Il Rugby, espressione del gioco di squadra  

di Enrico Pantalone

 

 

Il Rugby, nato ufficialmente nel Regno Unito nel 1823, è forse lo sport di squadra dove più gli individualismi perdono la loro importanza di fronte al gioco collettivo, in meta non ci si arriva da soli (se non in casi particolari ed eccezionali) e la realizzazione è solamente la finalizzazione d’un movimento corale che vede tutti i quindici giocatori perfezionare l’intesa tra i reparti.

La squadra di rugby può a prima vista assomigliare ad un vero e proprio reparto militare, tanta è la disciplina e il fervore con cui i giocatori assecondano gli schemi di gioco sul rettangolo verde, ognuno ha il proprio posto con specifiche tecniche precise e con doveri altrettanto precisi, non a caso questo sport è nato nei paesi britannici dove l’assioma militare/cittadino civile è molto sentito come al tempo dell’antica Roma.

Uno degli aspetti più caratteristici delle fasi di gioco è il raggruppamento, la mischia, dove si valorizza la forza fisica delle due squadre, non sono ammessi falli o scorrettezze di nessun genere, le sanzioni per chi commette queste infrazioni sono pesanti nell’economia del match, proprio perché deve emergere la “spinta” più forte, maschia, decisa ma corretta nell’esecuzione ed effettuata con la sola forze delle braccia dei giocatori in equipe.

Il gioco del rugby ha degli aspetti sociali interessanti che consentono la divulgazione pratica di uno sport duro e muscolare certamente ma basato su valori quali l’etica personale nei confronti dell’avversario e la coesione di spirito nello sforzo collettivo del team.

Lo spettacolo non è solo nel gioco o nello sforzo dei giocatori che partecipano al match, ma si estende anche sugli spalti, prima, durante e dopo la partita, l’entusiasmo contagia la gente, si tifa a favore del proprio team non contro gli avversari, non si ha notizia di tafferugli o di violenza tra supporter di squadre diverse, anzi spesso lo scambio d’applausi è reciproco, intendiamoci vincere è un imperativo, come in ogni sport ovviamente, ma nel rugby le differenze tecniche creano distanza notevole fra i team maggiori e quelli di secondo piano per cui il rispetto d’ogni avversario è uno dei punti principali nel contesto sociale in cui evolve questa pratica sportiva.

Il difetto principale su cui molti esperti di sociologia puntavano il dito parlando del rugby nel passato è stato per diverso tempo quello concernente l’elitarismo che sarebbe stato alla base del gioco fin dalla sua fondazione nelle esclusive università britanniche, si parlava apertamente di snobismo nei confronti di sport più popolari e più rappresentativi di un mondo ancora in fase d’espansione culturale e sociale, il fatto stesso che il primo vero e proprio campionato del mondo si fosse disputato, solamente nel 1987 poteva indicare ragionevolmente questi principi.

In realtà questo sport è conosciuto e praticato ovunque nel mondo, dalle isole del Pacifico, alle nazioni andine, dall’Asia all’Africa, oltre ovviamente ad Europa, Australasia* e nord America, semmai viene da chiedersi come mai in Europa esso abbia attecchito compiutamente solamente nelle nazioni latine oltre a quelle britanniche e manchi totalmente una cultura in tal senso nei paesi germanici, scandinavi o slavi per esempio (eccezion fatta per Russia e Romania all’est), sembrerebbe quasi che esso sia fermato sui confini del vecchio “impero romano”, c’è da pensare al vecchio sistema delle  “Legioni Romane “ ?

In tal senso ritroviamo certamente alcuni punti di similitudine nelle fasi di gioco con il movimento delle Legioni Romane, le linee dei giocatori che insieme bloccano l’azione propulsiva avversaria, la coralità delle azioni d’attacco, la forza d’insieme del nucleo, il collettivo prevalente sullo spirito personale, non dimentichiamo che i britannici hanno sempre impostato la loro cultura e la loro civiltà, anche militare, mutuandola da i rapporti dall’antica Roma, non a caso la partenza della loro nazione è datata sui loro testi storia facendola partire dal 43 AD, cioè da quando Claudio conquistò ufficialmente l’isola, appare quindi logico pensare alla creazione d’un gioco che coniugasse gli antichi propositi con il moderno sviluppo sportivo-culturale del giovane universitario britannico.

 L’evoluzione del gioco in Italia ha subito una serie di pause anche quando si pensava a una possibile esplosione, in realtà noi per anni siamo rimasti esclusi dai test-match che contavano, cioè quelli con Inghilterra, Irlanda, Scozia, Galles, Australia e Nuova Zelanda, pur avendo dei buoni giocatori a livello europeo, il grande Paolo Rosi (valente giocatore) che tutti conoscono per le telecronache d’atletica oltre che di rugby, disputava già nel 1949 un incontro internazionale a Londra con una rappresentativa europee che sfidava i giganti britannici, oppure come Stefano Bettarello, primo italiano invitato nella selezione dei Barbarians (cioè i giocatori d’oltre Manica) negli anni ottanta e molti altri ancora come De Anna, non posso citarli certamente tutti e mi scuso con loro.

Per noi l’unico metro di confronto erano i due match stagionali con la Francia, regolarmente persi, peraltro eravamo palesemente inferiori dai nostri cugini, superiori tecnicamente ovunque nel perimetro di gioco e senza discussioni, impressionante la serie di disfatte a cui siamo andati incontro, tragico il 60-13 subito a Tolone nel 1967, proprio da quel giorno e fino al 1998 (cioè per più di trent’anni) dovemmo subire l’onta d’affrontare solamente la loro seconda o terza selezione, forse anche con un po’ troppo di snobismo malcelato (riconosciuto posteriormente) da parte transalpina, ma sostanzialmente meritato.

Del resto, nel peggior momento del rugby italiano, gli anni settanta, si riuscì a perdere anche in Russia ed in Marocco retrocedendo nella Serie B dell’Europa che non contava, ma in quel periodo le tensioni sociali esistenti  sul nostro territorio non consentivano certo un dispendio di risorse finanziarie utili al rilancio che invece avvenne con l’economia in slancio negli anni ottanta-novanta.

Furono fatti molti investimenti ed un lavoro duro sui ragazzi, tante tournee per imparare anche prendendo pesanti scoppole con Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica: il premio fu la partecipazione alla prima Coppa del Mondo nel 1987, arrivò anche la prima vittoria tanto sospirata contro i francesi (il secondo team) nel 1993 e la successiva “ufficiale” nel 1997 con la vittoria nella finale di Coppa Europa, la prima vittoria a Dublino contro una squadra del Cinque Nazioni, il torneo dell’aristocrazia del rugby europea e la conseguente partecipazione allo stesso dal 2000 su invito dell’organizzazione britannica.

Le feste di partecipazione del pubblico alle partite nel torneo delle Sei Nazioni ed ai test-matches indicano che  dal punto di vista sociale e culturale il rugby ha creato una propria nicchia nel contesto degli sport di massa italiani, contesto che però al momento sembra riguardare più la nazionale che i club che eccezion fatta per Roma, rappresentano la provincia e non le metropoli, la tradizione rugbista di Milano, Genova, Napoli e Torino richiederebbe uno sforzo suppletivo per ridare l’anti splendore almeno in ottica di un buon torneo “speranze” italiano, considerando che dalle ultime deliberazioni della Federazione si è deciso di partecipare alla  Celtic League, il campionato unito di Scozia e Irlanda, con due o più formazioni di valore internazionale il che richiederà l’utilizzo dei migliori giocatori d’interesse nazionale.

 

*Australasia: Australia e Nuova Zelanda

 

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