Gli Inizi d'Augusto     di Bianca Misitano

 

 

L’opera e l’attività di Ottaviano Augusto rappresentano, per Roma, un importantissimo spartiacque: con lui finirà il periodo di guerre civili, di continue “marce” sulla città, di divisioni, fino ad allora feroci ed inconciliabili, delle parti politiche del Senato, ma, soprattutto, terminerà l’era repubblicana e nascerà una nuova, forte, figura: quella dell’imperator.

Per attuare una riforma politica così rivoluzionaria in un mondo in cui ogni cambiamento suscitava, più che attesa, terrore, soprattutto quando tali cambiamenti toccavano la sfera, delicatissima, delle istituzioni stesse della città, è innegabile servisse una personalità assolutamente eccezionale. Tale fu Augusto, senza i cui provvedimenti, in qualsiasi maniera li si voglia giudicare, Roma, tormentata dalla profonda decadenza del sistema repubblicano, sarebbe sicuramente andata incontro alla sua precoce fine.

Se bene si conosce la figura del princeps Augustus forse molto di meno lo è la sua attività al tempo in cui il suo nome era ancora quello di Gaio Ottavio, ragazzo diciottenne ritrovatosi ad essere designato dal testamento di Giulio Cesare come suo erede e figlio adottivo.

Se, infatti, sono chiare le immagini che quest’uomo si costruì via via, prima all’epoca della sua alleanza con Marco Antonio, poi quando l’alleanza divenne guerra e, infine, da primo imperatore di Roma, forse ciò che fece in giovinezza e agli inizi della propria carriera possono aiutarci a capire meglio chi si nascondesse in realtà sotto queste innumerevoli “maschere istituzionali” e quali furono le qualità che gli permisero di divenire l’unica figura davvero rivoluzionaria in un mondo che, fino alla fine, sarà ostile a qualsiasi cambiamento. Questi ultimi poterono avvenire a Roma, infatti, solo sulla “lunga durata” (ad esempio la diffusione e la definitiva affermazione del cristianesimo) e non ci sarà mai, nella sua storia, un’azione paragonabile a quella di Augusto e così vicina al concetto moderno che noi abbiamo di rivoluzione come modifica repentina e profonda di una mentalità o di un modo di governo.

In ogni caso, la storia degli inizi di Ottaviano comincia dove finisce quella di un altro personaggio-chiave per Roma: Caio Giulio Cesare. Questa storia prende le mosse, infatti, alle Idi di Marzo del 44 a.C., quando Marco Giunio Bruto, Caio Cassio Longino e i loro complici, attuatori di una congiura, uccidono Cesare a pugnalate all’interno della Curia di Pompeo, sede del Senato.

L’assassinio che forse nell’intenzione dei congiurati doveva servire a preservare l’incolumità della repubblica, non sortisce questi effetti.

La città è, sì, libera da una presenza indubbiamente ingombrante, sulla quale nell’ultimo periodo si erano anche addensati sospetti di un eventuale ritorno alla temutissima monarchia, ma l’eredità che lasciava non poteva essere cancellata in maniera così semplice.

In Senato c’erano molti uomini che erano stati fra i “fedelissimi” di Cesare e che dovevano la propria carriera soprattutto a lui. A capo di questa fazione si era prontamente posto Marco Antonio, che era stato suo luogotenente.

Sulla sponda opposta militava invece l’ala conservatrice e tradizionalista, ambiente dal quale era provenuta la congiura e nella quale le personalità di spicco erano Cicerone e Decimo Bruto, questi collaboratore diretto, peraltro, dei congiurati.

Da subito divenne lampante che il crimine commesso nella Curia non avrebbe risolto né affievolito la conflittualità fra le due ali, ma, nonostante questo, per cercare di ristabilire un minimo d’ordine, si doveva giungere ad una mediazione e ad un qualche accordo.

Ad un primo momento, il giorno dopo le Idi, in cui coloro che erano connessi alla congiura pensarono di scappare via da Roma, spinti anche dai sentimenti palesemente filocesariani del popolo e dell’esercito, seguì, il 17 Marzo, l’arrivo ad un’intesa.

L’accordo fu il seguente: ai cesaricidi veniva concessa l’amnistia, in cambio la parte capeggiata da Marco Antonio otteneva la ratifica degli atti di Cesare e l’attuazione delle sue disposizioni testamentarie.

Per Decimo Bruto in particolare la situazione appariva ora ribaltata: se il giorno prima era stato fra coloro che avevano pensato di doversene andare da Roma, ora, la conferma delle decisioni di Cesare, gli attribuiva addirittura la propretura in Gallia Cisalpina. Fra i tanti provvedimenti del grande generale c’era infatti anche questo, preso evidentemente nell’inconsapevolezza dei progetti di tradimento di Bruto.

Su questo specifico incarico però non era per niente d’accordo Marco Antonio, come dimostra anche una lettera dello stesso Bruto ai due capi della congiura, Giunio Bruto e Cassio: “Antonio […] sosteneva di non poter garantire che mi venga affidata una provincia”.

Prima di dirimere tale questione, però, ne venne all’attenzione una più clamorosa: l’apertura del testamento di Giulio Cesare.

In tale documento il grande generale nominava erede per tre quarti e suo figlio adottivo il diciottenne Gaio Ottavio.

Per tutti, ma soprattutto per Marco Antonio, fu un fulmine a ciel sereno: Antonio adesso si trovava fra i piedi un possibile rivale, le cui azioni non potevano essere né previste, né controllate. Cosa avrebbe scelto di fare quel ragazzo, improvvisamente catapultato al centro dei giochi di potere romani?

Si potrebbe pensare che Ottavio allora non possedesse ancora la scaltrezza necessaria e la giusta esperienza per potersi conquistare un posto di rilievo a Roma: certamente le volontà di Cesare erano per lui un punto di enorme vantaggio, ma sicuramente né fra i cesariani, né, a maggior ragione fra i suoi avversari, c’era nessuno disposto semplicemente ad accettare la sua posizione, mettendo in pericolo la propria.

In realtà Ottavio era tutt’altro che sprovveduto: le iniziative che prenderà lo riveleranno da subito come un politico di grandissimi acume e prontezza e sarà proprio il contrasto fra la sua giovane età e le sue doti che gli permettevano di comportarsi come un leader di già consumata esperienza, che sviarono gli altri senatori e impedirono ad alcuni di loro (in primis Cicerone) di accaparrarselo nella propria fazione e di riportarlo in qualche modo “nei ranghi”.

Già la prima mossa che Ottaviano attuò dopo che la notizia di essere l’erede di Cesare lo raggiunse ad Apollonia, in Illiria, dimostrò la sua notevolissima capacità di iniziativa: sbarcato in Italia e approfittando del fatto che due legioni “cesariane”, la Decima e la Quarta, si erano ribellate a Marco Antonio per mettersi al servizio del figlio del loro condottiero, Ottavio con esse approntò un esercito personale, come egli stesso dichiarerà, molto tempo dopo, nel suo testamento ( “A 19 anni misi insieme un esercito di mia iniziativa e con spesa privata”, Res Gestae Divi Augusti, I, 1).

In quel tempo di confusione e continue guerre civili, era normale che, all’improvviso, delle truppe potessero decidere di tradire il proprio comandante per schierarsi con un altro generale: ai soldati interessava soprattutto ottenere dei vantaggi e la loro fedeltà era direttamente proporzionale alla quantità e alla sicurezza dei premi che avrebbero potuto ottenerne.

Se il reclutare un esercito privato sarebbe potuto bastare a dimostrare le sue capacità, non bastava però a giustificare l’esistenza dello stesso. Ottavio doveva trovare il modo di legittimare la costituzione delle sue legioni e lo trovò in una maniera che mette in evidenza una spregiudicatezza, anche questa, da politico di razza: il figlio di Cesare decideva di schierarsi contro i cesariani di Marco Antonio e con gli assassini di suo padre.

Ottavio, infatti, fece capire all’ala “ottimate” del Senato che le sue legioni erano pronte ad intervenire in aiuto in caso di necessità e Cicerone, convinto di avere in pugno il ragazzino e di poterlo manovrare per realizzare la propria politica, lo accolse a braccia aperte.

In realtà Ottavio fa una scelta di grande lucidità e probabilmente l’unica che gli avrebbe permesso di raggiungere una posizione di riguardo: schierarsi con la fazione dei cesariani avrebbe significato scatenare quasi sicuramente un conflitto per la leadership nel partito contro Marco Antonio, la cui irritazione era palese, conflitto che non sarebbe servito a “legalizzare” le sue truppe e, riguardo al quale, il giovane non aveva la certezza di essere abbastanza forte per vincerlo.

La fazione ottimate gli offriva invece l’opportunità di istituzionalizzare le sue forze e la “protezione” ed i favori del potente Cicerone. Ma essa gli avrebbe offerto ancora un’altra opportunità, un’opportunità militare che gli sarebbe servita a mettersi in luce indipendentemente dall’aiuto di Cicerone e che anzi gli avrebbe fornito l’occasione di affrancarsene.

Tornando infatti alla questione sull’assegnazione della Gallia Cisalpina a Decimo Bruto, Marco Antonio aveva deciso di non restare a guardare, ma anzi si affrettò a fare approvare il decreto della permutatio provinciarum che stabiliva l’assegnazione a lui di quella provincia.

Il conflitto militare divenne quindi inevitabile: Marco Antonio, deciso a prendersi il territorio che era riuscito a farsi attribuire, partì alla volta di Modena, dove Decimo Bruto si era arroccato, intenzionato a non mollare il suo incarico.

In soccorso di Bruto vengono inviati i due consoli di quell’anno, Aulo Irzio e Vibio Pansa. Ad approfittare subito di questa situazione, quindi, sarà lesto Ottavio che, prontamente, mette le sue forze a disposizione dei due consoli. Il figlio di Giulio Cesare ora difendeva anche militarmente uno di coloro, ossia Decimo Bruto, che avevano tradito suo padre.

Un primo scontro si ebbe presso Forum Gallorum, l’attuale Castelfranco Emilia, dove l’esercito di Pansa subì un’imboscata da parte delle legioni antoniane e durante il quale il console riportò anche delle ferite. In un primo momento sembrò che Antonio avesse la vittoria in mano e questa notizia fece anche in tempo ad arrivare a Roma. Ma le sorti della battaglia si capovolsero quando Irzio piombò sui nemici con la forza di due legioni. Il successo finale dei consoli fu accolta in Senato dall’ala pompeiana come un vero e proprio trionfo. Furono decretati ogni genere di onori per Irzio e Pansa, mentre Ottaviano passò, invece, quasi inosservato. L’ “irriconoscenza” di Cicerone e dei suoi, che parevano essersi dimenticati di chi gli aveva fornito parte delle truppe, fece riflettere il giovane Ottavio sul rischio di rimanere nell’ombra dei consoli. La soggezione a loro cominciò a pesargli quanto la soggezione a Cicerone.

La guerra, intanto, andò avanti e, arrivati a Modena, si ebbe un ulteriore scontro, vinto anche questa volta dalla parte consolare. Ora Marco Antonio veniva messo in evidente difficoltà e il suo proposito divenne quello di continuare l’assedio evitando altri scontri in campo aperto.

Per questa stessa ragione, invece, i suoi avversari cominciarono a ricercare la battaglia che avrebbe regolato i conti una volta per tutte e questa puntualmente avvenne il 21 Aprile di quell’anno, il 44 a.C.

Per Ottaviano fu un importantissimo punto di svolta: quei momenti segnarono il passaggio dalla sua posizione poco chiara, intrappolata dall’autorità di Irzio e di Pansa, alla sua prima affermazione.

Il conflitto anche questa volta fu vinto dai nemici di Antonio, che non fece in tempo a richiamare le truppe di rinforzo dall’accampamento.

Ma in quel contesto accaddero anche delle cose che forse, per Ottaviano, erano ancora più importanti della vittoria stessa.

Durante i combattimenti, infatti, venne ucciso Irzio, che era penetrato nel campo di Marco Antonio, e qualche tempo dopo la battaglia perì anche Pansa, probabilmente in conseguenza delle ferite riportate a Forum Gallorum.

L’improvvisa eliminazione di entrambi i consoli che avevano condotto la guerra, risultò per il giovane Ottaviano quanto di più opportuno potesse accadere, talmente opportuno che in alcuni ambienti non si smise di sospettare che Irzio e Pansa non fossero deceduti quasi contemporaneamente solo per un malaugurato caso.

In ogni caso, dicerie a parte, i fatti erano che adesso Ottaviano era l’unico comandante superstite e ciò significava, per lui, soprattutto poter iniziare a muovere le fila della situazione secondo i suoi progetti.

Ormai la fazione ottimate cominciava a servire poco alla sua carriera ed, anzi, aveva già iniziato da qualche tempo a costituire un serio impaccio ed ora che Ottaviano poteva agire più liberamente, non poteva che avvenire una graduale, ma chiara ed inesorabile, inversione di rotta.

Prima di tutto Ottavio rifiutò non solo di giungere ad accordi, ma anche solo di vedere, l’uomo in difesa del quale aveva combattuto, ossia Decimo Bruto.

Chiamato da Pansa, questi, libero dall’assedio, stava affrettandosi a raggiungerlo a Bologna, ma fu bloccato a metà strada da un messo di Ottavio, che lo informava della morte del console.

Il fatto che Bruto sia stato informato in tutta fretta strada facendo, in modo che non arrivasse a destinazione, rivelava la chiara chiusura di Ottaviano nei suoi confronti.

Ma ancora un elemento viene fuori dal rapporto fra il futuro Augusto e Decimo Bruto: la storiografia successiva, narrerà di un primo “botta e risposta” fra i due, una volta tolto l’assedio, in cui Ottaviano esprime tutta la propria disapprovazione verso Bruto.

Sebbene questo probabilmente sia solo un espediente narrativo, è interessante notare come solo adesso cominci a riemergere un motivo che poi sarà quello fondante della futura campagna politica di Ottaviano: la vendetta dell’assassinio di Cesare.

Soltanto ora, volte le cose a proprio favore, Ottaviano sembra ricordare che il suo padre adottivo era morto a causa di una congiura e che la fazione che sosteneva i congiurati costituiva ancora l’ala più importante in Senato.

Dopo avere respinto Bruto, il ragazzo rinuncia, inoltre, a inseguire Marco Antonio, primo segnale di un preordinato e progressivo avvicinamento ai cesariani, parte che, dopotutto, avrebbe dovuto essere la naturale collocazione dell’erede di Giulio Cesare.

Questa mancata impresa militare, oltretutto, è un deliberato disubbidire agli ordini di Cicerone, che invece consigliava ad Ottavio di mettersi alle calcagna del suo avversario ed è forse qui che il vecchio oratore comincia ad accorgersi che la sua opera di manipolazione non aveva fruttato i risultati sperati.

Una prima rottura fra Ottaviano e gli ottimati comincia quindi ad operarsi, non prima, però, di un tentativo, questa volta del primo, di utilizzare Cicerone per i propri scopi, proponendogli un accordo che avrebbe dovuto garantire ad entrambi il consolato.

Cicerone si convince che forse ancora non tutto è perduto e che, in fondo, avrebbe potuto continuare a sorvegliare ed indirizzare quel giovane, ma la rottura non riesce a ricomporsi.

Come per ogni questione politica romana, la partita viene spostata dalle manovre puramente politiche, per loro stessa natura mai del tutto pulite, alle questioni giuridiche ed istituzionali che riescono a polarizzare molto meglio gli schieramenti, le alleanze e le inimicizie createsi proprio attraverso le citate manovre.

In questo caso gli ottimati mostrarono di non tollerare non la disubbidienza di Ottaviano, ma il fatto che egli pretendesse il consolato senza averne l’età, nonostante precedenti come Pompeo, alla cui politica quella fazione diceva di richiamarsi, e lo stesso Giulio Cesare e quindi viene inaugurata dall’ala ottimate una politica di ostilità.

E’ adesso, quindi, che Ottaviano attua un’azione decisiva e radicale: grazie alla forza dell’esercito, accresciuto anche dalle truppe che erano state agli ordini di Irzio e Pansa, e grazie alla propria posizione come unico reduce vittorioso e dotato di imperium della guerra di Modena, il figlio di Cesare effettua una marcia su Roma.

Ricordando abilmente alle truppe la memoria di Cesare e, soprattutto, il fatto che, adesso, egli era l’unico a poter garantire loro i vantaggi ed i donativi promessi dal padre, Ottaviano esortò le truppe ad entrare in Roma. Fu così che in Senato irruppero quattrocento uomini armati, con la richiesta che Ottaviano venisse eletto console. Inevitabilmente le elezioni per il consolato videro la sua vittoria, assieme a quella di Quinto Pedio.

Il primo provvedimento preso dai due consoli, rivela la definitiva svolta cesariana di Ottavio: l’amnistia per i cesaricidi viene immediatamente annullata.

Da qui alla stipula di un primo compromesso con Marco Antonio, mentre Cicerone prende atto della sua conclusiva sconfitta, il passo è breve.

E’ in questo momento che viene sottoscritto l’accordo passato alla storia come “secondo triumvirato”, anche se in realtà è il primo ad avere valore legale e ad essere riconosciuto dal governo romano, essendo il precedente, quello che aveva unito Cesare, Pompeo e Crasso, solo un accordo “segreto”. Questo triumvirato, invece, legò Ottaviano, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido, anche quest’ultimo stretto ex-collaboratore di Cesare.

La successiva sconfitta militare a Filippi inflitta ai cesaricidi con le forze dei triumviri unite e la spartizione delle province fra di loro appartiene già ad una parte della storia di Ottaviano più conosciuta e nota, quasi che essa cominciasse soltanto adesso che il futuro imperator riusciva a dare alla sua opera e alla sua personalità un carattere più preciso e “ideologizzato”, uscendo, perlomeno nei suoi atti più espliciti, dall’indubbia ambiguità che aveva caratterizzato l’inizio della carriera di questo ragazzo destinato a segnare per sempre e profondamente il futuro di Roma. "

 

 

il testo è pubblicato anche su SIGNAINFERRE

 

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