Essere, Comunicazione, Linguaggio    di Ignazio Burgio

(tratto dal sito dell’Autore www.cataniacultura,com)

 

La “Teoria dell'Informazione” di Claude Shannon - una formulazione matematica che definisce scientificamente le condizioni e la dinamica di ogni comunicazione, fisica, biologica e umana - può confermare anche a livello filosofico quanto suggerito dall'epoca attuale, ovvero che ogni cosa che esiste si dimostra in qualche maniera "comunicazione": anzi, non potrebbe esistere senza comunicare, ovvero senza condizionare in qualche modo quanto gli è intorno, anche senza volerlo. Tutto quanto si deduce da questa premessa ontologica - ovvero l'Essere = Comunicazione - può gettare piena luce sia sul comportamento umano individuale e di gruppo, sia sugli altri tradizionali problemi filosofici, quali ad es. l'Etica, l'Estetica, ecc. Anche la Filosofia della Storia, infine, può essere considerata sotto un'ottica diversa, come suggerito ad es. da Pier Luigi Fagan e dalla recente scoperta in Turchia di uno dei più antichi monumenti costruiti dall'uomo, risalente al 10.000 a. C.

L'uomo è un animale parlante, un animale che comunica, che ha bisogno di comunicare per crescere. Anche nell'isolamento più radicale continua a comunicare, parla tra sé e sé, può sviluppare una sorda, continua lotta tra l'ego superior e l'ego inferior...
(da: Franco Ferrarotti, La televisione, Newton & Compton, p. 90).



Sulla base della “Teoria dell'Informazione” formulata da Claude Shannon nel 1948 (“Mathematical Theory of Communication”), la scienza contemporanea a partire dalla seconda metà del XX secolo ha sempre più interpretato il mondo fisico e l'intero universo conosciuto come un modello di interrelazioni dinamiche tra enti e sistemi, microscopici o macroscopici, connessi tra loro attraverso flussi di “energia” variamente “trasformati”. Ad esempio l'energia riversata dal sole sulla terra viene utilizzata dalle piante tramite la fotosintesi per produrre carboidrati di cui si alimentano gli erbivori, che a loro volta costituiscono cibo per i carnivori.
Ogni stato di materia ed energia – dalla forma più “caotica”, e disorganizzata come quella termonucleare del sole, fino alle forme più “organizzate” in strutture e sistemi, fisici, chimici e biologici, come la flora e la fauna – può dunque essere considerato come “comunicazione”, “informazione” e “messaggio” all'interno di sistemi e sottosistemi, in costante trasformazione, concatenazione, aggregazione e disgregazione.
La vita, così ad esempio, nelle sue forme vegetali ed animali, risulta la condizione di organizzazione più complessa e sistematica volta alla comunicazione e relazione con l'ambiente esterno ai fini di un più efficace adattamento. Secondo i biologi infatti la proprietà caratteristica che definisce la vita e la differenzia da ogni altro tipo di materia non è la sua capacità di riprodursi (anche i cristalli minerali in un certo qual senso “si replicano”) bensì appunto la sua costante comunicazione-risposta-adattamento con il proprio ambiente ai fini della sopravvivenza. Dai microrganismi più semplici fino agli animali superiori (esseri umani compresi) la comunicazione e l'adattamento con il proprio ambiente esterno tramite le sensazioni, la memoria e l'elaborazione delle risposte comportamentali, assumono aspetti sempre più complessi, sofisticati ed efficaci man mano che si sale nella scala evolutiva.
La comunicazione dunque si esplica sia tra i sottosistemi (ad es. cardiocircolatorio, digestivo, nervoso, ecc.) che compongono un sistema (nel nostro esempio un organismo animale), sia tra il singolo sistema-animale e l'ambiente, ma anche tra individui, ad es. in un branco, uno stormo, ecc. In quest'ultimo caso allora il gruppo si mantiene tale sulla base di un continuo interscambio di messaggi, non verbali nel caso degli animali, anche verbali nel caso della specie umana, che ne garantiscono la coesione. Sotto questo aspetto allora la comunicazione (ovvero qualsiasi tipo di rapporto tra una fonte-output ed un destinatario-input) assume la forma di una costante ed ininterrotta relazione tra elementi, sottosistemi e sistemi o gruppi, tramite interscambio di innumerevoli forme e tipologie di messaggi (forze fisico-chimiche all'interno di sistemi minerali; proteine, enzimi, ormoni, ecc. tra sottosistemi biologici all'interno di un organismo; messaggi olfattivi, gestuali, o tramite versi all'interno di un gruppo animale: ecc. ).

Sotto il punto di vista filosofico, anche l'Essere sembra dunque rivelarsi come “comunicazione”, tanto negli stati della materia fisico-chimica, come a livello biologico. Nelle specie animali più evolute l'essere-comunicazione si esprime tramite il linguaggio corporeo, non verbale. Nella specie umana - e forse in pochi altri animali, come fra i cetacei - assume anche la forma di linguaggio verbale, simbolico.
Questa constatazione, che potrebbe apparire una sorta di “scoperta dell'acqua calda”, a quanto risulta non è stata finora presa in considerazione da nessun filosofo contemporaneo, tanto meno dai tanti che si sono impegnati nella filosofia del linguaggio (nonché nell'analisi del linguaggio filosofico), da Wittgenstein fino ai più coevi Gadamer e Derrida, solo per citarne alcuni. Ciò è stata anche conseguenza della svalutazione del problema metafisico (e di ogni pensiero totalizzante) a partire dal grande mutamento avvenuto nella seconda metà del XIX secolo, con la frammentazione delle discipline antropologiche (e la nascita ad es. della sociologia, la psicologia, l'antropologia culturale), il successo crescente del positivismo e pragmatismo anglosassone, nonché con l'avvento del criticismo scettico-nichilista di Nietzsche. E' doveroso riportare comunque che nel secolo scorso sono stati numerosi i filosofi che hanno ben approfondito lo stretto rapporto tra linguaggio e metafisica, non solo i già citati Hans Georg Gadamer (1900 – 2002) e Jacques Derrida (1930 – 2004), ma anche ad es. Karl Otto Apel (1922) e Jurgen Habermas (1929).
Tuttavia, anche limitando il campo alla sfera umana, intuitivamente oltre che scientificamente, si dimostra innegabile quanto affermato da Watzlawick, Beavin e Jackson, autori dell'ormai classico Pragmatica della comunicazione umana (Ed. Astrolabio), ovvero che qualunque essere umano non può evitare di comunicare, se non altro con la sua semplice presenza, anche in quei momenti in cui decide di starsene per i fatti propri: « ...L'uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in una tavola calda affollata, o il passeggero d'aereo che siede con gli occhi chiusi, stanno entrambi comunicando che non vogliono parlare con nessuno né vogliono che si rivolga loro la parola, e i vicini di solito 'afferrano il messaggio' e rispondono in modo adeguato lasciandoli in pace. Questo, ovviamente, è proprio uno scambio di comunicazione nella stessa misura in cui lo è una discussione animata... » (pag. 42).
La necessità della vita di gruppo ereditata dall'evoluzione biologica, ha esaltato nella specie homo sapiens tutte quelle risorse e capacità volte alla comunicazione con gli altri propri simili, dai segnali corporei (il riso, il pianto, tutte le numerose espressioni facciali e gestuali, ad es. con le mani) fino al vero e proprio linguaggio verbale, simbolico e formale. Anche i gruppi umani più semplici e primitivi si affidano dunque ad un codice di linguaggi, convenzioni, consuetudini e tradizioni sia per comunicare ma anche e soprattutto per mantenere unito il proprio gruppo, la cui coesione spesso, come nel caso di condizioni ambientali estreme, diviene garanzia di sopravvivenza per ogni individuo.
Sia da solo oppure in un gruppo sociale, ogni essere umano avverte il bisogno di comunicare – fisicamente o idealmente - sia in senso spaziale con gli altri propri simili, sia in senso temporale con le altre generazioni, presenti e future. Quella necessità per ogni essere umano di “lasciar tracce” evidenziata da Derrida, risponde in definitiva al bisogno di ognuno di venir riconosciuto come “sorgente” di comunicazione dagli altri potenziali destinatari: in altre parole, di essere ascoltato dagli altri propri simili - destinatari dei più svariati messaggi, e modalità di messaggi - sia presenti e vicini, come anche lontani nello spazio e nel tempo. Tanto i faraonici monumenti delle civiltà antiche, quanto i capolavori dell'arte, della musica, della letteratura, svolgono allora il ruolo sia di messaggi comunicativi, nel loro specifico linguaggio, sia di mezzi simbolici e psicologici che soddisfano il bisogno del loro autore di comunicare – nella propria mente – con i suoi potenziali ammiratori o lettori: ogni scrittore, compositore o artista in fondo ha sempre la mente rivolta al suo pubblico.
Se tuttavia è vero che la necessità di comunicazione è universale anche dal punto di vista metafisico, i contenuti e le forme sono estremamente differenti nello spazio e nel tempo. Ciò che li differenzia è il codice di comunicazione, o linguaggio specifico, a sua volta funzione di un livello culturale più o meno ricco e complesso, sia a livello collettivo, che individuale. Se i raffinati linguaggi dell'arte, della musica, della letteratura, ecc. vengono compresi e curati solo da una minoranza anche in questa nostra epoca così ricca di informazioni, al contrario una larga maggioranza continua a preferire un tipo di comunicazione molto meno raffinata, basata su linguaggi più semplici ed immediati - quindi più comprensibili per le persone meno colte - più corporei ed estetici che verbali, tutti accomunati però dalla continua ricerca dell'attenzione da parte di quanti più uditori o "sorgenti di comunicazione" umani. Il carisma, il lusso, il denaro, ecc. sono tutti strumenti che attirano attenzione, considerazione, consenso e dunque in definitiva la comunicazione degli altri, e dai quali si riceve autostima, autoconsapevolezza del proprio valore, sicurezza di venir accettati e tutelati all'interno del proprio gruppo sociale, che sia piccolo come un villaggio o grande come una nazione. Così ad esempio il denaro non rappresenta solo un semplice mezzo per l'acquisto di beni e servizi più o meno essenziali, ma anche lo strumento privilegiato per instaurare una qualsiasi relazione anche occasionale con qualunque altra persona, sia esso un fornaio, un barbiere, o uno psicologo che offre un'ora di ascolto e di terapia ad un paziente depresso.
Una metafisica della comunicazione basata sulla teoria dell'informazione, può spiegare anche il “rovescio della medaglia” correlato a tutto quanto detto sin qui. Qualunque corretta comunicazione si deve fondare su linguaggi e messaggi quanto più chiari possibili. Le informazioni trasmesse in modo difettoso o dal significato ambiguo (quando non palesemente false, contraddittorie ed incoerenti), che in termine tecnico assumono la qualifica di “rumore”, disturbano il contatto tra mittente e destinatario, portando anche alla fine della comunicazione.
Visto sotto questa luce allora anche i problemi filosofici dell'etica e dell'estetica si rivelano interamente caratterizzati dalla logica della comunicazione, sovvertendo ad es. le conclusioni di Kant che escludeva qualsiasi finalità pratica in entrambi. Pur con tutte le innumerevoli varianti locali di usi e costumi, la qualità universale che caratterizza l'etica – sempre in base all'analogia con la teoria dell'informazione – è allora il riconoscimento di ogni essere umano (o anche se si vuole di ogni forma vivente) come sorgente e destinatario privilegiato di comunicazione, e proprio per tale motivo degno del massimo rispetto e aiuto, a prescindere dal contenuto specifico dei messaggi interscambiati (che possono essere i più disparati). Più la comunicazione tra il soggetto ed i propri simili è rispettosa, vera, sincera e comprensibile (sulla base dei principi formulati da Apel e Habermas nella loro “Etica del discorso”), più l'essere umano trova la propria realizzazione e soddisfazione, poiché è la realizzazione dello stesso Essere in quanto comunicazione, di cui l'essere umano è – scientificamente parlando – la più complessa forma evolutiva. E più queste condizioni sono realizzate, più si può parlare di libertà concessa all'essere umano di uscire dalla solitudine della propria dimensione individuale per aprirsi alla collaborazione, solidarietà, partecipazione (come intuito dal grande Gaber in una sua celebre canzone), tutti attributi della comunicazione.

Sia la presenza, il livello e la qualità della comunicazione (più o meno comprensibile, più o meno coerente, più o meno sincera) sono dunque elementi essenziali di qualunque gruppo umano più o meno grande. Psicologi e assistenti sociali spiegano su tali basi le motivazioni di fondo di ogni crisi familiare o coniugale, mentre diversi storici ed esperti di politica, interna e internazionale, vedono in una comunicazione assente o poco chiara l'origine di conflitti del passato e del presente. Ogni rivolta o sommossa del passato, anche remoto, a ben vedere, trova la sua ragione di fondo in una crisi di dialogo tra governanti e governati, i quali ultimi finiscono per sentirsi inascoltati o presi in giro.
Ciò che può disturbare una buona comunicazione tuttavia è anche l'accavallamento di più sorgenti di informazioni, che finiscono per annullarsi reciprocamente e rendere difficoltosa ed impossibile la chiara ricezione da parte dei destinatari. Questo è il caso non solo di un ambiente chiassoso, disordinato e caotico che potrebbe sfociare anche nel panico generale, ma anche della semplice presenza di persone sconosciute (il cui raduno non si dà per scontato che sia assolutamente pacifico come sarebbe il caso ad es. di un incontro religioso o culturale) che anche senza volerlo “comunicano” agli altri poche informazioni sul proprio conto e poca disponibilità nei loro confronti, proprio evitando di comunicare. Soggetti immersi in una folla anonima, dove si fa di tutto per rimanere indifferenti e distaccati come nelle alienanti megalopoli contemporanee – ma anche ad es. del mondo antico, come la Roma imperiale di quasi un milione di abitanti – possono incorrere nell'ansia e nell'inquietudine, in assenza perlomeno di “segnali distensivi” non verbali quali possono essere un atteggiamento sorridente e cordiale o un abbigliamento decoroso e curato, e via dicendo.
Il “classismo”, fenomeno tipico specie dei centri urbani più grandi, ha proprio la finalità di rimediare a tale problema, con la creazione di gruppi relativamente piccoli ed esclusivi, che proprio per questo consentano di instaurare relazioni stabili fra persone che adottino atteggiamenti, codici di valori, in altre parole “linguaggi” comuni e condivisi, tramite cui mantenere un legame di fiducia ed anche di solidarietà: in altre parole, una stabile “struttura comunicativa”.
I gruppi tuttavia hanno la tendenza a comportarsi come i singoli individui, a diffidare degli altri gruppi e non di rado ad entrare in competizione fra loro, forti anche del numero dei propri membri, per il controllo di territorio e risorse: in altre parole anche tra i gruppi si instaurano relazioni e interscambio di messaggi più o meno frequenti e più o meno chiari, dove anche la violenza – così come nel comportamento dei singoli – rappresenta una forma di comunicazione e “linguaggio” anche se estremo e distruttivo, provocato dal mancato riconoscimento di una delle parti come interlocutore di “pari dignità” (il pensiero ovviamente corre ai classici esempi dello scoppio dei due conflitti mondiali nel XX secolo, all'Austria che si ostinò ad attaccare la Serbia nel 1914 incurante della buona volontà di quest'ultima ad arrestare gli assassini di Sarajevo, ed alla volontà di rivincita della Germania nazista, economicamente e politicamente umiliata dal Trattato di Versailles del 1919).
La variabile demografica dunque condiziona la dinamica di qualunque società, per il semplice fatto che ogni volta che nasce un essere umano si aggiunge contemporaneamente alla comunicazione collettiva una sorgente ed un destinatario in più (anche nel caso che cresca sordomuto), che interagisce in maniera più o meno stretta con le altre centinaia, o migliaia o milioni di individui, nel caso di sistemi socio-economici ben organizzati sotto il punto di vista di trasporti e comunicazioni (o tele-comunicazioni, come nel nostro mondo). Allora è verosimile che ogni volta che nella storia si verifica un forte incremento della popolazione, grazie ad un clima più favorevole e ad una maggiore disponibilità di risorse alimentari, gli individui siano spinti dunque a trovare – tramite la comunicazione ed il linguaggio – soluzioni culturali di tipo giuridico, politico, economico, tecnologico, ecc. che rispondano ai problemi pratici di convivenza e produzione/gestione delle risorse. Più è grande la densità di popolazione, più le soluzioni devono dimostrarsi sofisticate ed esaurienti.
Questa proposta teorica è stata recentemente avanzata da Pier Luigi Fagan riflettendo a proposito di una delle più sconcertanti scoperte archeologiche degli ultimi anni, ossia dei circoli di monoliti artisticamente decorati con figure umane e animali, nel sito di Gobekli Tepe, nel Curdistan turco. L'eccezionalità del monumento consiste nel fatto che secondo le analisi degli archeologi, esso venne edificato diecimila anni prima di Cristo, prima ancora dell'invenzione dell'agricoltura e dell'allevamento, che tra l'altro ebbero luogo nella stessa regione. Secondo gli studiosi Gobekli Tepe era un luogo religioso e cerimoniale, dove convenivano le tribù preistoriche di cacciatori/raccoglitori da tutto il territorio circostante. «Allora non è vero come abbiamo sin qui creduto, che scoprendo la nuova tecnologia della sussistenza, la cura intenzionale del ciclo semina – cura – raccolto che chiamiamo agricoltura, abbiamo dato vita alla Rivoluzione neolitica, alla nascita delle prime società complesse, stanziali, urbanizzate, sociali, con produzioni delle élite, la divisione del lavoro e tutto il resto della nostra consolidata, precedente narrazione. Non è dall’agricoltura che nascono le società complesse ma è dalle società complesse che deriva l’agricoltura. […] Ad un certo punto, la densità umana in un dato territorio raggiunge soglie critiche che danno vita a nuovi fenomeni, nuovi modi di organizzare l’adattamento umano o visto dagli occhi umani, di “autorganizzarsi”. Uno dei principali motori della storia umana, non è il genio o l’invenzione, non è la tecnologia o la scoperta, non è la lotta tra classi al fine dell’organizzazione della sussistenza, ma tutte queste cose si mettono in moto quando diventiamo improvvisamente tanti in un territorio in cui prima eravamo pochi. Cambia la nostra richiesta adattiva e rispondiamo a questa richiesta inventando nuovi sistemi, migrando, agitandoci, inventando ciò che ci serve per rispondere a questa richiesta. Questa richiesta proviene da un problematico rapporto uomo – natura e l’uomo reagisce innovando la società che è il veicolo adattivo col quale l’uomo gestisce i suoi rapporti di adattamento con la natura.» (Pier Luigi Fagan, Siamo alla fine di quale tempo?, in: www.MegaChip.info) Secondo tale logica – che in qualche modo sovverte le tradizionali convinzioni della filosofia della storia – il pensiero, la comunicazione, i nuovi modelli culturali che possono sorgere in seguito ad un incremento demografico (ma certamente anche in assenza di questo) sono allora in grado di trasformare e rivoluzionare anche le stesse strutture economiche e politiche.
Allora ad esempio anche il miracolo economico e culturale italiano del Basso Medioevo e del Rinascimento fu certamente figlio dell'esplosione demografica verificatasi in tutta Europa tra il IX ed il XIII secolo che costrinse gli intellettuali dell'epoca (ovvero i filosofi e teologi ecclesiastici) a trovare soluzioni politico-culturali nuove e originali per favorire la convivenza e la gestione delle magre risorse. E la soluzione (detto in maniera essenziale) fu completamente diversa da quella che era stata adottata mille anni prima nel mondo antico, dove centinaia di migliaia di legionari conquistavano e sottomettevano il Mediterraneo e l'Europa per procacciare grano e schiavi non solo per sé ma soprattutto per i ricchi patrizi e per la plebe di Roma, con un peso fiscale che soffocò (fino a farlo crollare) il sistema politico-economico antico.
Nel Medioevo i potenti uomini di Chiesa favorirono la suddivisione della società europea nei tre famosi ordini – militari, ecclesiastici, lavoratori – impedendo che feudatari, sovrani e imperatori acquisissero un potere eccessivo, sia politico che economico. In un'epoca in cui malattie e carestie erano considerate un castigo divino, ma soprattutto in cui l'arma, anche politica, della scomunica scioglieva i sudditi dagli obblighi verso il potere laico, monarchi e imperatori si ritrovavano regolarmente perdenti nei confronti della Chiesa. Il risultato fu che il boom demografico non andò a infoltire tanto le schiere degli eserciti dei sovrani (che venivano opportunamente dirottati in Terrasanta) quanto piuttosto si riversò sui nuovi villaggi rurali che sorsero nelle foreste trasformati in campi coltivati, e sulle città vecchie e nuove bisognose di manodopera per la prospera industria tessile. Seguendo la cultura evangelica e la visione agostiniana della pacifica Città Divina, i poteri ecclesiastici finirono per indirizzare le crescenti risorse dell'Europa medievale verso l'agricoltura, l'industria ed il commercio, dando il via alla nascita della borghesia e del capitalismo.
Pilastro della dinamica medievale, come di ogni dinamica storica, fu il controllo della cultura e delle informazioni. Monaci, abati e vescovi erano quasi i soli a saper leggere e scrivere nell'Europa barbarica, e la loro supremazia culturale, e quindi anche politica, venne garantita anche dalla scarsità e dal facile controllo dei materiali scrittori, ovvero la pergamena e molto più raramente anche il papiro egiziano. Allorché nel XII secolo l'entrata in scena della molto più economica carta favorì anche lo sviluppo delle università, la graduale alfabetizzazione e laicizzazione della cultura erose il monopolio culturale della Chiesa, messa in crisi anche dalle conseguenze dirette dell'invenzione della stampa, ovvero l'Umanesimo ed il Protestantesimo. Le dannose soluzioni messe in campo dal Papato rinascimentale per riprendere il controllo culturale del mondo latino, ovvero i roghi di libri ed intellettuali scomodi e la subordinazione alla nuova potenza spagnola, significarono allora anche il declino commerciale ed industriale dell'Italia che non seppe rispondere in alcun modo all'agguerrita concorrenza navale ed industriale dell'Olanda e dell'Inghilterra, a partire dalla fine del XVI secolo. Nei paesi cattolici e “barocchi” infatti una società immobile e cristallizzata finì per dirottare le proprie risorse dal commercio e dall'industria al finanziamento delle guerre degli Asburgo. Mentre all'opposto l'Europa del Nord godeva di un clima intellettuale più libero, dove la stampa faceva circolare ed al contempo alimentava presso le classi mercantili ed imprenditoriali, rappresentate nei Parlamenti, l'esigenza di un ruolo politico più importante nella direzione della società e dell'economia. Come risultato molte meno ricchezze inglesi e olandesi vennero consumate sui campi di battaglia, e molte di più vennero investite in navi mercantili, fabbriche e macchine a vapore.

In un mondo sempre più globalizzato e sovraffollato, come quello abitato oggi da 7 miliardi di persone, si rende quanto più urgente trovare nuove soluzioni culturali, prima che tecnologiche ed economiche, che possano migliorare la convivenza e la gestione delle risorse. I nuovi mezzi di comunicazione di massa offerti dalle nuove tecnologie, con le enormi potenzialità di contatti che consentono ad ogni utente, si stanno dimostrando già sin d'ora gli strumenti privilegiati in grado di mutare mentalità, visione del mondo e filosofia di vita. Grazie alla loro costante presenza ed attività, probabilmente anche le tradizionali concezioni esistenziali di conflittualità, antagonismo e selezione naturale, saranno destinate a lasciare la mano a concetti più adeguati ai nuovi tempi: cooperazione, solidarietà, condivisione delle risorse, e così via.


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Bibliografia.

Franco Ferrarotti, La televisione, Newton & Compton.

P. Watzlawick, J. H. Beavin, D. D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Ed. Astrolabio.

Maurizio Ferraris, Derrida e la decostruzione, Ed. L'Espresso/la Repubblica.

Mario Morcellini, Michele Sorice, Dizionario della Comunicazione, Editori Riuniti.

Jurgen Habermas, Karl Otto Apel, Etica del discorso, in: www.filosofico.net

Pier Luigi Fagan, Siamo alla fine di quale tempo?, in: www.MegaChip.info