicerone, Tito Livio o Luciano di Samosata che però riportavano le analisi a distanza di tempo e probabilmente riferendosi a numerose voci popolari, che il teatro fosse nel sangue degli antichi romani è indubbio, il problema è stabilire quanto antico fosse.
Mancando una datazione certa (considerando che non siamo nemmeno certi di quella fornita dagli annalisti per i fatti quotidiani) ci viene a mancare l’elemento essenziale: l’impatto sociologico in cui i commediografi o i drammaturghi scrivevano e certamente questo denota che essi non avevano un posto di preminenza nella società romana, però sostanzialmente il loro lavoro sopravvisse per le generazioni successive.
Alcuni studiosi pensano che essi fossero in pratica dei “travet” poco pagati, i quali si arrangiavano a timbrare il cartellino due volte il giorno scrivendo nell’orario di lavoro per poi tornare ad attività più remunerative: certo fa sorridere pensare a un’ipotesi del genere, ma la mancanza di biografie in questo campo (come in altri) da spazio indubbiamente a questa sorta d’affermazione.

Dopo diversi tentativi di “raggranellare” testimonianze storiche nei documenti antichi, cosa in sostanza impossibile perché lacunosa, insoddisfacente e con ogni probabilità riportata a posteriori da autori dell’era imperiale o forse già da Cicerone e Tito Livio, gli studiosi si sono diretti già nel secolo scorso verso l’archeologia e i resti degli immensi teatri sparsi un po’ dovunque per comprendere la dinamica delle rappresentazioni e le loro datazioni anche se certamente sempre d’età principesca.
La rappresentazione doveva essere senza dubbio messa in scena in pieno giorno, per sfruttare al meglio la luce e gli eventuali giochi d’ombra, importantissimi per le pieces dei mimi e della commedia “leggera”, molti studiosi pensano che difficilmente nei teatri che noi oggi visitiamo si fossero mai tenute delle rappresentazioni di tragedie (alla Plauto per intenderci) troppo distanti dalla vita quotidiana dell’età imperiale.
Così si può pensare che i teatri dell’antichità romana (quelli appunto repubblicani) per rappresentare un Terenzio ad esempio fossero decisamente diversi, probabilmente molto più ridotti nelle dimensioni di quelli che sono giunti a noi e che solamente con tanta buona volontà si può immaginare lo svolgimento e l’interpretazione della tragedia, proprio perché esiste una difficoltà oggettiva a conoscere a fondo quel periodo storico del teatro romano, anzi forse non si può nemmeno definire teatro quello del tempo, visto che di esso ci parlano solo autori posteriori nei secoli.

Nella drammaturgia Terenzio, schiavo e poi liberto dal senatore Terenzio Lucano che lo affrancò e lo introdusse nella vita sociale di Roma, fu per la borghesia romana quello che Plauto fu per il popolo comune, cioè, egli descrisse in maniera eccellente e autenticamente vera la borghesia del tempo, quella dell’artigiano piuttosto che del commerciante, come Plauto descriveva attraverso il suo teatro comico, le facezie del popolo.
Ciò che entrambi scrivono sa di realtà, di vita vissuta, i loro scritti hanno un'introspezione di fondo notevole, morali indubbiamente, con il senso dell'onore ben presente, e tutti quei sentimenti facenti parte dell'umana mente, senza scendere in passioni, ma rimanendo ben saldi in una logica d'etica equilibrata e moderata.
Terenzio, tra l’altro, fu uno scrittore comico ma non volgare, e dimostrò che non sempre la comicità deve essere per forza anche facile..

Egli, contrariamente a quello che faceva Plauto, in realtà scontava sicuramente un certo suo atteggiamento di rinuncia, d'isolamento nella ricerca di qualche ideale che lo portasse a scrivere in maniera alquanto sobria e molto ricercata, questo gli impediva di allestire opere in teatro, non partecipava alle riunioni periodiche dei poeti che declamavano sull'Aventino, era insomma refrattario al grande pubblico, cosa invece di cui Plauto ovviamente era maestro.
Terenzio fu tacciato di fondere più poemi d'origine greca per farne un testo in latino, di plagiare altre opere, di non essere mai comunque l'autore della commedia e in ciò non l'aiutò certo l'essere sotto l'ala protettrice degli Scipioni di cui egli ne faceva superba noncuranza.

Terenzio, a differenza di Plauto ad esempio, non è uno scrittore che si scandalizza della vita di tutti i giorni, sa che gli uomini hanno debolezze, le comprende e perciò non spinge mai i suoi scritti o meglio i suoi ritratti umani verso la caricatura venale o grottesca, anzi ne lima i contorni, cerca di renderla più umana e di avvicinarle alla morale dell'epoca romana.
Insomma i suoi personaggi sembrano più essere tratti da esperienza di vita che da storie impossibili o divertenti, lui sembra rappresentare indubbiamente una certa cerchia verso cui fanno sponda alcuni ideali che interpretano la vita quotidiana e il suo è un modo di farli risaltare.

Importante diversità nell'impostazione della sua commedia da quella di Plauto è nella trattazione del prologo che per lui è un modo di difendersi da eventuali accuse formulategli mentre a Plauto serviva per informare e blandire la platea.
Terenzio ancora di più interiorizza tutti i suoi personaggi e se vogliamo, fu il primo a usare l'introspezione psicologica nel teatro, infatti, egli utilizza sempre il dialogo in opposizione a quanto fa Plauto che invece si basa maggiormente sull'azione.
Anche un altro fattore sembra importante per Terenzio: il modo di porsi dei personaggi sicuramente dotati d'un tratto essenzialmente più gentile rispetto all'immagine normalmente fatta da Plauto.
Chiarisco: io utilizzo Plauto come termine di paragone per evidenziare il progresso fatto dal teatro e perché il più vicino in senso temporale; Plauto era e resterà sempre probabilmente il più del teatro romano.

Cecilio, o sarebbe meglio dire Stazio, della Gallia Insubria (da più dato milanese per nascita) fatto prigioniero e schiavo dopo qualche battaglia intorno al 220 aC, assurse in poco tempo alla gloria artistica grazie a degli ottimi lavori teatrali, se è vero che dopo pochi anni era già cittadino romano a pieno diritto.
Inizialmente, come spesso accadde a Roma, i suoi lavori non furono capiti, anzi furono sicuramente osteggiati duramente e solo grazie alla pazienza di Turpione, noto impresario dell’epoca egli riuscì a imporsi stabilmente.
Molti dicono che Stazio o Cecilio fu il maestro di Terenzio, e che tutti i primi lavori di quest’ultimo furono letti e rivisti dal maestro anche per ordine superiore, cosa che evidentemente dall’esatta e realistica posizione in seno alla società del gallo.
Secondo le fonti ciceroniane, Cecilio fu, con Terenzio, il miglior traduttore di Menandro, e del resto bene sedici opere dello scrittore greco figurano nel suo repertorio, e comunque le tragedie dovevano essere tutte sicuramente molto serie poiché nei secoli seguenti, Cecilio fu spesso citato da Orazio e da Marrone e lo stesso Cicerone si fa vanto d’aver utilizzato parte dei suoi pensieri che compendiavano i rapporti tra padre e figlio nelle discussioni pubbliche che riguardavano la moralità e l’etica nella società romana, rappresentazione anch’essa quotidiana che non poteva non ripercuotersi poi a livello drammaturgico.

Un periodo denso, un periodo interessante del tempo repubblicano quello che abbiamo brevemente visitato che ci permette però di comprendere bene il valore sociale che il teatro aveva nella capitale.

 

Home Page Storia e Società