Flavio Valerio Costantino

di Enrico Pantalone                                           

 

 

 

Interpretare la vita di Costantino è sempre stato uno degli scopi di molti studiosi storici, la sua vicenda che racchiude momenti di vita sia politica, sia sociale, sia economica, sia militare, sia ovviamente religiosa, ha appassionato tanta gente, contraria o favorevole quasi in eguale misura, ponendolo, di fatto, tra i personaggi più ricercati, discussi e commentati della Storia Romana. Il nostro lavoro è stato quello di voler verificare passo dopo passo il modo con cui egli s’adoperò per portare a termine il disegno politico che s’era prefisso fin da giovane Cesare, il ritorno all’unità imperiale sotto un’unica entità e quali mezzi utilizzò nel corso degli anni: perché la cosa singolare fu il fatto che Costantino ne impiegò quasi venti per coronare il suo lavoro, con pazienza infinita e sfruttando tutte le possibilità che gli si presentavano man mano. Abbiamo pensato che utilizzare una modo di scrivere scorrevole ed a tratti narrativo, fosse il miglior veicolo per introdurre parti molto più complesse e concettuali, alla vicenda

cronologica del fatto segue l’analisi socio-politica e religiosa in maniera che anche chi non abbia dimestichezza con il periodo storico o non conosca alcuni dei protagonisti possa ragionevolmente trovare la lettura interessante e piacevole.

 

                                       

                                           

                                              I. Introduzione

 

ANNO 324, proseguendo nella tradizione costruita nel tempo dagli imperatori d’origine illirica, Costantino continuò sempre a ricercare il bene che riteneva prioritario per l’Impero Romano: la stabilità e soprattutto la solidità basata sulla superiorità e sull’eternità del mandato affidato allo stesso, per cui, egli, una volta salito al trono da solo, elevò la sua carica al livello di un Totius Orbis Imperator, cioè un signore assoluto e questo va sempre tenuto presente quando si studia il suo approccio alla politica ed alcune sue scelte. Come mperatore-Soldato egli tenne sempre ben innanzi a le istanze dei commilitoni e senza troppo indugi una volta al potere portò molte delle strutture organizzative dell’esercito all’interno del sistema amministrativo e burocratico che divenne peraltro più snello e meno macchinoso,

non a caso la stessa burocrazia venne di fatto chiamata Militia, il che la dice lunga sul modo d’operare da lui introdotto.

 

                                            II. Cesari ed Augusti

 

Andiamo per ordine e gradi nel leggere lo svolgersi della presa di potere da parte di Costantino.

Facciamo un passo indietro ed risaliamo al 293 AD, anno in cui Diocleziano decide per il bene dell’Impero di dividerlo in quattro territori affidandone il comando ed il potere anche all’altro co-reggente Massimiano ed ai due Cesari, in pratica i principi ereditari del potere, Costanzo Cloro e Galerio. Diocleziano scelse il territorio orientale, la Bitinia e Nicomedia come capitale (e questa sarà una scelta pesante nell’economia imperiale del futuro), Massimiano prese il governo dell’Africa e dell’Italia portando la capitale da Roma

a Milano, Galerio si ritagliò la Tracia e la Macedonia fissando la capitale a Sirmio sulla Sava. Costanzo Cloro, il padre di Costantino, ebbe il potere sui territori della Gallia, dell’Iberia e della Britannia e decise che le capitali sarebbero state due York e Treviri. Dal momento in cui Costanzo Cloro e Galerio divennero a breve distanza l’uno l’altro Augusti nel 305, cioè si sostituirono nel potere a Diocleziano e Massimiano che avevano peraltro abdicato, la situazione e la stabilità dell’Impero diventarono un’utopia per diversi anni: non è certo nostro compito in questo frangente analizzare questo tratto di storia in maniera ossessiva, ma per comprendere le successive lotte per il potere è necessario soffermarsi almeno in maniera senz’altro esaustiva. Costantino diventò Augusto nel 306 quando morì il padre (a Eboraco) che lo richiamò per andare a combattere in Britannia contro i Pitti che si muovevano rissosi lungo il Limes nordico e fu proprio a York che egli venne acclamato a gran voce dall’esercito come Augusto, carica che non aveva in quel momento ricevuto nessuna investitura ufficiale, tant’è che per Galerio rimase un “semplice” Cesare mentre al tempo stesso investiva Severo, un suo subordinato bravo militare, ma incapace di reggere stabilmente all’assise più alta per i territori italiani e Massimino Daia per le terre mediterranee egiziane e siriane. Costantino ebbe dalla sua l’esercito che l’acclamava , ma questo cozzava proprio contro l’impostazione voluta da Diocleziano quando egli ideò la tetrarchia dove in nessun caso era ammessa la presa di potere per mezzo militare. Nello stesso tempo provocando ancor più confusione,

il figlio di Massimiano, Massenzio, genero di Galerio, decise che non si sarebbe accontentato del semplice titolo di Cesare e si fece a sua volta acclamare dal Senato riunito in Roma Augusto, dando un definitivo e mortale colpo alla breve istituzione dioclezianea, accogliendo poi il padre Massimiano che riprese il titolo d’Augusto per aiutare il figlio. La vittima sacrificale di quel momento storico fu proprio il povero Severo, che da buon militare prese a marciare verso l’Urbe, ma abbandonato ben presto dai soldati su cui evidentemente non aveva un grande ascendente dovette darsi la morte per evitare d’essere ucciso come traditore dalle truppe di Massenzio e Massimiano, senza peraltro che Galerio si scomponesse più di tanto, visto che più tardi propose e sostanzialmente decise di sostituirlo con Valerio Liciniano

Licinio, un contadino della Dacia, sempre con il titolo massimo d’Augusto. Costantino stava dunque alla finestra, idolatrato dai soldati, con i quali era cresciuto e che spesso conosceva a vista, lasciava che le cose maturassero al punto giusto, già allora aveva una visione politica dell’insieme certamente superiore rispetto a coloro i quali sarebbero divenuti suoi avversari di lì a poco, egli era cresciuto nella maniera più dura, quasi sempre negli accampamenti militari, come Giulio Cesare aveva l’invidiabile dote d’entrare immediatamente in sintonia con ciò che le truppe pensavano e questo non era un vantaggio da poco in quel tipo di lotta. Per il momento s’accontentava di vincere battaglie importanti sui confini germanici contro Franchi ed Alemanni ed il suo mito cresceva significativamente tra le legioni: temuto

e rispettato dai barbari allo stesso tempo poteva tranquillamente contare sulla sua forza militare ed aspettare il contatto con qualcuno dei contendenti alla massima carica. E qui bisogna comprendere che la finalizzazione politica di Costantino fin da questi anni fu sicuramente il titolo imperiale per lui solamente, egli aveva intuito l’inutilità di una divisione del potere e si mosse sempre con l’idea di riunire il potere prima possibile e soprattutto con qualunque mezzo possibile. Infatti di lì a poco Massimiano, in preda a timori senz’altro giustificati e vincendo una certa resistenza del figlio Massenzio, lo cercò offrendogli

la carica d’Augusto e la co-reggenza, quella carica che Galerio aveva sprezzantemente rifiutato dando in pratica vita alla più complessa girandola di movimentazione istituzionale che la storia di Roma abbia conosciuto. Così, mentre Galerio, un po’ titubante, non si fidava di combattere in Italia, preferendo le sicure valli della Rezia, in cui fece “pascolare” le sue legioni, Massenzio prese decisamente posizione contro suo padre, la sua idea di co-reggenza e lo costrinse a fuggire, gettandolo nelle braccia proprio di Costantino che lo accolse come un parente stretto. In tutto questo bailamme, ecco spuntare un nuovo pretendente, Domizio Alessandro che da vicario provinciale africano decise di partecipare alla contesa auto acclamandosi Augusto. L’unico che non partecipava a questa lotta era proprio Costantino che

imperterrito tesseva la sua tela dai lidi renani con calma e soprattutto badando al sodo, in altre parole a creare sicure alleanze senza sprecare energie e militari in inutili campagne dall’esito sempre incerto ed imprevedibile. Perso il conto tra Augusti e Cesari, il buon vecchio Diocleziano, tirato in ballo come uomo super-partes (come diremmo oggi parlando di politica), decise d’indire una riunione ad alto livello per decidere di rimettere un po’ d’ordine nelle cariche chiamando Massimiano e Galerio a Carnatum e siamo nel 308. La decisione, molto mutuata e soprattutto fatta per non scontentare nessuno, fu quella di considerare Galerio e Licinio come Augusti, mentre Costantino e Massimino Daia furono considerati

i due Cesari, Massenzio e Domizio Alessandro invece divennero veri e propri usurpatori rispetto a tutte le cariche (ed altrettanto ovviamente non accettarono il verdetto). Questa volta Costantino decise di rivendicare molto decisamente la carica d’Augusto facendo notare come Licinio fosse passato praticamente al titolo imperiale senza la trafila logica della carica di Cesare, per cui non accettò mai il verdetto di Carnatum, come non l’accettò Massimino Daia: insomma la situazione non era migliorata rispetto a prima e s’era riformata una sorta di pentarchia di soli Augusti con Costantino, Licinio, Massenzio, Galerio e Massimino Daia e Domizio Alessandro nella veste di “battitore libero” sul territorio africano. Da quel momento la lotta diventò sempre più dura, oramai era chiaro che si sarebbe andati all’eliminazione fisica dell’avversario o quantomeno ad una riduzione degli effettivi aspiranti al potere. Massenzio pensò bene d’eliminare Domizio Alessandro, mentre nel 310 moriva Massimiano, ospite del genero Costantino e l’anno successivo morì Galerio, facendo ritornare in auge un’improvvisata tetrarchia, non voluta certamente.

Sulla morte di Massimiano, si sono fatte numerose supposizioni, puntate soprattutto su Costantino, additato da molti come il mandante dell’uccisione del suocero, ma taluni ritengono che sia suicidato. In realtà i due sicuramente vennero a ritrovarsi su posizioni opposte, Massimiano, forse rassicurato dal fatto di non dover temere più per la sua vita e dopo Carnatum riprese una politica d’opposizione a Costantino, dimenticandosi che egli lo aveva accolto qualche anno prima in maniera molto ossequiosa. Indubbiamente,

lo abbiamo già detto, Costantino era un uomo pragmatico e se decise di far “suicidare” Massimiano (come del resto è sempre successo nella storia d’ogni epoca tra potenti), nulla l’avrebbe fatto recedere da quella posizione, tuttavia la verità non la sapremo mai e dobbiamo accontentarci solamente di supposizioni.

Come voleva la logica la parola stava per passare alle armi delle legioni ed alle improvvisate alleanze: il destino dell’Impero si giocava in quel momento sul territorio italico e Licinio decise d’avvicinarsi a Costantino (di cui sposò la sorella), mentre Massimino Daia prese le parti di Massenzio.

                                        

                                               III. Ponte Milvio

 

Era chiaro, i due schieramenti si sarebbero divisi l’Impero una volta conquistata la vittoria decisiva sull’avversario: la politica non ammetteva né illusioni né voli pindarici, avrebbe vinto il più forte ed il più deciso nell’affrontare la contesa, e tutto sarebbe tornato utile per ottenere lo scopo. Qui entra in ballo la situazione religiosa, assai confusa a quel tempo. La religione in quel momento era un’altra delle variabili su cui ognuno dei contendenti doveva al tempo stesso far affidamento e guardarsi, ogni culto era additato ad esempio e nel tempo stesso era personalizzato ad uso e consumo dell’Augusto. Non v’era una religione particolare che ebbe il sopravvento sull’altra all’epoca, Massenzio arrivò a deificare il padre, pur vendolo

cacciato e combattuto, lo stesso fece con il figlio a cui peraltro dedicò anche un tempio, Costantino s’andava avvicinando da anni alla religione derivante da un sincretismo dedicato ad Apollo ed al dio Sole dopo una visione avuta nell’attraversamento dei Vosgi (e dobbiamo dire che queste visioni di Costantino saranno sempre perfette dal punto di vista della tempificazione) mentre ad oriente Licinio (seguendo la strada intrapresa da Galerio) tendeva ad avere convinzioni molto meno onerose e Massimino Daia era pagano convinto. Fu quindi naturale che la forza religiosa e morale più preparata, più dogmatica, più costruita in comunità suscitasse un interesse ai fini della conduzione politica dei contendenti in

occidente; infatti, sia Massenzio che Costantino cercarono immediatamente di avere dalla loro parte coloro che dopo essere sfuggiti alle persecuzioni di Diocleziano s’erano visti riconoscere i propri diritti da Galerio nel 311. Non parliamo certo di forza militare, dacché poche migliaia di cristiani servivano le legioni (soprattutto di Costantino), ma di spessore e peso politico. Costantino anche in questo frangente si mostrò più deciso di Massenzio, o forse non dovendo rispondere ad una classe dirigente cittadina ebbe modo di comportarsi come meglio credeva abbracciando di fatto, la causa (più che la Fede) cristiana, in fondo la differenza con la sua religione solare era minima e quantomeno egli cercò di circondarsi di numerosi pastori e vescovi cristiani tali da garantirgli il pieno appoggio. Massenzio ne fu spiazzato, lui era tollerante verso i cristiani, ma la politica cittadina non gli permetteva di fare scelte particolari,

per lui il Dio dei cristiani era uno dei tanti esistenti, poteva essere adorato, ma a suo giudizio non sarebbe mai potuto diventare l’unico: ciò non fu un errore, ma si trasformò in macigno al momento della battaglia decisiva. Costantino poteva disporre d’almeno 25.000 uomini tolti al confine renano, preparati ed organizzati, viceversa Massenzio dovette raccogliere un esercito operando una leva rapida e senza fornire addestramento: il confronto appariva già improbo per le truppe che s’apprestavano a difendere il territorio italico e lo stesso Massenzio fin dall’inizio ebbe un solo pensiero, la resistenza ad oltranza entro le mura Aureliane. Ciò fece il gioco di Costantino che discese l’Italia passando di vittoria in vittoria senza sprecare troppo le legioni e senza commettere errori di sorta nella conduzione delle operazioni fino ad

assestarsi nella campagna romana, le sue file s’ingrossarono man mano di legionari sconfitti che prestavano a lui fedeltà. Durante la campagna vittoriosa verso Roma Costantino ebbe la sua seconda famosa visione (anche questa perfetta nella tempificazione), in pieno giorno, probabilmente a mezzodì con il sole alto quando era alla testa delle sue truppe. E qui la parte della storia più indicativa e più importante è stata a noi tramandata da Lattanzio, Eusebio, Filostorgio e Sozomeno (più altri minori) attraverso dei panegirici per questo dobbiamo per forza fare le nostre valutazioni su di loro, anche perché ognuno di questi storici/scrittori ci mise del suo e le incongruenze sembrano notevoli per dire precisamente cosa accadde prima e dopo (anche perché i panegirici sono posteriori al fatto). Sostanzialmente a Costantino

apparve la famosa scritta “In Hoc Signo Vinces” su d’una Croce sfavillante, che lui fece riportare su uno stendardo con la stessa forma ed il monogramma di Cristo (il labaro) e scortare da 50 guardie della scorta personale di provata fedeltà e garanzia. Costantino aveva preparato il suo esercito a nord di Roma, sulla Flaminia, non lontano dai Saxa Rubra e dal Ponte Milvio ed attendeva il suo avversario, sapeva che il tempo giocava dalla sua parte e Roma non poteva sostenere un assedio duraturo, Massenzio, infatti, per la sua inattività vedeva perdere consensi giornalmente, soprattutto da parte popolare e lo si vide (secondo

Lattanzio) durante dei giochi per il suo anniversario dove la gente gridava “Costantino non può essere vinto”. Egli convocò il Senato, ebbe un conforto positivo dai Libri Sibillini e decise d’agire aprendosi alla battaglia, alla testa delle sue truppe v’era la guardia pretoriana. Non fu realmente una battaglia campale, le forze di Massenzio furono messe in fuga in maniera rapida dalle legioni di Costantino, e solamente i Pretoriani fecero un’eroica quanto inutile resistenza, fu un bel modo di chiudere una storia di secoli la loro e per questo vanno ricordati con intelligenza e dovizia, rappresentavano un’elite e spesso n’approfittarono, ma erano capaci anche di grandi gesti come questi. Massenzio perse completamente la testa e si diede ad un’indecorosa fuga lungo il Tevere o sul Tevere, chi dice che morì annegato, chi dice travolto su un ponte di barche, ma la sostanza è che egli perì liberando Costantino da un peso

sulla decisione da prendere nei suoi confronti. L’occidente era tutto quindi ad appannaggio del figlio di Costanzo Cloro: era il 28 ottobre 312.

 Un fatto importante emergeva dalla contesa tra Massenzio e Costantino a combattimento finito: Roma aveva definitivamente perso la sua centralità a livello politico, rimaneva quello morale, ma le decisioni venivano prese in altre sedi, ma in genere era un po’ il capolinea di tutta la regione italica che aveva dato vita alla storia ed alla civiltà dell’Urbe nei secoli precedenti, ciò era già in atto da decenni, dacché Diocleziano aveva spostato a Milano la capitale occidentale, ubicata meglio e soprattutto più a settentrione per eventuali decisioni ed azioni inerenti alle problematiche più drammatiche di quel periodo, cioè le continue spinte barbariche contro il limes.                     

 

 

                         IV. Costantino, Licinio ed il Cristianesimo

 

Costantino e Licinio ora avevano trovato un buon accordo, il secondo aveva sposato la sorella del primo e ora insieme avevano nel mirino l’eliminazione del terzo incomodo Massimino Daia, le cui terre sarebbero state incamerate da Licinio stesso come contributo al sostegno della politica verso il suo alleato.

Insomma i due cognati sembravano animati da sincera e reciproca comprensione, che sfociò i 13 giugno del 313 con l’editto di Milano, la capitale occidentale dove i due Augusti s’erano ritrovati appunto per parlare dei piani futuri di spartizione, che ricalcando, o meglio riprendendo quello di due anni prima di Galerio fissava in maniera definitiva la libertà di coscienza, quella di professare qualsiasi culto, e le compensazioni a cui cristiani avevano diritto per le persecuzioni subite in precedenza e a quelle sulle confische di beni alle

chiese che avevano generato non poche problematiche giuridiche con gli stessi : qui s’invitava i governatori provinciali a favorire chi aveva subito il torto. Costantino era al momento ancora sicuramente pagano nella mentalità ed i suoi atti apparivano senz’altro un mezzo di riconoscenza a chi l’aveva sostenuto nella difficile battaglia e soprattutto apriva nuove prospettive politiche e sociali con i seguaci di Cristo in quanto già l’anno successivo ad Arles i cristiani riuniti in concilio decisero che era lecito servire ufficialmente l’esercito, cioè servire lo stato non era più incompatibile con la professione della religione. Questo ovviamente, anche se spesso fatto poco notare da alcuni storici, fu a mio giudizio un atto importantissimo,

da quel momento cadeva anche l’ultima barriera che si frapponeva all’entrata del cristiano nella vita pubblica, la parte militare aveva sempre la sua gran valenza, ora anche questo tabù era scomparso e gli orizzonti erano più ampi. Costantino aveva evidentemente studiato attentamente la situazione sociale negli anni precedenti ed ogni suo passo sicuramente era ben valutato, il suo “passaggio” al cristianesimo era un’operazione politica di grande successo su cui gettare le fondamenta per il successivo tratto di strada che nella sua mente era la riunificazione dell’Impero sotto un solo principe: lui ovviamente... Non dobbiamo però pensare che egli fosse un cinico nell’usare la religione cristiana per l’ottenimento dei suoi

scopi, soprattutto perché questo sarebbe stato impedito dalla forza etica e morale della religione che in quel periodo era senz’altro uno dei beni primari, egli in quel momento non la comprendeva appieno, e questo è sicuro, ma l’impostazione dogmatica catturava la sua immaginazione e lui, come abbiamo visto precedentemente, era sempre alla ricerca di qualcosa per cui combattere o fare politica, così quando era “pagano”, così fu quando decise che la sua religione sarebbe stata quella “cristiana”, il suo ideale era d’essere un ponte tra l’entità superiore e la gente, in questo volle credere sempre e lo si vide in tutte le sue manifestazioni fino alla morte. Licinio probabilmente non comprese bene la mentalità del cognato, per quanto mi riguarda ebbe modo di credere che una volta eliminato Massimino Daia, oramai l’elemento disturbatore, la divisione dell’Impero l’avrebbe soddisfatto e si sarebbe potuti andare avanti per diversi anni in tranquillità, un errore di valutazione gravissimo di cui Costantino ne approfitterà a tempo debito. Daia, rimasto sostanzialmente l’ultimo Augusto pagano, invece, aveva compreso benissimo il modo d’agire di Costantino e fin dall’inizio aveva contestato il suo titolo avuto in Roma, contestò poi anche le terre

africane (ed i loro governanti) che s’erano a suo giudizio “vendute” al vincitore di Massenzio e contestò Licinio perché aveva lasciato fare avallando il tutto: soprattutto egli comprendeva che sarebbe stato il prossimo ad essere eliminato, perché ritenuto più pericoloso dall’Augusto occidentale. Nel momento in cui Costantino tornava a combattere i barbari Franchi sulle terre renane, Daia s’apprestava a muovere contro Licinio andandogli praticamente incontro e passando sul territorio europeo con un esercito che era riuscito a formare: la sua, si direbbe ora, fu una strategia preventiva, muovere contro il nemico prima che egli se l’aspetti nella speranza di coglierlo impreparato. Vicino a Adrianopoli (che di battaglie ne vide tante durante il corso della storia...) a Perinto fu però battuto sonoramente da Licinio e dovette riparare nei suoi territori anatolici immediatamente per cercare di riassestare le sue truppe. Poi ebbe modo di fare quello che facevano tutti coloro che sono alla disperazione: emise un Editto simile a quello di Milano che garantiva pari dignità ai cristiani nei territori si sua competenza, chiedendo che s’arruolassero nelle sue truppe, ma era troppo tardi, Licinio si stava approssimando in maniera rapida ed egli non trovò di meglio che darsi la morte, il 313 divenne quindi l’anno decisivo in termini politici e militari, ora l’Impero era diviso tra soli due Augusti, ma indubbiamente la battaglia finale era solo rimandata di qualche tempo. Costantino, vinti i Franchi per l’ennesima volta e conosciuta la fine di Daia iniziò a voltare

lentamente pagina nei confronti del cognato, ma sempre seguendo una precisa evoluzione politica, non lasciava nulla al caso. Intanto la sua “conversione” al cristianesimo era sempre più evidente dal punto di vista degli atteggiamenti e delle intenzioni, altra cosa era realmente crederci, in sostanza egli amava del cristianesimo la semplicità degli atti ed i dogmi non erano certamente pane per i suoi denti (e lo si vedrà in seguito nelle dispute religiose), ma egli per questo mantenne sempre un atteggiamento severo (e lo manterrà anche successivamente) nei confronti di coloro che oggi chiameremmo “estremisti” che perseguirà anche in maniera piuttosto violenta: la religione per lui era un mezzo d’unità dell’Impero, non di divisione e mettere i bastoni fra le ruote ai suoi intendimenti significava averlo immediatamente

contro come successe in Africa con i circoncellioni. Un primo attrito tra Licinio e Costantino s’ebbe già nel 314 in Pannonia dove le truppe vennero a scaramuccia, fortunatamente senza conseguenze irrimediabili, l’imperatore occidentale si mosse perché voleva le terre dei balcani, un nodo strategico che gli permetteva di stabilirsi vicino al nemico senza spremere inutilmente le sue legioni. Licinio stranamente accettò anche questa richiesta, forse egli stava già pensando a rinforzare i suoi territori d’oltre Egeo, tenendo per sé solamente la Tracia, forse credeva d’accontentare Costantino gratificandolo, fatto sta che la morsa si stava stringendo intorno a lui inesorabile anche se non in tempi strettissimi. Costantino, infatti, agiva secondo cadenze e tempi che non lasciavano nulla d’intentato, preferiva attendere un anno piuttosto che precipitare le cose, questo fu sicuramente una delle peculiarità della sua battaglia per l’ascesa al potere da solo. In Africa tra una querelle ed un’altra con Licinio, scoppiava, violenta la ribellione donatista. Ora, facciamo un passo indietro, la terra africana era indubbiamente dal punto di vista cristiano una sorta di punto d’incontro, dove le varie teorie inerenti a questa religione erano messe in luce a più riprese, era una sorta di territorio dove si sviluppava l’ideologia, una sorta di terra d’esperimenti e di pratica spesso ascetica, al limite dell’umano (visto anche la conformazione della regione). Questo portava da una parte

a creare grandi filosofi religiosi, personaggi che fecero la storia del cristianesimo, ma per contro anche personaggi che utilizzando i parametri estremi finendo con creare non pochi problemi a chi stava tentando di portare il verbo di Dio alla gente nell’Impero con modestia e pacifico ecumenismo: ad un Agostino si contrapponeva ideologicamente un Donato come in questo caso specifico. Donato, eletto Vescovo dal clero della Numidia nella successione a Maggiorino, si lasciò trasportare in maniera anche abbastanza violenta nel voler imporre una sorta di fanatismo che prese il suo nome, credendo d’esser l’unico in grado di poter dirimere tutte le questioni religiose e fu immediatamente considerato scismatico, al suo posto fu eletto Ceciliano, con il plauso di tutti i cristiani moderati e con l’avallo dello stesso Costantino che

ovviamente non voleva grane in quel periodo già difficile per lui. Purtroppo la polemica tra i due vescovi divampò violenta e si sparse rapidamente per il territorio africano, anche perché tra i donatisti spiccava un gruppo di “passionari/tupamaros” dediti ad ogni tipo di nefandezza pur di difendere il loro credo: i circoncellioni, i quali commisero atrocità e distruzione ovunque suscitando la paura generale. Costantino dovette intervenire allora in maniera dura, mandando diverse legioni per sedare i tumulti, e per la prima volta nella storia, dei cristiani dovettero reprimere altri cristiani, ma lo fecero senza tentennamenti, la

strada che la maggioranza di loro aveva intrapreso era quella dell’Impero Romano e si dedicavano ad esso come al loro credo. Sgominata e repressa la banda estremistica, Costantino commise uno dei pochi errori della sua carriera politica ed amministrativa: egli cercò l’accordo con Donato, una via a livello diplomatico per evitare altri problemi e questo lo portò ad affrettarsi nell’accordo pur di ritornare al suo principale pensiero, la lotta con Licinio. Infatti, egli evitò di prendere provvedimenti severi verso i donatisti, accontentandosi di metterlo fuori gioco, evitando così di chiudere anticipatamente un pratica che poi a diverse riprese gli si ritorse contro fino alla morte. Nel 316 Licinio e Costantino erano ancora ai ferri corti sulla nomina dei Cesari e non trovarono niente di meglio che fare un altro scontro “limitato” dalle parti di Campus Ardientis, uno scontro che si risolse in un nulla di fatto, ma che porto sul tavolo delle trattative la questione infine risolta con l’elevazione alla carica di Crispo, di Costantino (entrambi figli di Costantino) e d Licinio (figlio di Licinio), insomma l’ereditarietà dei titoli non sarebbe mai minimamente stata messa in discussione chiunque fosse uscito vincitore della contesa alla fine dei giochi. In questo frangente, Costantino si sentiva sicuramente molto vincolato all’ideale di Aureliano, di cui condivideva sia la politica unitaria imperiale sia la religione che (come per il primo) doveva essere la pietra su cui

basare tutte le fondamenta dell’organizzazione politico-amministrativa, del resto il culto del Sole fu anche quello di Costantino stesso nel corso di diversi anni e l’analogia con certe impostazione del culto Cristiano era evidente, per lui modificare il suo assetto in fatto di credenza non deve essere stato molto difficile. Durante gli anni successivi il dualismo tra Licinio e Costantino aumentò in maniera evidente, anche perché il primo decise d’abrogare di fatto tutte le concessioni istituzionali dell’Editto milanese rispetto ai cristiani, che divennero nuovamente oggetto di pesanti ingiustizie come l’estromissione dalle cariche amministrative, la proibizione di tenere sinodi, certo non s’era tornati a qualche decennio prima, non

c’erano persecuzioni fisiche, ma Licinio impartiva ordini precisi su come ci si doveva comportare nei loro confronti. Questo anziché aiutarlo, lo indebolì, perché i cristiani erano sicuramente in maggioranza nelle terre orientali rispetto a quelle occidentali, erano oramai stabilmente “piazzati” nella burocrazia amministrativa e controllavano diversi “poteri”: estromettendoli non si eliminava un pericolo, lo si creava, il vuoto non fu mai ricolmato ed i cristiani divennero una specie di quinta colonna sul territorio mentre per converso i pagani non si fidarono mai a sufficienza delle garanzie di questa impostazione di Licinio e diffidarono sempre pur nella felicità di riavere nuovamente parte del potere. La verità è forse che in quel momento in oriente, cristiani e pagani (e lo si vedrà più tardi) non avevano nessuna voglia di combattersi o mettersi l’uno contro l’altro, per cui faticavano a capire certe scelte imposte probabilmente più dalla politica che dalla reale esigenza della gente. Su questa motivazione Costantino appariva senz’altro più sicuro rispetto a Licinio, tentennamenti non ne aveva o almeno non ne mostrava, lui dava la preferenza al cristianesimo, ma non aveva nulla contro i pagani che utilizzava coerentemente anche come consiglieri, egli lavorava per l’unità imperiale ad ogni costo, quindi lasciando spazio a tutti fermo restando le linee base da seguire. Nel 316 i due contendenti a margine dell’accordo per i Cesari, stipularono un trattato

per cui Costantino sarebbe potuto intervenire nelle terre europee di Licinio in caso ’invasione barbariche a supporto delle legioni ivi stanziate. Si trattava ovviamente di quegli accordi fatti apposta per provocare un “casus belli” ed infatti fu così anche questa volta, la porticina lasciata socchiusa si spalancò e l’irruenza del combattimento tra i due eserciti romani era oramai prossima. Costantino, infatti, in base al trattato, nel momento in cui i goti attaccarono le legioni europee di Licinio in Mesia e Tracia, mosse le sue legioni per dare manforte nella zona riuscendo a ricacciare i barbari fuori dalle terre imperiali, Licinio contestò l’intervento perché non richiesto e si mise sul piede di guerra preparando il suo esercito in Asia

Minore. Chi ebbe veramente ragione è difficile a dirsi, Costantino ebbe dalla sua parte il trattato che era chiaro, egli poteva intervenire senza preavviso per aiutare le truppe al limes, l’utilizzò senza troppi problemi e portò le sue legioni in Tracia e Mesia arrivando a contatto diretto con l’avversario al trono, indubbiamente lo stesso Costantino su questo punto giocò bene le sue carte, applicando rigidamente il protocollo ed attenendosi al ritiro appena il pericolo era cessato: era forse la sua, una dimostrazione di forza e di compattezza morale che potesse intimorire Licinio, su questo fattore probabilmente egli contava per far uscire allo scoperto il suo avversario ed il gioco gli riuscì pienamente.

 

                                         V. Un solo Imperatore

 

Dalla piana di Tessalonica, Costantino preparava le sue legioni allo scontro finale, passando come di consueto, giornate intere negli accampamenti, egli sapeva di disporre di forze sicuramente inferiori a quelle di Licinio, sia in mare che in terra, ma sapeva anche che a livello di resistenza e qualità esse erano decisamente superiore, come per la battaglia di Ponte Milvio la partita si sarebbe giocata non solo con le armi , ma anche a livello psicologico ed in questo Costantino era sicuramente maestro. Le sue legioni forse arrivavano a circa 130000 uomini contro i 150000 di Licinio, ma sul mare la differenza era sicuramente ancor più marcata, le truppe di Costantino erano quasi tutte illiriche, celte, pannoniche, germaniche, britanniche, ed erano fermamente legate a lui, il quale essendo cresciuto in mezzo a loro sin da piccolo

ne comprendeva la mentalità e sapeva come entusiasmarli, nel 324 iniziò a muoverli verso Adrianopoli. Sul fiume Ebro i due eserciti si trovarono di fronte e si studiarono molto a lungo, forse troppo, Licinio non voleva muoversi, ripetendo lo stesso errore di Massenzio a Roma, dando così modo a Costantino d’esercitare tutte le sue virtù declamatorie nei confronti sia dei suoi legionari sia di quelli dell’avversario. Alla fine Costantino intuendo che il fine di Licinio era solo quello di guadagnare tempo, ruppe gli indugi e guidò una pattuglia di fidati cavalieri lungo il fiume incitando all’attacco le sue truppe che non si fecero ripetere due volte l’ordine e partirono decise sorprendendo le legioni avversarie. La leggenda afferma che queste truppe di Licinio rimasero esterrefatte dalle parole di Costantino e dall’ardore delle sue truppe

rinunciando completamente a combattere. Dove finisce la leggenda ed inizia la storia è difficile dirlo, ciò che si può arguire è che indubbiamente Costantino motivò in maniera eccellente le sue legioni, cosa che Licinio non aveva fatto , fuggendo verso Bisanzio o come si chiamava all’epoca la futura capitale e lasciando i suoi soldati alla mercé di quelle occidentali. Ora, noi possiamo tranquillamente anche affermare che Licinio non scappò, ma si diresse verso Bisanzio per meglio difendersi: la sostanza del discorso non muta, egli si sentiva braccato, non trasmise fiducia ai legionari e tutto ciò faceva il gioco di Costantino. La successiva battaglia sul Bosforo e quella decisiva di Crisopoli, con la conseguente sconfitta

di Licinio e la sua uscita definitiva dalla lotta al potere, consegnò dunque a Costantino l’Impero unito dopo diversi decenni: ora si trattava di solidificare le basi per evitare un nuovo tracollo socio-economico. Costantino mantenne ferme le sue idee, unito il territorio, voleva unire la gente che abitava in esso. Il grosso problema era ovviamente quello religioso che Costantino affrontò quasi subito onde evitare problemi possibili nel futuro. L’Imperatore non aveva mai commesso l’errore di molestare i pagani, forse in qualche modo lo era ancora anche lui, egli deteneva sempre la carica di pontefice massimo, carica non cristiana indubbiamente, non fu mai intollerante e non perseguitò mai chi professava la religione

delle antiche divinità. Egli, proprio per evitare dispute su questo punto, impartì severi ordini ai prefetti ed ai comandanti militari affinché combattessero sul nascere i problemi religiosi, dovuti magari anche al risentimento: egli scrisse molte lettere, abili opere diplomatiche e politiche perché tutti capissero che anche se lui aveva sposato la causa cristiana, nessun pagano doveva sentirsi escluso in ogni modo. Egli chiedeva ai cristiani in queste sue esortazioni scritte ad aver fiducia nel suo comportamento che voleva essere una sorta di pacificazione definitiva e soprattutto voleva limitare le vendette per i soprusi subiti in precedenza. Così, una volta deciso di consacrare capitale Bisanzio, pronta a divenire centro

universale dell’Impero, ampliando le sue mura e l’urbanistica per farne una vera metropoli, egli ne affida la cura a Sopatro, un pagano che creerà la bellezza architettonica che noi tutti ora conosciamo, lo stesso Imperatore diede il benestare alla costruzione di un tempio dedicato alla Gens Flavia, pagano quindi, e nessuno ebbe modo di contestarlo: la tradizione era dunque rispettata anche in questo. Costantino sapeva che il paganesimo era il minore dei suoi problemi perché nello stesso cristianesimo s’annidavano diverse incombenze che non potevano essere tralasciate e rinviate.

 

 

                                  VI. Nicea, Roma e Costantinopoli

 

Così egli decise d’indire un concilio, scegliendo Nicea, città molto importante per il cristianesimo, per mettere ordine nelle diversità di concezione della pratica cristiana, siamo nell’anno 325, quella che si preannuncia è forse una delle date storiche più importanti dell’intera umanità. A Roma Papa Silvestro diede la sua benedizione per il Concilio e indicò che il punto principale doveva essere la chiusura della controversia ariana, celata da molti decenni e mai discussa apertamente. La sostanza della disputa era la divinizzazione di Cristo, che i seguaci d’Ariano non volevano in nessun modo ammettere, concependo quella che si chiamava omoiusia a cui si contrapponeva l’omousia, cioè in parole povere la consunstanzialità del figlio rispetto al padre. Il vescovo Atanasio sostenne il verbo di Roma che era anche quello di Costantino, il quale questa volta partecipò alla disputa in maniera decisa ed intervenne come super partes certamente, ma soprattutto come unico Imperatore e questo giocò un ruolo fondamentale: egli si sentiva un diretto mandatario del Supremo, un vescovo aggiunto, anche se non era ancora battezzato e volle chiarificarlo nei suoi interventi durante tutto il dibattito. Il Concilio terminò con la piena approvazione del Simbolo Niceno, vale a dire in breve (non è questo certo il luogo della spiegazione teologica e spiritualistica) come professione di fede, il Credo come concezione politico-religiosa imperiale

a cui Costantino aveva tanto lavorato durante il corso del suo principato: in sostanza s’apriva una nuova era, diversa dall’antichità, probabilmente è corretto dire che il medioevo inizia a Nicea, il vecchio stato repubblicano-imperiale romano lascia il passo ad una nuova struttura diversa nella forma e nella sostanza, Costantino ha così traghettato le istituzioni passate in un nuovo sistema, quello del cesaro-papismo, e sebbene ricalchi esteriormente quello passato ovviamente ne differisce nei modi e nelle impostazioni ideologici di base. Del resto anche i vescovi ariani presenti finiscono per accettare i dettami pur non condividendoli (solamente due di loro s’oppongono in maniera dura), finendo perciò per delineare una sorta di compromesso, almeno fino a che Costantino vivrà, a dimostrazione che la sua figura è stata

essenziale per la riuscita degli intenti proposti. Con l’anno del Concilio di Nicea, Costantino festeggiava anche il suo ventennale come Imperatore dei Romani e la sua idea, non potendolo fare per ovvi motivi nello stesso periodo, era quella di festeggiarlo a Roma, città che non aveva visitato da quando aveva vinto Massenzio e con la quale i rapporti (specie a livello senatoriale) non erano dei migliori. Nel 326 egli si recò nell’Urbe in gran pompa, alcuni dicono con un anno di ritardo per punirla dell’atteggiamento tenuto nei suoi confronti: il prefetto era allora Acilio Severo, il primo cristiano a ricoprire tale carica, ma non vi fu

nessun bisogno d’utilizzare la forza e non vi furono particolari acredini durante la visita ufficiale. Parte del Senato continuò a rimanere ostile a Costantino, non digerendo alcune interferenze sulle istituzioni, la gente lo festeggiò come aveva sempre fatto con tutti gli altri imperatori, la visita d’uno di loro costituiva sempre un gran momento sociale ed economico, e le casse dei commercianti indubbiamente si rimpinguavano, quando i festeggiamenti portavano gente da ogni luogo. Egli esercitò anche alcune ricorrenze pagane e questo gesto fu apprezzato, ma in fondo Costantino era cresciuto sempre lontano da Roma e non sentiva con profondità il rapporto che altri avevano avuto, egli mantenne, e lo si vide chiaramente

sempre un atteggiamento ufficiale durante il periodo passato nell’Urbe ed una volta partito dimostrò l’intenzione di non farvi più ritorno, forse anche deluso dal fatto che non vedeva una grande prospettiva, probabilmente egli vedeva una città già “morta” al suo interno ed essendo il suo interesse soprattutto politico, ragionava con la mente e non con il cuore dimostrando una volta di più la sua freddezza quando si trattava di decidere, cosa che del resto aveva già individuato prima di lui Diocleziano nelle cui intenzioni v’era lo spostamento in Nicomedia, non lontano quindi dal Bosforo.. Alcuni affermano che una parte di ciò fu provocata anche dal fatto che egli dovette sopprimere la moglie Fausta proprio durante la

sua permanenza nell’Urbe, moglie apertamente infedele e che per di più pare aveva avuto rapporti con suo figlio Crispo (anche lui soppresso a Pola nello stesso anno), ma insomma queste sono cose che non riguardano propriamente l’attività socio-politica, ma un banale sentimento. Gli interessi strategici per un corretto governo dell’Impero non potevano più essere gestiti in Roma (anche perché il Senato aveva completamente perso il suo gran ruolo del passato per varie motivazioni nel corso degli ultimi secoli) per questo il suo pensiero era oramai alla costruzione di Bisanzio, Costantinopoli, la cui prima pietra per l’ammodernamento artistico ed urbanistico di questa vecchia città sul Bosforo fu posizionata il 26 novembre 326: i lavori terminarono l’11 maggio 330, la nuova capitale dell’Impero che oramai da ovest s’era spostato decisamente ad est. Le campagne militari continuarono sino alla sua morte, soprattutto sul limes danubiano contro i Goti ed i Sarmati che spingevano in maniera molto decisa, tant’è che egli compì, dopo averli battuti, un capolavoro diplomatico federandoli all’Impero e distribuendoli in tutta l’area dell’attuale Europa balcanica e danubiana, zona a cui s’aggiunsero successivamente anch’essi in qualità di federati i Vandali. Costantino comprendeva bene quanto era necessario coordinare gli ingressi di queste popolazioni e d’integrarle nel sistema romano, conosceva bene i limiti del suo esercito, e sapeva quanto era necessario rimpinguarlo con nuovo sangue. Per lui l’unico vero nemico rimaneva la grande Persia, un nemico degno di un altrettanto grande rispetto e la campagna che stava preparando contro Sepore II n’era la prova, egli aveva bisogno quindi di soldati che avessero la voglia di lottare e avendoli conosciuti, si riteneva convinto di poter effettuare sui nuovi barbari federati la stessa operazione effettuate decenni prima con coloro che poi furono il nerbo del suo esercito. La sua non sarebbe stata certamente una guerra di difesa, Costantino semplicemente non la concepiva mentalmente e nei suoi intenti con ogni probabilità la conquista della Persia rappresentava il corollario definitivo a tutta la sua opera che se fosse

andata a buon fine avrebbe senza dubbio realizzato qualcosa di molto vicino alla grandiosità. Egli invece morì a Nicomedia il 22 maggio del 337 lasciando il principato diviso tra figli e nipoti: chi più aveva lottato per l’unificazione dell’Impero comprendendo come fosse l’unica via perseguibile per mantenere ordine e sicurezza, commise proprio l’errore di rifarlo precipitare nell’anarchia, ma forse s’era accorto che Costante, Costantino, Costanzo, Dalmazio ed Annibaliano tutti insieme non valevano sicuramente la sua figura sia in politica che nell’amministrazione del territorio.

 

                    VII. L’analisi delle riforme istituzionali e militari

 

Esaurita l’analisi del personaggio in rapporto agli avvenimenti storici che l’ebbe come assoluto protagonista per un trentennio, torniamo al rapporto iniziale, a considerare quale fu la portata delle sue idee nel contesto istituzionale durante gli stessi anni. All’inizio s’è affermato che gli è divenuto un Totius Orbis Imperator, portando sicuramente a termine il lavoro iniziato tempo addietro da Diocleziano, in altre parole operare profondamente nelle istituzioni per trasformare l’Impero in una Monarchia Assoluta, quindi tutte le importanti riforme che egli fece dovevano essere ovviamente destinate a gestire al meglio la nuova impostazione di governo dl territorio. Egli fu il primo, infatti, a portare il diadema imperiale, segno inconfondibile dell’assoluto potere e trasmise questa tradizione a tutti quelli che gli succedettero sul trono e la costituzione su cui fondò questo potere era dettata dalla primaria separazione del civile dal militare. La divisione operata nel territorio comprendeva 13 diocesi, 117 province e 4 prefetture (Illirico, Italia, Gallia ed Oriente), ma la persona che sovrintendeva ad una di queste cariche non aveva il potere dei suoi predecessori, Costantino accentrava tutte le decisioni a cui ci si doveva rimandare, prima d’effettuare una qualsivoglia operazione. Costantino operò per togliere il potere militare dalle mani dei Prefetti, onnipotenti sino a quel momento, infatti, dall’inizio dell’entrata in vigore della sua normativa essi non furono altro che esecutori amministrativi: questo fu un cambiamento epocale e indubbiamente positivo e le quattro prefetture erano rette da un Prefetto del Pretorio, al quale dovevano riferire sia i vari vicari delle diocesi sia i governatori delle province di rispettiva appartenenza. Il Palazzo Imperiale a Costantinopoli, non era quindi solamente una comoda e sfarzosa reggia adibita al riposo o al sollucchero del monarca, ma diveniva una vera e propria città nella città ove ognuno doveva operare secondo la sua mansione nell’amministrazione del patrimonio pubblico o di quello privato, proprio per questo e per evitare problematiche

d’ingerenza Costantino quindi s’era dotato di quattro alti funzionari per gli affari del Palazzo

(possiamo chiamarli anche dignitari) che sovrintendevano rispettivamente: ll’amministrazione del patrimonio dell’Imperatore (comes rei privatae), preposto alla camera sacra, in genere un eunuco (praepositus sacri cubicoli), due comandanti militari (comites domesticorum) che dirigevano le rispettive compagnie pedestri ed a cavallo, da cui dipendeva anche la guardia imperiale, formata da cavalieri d’origine germanica,

i cui reparti erano chiamati scholae palatinae a cui vanno sommati i protectores domestici, altri soldati scelti. I ministri che adempivano le problematiche governative erano sostanzialmente tre: il magister officiorum che assemblava le due funzioni primarie di responsabile degli interni e degli esteri, doveva essere quindi un valente diplomatico, ma anche un forte esecutore della volontà imperiale sul territorio, il quaestor sacri palatii, responsabile degli affari giudiziari, ratificava leggi ed ordinamenti e sovrintendeva

alla giustizia in generale, il comes sacrarum largitionum, sovrintendente al tesoro, il quale aveva forse la più grossa delle responsabilità, quella di rimpinguarlo attraverso le riscossioni di tributi, un lavoro in cui si doveva mettere insieme abilità personale a tatto. Tutti questi funzionari elencati, più i quattro prefetti territoriali ed altri scelti dall’Imperatore stesso, formavano una specie di Consiglio dei Ministri detto consistorium principis (anche in precedenza chiamato sacrum consistorium) che si riuniva ogni qualvolta ve n’era bisogno sotto la direzione del quaestor sacri palatii che per l’appunto indiceva la riunione e

comunicava al sovrano la decisione presa dal collegio. Il comando militare, come s’è detto in precedenza, tolto ai vari Prefetti, fu dato ai militari di carriera, normalmente un magister equitum (cavalleria) ed un magister peditum (fanteria), ma spesso poteva essere anche una sola persona a gestire l’esercito (magister utriusque militiate) oppure vi potevano anche essere più magister eccezionalmente davanti ad una grave situazione per fronteggiare il nemico esterno od interno, ed avevano oltremodo la possibilità di gestire il potere giudiziario come Supremo Tribunale di Guerra. La rivoluzione in ambito militare fu profonda e

l’esercito a quei tempi era con molte probabilità formato da 132 legioni, certamente non nel numero ben conosciuto di 6000 uomini per ognuna d’essa, forse erano meno della metà, ma stiamo parlando di truppe fisse, limitanee. La riforma costantiniana in quest’ambito portò alla formazione del Comitatus o esercito mobile, il cui soldato era pagato in proporzione molto di più rispetto al legionario comune che si vide ridurre l’appannaggio proprio perché non dava più le garanzie necessarie e in ogni modo le truppe del comitatus spesso venivano anche esentate da qualsiasi tributo. Lo sforzo era notevole, la riforma portò con sé diverse problematiche nella gestione delle risorse umane, quale non ne porterebbe, ma ndubbiamente

permise di creare truppe che potevano muoversi con agilità laddove ve ne era bisogno, era un

nuovo sistema di concepire l’attività militare, non v’era più bisogno di creare un insediamento, il soldato serviva solamente per combattere ora, l’impatto sociale sul territorio serviva molto meno di prima e non poteva essere altrimenti visto la grande massa umana che oramai s’apprestava ai confini dell’Impero. Costantino anche in campo monetario scelse la via più difficile, la più dura, coniò una nuova moneta il Solido, d’oro che fin dagli esordi mostrò sul mercato il suo buon valore, una moneta affidabile, ma che generava insoddisfazione tra gli strati sociali meno fortunati, in quanto loro utilizzavano la moneta a base argentea, la cui depauperazione portò maggior povertà. Il punto è che Costantino aveva necessità di una

moneta forte perché ogni riforma porta inevitabilmente a spese superiori e la copertura era necessaria per non far fallire lo stato, il che si tradusse anche con l’introduzione di nuove imposte, le quali colpivano tutti, sia i senatori e le loro proprietà (collatio globalis), sia i mercanti (collatio lustralis) in maniera se non equa almeno rigorosa. Con la monarchia di Costantino si creò anche una nuova aristocrazia, non più dettata dalle origini della famiglia d’appartenenza o dalla ricchezza, ma dalla funzione che svolgeva all’interno del Palazzo Imperiale, nell’amministrazione pubblica e nelle istituzioni governative e militari ed anche questo era segno che un’era era terminata e stava per aprirsene un’altra.

 

VIII. Conclusione: il Battesimo di Costantino, una riflessione personale

 

Ho lasciato come ultimo argomento di questo mio scritto il discorso concernente, il Battesimo di Costantino, avvenuto secondo i più poco prima che sopraggiungesse la morte, nel 337 AD e su questo chiedo scusa in anticipo, ma mi permetto qualche riflessione personale. Io, francamente come cristiano non mi sono mai posto il problema, di dove, come, quando e se egli aderì a questa religione, a mio giudizio rimase pagano nella mentalità ed in certi suoi atteggiamenti superstiziosi per gran parte della sua vita, ma restò tale nel suo intimo probabilmente, discernendo in maniera intelligente da ciò che gli dettava il cuore rispetto a ciò che rappresentava l’importanza della creazione di uno stato unitario e forte e se non lo fu mentalmente o ufficialmente, sicuramente fu cristiano politicamente e socialmente: tutti i suoi

atti sono lì a dimostrarlo. Questo a mio personale giudizio è importante, non la data della sua entrata nella comunità cristiana: Nicea ha rappresentato il suo Battesimo, egli in quel luogo fu un apostolo sostanzialmente come amava definirsi (il XIII per l’esattezza). Egli, perfezionò il sogno di un imperatore certo non tenero con i seguaci del Cristo, Diocleziano che aveva preso mano ad importanti riforme per ricostruire l’istituzione imperiale: dobbiamo ritenere Costantino pagano per questo? Egli fu soprattutto un gran conoscitore della mente umana, apeva e comprendeva prima di chiunque altro lo sviluppo della società e su questo basò tutta la sua politica, in più aveva l’audacia di un ottimo militare e su questa basò la sua conquista giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno e per questo motivo ritengo che la data reale del suo Battesimo sia indubbiamente un falso problema, a cui probabilmente mai si darà risposta.

 

Il testo è stato pubblicato sul Numero Zero di Latina – L’Antologia di SignaInferre

 

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Riferimenti bibliografici

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