Catilina e la macchina del fango

di Siegfried Stohr

 

 

Roberto Saviano, l’autore di Gomorra, le ha dedicato una trasmissione televisiva. Mi riferisco a quella che è stata definita “la macchina del fango”: un apparato mediatico mobilitato come una cannoniera contro l’avversario, per offenderlo, sminuirlo, screditarlo, distruggerlo con accuse infamanti (vere o presunte).

 

Non scherzavano su questo gli antichi, e i romani fra questi, le cui “damnatio memoriaescreditavano l’avversario nel ricordo oltre che in vita. Screditare le memoria equivaleva a screditarne anche i discendenti, la loro gens e chi raccoglieva le loro bandiere politiche.

Per distruggere l’avversario era consuetudine, nei processi, descriverlo come dedito alle più sordide abitudini: processi nei quali l’avvocato (che non poteva essere pagato, almeno in denaro) patrocinava (da pater) il cliente come un amico stimato; così più che preoccuparsi dei fatti, cercava di presentare in ottima luce il suo cliente e come dedito alla più turpi nefandezze l’avversario, che non era più “ad versus”, ma un più comune pervertito totale. Ne risultavo, a volte, caricature che sfioravano il ridicolo. Come quando Cicerone, in difesa di Marco Celio (Pro Caelio 6), ribatte alle accuse di impudicizia rivolte al suo cliente dicendo che “non proverà mai un tale dolore da pentirsi di non essere nato deforme”

 

La congiura di Catilina da questo punto di vista è un esempio dei più indagabili per la presenza fra le fonti di due protagonisti contemporanei (e di Cicerone abbiamo pure lettere private), di resoconti precisi sulle sedute del Senato (praticamente stenografici), oltre a numerose fonti successive.

Si svolse in soli 4 anni (66-62 a.C.) ma va inquadrata in un periodo storico fra quelli più fecondi di grandi trasformazioni: politicamente possiamo farne una lettura dai Gracchi ad Augusto. E’ il periodo delle guerre civili, ma anche di cambiamenti nell’economia col diffondersi del latifondo, nell’esercito che diventa professionale, nel costume con la crescita di autonomia delle donne, nella morale meno ligia al mos maiorum, nell’ispirazione culturale, filosofica e persino linguistica che guarda alla Grecia.

 

Anche il nostro linguaggio popolare moderno ha conservato di questo periodo un ricordo indelebile: …Ma che regina d’Egitto (una esagerazione)… E’ un pranzo luculliano (si mangia alla grande!)…Guarda che pezzo di MarcAntonio (un ragazzo alto e robusto)… Una Filippica (non finisce più!)… Violentata da un Bruto (Bruto appunto)… Ci vediamo a Filippi (te la faccio pagare)… Alle calende greche (mai)…. Oltre ai mesi di Luglio e Agosto.

E in Germania, ancora oggi quando ci si fa impiantare una dentiera si torna a casa e si dice ridendo: “Varo, Varo, rendimi i miei denti”.

 

Per capire un evento complesso, la cui memoria ci viene tramandata da personaggi variamente coinvolti, oltre alle fonti, abbiamo la necessità di capire “l’uomo romano” per leggerle nella loro giusta accezione.

Infatti “L’uomo è un microcosmo, non in senso naturalistico, ma in senso storico” ci dice Benedetto Croce e parte piccola saranno i documenti se non consideriamo anche “…quei documenti sui quali continuamente ci appoggiamo, come la lingua…i costumi…le esperienze che portiamo nel nostro organismo”.

Così “la verità della storia non ci è data dall’esterno ma vive in noi”.

Solo così la storiografia può superare la vita vissuta “per ripresentarla in forma di conoscenza”.

Tesi oggi storicamente datata ma suggestiva per lo sforzo di introspezione psicologica a cui ci costringe; come lo psicoanalista usa il controtransfert per capire il paziente, anche noi possiamo usare anche il nostro vissuto e le nostre emozioni per riuscire a comprendere e ri-vivere la mentalità di uomini per i quali la “dignitas era tutto.

 

Così possiamo osservare con Vattimo che per capire il passato non dobbiamo guardare ad esso con lo spirito dello scienziato chiuso in un laboratorio ma cercare di identificarci:

“Ciò che è costitutivo dell’uomo non è l’essere estraniato dal proprio passato storico, ma l’essere sempre collocato, nei suoi confronti, in una posizione media fra familiarità ed estraneità: questo fonda la centralità e l’universalità del problema ermeneutico”.(1)

Se poi con Croce condividiamo (ovviamente) la constatazione che “…per narrare la storia bisogna innalzarsi sulle passioni” e “narrarla fuori da ogni compartecipazione alle lotte” un dato nelle fonti, ci appare subito contraddittorio.

 

Nella narrazione di Sallustio, scritta dopo la morte di Cesare, quindi almeno 20 anni dopo gli eventi, colpisce sia per la feroce e implacabile condanna di questo personaggio che per i modi con cui viene descritta: e parliamo di un periodo caldo che infiammò alcuni anni della tarda Repubblica coinvolgendo tutti i più importanti personaggi dell’epoca.

Certo anche Marco Tullio Cicerone, il più feroce avversario di Lucio Sergio Catilina, ci ha lasciato traccia indelebile delle accuse da lui pronunciate nelle “Catilinarie”: quale più feroce avversario di lui che, contrariamente alle Leggi di Roma e grazie e un Senatus consultum ultimum, in poco più di 24 ore condannò e fece strangolare un gruppo di congiurati invano difesi, solo per quanto attiene la condanna a morte, solo da Cesare.

La prosa delle Catilinarie, scritte certo dopo le orazioni pronunciate in Senato, non lascia spazio a dubbi sulla feroce e totale condanna di Catilina fatta dal famoso oratore.

Ma quello che stupisce è cosa dice lo stesso Cicerone solo sette anni dopo la morte di Catilina!

 

Cicero ci torna sopra con tono ovviamente più distaccato ora che il pericolo è passato e l’avversario che voleva ucciderlo è morto; infatti, in una abituale girandola di posizioni, il nostro avvocato si trova ora a patrocinare un ex catilinario, Celio Rufo, denunciato dalla sua amante (Clodia, la famosa Lesbia) di avere tentato di avvelenarla.

Di veleno ne era scorso tanto solo sette anni prima ma ora sentite come l’avvocato descrive, nella “Pro Caelio Rufo”, l’ex avversario Catilina con toni ben più concilianti e benevoli pur senza smentire le sue precedenti accuse:

Catilina, lo ricorderete (!) aveva in sé non pochi germi di virtù… istigava molti al vizio ma sapeva anche stimolare qualcuno al lavoro; divampavano in lui i vizi del piacere ma aveva un vivo interesse per le armi”.

Insomma, potremo ben dire un romano normale! E continua:

“Chi più di lui parteggiò per la parte degli onesti e fu al tempo stesso più nefasto per la città? Chi immerso nei piaceri più turpi (?) e più resistente alla fatica?...Rapace e al tempo stesso generoso…far parte a tutti di ciò che possedeva, prestar servizio ai bisogni di tutti i suoi col denaro… Queste o giudici, furono veramente doti eccezionali di quell’uomo…”!

Così lo descrive il suo peggior nemico a mente fredda, appunto post mortem e dopo soli sette anni: un uomo con doti eccezionali!

 

Invece Sallustio, che ricordiamolo era un cesariano, ne traccia un quadro ben diverso pur scrivendo almeno dieci anni dopo l’orazione di Cicerone, che Sallustio definisce “inquilinus civis urbis Romae” esprimendo così il suo disprezzo verso l’“homo novus”.

Questo disprezzo nasceva da vecchie ruggini: Sallustio aveva rappresentato l’accusa contro Milone per l’omicidio di Publio Clodio e Milone era difeso (malamente e con timore) proprio da Cicerone. Nel processo come sappiamo vinse Sallustio ma stranamente, solo due anni dopo, fu cacciato dal senato per indegnità morale, forse per la sua appartenenza politica alla fazione Cesariana, o forse per un’altra strana coincidenza.

Proprio Sallustio infatti, il moralista, era stato accusato di adulterio con Fausta (figlia di Silla), guarda caso moglie di Milone. Sorpreso fu fatto frustare dal marito cornuto e se la cavò poi con una multa (pecuniam).

 

Prima di vedere questo giudizio di Sallustio su Catilina diamo uno sguardo alla “Catlinae coniurazio” da lui stesso definita “memorabile”: nel testo Sallustio parte da lontano, segno che non si accontenta di riferire i fatti della congiura, ma vuole riscrivere la Storia di Roma come lui stesso dichiara; e lo fa partendo da questa congiura e iscrivendola in un processo storico più ampio: un progetto ambizioso e spia dell’importanza che lui attribuisce alla congiura stessa.

Inizia parlando delle cose militari e chiedendosi se dipendono dal vigore fisico o dall’intelletto; parla di un periodo d’oro in cui si viveva senza cupidigia (“sine cupiditate”) finché il vento dell’Est dimostrò che in guerra contava di più l’ingegno (che scoperta, bastava chiedere a Ulisse); poi, abbandonati i Greci infidi, viene a parlare di Roma, fondata dai Troiani e definisce i Romani come costretti alla guerra difensiva (!) per l’invidia di Re e popoli vicini (VII); si compiace che in passato i giovani apprendessero il mestiere del soldato “esperti di cavalli più che di donne e festini” e si rammarica che al popolo romano sia mancata adeguata glorificazione da parte di scrittori essendo loro impegnati nell’azione (“optumus quisque facere quam dicere” sembra di sentire “il governo del fare” di berlusconiana memoria), audaci in guerra e giusti in pace. Tanto che ricorda che le punizioni per i soldati erano principalmente per essersi lanciati contro il nemico “contra imperium” piuttosto che per essere fuggiti (signa relinquere). Insomma una lode sperticata e aulica, così di parte che, se non ha nulla a che vedere con la storia, è esagerata anche sotto il profilo della leggenda.

E qui si inserisce la prima descrizione di Lucio Sergio Catilina “ingegno vivace e corpo vigoroso… con un corpo incredibilmente resistente ai digiuni, alla fame, al freddo.. ma di animo perverso e depravato”. Anche il suo aspetto e il suo incedere ora affrettato e ora lento (!) rivelavano la perversità del cuore (“vecordia”).

Fin qui un vero romano, a parte l’animo depravato (un vero romano anche qui...).

Ma poi Sallustio torna indietro e fa lo storico per farci capire come, quei Romani integerrimi, iniziarono a corrompersi. Così ci racconta di Silla (XI) che, per attirarsi il favore delle truppe, le trattò con indulgenza eccessiva tanto che certi luoghi (loca amoena), i piaceri (voluptaria facile) e l’ozio rammollirono quei soldati. Questo quadro di rammollimento improvviso che ricorda gli ozi di Capua di Annibale, è un singolo episodio possibile ma poco credibile: eppure su di questo lui costruisce la sua visione dell’evoluzione storica della repubblica e dei suoi mali.

Da lì infatti Sallustio fa derivare un marciume di costumi con uomini che si prostituiscono, amori turpi, donne impudiche e animi depravati: in tutto questo si inserisce perfettamente, guarda caso, Lucio Sergio Catilina (della gens Sergia) che raccoglie intorno a sé criminali, degenerati, puttanieri, adulteri, parricidi, sacrileghi e spergiuri.

Sottolinea inoltre che cercava soprattutto di corrompere i giovani ma di questa accusa, che lo accomuna a Socrate, parleremo dopo.

Veniamo alle nefandezze private.

Animo perverso e depravato era portato ai disordini, violenze, rapine e alla discordia civile(!); colleziona relazioni proibite (nefanda stupra) con vergini e Vestali, si innamora di    Aurelia Orestilla della quale “nessun uomo trovò nulla da lodare fuor che la bellezza”, fa sopprimere il figlio di primo letto di lei per sposarla (“si da per certo”) e, dopo quel delitto, nemico degli dei e degli uomini, non trova più pace.

Detto così sembra solo un normale delinquente come ce ne sono tanti, arrapato collezionista di relazioni proibite e assassino per amore che si circonda della peggiore ciurma di Roma; ma sappiamo invece che la sua congiura aveva anche un disegno politico. Come si inseriva nella lotta sociale? Nulla di nulla ci racconta Sallustio, annegando così le ragioni politiche di una congiura in una sozza disposizione psicologia alla perversione.

Insomma anche Sallustio ripropone gli argomenti con cui Cicerone combatté Catilina nella lotta per il consolato del ’64 (in toga candida) e poi le Catlinarie dove si trovano le più famose citazioni tramandateci dalla storia romana: “o tempora, o mores…”, “ominia comperi…”, “usque tandem…” fino a quel “Vixerunt” che testimonia l’ipocrisia verbale del grande avvocato e il suo carattere che alcuni hanno dipinto come timoroso (anche di chiamare le cose col loro nome).

 

La tecnica della macchina del fango sta nel vestire l’avversario di accuse infamanti, tradurle in un linguaggio semplice e comprensibile per il popolo, nasconderne le ragioni.

Ma le parole che Sallustio non vuole riferire le mette alfine in bocca a Catilina stesso che parla genericamente di libertà, di ricchezze e onori che “apud illos sunt”; poi, sempre Catilina, definisce i suoi come “i giovani” mentre gli altri sono consumati “dagli anni e dal lusso.” Infine uno straccio di programma politico esaurito in due parole con l’abolizione di debiti, la proscrizione dei ricchi, dei magistrati e dei sacerdoti: insomma rapina e saccheggio come in guerra. Un vero sovversivo!

Tanto che anche gli storici sovietici stalinisti non ne fanno un eroe (vedi Kovaliov nel 1948) definendo la differenza fra lui e Cesare e Crasso solo nel grado di amoralità (Catilina) e cautela (gli altri due) prendendo così per buone tutte queste accuse.

Insomma la tecnica è semplice:

  1. Prima screditare personalmente l’avversario (amorale, perverso).
  2. Poi fare una caricatura del suo programma politico (vuole incendiare Roma).
  3. Infine poter ripetere all’infinito queste accuse, gridarle, amplificarle, farle girare.

 

La posizione così anomala della ricostruzione di Sallustio viene in genere spiegata dagli storici come un postumo tentativo di escludere Cesare (già morto all’epoca) dalla memoria della congiura.

L’idea che ce ne fosse ancora bisogno testimonia l’importanza che la congiura ebbe all’epoca, almeno per questi storici. Questo bisogno sembrerebbe contraddire la tesi del Carcopino che della congiura, riprendendo un giudizio simile di Cassio Dione (2) ne parla come di un piccolo complotto.  Valga a smentirlo la completa ricostruzione di Massimo Fini (3) e il fatto che, a congiura sventata, Cicerone ebbe per primo nella storia di Roma il titolo di “Padre della Patria”, titolo poi ripreso da Augusto.

Ma allora perché Sallustio, oramai isolato nella sua bella dimora sul Pincio, doveva sentire l’esigenza di staccare Cesare da Catilina dopo tutto il casino che era successo, le guerre civili, Farsalo, la congiura contro Cesare, la sua uccisione e gli esiti della battaglia di Filippi?

Non mi sembra credibile che questa esigenza fosse sentita da Sallustio che non si preoccupava più di Cesare tanto che, nel famoso scontro in Senato ne riporta fedelmente le parole, ma sembra condividere maggiormente quelle di Catone.

 

Allora qual è la ragione per cui Sallustio fa un ritratto così negativo di Catilina, peggio del ricordo che ne tramandava Cicerone, suo peggiore avversario?

Innanzitutto dobbiamo considerare che i nostri schemi “politici” di destra (optimates) e sinistra (populares) non funzionavano allora così (e forse anche oggi non più).

Infatti l’appartenere a una fazione politica era un momento di presa di posizione non ideologica ma contingente: così chi non trovava sbocco all’interno della cricca dei conservatori era costretto a cercarlo altrove, più per crearsi una opportunità di successo che per convinzione ideologica (non rientrano in questo schema i Gracchi).

 

Catilina stesso dimostra questi cambi di schieramento: infatti fu valoroso e decisivo combattente all’ala destra del reazionario Silla nella battaglia di Porta Collina, attivo proscrittore di Mariani (aveva portato a Silla la testa di suo cognato), ma lo ritroviamo poi a difesa della parte più sinistrorsa della società romana fatta di giovani e poveri, con l’obiettivo di comandarne la rivolta e prendere il potere.

Così anche Sallustio “cesariano”, e quindi alleato dei populares che con Cesare e Crasso appoggiavano dall’esterno Catilina, si rivela invece lo storico più spietato nel condannare la congiura e anzi, ne fa la bandiera di tutte le nefandezze che hanno rovinato Roma, di tutti i diseredati facinorosi che sollevano la testa e minacciano l’operosa società dei commercianti e dei senatori.

E con loro accusa i giovani che per lui, conservatore e moralista, sono sempre pronti alla ribellione contro i padri, fautori di quella mollezza di costumi causa di decadenza e lutti.

Ora va ricordato che la società romana dell’epoca teneva i figli sotto il totale potere del “pater familias” che ne aveva diritto di vita e di morte, oltre che di venderli. Per questo ci sono giunti diversi resoconti di processi per parricidio!

Così i figli, o crescevano lontano dai padri sotto la naia, o perdevano il padre in tenera età e diventavano uomini (Cesare, Pompeo, Silla), oppure rimanevano dei bamboccioni sotto l’autorità paterna. Quei giovani bamboccioni che, senza la borsa dei soldi tenuta stretta dai padri, sono per Sallustio sempre più fautori del più grande spettro continuamente evocato: la cancellazione dei debiti. Spettro di tutti i moralisti, degli usurai del 12%, degli spremitori delle provincie, dei razziatori di opere d’arte per i loro giardini.

 

Che dire poi dell’Homo novus, quale anche Sallustio era, che disprezza l’homo novus Cicerone? Tipico di un moralista cieco, incapace di vedere altri punti di vista che il proprio, e di dimenticarsi di quando ne aveva uno diverso. Moralista che si scaglia contro la “cupido pecuniam” e “avartitia” ma che non è immune da peccati (tipico) dato le accuse di concussione (in base alla Lex Julia de repetundis del 59 a.C. fatta da Cesare) mossegli per avere accumulato enormi ricchezze in Africa (e testimoniate dalla sontuosa villa con giardini) quando era propretore per due anni mentre la legge ne prevedeva uno solo (fu salvato da Cesare e multato a riprova della verità delle accuse). Lui stesso tenta una vaga autocritica quando afferma di essere rimasto invischiato (tenebatur) da giovane nei vizi e nell’ambiente corrotto della politica; quasi a mettere le mani avanti.

 

Un altro elemento di interesse che ci riporta ancora al rapporto padri-figli nel libro di Sallustio ci è offerto dal preciso resoconto che fornisce dei discorsi dei due grandi avversari in Senato, Cesare e Catone, quando si discuteva della giusta pena per i congiurati.

E qui il cesariano Sallustio tifa apertamente per Catone il moralista (che aveva “venduto”) che attacca a sua volta tutti i senatori ciascuno di voi delibera solo per i suoi interessi, a casa siete schiavi dei piaceri…” Detto da lui che aveva venduto sua moglie a Ortensio per ereditarne poi la fortuna fa un po’ riflettere!

Racconta poi un dettaglio divertente quando Cesare viene accusato improvvidamente da Catone di ricevere pure in Senato “pizzini” dai congiurati: immaginate la scena con Cesare che subito sbandiera al vento il bigliettino scritto invece dalla sua focosa amante, fra l’altro sorella di Catone, oltre che moglie di Lucullo. Dettagli che ci dipingono una scena di vita vissuta e ci danno un quadro dei rapporti umani dell’epoca molto più efficacemente di tanta prosa scritta.

Tralasciando le loro posizioni un elemento suscita interesse: la loro opposta visione della vita oltre la morte.

Cesare è un laico che considera la morte una pena troppo lieve perché “la morte non è un supplizio, è un riposo agli affanni…dopo la morte non c’è più spazio per preoccupazioni ne gioie”.

Catone invece si colloca nel solco della tradizione religiosa, degli avi, degli Dei che “ci saranno ostili” e per scuotere i senatori esitanti sulla pena di morte ricorda un episodio della storia romana in cui un padre fece giustiziare il figlio troppo valoroso (A. Manlio Torquato ma un analogo episodio ce lo narra anche Livio con Postumio Tuberto). Che padri severi, giusti e imparziali: che modelli! Quanto piaceva questo ai veri romani conservatori! Pensate che gioia per un giovane impaziente morire così, di troppo valore, per ordine del proprio padre!

 

Infine attacca Cesare che non crede in quello che si dice sugli Inferi, cioè l’inferno per i cattivi e un luogo diverso per i “boni”.

Così da questo dialogo possiamo dividerli, come accade anche oggi, in chi credeva negli dei e negli inferi e chi no?

In cosa credevano poi veramente, al di là dei fegati, delle interiora? Credevano nelle indicazioni che i sacerdoti raccoglievano dai “polli auguri” prima della battaglia? O erano come il Console che, visto che i polli non si decidevano a beccare, li gettò in mare e disse “se non si decidono a beccare allora nuoteranno”?

Il senso laico o religioso che avevano ce lo suggerisce la differenza fra alcune delle accuse mosse da Cicerone a Catilina in pubblico, e quelle mosse in privato che leggiamo nelle lettere ad Attico nelle quali mancano le accuse più false, quelle di voler incendiare Roma.

Si credeva in quello che faceva comodo ma si sapeva anche che il popolo, alle accuse gridate forte e col sostegno di prodigi, credeva veramente; così si usavano (imbrogliando e corrompendo, interpretando e raccontando assurdità) ogni tipo di auspici, dal fegato degli animali, al volo degli uccelli fino a fulmini, saette e comete!

 

Perché dunque Catilina ha lasciato traccia così ferocemente impressa nella storia romana tanto che, oltre due secoli più tardi, Cassio Dione racconta che per il più empio dei giuramenti, aveva sacrificato un bambino e aveva mangiato le sue viscere insieme ai compagni? (4).

A chi faceva ancora così tanta paura Catilina da dover inventare, dopo due secoli, tali nefandezze sul suo conto tali per colpire la fantasia del popolo (e nessuna voce a smentirle)?

Faceva ovviamente paura ai possidenti, senatori e cavalieri che detenevano il potere e contro i quali Catilina rivendicava la libertà (“vindicamus in libertatem”).

Faceva paura a Cicerone che dopo l’assassinio di Cesare vedeva una minaccia nei “perditi nomines” che eressero nel Foro un’ara e una colonna sul luogo dove fu cremato il corpo di Cesare. La minaccia rappresentata dall’esistenza stessa dei miserabili, definiti dal grande avvocato facinorosi, temerari, scellerati e degenerati.

La minaccia che si era materializzata poi nelle Legioni di Cesare che rivendicava per sé e per il popolo romano la libertà (“libertatem vindicaret”): libertà, parola sempre vuota di contenuti ma che solo pochi anni dopo la congiura risuonava ora minacciosa in bocca a Cesare con le sue legioni e declinata, guarda caso, con gli stessi termini usati 15 anni prima da Catilina.

 

Così penso che sarebbe bello che quei fiori che oggi, a duemila anni di distanza, vedo ogni giorno ai Fori imperiali sul luogo dove fu cremato dalla folla il corpo di Cesare, fossero deposti proprio da loro, quei miserabili, a celebrazione di chi avevano intravisto come interprete dei loro bisogni.

Peccato che non sia così.

 

 

Siegfried Stohr

 

NOTE.

(1). Gianni Vattimo. Introduzione a “Verità e metodo” di H.G.Gadamer

(2). “Ebbe una risonanza maggiore di quella che si addiceva al suo reale operato, a causa della fama e delle arringhe di Cicerone”. Storia romana Libro XXXVII Cap.42

(3). Massimo Fini. Ritratto di un uomo in rivolta. Mondadori 1996

(4). Cassio Dione cit. Cap. 30

 

Home Page Storia e Società