Stella Romanelli

Il Canto di Shespankh

2008, & MyBook

 

Recensione di Enrico Pantalone

 

Raramente commento i romanzi, specialmente quelli a sfondo storico, proprio perché essendo narrativi e non saggistici è normale che essi intreccino storia e fantasia nella stessa maniera, il concetto è capire se la fiction sia di qualità oppure dozzinale.

In questo caso il romanzo di Stella Romanelli esalta la storia insieme alla fantasia dal punto di vista qualitativo, scelta oculata in ragione anche della lunghezza della narrazione, certamente minore di altri testi, ma proprio per questo dotata di una suspense quasi irreale insieme alla ricchezza d'espressione.

Il racconto muove lungo le orme della civiltà egizia nella seconda metà del secondo millennio aC e prende lo spunto dall'opera politico-religiosa, ancora storicamente misteriosa, di AMENOFI IV (o Akhenaton) e dell'introduzione della sua religione dedicata al Dio Ator, prima monoteismo di questa civiltà, secondo solo al monoteismo ebraico.

Stella Romanelli crea durante la narrazione, l'intrigo della vicenda in modo perfettamente calcolato che il buon lettore subisce senza alcuna violenza, delicatamente, quasi sussurrato, ma certamente ben tracciato e impostato.

I due protagonisti Unas e Shedet vivono un'intera parte della loro vita, quella passata appunto sotto il Faraone Amenofi IV di cui sono l'espressione culturale e scientifica più libera dell'intera corte, a costruire un grande progetto dedicato all'ecumene sino allora conosciuto, un ideale che coniughi forza morale ed etica, uno sforzo che unisca la vita terrena a quella sovrannaturale rappresentata appunto dalla nuova divinità di Ator.

Tutto intorno ai due protagonisti si muove una moltitudine di personaggi che rappresentano la società del tempo con le loro varie sfaccettature caratteriali, una moltitudine di colori rappresentati dalle costruzioni, dal deserto, dalle acque e dagli animali, naturale complemento dell'intera impalcatura narrativa.

I due, uniti nella vita da un amore entusiasmante, non s'accorgono di pericoli o di disfunzioni nella vita sociale che porteranno alla caduta del Faraone, essi perseguono le loro finalità con lo stesso carattere con cui le avevano preparate, nulla cambia se essi dovranno abbandonare i loro studi ed i loro sogni per cercare rifugio nei territori dell'Europa greca e celtica, la loro figlia, Shespankh, sarà il loro tramite per cercare di trasmettere tutto ciò che essi avevano costruito ad altre generazione, lontane dall'Egitto, ma capaci di comprendere.

Il romanzo è con ogni probabilità anche autobiografico, lo s'intuisce dalla carica interiore che certe situazioni mostrano in maniera efficace, ciò rende l'amalgama ancora migliore e forse questo è il segreto del testo che consiglio vivamente.

 

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