LE METAFISICHE DELLA LIBERTA' ECONOMICA IN OCCIDENTE: DAL PENSIERO MEDIOEVALE AL LIBERISMO MODERNO
di Ignazio Burgio

(tratto dal sito dell’autore CATANIACULTURA)

Nel Basso Medioevo l'entrata in scena della molto più economica carta favorì anche lo sviluppo delle Università insieme alla graduale alfabetizzazione e laicizzazione della cultura. Questi fattori erosero il monopolio culturale della Chiesa, messa in crisi anche dalle conseguenze dirette dell'invenzione della stampa, ovvero l'Umanesimo ed il Protestantesimo. Nei paesi latini la Chiesa rinascimentale mise in campo dannose soluzioni per riprendere il controllo culturale ovvero i roghi di libri ed intellettuali scomodi e la subordinazione alla nuova potenza spagnola, che portarono allora anche al declino commerciale ed industriale dell'Italia. Nei paesi cattolici e “barocchi” infatti una società immobile e cristallizzata finì per dirottare le proprie risorse dal commercio e dall'industria al finanziamento delle guerre degli Asburgo. Mentre all'opposto l'Europa del Nord trasse vantaggio da un clima intellettuale più libero, dove la stampa faceva circolare ed al contempo alimentava presso le classi mercantili ed imprenditoriali, rappresentate nei Parlamenti, l'esigenza di un ruolo politico più importante nella direzione della società e dell'economia. Il risultato fu ovviamente il successo economico ed industriale dei paesi del Nord, e soprattutto dell'Inghilterra.



Fino alla fine del Duecento l'Europa cristiana si avvantaggiò di un clima (meteorologicamente parlando) mediamente favorevole che non mancò di far sentire i suoi effetti benefici sulla produttività agricola, sull'incremento demografico e sul conseguente sviluppo economico. Ma a partire dal secolo successivo il nostro continente subì un deterioramento climatico che fece avanzare i ghiacciai e rendere più freddi gli inverni, e venne ripetutamente colpito - e psicologicamente traumatizzato - da carestie, pestilenze e pesanti conflitti (come quello fra Inghilterra e Francia). L'ottimistico clima di fiducia in un mondo tutto sommato accettabile e in una Divinità paterna e generosa alla quale venivano erette monumentali e svettanti cattedrali cominciò a venir meno, al pari della fiducia nella Chiesa, che lungo il corso dell'età medievale aveva finito col trasformare lo stesso cristianesimo da religione di salvezza e di libertà anche in questo mondo, a strumento culturale di potere politico ed economico, a vantaggio degli ordini ecclesiastici, nei confronti del potere laico e dei ceti produttivi di campagne e città.
Nel Tre e Quattrocento tale sfiducia sfociò non solo nella crisi politica e spirituale della Chiesa stessa (con l'esilio avignonese, e successivamente con la coesistenza di tre pontefici nel corso del “Grande Scisma”), ma anche in forme di culto penitenziali e repressive di ogni tendenza eretica, con l'istituzione della famigerata Inquisizione. La stessa iniziale immagine della Divinità paterna e misericordiosa mutò in quella di severo “Giudice Supremo”, quasi con funzione di “castigamatti”, generando in non pochi intellettuali, sia ecclesiastici che laici, problemi di coscienza e sensi di colpa che sfociavano spesso nell'abbandono della vita mondana, anche agiata, e nel ritiro in convento.
Insomma, la “visione metafisica” del mondo e della vita generalmente accettata fin lì – quella dei Padri della Chiesa e dei teologi scolastici – divenne soffocante e altrettanto angosciosa quanto lo era stato il paganesimo nell'antichità e bisognava trovare delle alternative. Le tre nuove soluzioni che vennero adottate – il Protestantesimo, il ritorno all'antichità classica ed il metodo scientifico – segnarono in campo culturale il passaggio dal medioevo all'età moderna e furono strettamente collegate alla diffusione dei libri stampati.
In campo religioso il disinvolto commercio delle cariche ecclesiastiche, la corruzione del clero, anche di cardinali e pontefici, e lo sfacciato stile di vita lussuoso di tantissimi uomini di Chiesa non potevano non suscitare perplessità e scandalo in tanti appassionati lettori della Bibbia che rilevavano la contraddizione con i dettami evangelici: anche prima dell'invenzione della stampa intorno al 1453, alfabetizzazione e testi religiosi relativamente economici si erano ampiamente diffusi, grazie anche allo sviluppo delle cartiere e alla produzione di carta a buon mercato. Molti dunque sentivano la necessità di una visione religiosa meno oppressiva della vita e delle coscienze, meno formale e più spirituale, e dunque un ritorno ad una “metafisica della libertà”, come suggerivano un po' in tutta Europa, anche movimenti spontanei di rinnovamento religioso.
I “Fratelli della vita comune”, sorti nelle Fiandre nel XIV secolo, erano ad esempio gruppi di laici dediti alla vita religiosa in comune, che tuttavia non erano vincolati da alcun voto, e si dedicavano con poco lucro all'insegnamento dei giovani e alla produzione e copia di libri religiosi: da uno di loro, Tommaso da Kempis, venne redatto all'inizio del 1400 un testo in latino, “L'imitazione di Cristo” che ebbe una larghissima diffusione in tutta Europa.
Nel 1505 uno dei tanti allievi dei Fratelli della vita comune, un giovane studente universitario tedesco, subisce nella città di Erfurt in Germania un'esperienza traumatica: sorpreso all'aperto da un violento temporale viene colpito di striscio da un fulmine e preso dal panico fa voto di entrare in convento pur di uscirne sano e salvo. Quel giovane si chiama Martin Lutero e una volta tornato a casa mantiene il suo voto nonostante il parere contrario della sua famiglia, entrando nel monastero agostiniano della medesima città. Ma nella quiete di quell'ambiente religioso il suo animo non trova pace, la Divinità che l'ha salvato dai fulmini riveste ai suoi occhi i tradizionali panni medievali del giudice che premia i buoni e castiga i malvagi, finché una decina di anni dopo nel 1515 meditando sulle lettere di San Paolo ha un'intuizione rivelatrice: la “giustizia” divina di cui parla l'apostolo non è di tipo “legale”, come di un giudice che premia i buoni e gli onesti e punisce i malvagi, ma un atto di Grazia unilaterale che rende giusto e salva ogni uomo solo che abbia fede, rinnovandolo nell'animo e permettendogli di agire bene.
L'intuizione di Lutero fino a quel momento fu soltanto l'interpretazione personale di un teologo che non aveva alcuna intenzione di porsi al di fuori dall'ortodossia cattolica, nonostante un viaggio nella Roma rinascimentale e corrotta del tempo lo avesse lasciato perplesso. Due anni dopo tuttavia, nel 1517, scandalizzato dalla vendita delle indulgenze spirituali anche in Germania, volle stimolare un dibattito con gli altri suoi colleghi articolato in 95 tesi. Era una cosa normale anche a quei tempi, così come era normale darne notizia appendendo qualche foglio scritto sui portoni delle chiese, come in una sorta di bacheca. In realtà non è nemmeno sicuro che Lutero affisse le sue 95 tesi, come vuole la tradizione, e molto probabilmente si limitò a divulgarle in una ristretta cerchia di ecclesiastici. Le tesi tuttavia suscitarono immediatamente molto interesse, vennero subito stampate e si diffusero velocemente, al pari della fama del monaco agostiniano che si ritrovò ad impegnarsi con fervore nelle discussioni con gli altri teologi, convinto che ogni cristiano dovesse contribuire secondo le proprie possibilità al progresso della fede e della verità evangelica. Ciò che destava molto interesse nella cultura tedesca di allora non era soltanto una nuova e più misericordiosa visione di Dio (padre e amico secondo Lutero), ma anche una forte critica al drenaggio di denaro verso le casse papali: “Si deve insegnare ai cristiani, che se il papa conoscesse le estorsioni dei predicatori di indulgenze, preferirebbe che la basilica di S. Pietro andasse in cenere, piuttosto che fosse edificata con la pelle, la carne e le ossa delle sue pecore”(Tesi n. 50); “Perchè il papa, le cui ricchezze sono oggi più crasse di quelle dei più ricchi Crassi non costruisce una sola basilica di S. Pietro col suo denaro, invece che con quello dei poveri fedeli ?”(tesi n. 86). Ben presto Lutero al di là delle sue originarie intenzioni si trovò coinvolto in una rivolta politico-religiosa (che gli costò la scomunica) destinata ad infiammare mezza Europa, e diretta sia contro la Chiesa romana, sia contro il nuovo Imperatore Carlo V. Nei suoi successivi scritti attaccò sostanzialmente il concetto di mediazione spirituale e culturale con cui le gerarchie ecclesiastiche riservavano a sé il diritto di farsi tramite tra il singolo e Dio. Per Lutero tutti i fedeli battezzati avevano pari dignità (“sacerdozio universale”) ed erano in grado di comprendere da sé le Sacre Scritture e di meditarvi sopra, senza la necessaria mediazione di nessuno (“libero esame”): ciò perchè – come affermava lo stesso Lutero – il significato dei passi biblici non dipendeva dall'interpretazione della Chiesa, ma era già nel testo scritto (come – secondo Olson – gli sembravano dimostrare gli stessi libri stampati).
Le implicazioni di concetti rivoluzionari come questi furono enormi per l'Europa moderna. La necessità che tutti i fedeli dovessero andare a scuola ed imparare a leggere e scrivere per meditare autonomamente sulla Bibbia, fu soltanto la prima. E lo sviluppo delle istituzioni scolastiche e dell'industria editoriale fu certamente uno dei fattori che promosse il progresso del pensiero fino alla svolta illuministica, anche se l'Illuminismo in un certo senso era già contenuto nella libertà del singolo fedele di interpretare con la sua sola ragione le Scritture.
Ma molto più importanti furono le conseguenze a livello etico, economico e politico dei nuovi concetti religiosi. L'eliminazione della figura del Dio “giustiziere”, l'importanza assunta dalla fede più che dalle buone opere, e il concetto di pari dignità perlomeno spirituale, incrementarono enormemente il senso di libertà dell'europeo protestante (nonostante Lutero non credesse al libero arbitrio del singolo), che in tal modo riuscì a scrollarsi di dosso tutti quei sensi di colpa da “piagnone medievale” che aveva appesantito la coscienza dell'uomo pre-luterano, specie in tempi di crisi. Mentre la visione cattolica del cristianesimo rimaneva quella dell'uomo penitente, costantemente messo alla prova in questo mondo di esilio a lui estraneo, il Protestantesimo al contrario considerava i suoi fedeli già redenti e capaci di agire nel mondo – anche economico e politico - dando il meglio di sé.
Se in senso spirituale il protestante poteva così vivere una religiosità più serena e meno angosciosa confidando costantemente nell'aiuto di Dio, sotto il punto di vista etico-economico la ricchezza non venne più vista come l'anticamera dell'inferno, e l'amichevole Dio luterano avrebbe sicuramente trovato la maniera di far passare quanti cammelli voleva attraverso la cruna degli aghi. D'altra parte altri passi evangelici come ad es. la parabola dei talenti sembravano confermare al protestante nord-europeo la legittimità (o addirittura anche l'obbligo morale) della vocazione all'arricchimento ed alla libertà imprenditoriale. Una dimostrazione di ciò fu il fatto che nell'Europa protestante nessun cristiano sentì più il bisogno di spogliarsi delle proprie ricchezze e ritirarsi in qualche eremo a flagellarsi la coscienza.
Fu un mutamento psicologico – e non sociologico come inteso da Max Weber, facilmente smentito – che in senso buono contribuì ad una maggiore serietà e serenità nella vita economica, ma che come rovescio di medaglia spalancò anche le porte ad un modello imprenditoriale immorale e senza etica, al liberal-capitalismo “dove tutto è permesso”, alla competizione cinica e selvaggia, e all'individualismo senza scrupoli negli affari: all'economia moderna insomma.

Se il protestantesimo fu la prima “metafisica alternativa” scaturita da quella esplosione editoriale e bibliofila a cui sostanzialmente si riconducono l'Umanesimo e il Rinascimento, la seconda fu il ritorno all'antica visione del mondo, all'armonioso aristotelismo, all'astrologia e alla medicina astrologica, all'ermetismo e all'alchimia. Naturalmente non si intese in generale sostituirle al Cristianesimo, bensì risolvere tramite esse le angoscianti contraddizioni della tradizionale Figura Divina: l'insistente presenza del dolore nel mondo, la fame, la peste, la guerra. Se è vero che per tutto il medioevo gli autori antichi non erano del tutto spariti ma (come ha osservato Gilson) venivano letti e interpretati alla luce della teologia cristiana, dal Quattrocento in poi si cominciò a leggerli in maniera autonoma, per cercare in essi quei rimedi e quelle risposte su cui le Scritture tacevano.
Oroscopi e pozioni magiche tuttavia a molti non sembravano delle soluzioni efficaci, poiché gli effetti non sempre erano visibili. Ed allora si inventò una terza alternativa metafisica: l'Universo come grande meccanismo il cui funzionamento era garantito da un “Dio orologiaio”. Ed il suo strumento: l'osservazione analitica e matematica della natura al fine di dominarla proprio con le sue stesse leggi matematiche. La Scienza insomma. La tecnica dell'ultimo medioevo aveva prodotto cose straordinarie (e anche terribili come le armi da fuoco) e specialmente la meccanica era riuscita ad inventare gli orologi. E gli orologi con i loro meravigliosi e precisi ingranaggi sembravano ottimi modelli di rappresentazione della realtà, persino di quella biologica come suggerito dai disegni di Leonardo. Gli orologi, insieme ai proiettili dei cannoni, furono i principali oggetti di studio e di riflessione su cui Galileo (1564 – 1642) e gli altri matematici e fisici edificarono la scienza moderna.
Tuttavia l'atteggiamento di partenza di Galileo fu di scettica diffidenza nei confronti della tradizionale visione aristotelica del mondo e della natura (persino nei confronti della Bibbia, o meglio, della sua interpretazione letterale). Preferì l'osservazione diretta e la verifica sperimentale, ovvero gli stessi metodi della tecnica. Nonostante che Galileo così facendo spalancasse le porte, oltre che all'età delle scoperte scientifiche, anche ad una visione metafisica dell'universo sempre più meccanicista, né lui né i suoi immediati ammiratori osarono eliminare la figura Divina, e non a causa dell'Inquisizione (dalla quale come sappiamo Galileo venne perseguitato), ma perchè senza un divino orologiaio creatore e garante del buon funzionamento dell'Universo-orologio, la realtà sarebbe apparsa ancora troppo caotica e inquietante e il futuro incerto: i medesimi motivi per cui ad esempio nell'antica cultura greca era fallito il meccanicismo atomistico di Democrito, che aveva svalutato e sminuito le stesse divinità pagane, anticipando un angosciante senso di nichilismo.
Soltanto nel XVIII secolo, allorchè i progressi della scienza e della tecnica sembrarono quasi aver concesso all'uomo potenti strumenti di dominio sulla natura, la febbrile ansia di libertà culturale dell'Illuminismo diede inizio ad una radicale critica alla religione rivelata, anticamera degli ottocenteschi atteggiamenti atei e positivisti. Nella medesima epoca di Galileo, alcuni suoi illustri contemporanei pre-illuministi, come il francese Jean Bodin (1530 - 1596), l'olandese Ugo Grozio (1583 – 1645) e l'inglese Thomas Hobbes (1588 – 1679) cercando di giustificare la politica e lo stato in termini esclusivamente razionali e naturali pongono le basi di una teoria della morale di carattere prettamente laico, fondata sul diritto naturale o sull'accordo dei singoli. Successivamente sviluppata nel “secolo dei lumi” da Rousseau, Kant e colleghi, la teoria dell'autonomia della morale da qualsiasi finalità religiosa condusse certamente da un lato alla laicità del diritto e delle istituzioni politiche, conquista originale dell'Europa e della civiltà occidentale. Per un altro verso tuttavia l'eliminazione dalla scienza meccanicista e dal pensiero etico e politico di qualunque elemento metafisico e spirituale fu anche segno in realtà della messa in crisi di ogni limite morale, al di là di quelli pratici e strumentali, con una estremizzazione che ha condotto in età contemporanea ai risvolti più deteriori della scienza e della tecnica, dall'inquinamento ambientale, alla vivisezione, alla guerra tecnologica, e alla cementificazione della natura (scambiata per “estetica moderna” e “futuribile”) solo per citarne alcuni.

La reazione di chiusura della Chiesa cattolica ebbe conseguenze culturali e antropologiche (nel senso di atteggiamenti e di costumi) profonde nei Paesi - come l'Italia - dove essa riuscì a conservare la sua fede, e che si perpetuano ancora oggi. Attaccata sia dal Protestantesimo che dal libero pensiero scientifico, che minacciava di mettere in discussione anche le Sacre Scritture, reagì controllando e censurando il progresso della cultura, reprimendo e ostacolando con l'Inquisizione e l'Indice dei Libri Proibiti l'attività di filosofi e scienziati e la diffusione dei libri stampati. La guerra al nuovo modello di universo eliocentrico di Copernico e Galileo, che nell'Europa settentrionale ispirò culturalmente un nuovo dinamismo economico – proprio come la Terra non più immobile si muoveva con lavoro meccanico ed energia intorno al sole – nei “Paesi Barocchi” diventò quasi la metafora di un mondo politico-economico “immobile” e conservatore, controllato dal Trono e dall'Altare, con il rigido congelamento dei divari sociali e dei privilegi degli ordini, il cui unico significato era la difesa dai nemici della Chiesa (eretici, libertini, Turchi, ecc.) fino al Giudizio Universale: un modo di pensare dunque assolutamente antiprogressista e antistorico, da “eterno presente”, che finì per dare il suo contributo alla mancata risposta competitiva alla concorrenza che Olandesi e Inglesi fecero ai prodotti italiani nel Seicento, portando la Penisola alla decadenza economica.
Tale modo di pensare può essere esemplificato anche dalla differente posizione assunta dai diversi paesi nei confronti dei ceti più poveri: mentre le nazioni protestanti cercavano di eliminare il problema con incentivi economici come, nell'Inghilterra Anglicana, la “poor tax” e la disapprovazione religiosa dell'ozio e della mendicità tramite la pressione culturale a procurarsi un lavoro, nei paesi cattolici al contrario le classi più povere venivano quasi considerate un'istituzione in quanto occasione per i ricchi di esercitare la carità e dunque guadagnarsi il paradiso.
Questa cristallizzazione sociale e culturale da Ancien Regimesi tradusse in modo significativo anche all'interno della Chiesa con la decadenza del ruolo direttivo dei concili a tutto vantaggio della figura pontificia. Sin dai primi secoli del Cristianesimo (anche prima di Costantino) i concili dei vescovi nell'Impero Romano erano stati in un certo senso (e pur con tutti i limiti dell'epoca) la prima istituzione democratica di portata universale sorta nella storia, e questa stessa funzione avevano mantenuto anche nei secoli più bui dell'età medievale discutendo non solo di questioni religiose ma anche politiche, economiche e militari. Imperatori e sovrani avevano cercato di controllarli al pari della figura del Papa, ma negli ultimi secoli del Medioevo anche gli stessi pontefici avevano fatto di tutto per sminuirne il ruolo o esautorarli del tutto. Il Concilio di Trento riunitosi più per le insistenze dell'Imperatore Carlo V che delle autorità religiose, sancì un'organizzazione piramidale e ingessata della Chiesa Romana, il cui vertice – il Papa sovrano – per prestigio politico-religioso era praticamente tutto, ed il resto degli ecclesiastici e laici ben poco di fronte a lui.
Sotto tale aspetto erano anche essenziali strategie della Chiesa Controriformista sia l'alleanza con gli invasori stranieri cattolici (in particolare della Spagna), sia la preclusione al popolo della cultura scritta e della capacità di pensare, e la conservazione della sua fede con una spettacolarità di linguaggi artistico-visivi e iconografici (processioni, feste religiose, arte sacra, ecc.) miranti ad un tempo a suggestionarlo e a gestirne la psicologia. In un certo senso vi fu un ritorno alla visione metafisica antica, dove se anche non si tornò certo all'animismo naturale, tuttavia la formalità rituale ed il culto delle reliquie che giunse anche a macabre ed esasperate esagerazioni, erano la conseguenza di un'angosciosa visione del mondo dominato da demoni, magia nera e punizioni divine.
La sudditanza allo straniero, l'ingabbiamento socio-culturale e la dipendenza da linguaggi esclusivamente verbali e retorici, o iconografici, finirono poi per alimentare negli italiani quegli stessi difetti che oggi il mondo ci rimprovera: mancanza di senso dello stato, prevalenza degli interessi locali e corporativi, ipocrisia, cortigianeria, adulazione dei potenti in nome dell'arrivismo, della carriera, o anche semplicemente per guadagnarci la misera pagnotta quotidiana. Esemplare il caso di Giulio Alberoni (1664 – 1752) che da umile giardiniere riuscì a diventare cardinale e ministro della corona spagnola, si dice – da fonti anticlericali – anche per la sua disinvoltura nel baciare, in senso reale, persino il fondoschiena di coloro che contavano.
Con la grande e rivoluzionaria svolta di Papa Giovanni XXIII e del Vaticano II, la Chiesa conciliare ha in una certa misura fatto suoi i principi base della teologia luterana, riconoscendo l'importanza dei laici nella vita pratica e culturale della Chiesa, ed altresì anche il valore della lettura personale delle Scritture e la riflessione su di esse. In anni recenti, gli ultimi pontefici hanno chiesto espressamente l'aiuto di ogni cattolico intellettuale nella diffusione dei valori cristiani nella società. Ciò che è avvenuto nella Chiesa cattolica in questi ultimi quarant'anni, e che è ancora in sviluppo, è un nuovo atteggiamento nei confronti del mondo e della storia, con il riconoscimento di un significato positivo al progresso ed ai miglioramenti socio-economici nei confronti di tutti i popoli, anche quelli non cristiani.
Se ancora adesso – per dirla in termini pratici – persistono ambienti teologico-conservatori (anche laici) che considerano i gesti di carità, generosità e solidarietà soltanto occasioni per guadagnarsi il paradiso, vi sono al contrario moltissimi altri ambienti cattolici, sia ecclesiastici che laici, spesso legati al missionariato e volontariato anche in nazioni non cristiane, convinti che i valori evangelici di aiuto al prossimo debbano soprattutto servire, oltre che a far crescere coscienza e dialogo, anche a migliorare, in piccola o grande misura, questo mondo. Alla base di una tale progredita prospettiva, vi è la sempre più diffusa convinzione che il senso delle vicende umane, con tutte le loro drammatiche contraddizioni, sia quella dello sviluppo di un'umanità matura, adulta e responsabile, che attraverso il progresso dei mezzi di comunicazione e del pensiero, si evolve in un mondo dove anche le difficoltà e il dolore sono funzionali sia alla maturazione della personalità, sia alla crescita della solidarietà.

 

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Bibliografia.

Ottavia Niccoli, La crisi religiosa del '500, Società Editrice Internazionale.

Giordano Bruno Guerri, Gli italiani sotto la Chiesa, Mondadori.

Emanuele Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo (3 volumi), BUR RCS Rizzoli.

Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. I, Garzanti.