Il Principato e la “rivoluzione religiosa”

di Enrico Pantalone

 

Fondamentalmente sono due i fattori che contribuirono a provocare una “rivoluzione” religiosa all’interno del nascente principato romano: il tardo ellenismo in oriente e la guerra civile nell’Urbe.
Questo significò che la religione “nazionale” (quella degli antenati per intenderci) non riuscì mai più a risollevarsi dall’apatia in cui era decaduta e dovette lasciare il posto a tutte le filosofie legate al sovrannaturale che vennero “importate” dal medio - oriente.
La fede nella potenza celeste lasciò il posto a particolari provvidenze quotidiane (chiamate tyche) ed a dottrine più filosofiche che religiose come epicureismo e stoicismo

(stoa), oppure più avanti al neopitagorismo e al neoplatonismo di chiara origine ellenica o ancora a quella più orientale come la gnosis con il suo aspetto sincretico.
Insomma la nuova conformazione istituzionale romana sembrò alla ricerca di una multi religiosità che potesse garantire tutte le popolazioni che ne componevano l’impero.
In queste condizioni si può comprendere bene come il cristianesimo abbia potuto sviluppare agevolmente le proprie radici indistruttibili nel tempo.

Il sentimento puramente ispirato a devozione e partecipativo in maniera collettiva rispetto alla religione e alla spiritualità dei tempi repubblicani lasciò quindi il posto in epoca imperiale a qualcosa di molto meno oneroso e sentito: per carità, mai cono in questi secoli i giardini delle abitazioni e delle ville furono pieni di statue rappresentanti divinità sparse ovunque, ma furono semplicemente un fatto decorativo senza nessuna attinenza alla pratica religiosa vera e propria.
Del resto le religioni “di moda” venivano tutte dall’oriente e portavano con loro pratiche più basate sul misticismo o sulla magia che su una filosofia vera e propria (Culto di Osiride, Mitraismo e della Grande Madre per esempio): misticismo che offriva immortalità in vita e non in quella ultraterrena oltre che altre “certezze” nel quotidiano, perciò da questo punto di vista si può comprendere come il cristianesimo abbia potuto imporsi ad esse successivamente con irrisoria facilità.

Al tempo di Ottaviano Augusto spesso nei dibattiti forensi tra cittadini si discuteva sul fatto che le divinità tradizionali non avessero alcuna intenzione di “parlare” più apertamente con la gente e seguitassero a comunicare solo attraverso segni positivi o negativi: questo non poteva più ovviamente bastare a cittadini in grado di discernere compiutamente su qualsiasi argomento, si chiedeva quindi chiarezza, non si discuteva e non si metteva in dubbio il loro potere extraterreno ma la bacchetta magica non aveva più alcuna risonanza.
Ecco perché s’iniziò a divinizzare il principe e si professarono spiritualmente delle religioni più aderenti alla realtà sociale che si stava sviluppando nell’intero impero: miti e poesia furono in sostanza spazzati via e si svilupparono maggiormente le rappresentazioni più prettamente “popolari” spesso anche a discapito della parte filosofica della credenza.

Il romano del tempo di Ottaviano tendeva a concentrarsi sull’aspetto filosofico del culto piuttosto che su quello religioso vero e proprio, la sua tendenza era di cercare di comprendere a cosa esso servisse veramente in termini concreti nella vita quotidiana.
Il romano di quel tempo probabilmente non credeva più come ai tempi dei suoi antenati ma la religione diventava comunque uno stimolo per comprendere meglio la vera natura delle divinità qualsiasi esse fossero: cioè vi era più concretezza che passione o devozione.
Se il Tevere esondava, non era certamente colpa delle divinità o del fato, per il romano una parte di colpe era anche delle istituzioni, questo concretamente si pensava parlando dei culti, semmai gli dei potevano mostrare cosa era bene o cosa era male, appunto una filosofia, ma poi l’applicazione pratica d’ogni cosa era umana e come tale percettibile di miglioramenti o di aggiustamenti.

Pur svolgendosi regolarmente grazie anche all’azione restauratrice dei principi che si susseguirono nel tempo, i rituali antichi nei primi secoli AD stavano rapidamente perdendo la loro funzionalità all'interno della multietnica società imperiale, essi diventavano giornate non lavorative, quindi non più feste di partecipazione popolare collettiva.
Il punto principale della questione è che nei primi secoli AD proprio il vorticoso cambiamento sociologico evidente nella nuova e grandiosa realtà istituzionale non permetteva di mantenere un contatto con vecchi rituali quali ad esempio quelli dei Frates Arvales, troppo distanti dalla mentalità venutasi a creare con l'immissione di un’eterogenea struttura umana laddove prime esisteva solamente quella latina o italica.

Fino a che ci furono solamente i greci che adottavano lo stesso concetto spirituale dei romani, il problema fu largamente superato o, di fatto, nemmeno esistente, quando per contro, si affacciarono altre realtà umane che non avevano una collocazione precisa, potevano essere del nord Europa quanto delle regioni medio orientali il problema divenne evidente, certo artifizi furono utilizzati per salvaguardare le arcaiche abitudini religiose senza entrare in conflitto con quelle nuove, ma era altrettanto ovvio che nulla sarebbe stato più come prima.

Indubbiamente i riti come l’assunzione del principato mischiavano spesso il pubblico con il privato, del resto proprio da questo periodo s’inizia a parlare di “Divo Augusto”, cioè di quel processo d’identificazione della massima espressione istituzionale con la religione.
Proprio seguendo questo dettame è proprio del periodo che stiamo valutando anche una pratica molto realistica della religione e dei suoi riti ancestrali, la gente inizia a chiedersi ed a parlarsi della natura della divinità , la filosofia soppianta in un certo qual senso la poesia o l’arte letteraria che in precedenza descriveva molto bene la presunta azione divina.

In precedenza Giove o Marte intervenivano perché così era dato a conoscere e questo serviva all’intera popolazione, ora questo non basta più, ci vogliono delle ragioni diverse, si cerca una verità nell’atto spirituale che si va a compiere.
Sostanzialmente nei tempi antichi il rito fungeva da protezione per un territorio e una società ristretti in cui si viveva essenzialmente di agricoltura, ora con i commerci e un immenso impero le cose cambiavano naturalmente…

Nel periodo osservato, il primo cristianesimo per esempio, dovette sin dai suoi inizi confrontarsi dal punto di vista filosofico e religioso (quindi non guardiamo il lato politico) con la carica di pontifex maximus che l’imperatore deteneva in Roma e che lo rendeva in sostanza capo spirituale dell’intera comunità.
Questa carica religiosa sebbene dopo Ottaviano Augusto fosse puramente onorifica e priva sostanzialmente di valore perché, di fatto, non esisteva un culto ufficiale nello stato, ma solo delle cerimonie rappresentative nel corso dell’anno, trovò terreno fertile per un’opposizione da parte dei cristiani che dal punto di vista spirituale potevano accettare un solo sacerdote supremo al massimo demandando tale prerogativa a un vescovo.
Il contrasto non fu immediatamente violento anche perché i primi imperatori, da Tiberio in poi, si limitarono alle consuete celebrazioni e alle prerogative sacerdotali evitando l’obbligo dell’adorazione della loro persona per non esasperare gli animi, cosa che successe invece nei secoli successivi e soprattutto durante il terzo secolo.

Dobbiamo pensare che la diffusione nell’impero (e anche in precedenza) delle pratiche religiose medio - orientali avevano consolidato la figura del princeps come Dio superiore a tutto, o meglio come l’incarnazione idealistica della divinità suprema.
Ottaviano Augusto non volle certamente esagerare nel culto della sua personalità, egli era, come ben sappiamo, un uomo estremamente prudente quando si trattava di affari dello stato e voleva evidentemente evitare contrasti non solo religiosi ma anche politici, per cui mantenne la figura di pontifex maximus entro dei limiti tollerati da tutti nell’impero.
Così fu anche per i suoi successori più vicini anche se pian piano il culto della divinità imperiale era consacrato soprattutto dopo la morte del principe e questo rimarrà sostanzialmente fino verso la fine del II secolo quando cresciuto notevolmente anche il cristianesimo, le cose precipitarono in maniera evidente e pesante.

Dobbiamo anche considerare che la comunità cristiana ruppe in maniera piuttosto rapida con l’universo religioso di riferimento iniziale cioè quello ebraico e volse rapidamente il suo sguardo al mondo ellenico - latino, in pratica si aprì a esso trovando molta più rispondenza sociale in quest’ultimo rispetto a quello giudaico, anche se cercò di caratterizzarne norme e valori secondo la propria identità.
Per esempio, l’universalismo era un principio comune tanto al pontifex maximus quanto al vescovo cristiano e alcuni storici parlano apertamente di corrente pagano - cristiana su diversi temi riguardanti le due filosofie che avrebbero poi posto le basi per la successiva integrazione dei gentili romani verso la nuova religione
.

Fin dai tempi di Ottaviano Augusto la simbologia legata al nome di Roma e al principe regnante si sovrapponeva alle religioni locali come unico e proprio vero culto ma non li sostituiva mai, era un’esigenza delle istituzioni locali quello di celebrare i riti in favore di chi dominava e nel suo nome, tuttavia ciò non rappresentava in alcun modo un ostacolo a pregare o adorare forme diverse che non manifestavano rifiuto delle prime.
In buona sostanza era una forma di agreement tra le parti, io non disturbo il tuo sistema religioso ma in cambio tu fai officiare dei riti per mantenere in buona “salute” l’imperatore e l’impero affinché abbia prosperità e magnificenza: questo accadeva soprattutto nei paesi del Mediterraneo orientale laddove le motivazioni di fede erano senz’altro più presenti e vigorose.
Con questi presupposti si può ben capire perché il cristianesimo nel medio - oriente abbia avuto delle fondamenta sicure e costanti nel tempo ed ebbe modo d’evolversi in maniera decisiva, le facilitazioni che tutti i culti locali ebbero furono importanti per la propagazione di una religione che indubbiamente aveva spinte ed ideali diversi e più importanti rispetto ad altre più esoteriche.

Teniamo presente che a Roma il cristianesimo si propagò in maniera molto veloce e senza particolari patemi, probabilmente perché esso era assimilato ad altre filosofie religiose modellate sull’ebraismo e quindi accettate, di fatto, da parte imperiale come comunità autonoma all’interno delle istituzioni.

Indubbiamente giocò a favore dei cristiani il fatto che essi a Roma si comportarono in maniera veramente ligia e rispettosa dell’autorità civile e questo bastava per evitare qualsiasi tipo di problema o d’intervento da parte dei preposti all’ordine pubblico nella città.
Paolo di Tarso era abbastanza insistente da questo punto di vista: per lui chi andava contro le autorità civili andava anche contro Dio, l’atteggiamento pubblico di sottomissione favoriva quindi la possibilità di agire dal punto di vista spirituale molto a fondo nel tessuto sociale.

Indubbiamente la nuova religione che si stava diffondendo nell’impero fece presa in maniera decisiva in quasi tutte le comunità ebraiche che si rifacevano all’ellenismo, non a caso la lingua greca fu quella che permise il proliferarsi parcellizzato della predicazione in tutto il medio - oriente e nell’Asia Minore prima di passare sul territorio europeo.

La lingua greca evidentemente aiutò molto l’apostolato perché era una lingua parlata in tutto il bacino dell’Egeo, primo obiettivo reale dei cristiani prima d’arrivare nell’Urbe.
All’interno della popolazione ebraica il problema deve essere stato abbastanza evidente perché quelli che noi oggi definiamo “pagani” medio - orientali avevano da subito definito i cristiani come i seguaci del Messia (cioè in greco christianoi) proprio perché essi professavano dei parametri religiosi molto diversi dai loro e credevano appunto nella resurrezione del figlio di Dio.

 

 

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