Il Dono di Prometeo   

di Marco Mantovani

 

(tratto dal sito dell'autore WITTENBERG)

 

 

Agli estremi confini della terra, in un deserto senza uomini, incatenata alle rocce di profondi dirupi, su un picco esposto alle tempeste, si staglia la figura solitaria e dolente di Prometeo. Così secondo Eschilo è finito colui che ha avuto come unico torto di agire in favore degli uomini, ora è inchiodato ad un montagna da infrangibili ceppi di bronzo, o acciaio secondo altre traduzioni.

La fantasia dei greci era piuttosto fervida in quanto a supplizi, con un certo gusto metafisico, Prometeo non è da meno e si lascia dilaniare il fegato da un’aquila , rinnovando l’atroce banchetto ogni tre giorni.

Qual è la colpa che ha condannato Prometeo ad un destino affatto invidiabile? Secondo la tradizione, Zeus, appena insediato sul trono che fu di suo padre, non tiene in alcun conto i miseri mortali, vorrebbe anzi sostituirli con una razza del tutto nuova. Il titano, pur appartenendo alla stirpe divina, si oppone ai disegni del boss olimpico, per evitare lo sterminio che per essi è stato decretato.

Come fare, qui entra in gioco l’astuzia di Prometeo, astuzia e capacità di trovare “nuove strade” che gli valgono la l’epiteto “deinòs”, tremendo, che suscita sgomento ed ammirazione. Piccola digressione su questo attributo, famoso per essere stato associato, da Platone, a Parmedide, il grande e venerando, ma capace di ispirare timore. Nell’Iliade lo si trova in riferimento al re Priamo, nell’antigone di Sofocle celebra il potere dell’uomo:

    “Molte sono le cose terribili, ma la cosa più terribile è l’uomo

Per i tragici, è “tremendo”, colui che sa trovare la strada, colui che si apre la strada fra i gorghi spalancati, colui in grado di trovare tutte le strade (Sofocle, Antigone).

Prometeo dunque, con la sua capacità di problem solving (Προμηθεύς, Promethéus, "colui che riflette prima"), riesce a sabotare il piano di Zeus, grazie a lui, l’uomo apprende la parola, il pensiero alato, i fondamenti della società. Oltre naturalmente al fuoco, emblema del passaggio dell’uomo dallo stato di natura. Con buona pace di Rousseau.

Ecco, ora l’uomo, grazie ai doni ricevuti da Prometeo, può varcare il mare tempestoso, rivoltare la terra con l’aratro, catturare con l’astuzia i pesci e gli uccelli, domare le bestie selvatiche.

La stirpe degli uomini, fino ad allora “simili a larve di sogno”, ha imparato a distinguere le stagioni, usare i numeri e l’unione delle lettere, sviluppato ogni espediente utile per la sopravvivenza.

C’è però un limite che essa ancora incontra, una strada che non può percorrere, un passaggio che è incapace di superare. L’uomo è “mai sprovvisto di fronte a ciò che lo attende, soltanto alla morte non può sfuggire” (Sofocle, Antigone)

Al progresso, altrimenti inarrestabile, si presenta un confine invalicabile a cui neppure Prometeo può trovare una via di uscita, nessun espediente questa volta può essere escogitato.

Qual è allora il dono più prezioso al genere umano? Superiore alla grammatica, all’astronomia e alla coltivazione dei campi, è il dono dell’oblio della morte, condizione necessaria al progresso. “Il più grande beneficio procurato ai mortali”, Eschilo, “Ho distolto i mortali dal tenere gli occhi fissi sul loro destino”.

Questo è il “mèga ophèlema”, il grande beneficio, portato ai mortali. “Larve di sogno”, effimeri, legati alla vita di un solo giorno, sono gli uomini finchè si concentrano sul proprio destino.

Questo beneficio è un “farmaco”: “Quale farmaco hai inventato per questa malattia?”, domanda il Coro nel Prometeo Incatenato. E’ un farmaco ambivalente, è anche, necessariamente, un inganno, un’esca che lega gli uomini alla vita, come se essa non dovesse mai avere termine. Come ogni farmaco, giova attraverso un piccolo avvelenamento.

La “liberazione” degli uomini, grazie al sacrilegio di Prometeo, avviene infatti con l’imposizione di una nuova prospettiva, con l’inganno di una vita affrancata dalla prospettiva della fine

 

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