CITTA', PESCATORI, CONTADINI E MERCANTI NEL MEDITERRANEO DELL'ETA' DELLA PIETRA E DELL'INNALZAMENTO DEI MARI (8000 - 5000 A. C.)
di Ignazio Burgio

Contemporaneamente al lento scioglimento dei ghiacci alla fine dell'Era Glaciale, in un arco di tempo compreso tra l'8000 ed il 5000 a. C., in un Mar Mediterraneo che si andava allagando sempre più in seguito all'innalzamento del livello del mare, sorgono città e società più o meno raffinate e complesse sia di cacciatori-agricoltori che di agricoltori-pescatori sulle coste minacciate dalle onde. Tra cittadini sedentari e agricoltori itineranti come i primi mercanti di sale e ossidiana, quale ruolo ebbero regolari inondazioni ed imprevedibili catastrofi, come l'immane tsunami scatenato dall'Etna intorno al 6000 a. C., nella migrazione di popoli che diffusero agricoltura e ceramica non solo in Europa ed in tutto il Mediterraneo, ma persino in Cina e fra i Boscimani del SudAfrica ?

 

Uno dei tanti erronei luoghi comuni derivanti dai superficiali programmi scolastici, porta a identificare nella mente di molti, l'inizio della “civiltà” con la scrittura: poichè quest'ultima - più per convenzione che per conferma archeologica per la verità - si ritiene sia nata intorno al 3600 a. C. nella Mesopotamia Sumerica, si pensa erroneamente che prima di tale data non esistessero città, commerci, culture artistiche, architettoniche e religiose, convinzione ampiamente smentita già da parecchi decenni dalla stessa archeologia ufficiale. Questa riconosce già ad alcune comunità sviluppatesi in Medio Oriente nell'VIII millennio a. C. lo status di “città”, o perlomeno di insediamenti urbani complessi.
Intorno al 7800 a. C. ad esempio, la presenza di una sorgente e di un' oasi nell'arida zona del Mar Morto consentì l'insediamento stabile di un gruppo di cacciatori-agricoltori che costruirono i primi edifici in pietra e muratura nella zona dove attualmente sorge la moderna città di Gerico in Palestina. E' stato calcolato che intorno alla metà dell'VIII millennio il centro - chiamato Gerico A - cintato da un fossato, un muro e una torre del diametro di 10 m e alta più di 8, arrivasse a contenere anche 2000 abitanti, i quali oltre alle proprie abitazioni circolari, costruirono anche edifici più grandi (forse templi o anche magazzini per le scorte alimentari) ed anche strutture che sono state interpretate come cisterne per la raccolta e la distribuzione dell'acqua ai fini dell'irrigazione. Ma l'insediamento doveva essere attivo anche negli scambi con altre popolazioni più o meno vicine (e proprio tali traffici commerciali gli fanno meritare l'attributo di “città”): non solo le eccedenze cerealicole ma soprattutto altri preziosi prodotti ricavati dal vicino Mar Morto come il bitume, lo zolfo e soprattutto il sale dovevano essere scambiati sia con i prodotti della caccia dei vicini gruppi di cacciatori nomadi, sia con altre preziose merci provenienti da zone più distanti come l'ocra rossa usata come colorante, le conchiglie marine, le pietre turchesi provenienti dalla penisola del Sinai e l'ossidiana. Quest'ultima, in quanto minerale vetroso di origine vulcanica, era considerata preziosa come materia prima per strumenti da caccia - come coltelli, punte di freccia o di lancia - e di artigianato (ciondoli, collane, specchi, ecc.), e sin da tempi molto remoti fu oggetto di scambi anche su lunga distanza. Le prime zone mediorientali di provenienza furono quelle Caucasiche (Lago Van) ed il centro dell'Anatolia. In prossimità di tali centri di produzione o lungo le direttrici principali lungo cui transitavano quei primi mercanti, che portavano sulle spalle i pezzi di nera ossidiana e percorrevano faticosamente a piedi, senza alcun ausilio di bestie da soma, quei pericolosi sentieri, sorsero altri insediamenti a cui sempre l'archeologia ufficiale riconosce lo status di “città”: Qalat Giarmo nel Kurdistan, Hacilar e Katal-Huyuk nell'Anatolia centrale. Caratteristiche comuni di tali centri mediorientali furono in primo luogo la diversificazione delle fonti di approvvigionamento alimentare, mediante lo sfruttamento delle prime rudimentali tecniche di agricoltura e di allevamento (soprattutto capre), la caccia nei dintorni, ed ovviamente gli scambi. Altri tratti peculiari furono anche una sofisticata e diversificata architettura, una sempre più raffinata produzione artigianale (anche di statue e statuette), e complesse credenze religiose e funebri, con la regolare inumazione dei propri defunti spesso anche sotto il pavimento delle proprie abitazioni, e talvolta anche con la scarnificazione del teschio e il suo rimodellamento con creta al fine di immortalare le sembianze del parente scomparso. Cosa caratteristica, in questa sorta di maschere funebri al posto degli occhi venivano applicate delle conchiglie marine così come spesso veniva fatto per le statue di creta.

La presenza di commerci legati alle conchiglie marine ha portato gli archeologi nei decenni passati a rivolgere la loro attenzione alle coste mediorientali, zona di provenienza di tali prodotti. Sin dagli anni 80 del secolo scorso cominciarono ad affiorare dai fondali antistanti la costa del Monte Carmelo vicino l'attuale città israeliana di Giaffa, i resti di antichi insediamenti sommersi risalenti ad un'età compresa tra l' VIII ed il VI millennio a. C. In quel periodo le coste del Mediterraneo presentavano una geografia differente da quella attuale, poichè il lento scioglimento di ghiacciai e calotte polari iniziato intorno al 10.000 a. C. non era ancora giunto a completamento, e dunque il livello dei mari in tutto il mondo era più basso. Per dare un'idea, la maggior parte delle isole e isolette dell'Egeo erano unite alla terraferma ellenica e anatolica, così come allo stesso modo anche l'Africa era più vicina alla Sicilia, la quale inglobava anche le isole maltesi. Tuttavia essa non era ancora la più grande isola del Mediterraneo, primato che invece avevano Sardegna e Corsica unite insieme dalle inesistenti Bocche di Bonifacio. Anche il livello del mare palestinese era dunque più basso e la costa si inoltrava per qualche chilometro più al largo rispetto ad oggi. Su quella fascia litoranea oggi sommersa ai piedi del Monte Carmelo sorgevano diversi centri urbani che gli archeologi subacquei israeliani coordinati dal Dr. Ehud Galili hanno riesumato dalle sabbie dei fondali e studiato nei minimi dettagli. Kfar Samir, Kfar Galim, Tel Hreiz, Megadim, Neve-Yam ed Atlit-Yam hanno così rivelato la vita economica, sociale e culturale degli insediamenti mediorientali in un periodo di continua evoluzione delle tecniche agricole e di allevamento, ed in cui tra l'altro faceva la sua prima apparizione la ceramica (poco dopo il 6000 a. C).

 

Fra tutte quelle cittadine sommerse, in particolare Atlit-Yam - l'unica priva di resti di ceramica e dunque la più antica - risulta quella meglio conservata e ricca di testimonianze, come già abbiamo avuto modo di parlare in altri tre precedenti articoli. Le sue rovine, che giacciono ad una profondità di una decina di metri e all'incirca a 400 metri dalla linea costiera attuale, coprono grossomodo una superficie di 4000 mq, e sono state datate al C14 tra il 7411 ed il 5992 a. C. Dal punto dista architettonico sono costituite da resti di muri, fondazioni di case, edifici circolari ed aree pavimentate con pietre. Le strutture più importanti e significative sono costituite tuttavia da due pozzi per l'acqua trovati pieni di sedimenti e due aree religiose e cerimoniali costituite da sette megaliti a forma di menhir (in tutto e per tutto simili ai più famosi menhir europei), da lastre orizzontali di pietra dotate di incavi (forse una sorta di “altari” con il posto per le offerte ?) ed altre tre pietre ovali più piccole contenenti graffiti dalle sembianze vagamente antropomorfe. Gli studiosi israeliani ritengono che l'invenzione della tecnica dei pozzi (di cui quelli di Atlit-Yam al momento risultano essere gli esempi più antichi al mondo) abbia consentito agli uomini neolitici mediorientali di colonizzare anche le regioni più aride e di sfruttarne il terreno con le prime rudimentali tecniche agricole. Tuttavia anche se gli abitanti di Atlit-Yam, e probabilmente anche degli altri cinque insediamenti vicini, coltivavano cereali e legumi sui terreni più al riparo dai danni della salsedine, la vera risorsa di quelle comunità costiere era soprattutto la pesca, anche subacquea e di alto mare, come risulta dagli utensili, dai resti ittici rinvenuti, ed anche dalle patologie auricolari (“esostosi uditive”, causate da ripetute immersioni nelle acque gelide) ben visibili nei crani appartenenti ad alcuni di quegli antichi pescatori. Questi, nel corso delle battute di pesca di superficie, si spingevano anche al largo all'inseguimento dei branchi di squali e di tonni, su imbarcazioni che ovviamente non sono giunte a noi (a causa dell'alta deperibilità del legno) ma che nel corso di quei millenni dovettero servire anche per gli spostamenti via mare, gli scambi ed i commerci. Fra i resti degli abitanti inumati ad Atlit-Yam sono state rinvenute anche molte asce di pietra, in numero proporzionalmente maggiore rispetto agli altri siti archeologici circostanti tanto da suggerire l'ipotesi che oltre ad essere una fiorente comunità di pescatori, la cittadina sommersa fosse anche sede di esperti mastri d'ascia, specializzati nella costruzione di imbarcazioni anche per conto delle altre comunità vicine. Anche se tali “vascelli” forse non erano più grandi di piroghe, consentirono tuttavia di superare bracci di mare, canali e stretti in un Mediterraneo meno vasto di quello odierno. Anche grazie a ciò, a cavallo tra 6000 e 5000 a. C. nuove fonti di produzione di ossidiana si aggiunsero a quelle tradizionali: l'isola greca di Melos, Pantelleria, Monte Arci in Sardegna, Palmarola nell'arcipelago delle Pontine, e soprattutto Lipari la cui produzione e diffusione del prezioso minerale tagliente giunse a coprire non solo l'intera penisola italiana ma anche la Francia meridionale e le regioni adriatiche.

 

Ma proprio quel periodo, tra la fine del VII millennio e l'inizio del VI per il bacino orientale del Mediterraneo costituiscono un periodo di sconvolgimenti ambientali e quindi anche socio-economici. Le comunità costiere ai piedi del Monte Carmelo cessano di colpo la loro esistenza ed appaiono abbandonate. I ricercatori dell'Ingv di Pisa ne hanno attribuito la responsabilità a un devastante tsunami scatenato dal crollo nel Mar Jonio della parete orientale dell'Etna, che avrebbe travolto di sorpresa quegli insediamenti e convinto i terrorizzati superstiti a rifugiarsi nell'interno abbandonando ogni cosa. Gli archeologi israeliani tuttavia non sono d'accordo e affermano che Atlit-Yam e le altre comunità vennero abbandonate poco prima - in termini di qualche secolo - del sopraggiungere delle onde giganti, quando le rovine erano già state ricoperte dalla sabbia. Secondo Ehud Galili e gli altri suoi colleghi infatti, nelle ultime fasi di esistenza della principale cittadina sommersa i suoi abitanti avrebbero cominciato ad avere problemi con l'acqua dei pozzi diventata salmastra a causa delle infiltrazioni di acqua marina. Il livello del mare stava infatti salendo ed a poco a poco divorava la linea costiera. I pozzi inservibili divennero così delle discariche, e la gente utilizzò sempre più l'acqua di un ruscello interno all'abitato, che per la sua vitale importanza venne fatto oggetto di culto e protetto simbolicamente dai menhir. Evidentemente nemmeno il ruscello bastò e gli abitanti avrebbero dunque deciso di spostarsi tranquillamente e ordinatamente verso altre regioni, anche se secondo questa ricostruzione non è chiaro il motivo per cui avrebbero lasciato anche una grande quantità di cibo, cereali e soprattutto pesce, ordinatamente immagazzinato.
Tsunami o semplice innalzamento del mare, la questione è ancora aperta. Una cosa comunque è certa: il mare doveva in quel periodo porre grossi problemi alle popolazioni esistenti che furono costrette a spostarsi verso l'interno o ad adattarsi a trovare soluzioni “elastiche”. Insediamenti già esistenti come Gerico o Katal-Huyuk nell'interno dell'odierna Turchia ricevettero proprio in tale periodo nuovo impulso a svilupparsi ed espandersi come in seguito all'arrivo di nuovi immigrati probabilmente dalle zone costiere inondate. Altre popolazioni ad esempio nell'isola di Cipro, sulla costa Anatolica o nelle isole greche costruirono i propri insediamenti situati a distanza di sicurezza nell'interno e possibilmente in posizione rialzata: i resti del Kastros di Capo Andreas nell'isola di Cipro si trovano su una collina a 100 m sul livello del mare e a 100 metri di distanza dall'attuale linea costiera (che intorno al 5775 a. C. – secondo il C14 – doveva essere ancora più distante); Cyclope Cave – un insediamento i cui resti risalenti al 5600 a. C. giacciono nell'isola greca di Youra – si trova invece in posizione rialzata a 150 m. sull'attuale livello del mare. Ambedue questi insediamenti, al pari di diversi altri scoperti negli ultimi decenni, contenevano una gran quantità di rifiuti provenienti da risorse marine: lische di pesce, conchiglie, resti di molluschi. L'ipotesi è che ognuno di questi siti possedesse un insediamento “gemello” sul litorale costiero come semplice base per lo sfruttamento delle risorse marine. Certamente questi “fondachi” dovettero essere sommersi più volte dall'avanzamento delle acque e più volte ricostruiti in posizione arretrata, come dimostrato ad esempio dai sondaggi subacquei eseguiti nei fondali antistanti le rovine di Franchthi Cave (Peloponneso) che hanno fornito reperti chiaramente appartenenti ad un sito subacqueo ancora da esplorare.

 

L'innalzamento del livello dei mari era tuttavia una conseguenza indiretta di una rivoluzione climatica che stava avvenendo proprio in quel VI millennio a. C. Le acque di fiumi, mari ed oceani erano alimentati dallo scioglimento sensibilmente più rapido dei ghiacci a causa di un forte aumento della temperatura specie estiva. Tra il 5500 ed il 2800 a. C. - secondo le datazioni al C14 di studiosi come Godwin - l'oscillazione termica è stato stimata anche dell'ordine di 2 gradi sopra la media. Per dare un'idea, il temuto surriscaldamento globale che ai nostri giorni sta facendo liquefare calotte polari e ghiacciai in tutto il modo (equivalente in intensità a poco più dell'ultimo rialzo termico avvenuto in età medievale) viene stimato dai climatologi in appena 1 grado in più sopra la media rispetto al passato. Il torrido sole di quella fase che dai ricercatori viene definita come “optimum climatico del neolitico” portò flora temperata - querce, noccioli, ecc. - anche nelle regioni scandinave, siberiane e nord-canadesi oggi dominate dalle conifere o dalla tundra, e che certamente favorì ad esempio la nascita e lo sviluppo della locale civiltà di Hertebolle, nel sud della Norvegia, i cui pescatori osavano spingersi anche al largo del Mare del Nord. Ma il forte rialzo termico sicuramente scatenò anche sconvolgimenti climatici a latitudini più basse. I Monsoni dovevano presentarsi in maniera più irregolare nel tempo e nella geografia, e tutto le zone mediorientali e nord-africane erano soggette ad alterne fasi di piogge torrenziali e forte inaridimento. In queste condizioni ambientali non è escluso che furono proprio le “bollenti” estati a condurre all'adozione generalizzata della ceramica nella prima metà del VI millennio a. C. come sistema per la conservazione migliore di cibi e soprattutto bevande. Con il caldo torrido, le dolci spremute ottenute dagli acini della vite selvatica, dai chicchi di orzo, ed anche il latte di capre e vacche fermentavano molto più facilmente e rapidamente nei tradizionali contenitori di zucche o di pelle, e se ciò portò alla scoperta del vino, della birra e del formaggio, tuttavia rese anche necessario escogitare altri metodi di conservazione per evitare che questi ghiotti ritrovati alimentari inacidissero oltre misura. Qualunque pescatore o contadino ancora fino a qualche tempo fa - prima della diffusione degli odierni contenitori termici - conosceva bene le proprietà di traspirazione e di refrigerazione delle anfore di ceramica, studiate e confermate anche a livello fisico. I primi contenitori in ceramica cotta, dalle forme e dai disegni simili alle zucche o ai canestri di vimini intrecciati, consentirono dunque non soltanto una più efficace conservazione di cibi e bevande, ma anche il loro trasporto per finalità commerciali. Accanto ai tradizionali prodotti non deperibili, come sale, ossidiana, conchiglie, zolfo, le vie terrestri e marittime del Mediterraneo sempre più dominato dal mare videro anche transitare vino, birra, latte, formaggio, ed anche olio di oliva, che per le sue proprietà sia di conservazione degli alimenti, come di protezione della pelle dalle scottature, cominciò ad essere prodotto ed usato in diverse parti del Mediterraneo Orientale proprio in quell'età di “sole torrido”.
Uno dei primi tipi di ceramica, caratterizzata dall'impronta di conchiglie impresse sui vasi prima della cottura, è stata ritrovata in un'area molto vasta del Vecchio Continente, non solo nel Mediterraneo, dalla Siria alla Spagna, ma anche in Sudan, nel Golfo di Guinea, in Sud-Africa e persino in Cina. Chiamata in Sicilia ceramica di Stentinello - dal nome del villaggio vicino a Siracusa in cui fu identificata per la prima volta nel 1890 - essa venne diffusa da una popolazione proveniente verosimilmente dall'Anatolia e sparsasi in breve tempo ad Occidente verso l'Europa portando con anche l'agricoltura, come anche verso est, finendo per dare il via – attraverso la cittadina di Giarmo - al primo sfruttamento agricolo dei bassopiani Mesopotamici, con l'edificazione di quelle città e civiltà poi definite “Sumere”. Non si sa ancora naturalmente cosa indusse quelle genti alla migrazione soprattutto via terra, anche se possiamo immaginare che c'entrassero gli sconvolgimenti climatici e ambientali del bacino mediterraneo. Fu in seguito allo tsunami scatenato dall'Etna e dagli sconvolgimenti che certamente dovette arrecare in tutto il Mediterraneo Orientale, che si originò quell'epocale migrazione ? Ovviamente è molto difficile dirlo anche perchè non è stato ancora possibile stabilire la data esatta del collasso in mare del vulcano siciliano. Ad essere obiettivi, l'ipotesi dell'Etna come “motore propulsore” della storia antica è suggestiva ma probabilmente indimostrabile.
Tuttavia insieme ai mercanti e alle genti migranti che diffondevano la ceramica e le nuove tecniche agricole e alimentari, dovevano viaggiare anche modelli religiosi, astronomici, artistici e architettonici fra loro collegati, come il culto della Dea Madre, simbolo di fertilità raffigurata nelle caratteristiche statuette risalenti già al periodo paleolitico e diffuse praticamente in tutto il Mediterraneo. Altri modelli culturali migranti dovettero sicuramente consistere in tutto quel complesso di idee legate ai megaliti, che abbiamo già dimostrato presenti ad Atlit-Yam, a Nabta Playa nel sud dell'Egitto, ed ovviamente in tutti i litorali atlantici dell'Europa, anche se in quest'ultimo caso le “grandi pietre” - come accertato dagli archeologi - provenivano sicuramente da un'area intorno al Golfo di Biscaglia, forse da regioni ora sotto le acque dell'oceano.
Moltissimo è tuttavia ancora da chiarire. Le isole maltesi che in quel periodo venivano sempre più assediate dalle onde e vedevano allontanarsi rapidamente anno dopo anno la costa meridionale della Sicilia, presentano ancora oggi sui propri litorali antichissime strade interrotte dal mare, come appartenenti a popolazioni e civiltà esistenti già prima dell'innalzamento delle acque (anteriormente al 6000 a. C. ?), e quindi probabilmente anteriori ai costruttori dei templi megalitici più antichi esistenti su quelle isole. Quali fossero le caratteristiche della loro cultura ed i loro contatti con le altre civiltà del Mediterraneo naturalmente è ancora ignoto. Così come ugualmente sono ancora poco chiari gli scambi commerciali, culturali e tecnici tra le antichissime città palestinesi come ad esempio Gerico, e le culture predinastiche egizie del Fayyum e di Merimde, nell'Egitto Settentrionale, dalle caratteristiche abitazioni di fango con un foro al centro del soffitto per raccogliere l'acqua piovana, resti di un'epoca in cui le regioni del Nilo e probabilmente tutto il NordAfrica godevano ancora di una certa regolare piovosità. Anche all'interno di tali abitazioni sono stati trovati corpi di defunti sepolti sotto il pavimento, ma, a differenza di Gerico, Katal-Huyuk ed Atlit-Yam, sono esclusivamente di sesso femminile, caratteristica che ha fatto parlare di matriarcato e consuetudini matrilineari presso quelle antiche società.
Con una successione ancora poco chiarita dagli scavi archeologici, queste società sfociarono di lì a poco nelle sofisticate civiltà urbane di Maadi e Buto - sempre nel Nord dell'Egitto - risalenti perlomeno al 4000 a. C., che secondo scrittori come Michael Baigent, con le loro analogie architettoniche con Gerico e le altre città Palestinesi potrebbero dare molte risposte anche ai fini della corretta datazione di alcuni monumenti egizi, come il famosissimo caso della Sfinge di Giza, che sotto il punto di vista esclusivamente geologico sembrano molto più antichi di quanto attestino le fonti scritte (che certamente sono molto più tarde).

Al di là comunque di quanto vi è ancora da scoprire e da chiarire - certamente tantissimo - agli occhi degli stessi archeologi ufficiali, un fatto è certo: considerare nell'opinione comune “la civiltà” come sorta solo nel 3600 a. C. insieme alla scrittura, sarebbe esattamente come credere che la letteratura in Europa sia nata solo nel XV secolo insieme alla stampa: un luogo comune insomma da correggere anche nei sussidiari delle elementari.

Altri articoli su Atlit-Yam: "L'ira del dio del mare": lo tsunami provocato dall'Etna 8000 anni fa e la città sommersa di Atlit-Yam.
- "Con gli occhi rivolti al cielo": la città sommersa di Atlit-Yam, l'enigma dei megaliti europei e la nascita delle religioni celesti.
- La sorte dell'antica città sommersa di Atlit-Yam: tsunami scatenato dall'Etna o semplice innalzamento del mare ?

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