Jacob Burckhardt
L'Età di Costantino il Grande
Sansoni, 1990

Recensione di Enrico Pantalone


Jakob Burckhardt non ha certo bisogno di presentazioni da parte dello scrivente, insigne storico elvetico, amante del tardo antico e soprattutto del passaggio dall’ellenismo al cristianesimo, degno erede della scuola storica tedesca dei Droysen e dei Von Ranke, docente a Zurigo e Basilea, poi accanito e sublime ricercatore.
Il suo saggio su Costantino s’inserisce nel contesto dei cambiamenti, meglio nell’evoluzione della società greco-romana verso il medioevo impostato su una società cristiana, in lui sono sempre forti le tendenze riformiste (egli studiò infatti anche teologia).
Leggendo il testo non si può non comprendere come egli concepisca il problema della transizione societaria come un passaggio obbligato attraverso delle crisi che portano al disfacimento della società precedente in favore di quella che subentra: un cambiamento che per lui non è traumatico, anzi favorisce il rinnovamento, la positività dell’azione, ma egli la ritiene ancora un passaggio certamente tutto legato al paganesimo, Costantino per lui è comunque un pagano ed il cristianesimo diventa un mezzo per traghettare l’impero verso una diversa società, secondo lui siamo ancora ben lontani dalla res publica christiana che s’incontrerà qualche secolo dopo.
Il saggio, d’un erudizione a dir poco grandiosa, analizza sociologicamente questo importante passaggio storico, come del resto tutti gli altri saggi di Burckhardt, attraverso i riconoscimenti dei valori umani espressi dai protagonisti e della loro sensibilità.
Il saggio è del 1853.

 

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