I riti religiosi nell’evoluzione della società greco-romana

di Enrico Pantalone

 

 

Quasi tutte le civiltà mediterranee dell’età del ferro lasciano ampio spazio al culto delle proprie origini, degli antenati, cioè in poche parole all’orgoglio d’appartenere all’etnia del proprio gruppo, questo porta a costruire monumenti e templi in cui si possa onorare e rispettare i propri antenati.
In generale i luoghi del culto sono di natura funeraria, in modo da regalare all’officiante il modo di entrare “in contatto” spirituale con il proprio avo venerato, ma ovviamente non è sempre cos’, certo è che l’architettura e le decorazioni spesso hanno tratto in inganno lo studioso o l’archeologo dando l’impressione che l’espressione della manifestazione esteriore sia stata forse un po’ troppo costruita a posteriori.
Questo è il punto in questione, le costruzioni adibite al culto degli antenati possono essere realmente considerate dei luoghi di culto “religioso e spirituale” oppure come delle semplici manifestazioni sociali o d’orgoglio della comunità di riferimento ?

In realtà sembra tuttavia difficile rispondere ad una domanda del genere anche perché, se pur simili le manifestazioni di culto potevano avere scopi diversi, i romani e gli italici avevano uno spirito maggiore rispetto agli ateniesi in questo campo, mentre gli spartani assomigliavano più ai primi per il modo di concepire questi riti, però vediamo come Omero (primo fra tutti) fa discendere Odisseo nell’Ade anche con lo scopo (non secondario) di rendere omaggio ai suoi amici morti in combattimento.
Insomma, anche nel culto degli antenati in queste civiltà sembrano prevalere, nella complessità del'argomento motivazioni sociologiche interessanti primarie probabilmente rispetto a quelle propriamente spirituali.
La processione era cerimonia religiosa dal tono solenne che generalmente terminava  davanti ad un altare o in un luogo sacro nell’ambito cittadino, in uso sia tra i greci (soprattutto in onore di Zeus) che tra i romani dove prendeva il nome di Pompa.
Per i greci era una forma di presentazione sacrale senz’altro pubblica e diretta sostanzialmente alla divinità ma era sicuramente meno solenne rispetto a quella  praticata dai romani che a loro volta la suddividevano come di consueto distinguendola ulteriormente da quella possibile di tipo più privato.
Una manifestazione pubblica romana aveva luogo in concomitanza con un Trionfo per una vittoria sul nemico ed era celebrata nei riti che tutti noi conosciamo abbondantemente finendo sempre con l’apparizione del comandante vittorioso fino al Campidoglio, un’altra era quella che accompagnava le immagini degli dei al Circo con grande utilizzo di fanciulli e fanciulle (purché con i genitori ancora viventi).
Tra le varie manifestazioni di tipo privato per contro si possono segnale quelle relative al matrimonio con grande utilizzo anche qui di fanciulli e fanciulle, una cerimonia molto gaia e sorprendentemente seguita dalla gente e per contro importante era anche quella dedicata al culto dei morti in cui venivano trasportate le immagini o i simboli dei propri antenati con l’accompagnamento del suono di flauti lungo tutto il percorso.

Nella processione dell'antica Grecia la solennità nei riti è certamente enorme, perché l'atto oltre ad essere pubblico e seguito quasi dall'intera popolazione avendo tra i cittadini anche i magistrati come principali protagonisti, essi danno le disposizioni perché tutto avvenga secondo i ritmi e le incombenze prestabilite dal sistema vigente, nulla viene lasciato al caso, esecuzioni di bestie comprese, ahimè destinate al rituale macello propiziatorio.
Una processione del tutto particolare in Grecia era relativa all'Efebia, la preparazione giovanile all'età adulta che constava di numerose prove sia militari che religiose, nelle prime si doveva restare almeno un anno in un territorio di confine insieme a veterani di guerra o comunque militari di professione per conoscere ed aiutare, nelle seconde si doveva condurre una processione attraverso tutti i santuari del territorio dopo aver prestato un giuramento solenne in quello di Aglaura, nell'Acropoli.

Uno dei luoghi che maggiormente mettono in risalto nell’Italia settentrionale la presenza della religione come atto sociale nel V secolo aC è sicuramente quello relativo alla sorgente d’Aponio, situato nelle vicinanze di Padova, città che maturava lentamente la sua predominanza socio-economica a nord-est, evidenziata ancor più nei due secoli successivi.
Non a caso, il buon Tito Livio che di Padova era mentore, lo sottolineava spesso con un certo orgoglio e menzionava altrettanto spesso il tempio dedicato a Giunone che era sicuramente il più frequentato ed in cui vennero anche esposti i trofei vinto ai galli che tentarono l’invasione del territorio.
La particolarità di questo territorio dedicato ad Aponio stava nel fatto che il sito cresceva e s’espandeva in egual misura all'espansione della struttura urbanistica cittadina, probabilmente non era strettamente connesso con le attuali località termali, ma sicuramente ne fu un precursore.

Un altro importante studio sociale di stampo religioso era quello relativo alla prostituzione sacra, prassi abbastanza comune in tutta l’area che faceva capo al Mar Egeo ed al Mediterraneo orientale e che solitamente consisteva nella vendita di prestazioni sessuali da parte di chi serviva nel tempio preposto per favorire particolari avvenimenti naturali o bloccarne altri, per ragioni di fertilità famigliari oppure al solo scopo di compiacere la divinità.
Le giovani che servivano nei templi non erano ovviamente tutte sacerdotesse o preposte, ma anche semplici inservienti, esistevano dei mercati appositi dove procurarsi la “merce vergine” perché onestamente di questo si trattava, la società del tempo obbligava di fatto la donna a compiere questi atti, teniamo presente la poca libertà d’azione che essa aveva in quei secoli per l’appunto.
Al contrario questo tipo di “filosofia sacra” non si sviluppò per nulla o quasi sul territorio italico, non v’è menzione di prostituzione nei templi, probabilmente perché la maggior libertà di cui godeva in generale la donna riuscì ad evitare questo carattere della società religiosa, né popoli latini, né etruschi, né celti utilizzavano questo “sistema”, uniche eccezioni le terre in cui vivevano le popolazioni d’origine greca nel sud dell’odierna Italia, ma restarono comunque di livello molto minore rispetto a quelle dei cugini dell’Egeo.

Nella Roma repubblicana delle grandi guerre puniche spesso l’effettuazioni di riti religiosi, molto poco religiosi e molto più magico-esoterici, portavano all’eccitazione della folla popolare (specie se le notizie militari non erano buone) ed al susseguente formarsi di spontanei scontri tra i vari gruppi sociali, il che significava anche gruppi di potere che ne approfittavano per far prevalere o per esercitare pressione sulle istituzioni.
La religione romana era uno strumento delicatissimo, proprio per la mancanza di reali certezze riguardo le divinità, ripartite spesso proprio tra questi gruppi di potere per il loro uso e consumo politico, una cosa era la manifestazione spirituale all’interno di una casa o della famiglia, per la sua tutela, una cosa era chiedere di far vincere una battaglia, nel primo caso la tradizione teneva sempre banco, nel secondo molto meno, specie se le cose non andavano bene.

Conosciamo tutti la data del 300 aC, anno in cui con la promulgazione della legge detta Ogulnia (dai tribuni plebei Ogulni) si permetteva di fatto l’accesso alle cariche religiose più importanti ai plebei, quelle degli auguri e dei pontefici, chiudendo un cerchio iniziato numerosi decenni prima con l’inserimento nell’ambito sacerdotale di alcuni elementi provenienti dalle loro file (cinque per l’esattezza su dieci) che comunque dovevano sempre riportare al pontefice preposto: una specie di rivoluzione. ….
L’apertura più politica che religiosa senz’altro era dovuta alle mutate esigenze socio-culturali inarrestabili con l’accrescimento della potenza romana e quindi l’evento fu veramente importante per la gente comune: accedere ad alte cariche significava avere maggiore considerazione nell’eterna lotta contro il patriziato, perché ora gli eletti dei primi potevano decidere autonomamente un impostazione rituale senza dover sottostare all’influenza o alla benevolenza di sacerdote dei secondi.

Obiettivamente possiamo senz’altro affermare che i baccanali, come avvenimento a carattere religioso non riscontravano sicuramente il favore della gente, anzi erano abbastanza impopolari e senza dubbio trovavano adepti soprattutto nell’alta aristocrazia del tempo come forma di svago dalla routine quotidiana ed il troppo ellenismo di cui la società romana si stava riempiendo a partire dal II secolo aC li favorì.
Infatti Plauto preferisce parlare di insania piuttosto che parlare di scelleratezza, proprio perché la gente comune riteneva gli adepti di questa disciplina degli invasati piuttosto che dei turbatori della pubblica quieta, insomma la gente comune non dava troppo peso a questi giochi perversi.
Infatti, sorprese la questione delle orge a sfondo delittuoso e non si voleva credere alla versione senatoriale in un primo momento, tant’è che la denuncia avvenne in assemblea pubblica dietro autorizzazione senatoriale così d’avere la rispondenza popolare che altrimenti sarebbe stata molto difficile da ottenere.

La "colpa" dell'attività che possiamo considerare poco edificante è senz'altro attribuibile in linea generale all'introduzione da parte della sacerdotessa etrusca Anna Paculla d'alcuni principi che ne modificavano sostanzialmente la pratica festiva, dapprima in Roma riservata alle sole donne, portandola ad una promiscuità da taverna di tipo orgiastico con l'apertura anche agli uomini, i quali ovviamente non si facevano pregare per riempire le dimore ed abusare di tutto e di tutte.
La reazione dello Stato Romano fu tardiva e si mise in azione solamente dopo diverse denunce pubbliche, il culto in sé non dava realmente grandi problemi com'era logico che fosse, ma le conseguenze di questi festini notturni avevano delle forti conseguenze sociali prima ancora che religiose e su questo punto chi governava non poteva esimersi dall'intervenire ed infatti lo fece drasticamente.
Il culto dei baccanali sin dall'antichità aveva trovato espressione soprattutto e negli ambienti aristocratici, sia parlando di egizi, sia di greci che negli etruschi che forse ne furono gli interpreti peggiori o più basi dal punto di vista della morale e dell'etica.

Tutto questo durò finche non mutò a Roma, oramai padrona del mondo mediterraneo, la formula istituzionale con l’introduzione del principato che pur facendo svolgere regolarmente i riti ne modificarono i principi sociali.

Sotto Ottaviano Augusto e Tiberio i rituali antichi stavano rapidamente perdendo la loro funzionalità all'interno della multietnica società imperiale, così i essi (ed i loro primi successori) fecero in modo che i riti stessi diventassero solamente giornate non lavorative, non più quindi feste di partecipazione popolare collettiva.
Il punto principale della questione è che nei primi secoli AD proprio il vorticoso cambiamento sociologico evidente nella nuova e grandiosa realtà istituzionale non permetteva di mantenere un contatto con vecchi rituali quali ad esempio quelli dei Frates Arvales, troppo distanti dalla mentalità venutasi a creare con l'immissione di una eterogenea struttura umana laddove prime esisteva solamente quella latina o italica, fino a che ci furono solamente i greci che adottavano lo stesso concetto spirituale il problema fu largamente superato o di fatto nemmeno esistente, quando s'affacciarono altre realtà umane che non avevano una collocazione precisa, potevano provenire tanto dal nord Europa quanto dalle regioni medio orientali, il problema divenne evidente, certo artifizi furono utilizzati per salvaguardare le arcaiche abitudini religiose senza entrare in conflitto con quelle nuove, ma era altrettanto ovvio che nulla sarebbe stato più come prima.

 

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