Catone il Vecchio: un burbero amato dalla gente comune 

di Enrico Pantalone

 

Da sempre una parte della storiografia (quella dedita soprattutto al classicismo ellenico) quando parla di Marco Porcio Catone (il vecchio, il Censore) esprime giudizi, o meglio dire pregiudizi che per quanto mi riguarda appaiono risibili e soprattutto pregni di un certa malcelata presunta superiorità intellettuale.

Indubbiamente il carattere di Catone non lo aiutò molto, egli per natura conservatore agrario, non poteva certo comprendere appieno lo sviluppo sociale che l’ampliamento dei confini dell’Urbe stava portando nei secoli in cui visse, pur, tuttavia egli fu il primo che parlò apertamente di storia romana concepita come storia d’Italia, nelle "Origines", comportandosi differentemente dagli annalisti del tempo che invece parlavano di storia romana riferita alla sola città.

La sua “rivoluzione” fu quella d’usare il latino al posto del greco e questo non poteva essere accettato da tutti quelli che invece facevano invece bella mostra di cultura ellenica considerata superiore e signorile, eppure egli fu colui che rinnovò maggiormente prosa e letteratura indigena sottraendola ad un destino di subordinazione e donandole un inaspettato vigore spesso espresso in saggi pratici e di largo consumo perché egli badava alla comunicazione molto più di quanto facessero personaggi certamente più illustri.

Egli aveva un impulso interiore che lo portava ad apprendere prima e a porgere poi quanto egli pensava, egli cogitava nella maniera più diretta possibile, in modo che fosse compreso dal pubblico più vasto e in modo che il suo lavoro non rimanesse aggio solamente di un’elite patrizia.

Egli tuttavia rimaneva sempre un conservatore, pur se non di nobili origini e nel Senato risuonava spesso la schiettezza delle sue allocuzioni e delle sue richieste, tese soprattutto ad aumentare il bene cittadino che manifestò ovunque egli, diresse le sue attenzioni: nella politica, in sede giudiziaria, in quella amministrativa, in quella agricola.

Egli non era pregiudizialmente contro le innovazioni, ma per lui esse non dovevano depauperare le tradizioni storiche e spirituali della società e conveniva che il progresso dovesse avvenire senza stravolgimento del costume e della vita sociale, il che in quei tempi poteva apparire un’eresia visto la corsa sfrenata verso la “cultura superiore ellenica”.

Egli stesso, trattando d’agricoltura imponeva modelli di lavoro che aiutavano a migliorare le coltivazioni e nello stesso tempo aiutavano i contadini e li sollevavano da impervie fatiche fino allora sostenute.

Egli poteva permettersi di farlo perché essi lo seguivano ammirati: Catone andava di persona, nella sua modestia e nella sua etica, nelle campagne a verificare le problematiche, spesso passava la giornata come uno dei lavoranti, partecipando per comprenderne meglio i loro affanni e i loro bisogni.

Alla stessa maniera egli fu un fustigatore degli abusi cittadini, quando si trovò nell’amministrazione pubblica, anche qui sorvegliava personalmente gli appalti sui lavori, implacabile nel portarne alla gente comune magagne ed errori e la gente comune ricambiava con ammirazione: Catone era uno di loro e di lui ci si poteva fidare.

Catone fu anche al centro dell’applicazione della cosiddetta “democrazia rurale”, in altre parole fu portatore della distribuzione di terre oltre i territori di Roma senza che per questo si perdesse la cittadinanza: fattore importante nel programma di colonizzazione dei territori prima non soggetti all’amministrazione dell’Urbe.

Il suo credo conservatore era riportato con giudizio anche nella politica estera, era un anti-imperialista, quindi fortemente contrario a ogni tipo d’espansione fuori dalla regione italica che egli considerava, come abbiamo visto prima, un’unica entità o al di fuori dei territori che potevano essere d’utilità per evitare invasioni (l’Iberia per esempio, baluardo contro i Cartaginesi).

Egli in politica estera fu quanto mai diplomatico ed indulgente nella normalità eccezion fatta che per  Cartagine, per la quale l’odio atavico aveva sempre la meglio sulla razionalità e sulla diplomazia: infatti, se per le regioni greche conquistate dopo dure battaglie come Rodi o la Macedonia, fu assertore del perdono totale, del quieto vivere e di una pace giusta, nei confronti della città punica risuonò sempre molto alto il suo motto: “ceterum censo, Cathaginem esse delendam”.

Egli era un uomo comune, con i suoi pregi e i suoi difetti, un conservatore che faceva dell’etica e della rigidità morale il credo personale, pieno di buon senso e realista, egli conosceva i problemi della gente comune e cercava d’adoperarsi affinché la Repubblica non pensasse solo e solamente all’espansione politica, ma cercasse di risolvere anche i problemi interni che erano tanti.

Certo, spesso le sue espressioni erano colorite e non forbite, non vi era accenno d’accademia in lui, non frequentava i “salotti buoni”, non maneggiava per far carriere, ma era evidente che sia i nemici sia gli amici politici sentissero la necessità di confrontarsi con lui, persona che diceva ciò che pensava, lo metteva per iscritto e lo applicava se ne aveva i mezzi.

Intransigente?

Probabilmente sì, ma l’amore che la gente comune di campagna e di città aveva per lui dimostrava la gran portata del suo immane lavoro.

 

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