L’Imperatore Gallieno e l’era della rinascenza culturale

di Enrico Pantalone

 

 

L’Imperatore Gallieno (Publio Licinio Egnazio 218ca-268 AD) a giudizio di molti storici moderni, dovrebbe occupare una parte certamente più importante rispetto a quell’esistente in questo periodo nella saggistica concernente la storia di Roma comunemente studiata e realizzata dagli analisti.

Utilizzando queste tesi, l’era del suo principato merita se non uno studio completo, almeno un commento critico da parte nostra, certi che lo sviluppo futuro dello studio analizzerà più compiutamente la sua opera.

 

Introduzione

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Gallieno riuscì nel tempo ristretto in cui fu imperatore, a coniugare diverse filosofie e religioni in un insieme che ne fece l’artefice, purtroppo troppo di breve periodo, della rinascenza intellettuale, militare, culturale ed artistica di Roma.

Troppo spesso quest’imperatore è fatto oggetto di dispute sull’attendibilità nel modo di governare e di porsi verso la cittadinanza, in realtà egli proprio per la sua tendenza di stampo culturale, pur muovendosi in un ambito prevalentemente militare seppe con coraggio, astuzia ed abnegazione dedicare il suo “tempo libero” ad attività diverse, più profonde e tese a rianimare socialmente l’esausto ecumene romano, proprio per questo con ogni probabilità fu tacciato di scarsa risolutezza nell’affrontare le vaste problematiche da parte di personaggi sicuramente non proprio

Estimatori della cultura.

 

 

1.   Gallieno e i Cristiani    


Prendiamo ad esempio la religione che sappiamo essere sempre un punto fondamentale nella politica d’ogni reggente o principe: Gallieno, pagano integerrimo, emise un editto di tolleranza del cristianesimo con cui giunse ad un accordo interessante per entrambe le parti.

In realtà era un annullamento di quello precedente persecutorio del 257, ma di fatto sembra fosse il primo documento ufficiale che permetteva ai cristiani di professare liberamente la loro religione e di conseguenza di partecipare attivamente alla vita sociale e politica, la traduzione riporta:

“Ho dato ordine che la benignità dei miei condoni sia diffusa su tutta la terra. Di conseguenza, i luoghi di culto vi sono nuovamente restituiti. Voi potete anche approfittare dell’ordine del mio rescritto e lì mai più nessuno dovrà molestarvi”.
Lo scritto originale dell’Editto si trova citato in Eusebio (H.E., VII,13) e parla globalmente di religio licita, di restituzione dei beni sottratti in precedenza, d’esenzione dal sacrificio agli dei per gli appartenenti alla vita pubblica e all’esercito.

Comprendiamo meglio cos’era un rescriptum principis (rescritto): un atto del diritto romano d'età imperiale mediante il quale il principe, l’imperatore forniva una o più risposte su questioni fondamentali per la vita pubblica e che a lui erano sottoposte indifferentemente da personaggi pubblici o privati.
Normalmente egli apponeva la postilla commentata sul documento originale presentatogli in forma d’istanza (chiamata subscriptio), ma egli si riservava il diritto di redigere anche un nuovo documento qualora ritenesse opportuno dare una risposta più esauriente e trattata in maniera particolare (chiamata epistula), qualora si trattasse d’interpretazione giuridica, d’interpretazione normativa, insomma un documento che avesse valenza inappellabile e definitiva: anche se presente sin dai primi anni del principato, fu Adriano ad imporre decisamente questo modo d’operare e crebbe d’intensità costante sino Diocleziano che fu l’ultimo ad usare questa prassi in maniera continuativa, poi il rescritto perse d’importanza, venne ancora utilizzato, ma non nella consuetudine precedente.

Egli si proponeva di creare una società multireligiosa oltre che multietnica, dando spazio a tutti,

la religione per lui non rivestiva un’importanza strategica nella conduzione del governo, quindi l’accordo con i cristiani era palesemente di stampo socio-economico, riconoscimento reciproco nei rispettivi ruoli, ma questo per molti a corte doveva sembrare un’assurdità enorme.

 

 

 

2.    Gallieno, la Cultura, l’Economia e l’Esercito

 

Ciò che Gallieno fece per restaurare la cultura in un periodo certo non facile, venne dimostrato per esempio dai sarcofaghi dedicati ai filosofi ed alle Muse ed il tempio di Minerva Medica che erano opere artistiche e sociali di grande spessore e ridonavano l’impressione di tornare alle espressioni del primo impero, senza dimenticare che egli dedicò molto del suo tempo a restaurare i dogmi della civiltà greca nell’arte e nella filosofia reputandoli unica via per arrestare l’imbarbarimento della società del tempo.
Del resto, egli stesso incoraggiò lo studio del neopitagorismo e del neo platonismo in diverse forme sia esse scritte sia orali, dettate da Plotino o commentate da Porfirio, ma nel contempo anche attraverso le imprese militari egli ottenne sostanziosi risultati, abbandonando però nello stesso tempo molto decisamente la politica armata di rafforzamento dei confini che vennero così lasciati al loro destino.

La Historia Augustea, spesso citata come fonte sulla vita degli imperatori, non ha mai dato risalto all'opera di Gallieno, visto che parla solamente o comunque in buona parte degli usurpatori che sembrerebbe fossero insorti contro di lui, il che indubbiamente ha un fondo di verità, ma certamente stava nell’ordine naturale di quei tempi.
Più probabilmente la riforma militare costruita da Gallieno andò ad intaccare interessi senatoriali e tutta la politica economica di sfruttamento che ne seguiva: questo lo rendeva sicuramente inviso a chi scriveva e che in fondo era sovvenzionato da quei guadagni in qualche modo.

Di queste insurrezioni riportate, a mio giudizio, fu quella di Aureolo la più grave ovviamente, perché Gallieno ne uscì sconfitto ed ucciso ma anche e soprattutto perché proveniente dall’interno del suo stesso stato maggiore: stranezza visto la riforma delle esercito che Gallieno fece e che doveva in qualche modo salvaguardarlo almeno da questo punto di vista.
Una citazione fondamentale degli scrittori dell’Augusta sul periodo relativo a Gallieno è quella relativa all’inizio del dominio dei cosiddetti 30 tiranni o anti-imperatori, in pratica principati collocati ai margine dell’Impero, ma qui forse s’entra in altro periodo storico rispetto a quello dell'imperatore che trattiamo e non sembra il caso di seguirle oltre.

Egli fece di Milano la sua roccaforte, trovandola perfetta ed equidistante per la sua politica tanto dal punto di vista istituzionale quanto da quello militare: infatti egli vi fece costruire una Zecca in grado d’emettere moneta (quindi implicitamente riconoscendo la valenza socio-economica della città) e nel contempo si poteva permettere di dedicarsi più facilmente alle problematiche riguardanti la conflittualità con le etnie barbariche che premevano decisamente sul limes dell’Europa centro-orientale.

Gallieno, secondo diversi biografi (ed anche dalle monete in cui traspare il volto), non aveva il fisico da rozzo soldato come molti dei suoi predecessori e dei suoi successori,  curava molto l’aspetto esteriore ed oggi sarebbe senz’altro considerato un intellettuale, questo in una società attraversata da turbative patologiche di basso militarismo era indubbiamente una colpa, la rozzezza in certe occasioni ha sempre il sopravvento sulla finezza, certamente mai a lungo termine, ma evidentemente egli non ebbe modo di far valere tutte le sue qualità.

 

 

3.  Riflessioni finali

 

Gallieno, animato indubbiamente da buonissime intenzioni, impresse nel suo breve principato delle linee guida dello stato interno (quindi nelle istituzioni) abbastanza precise ed innovative nel complesso, per contro egli si mosse senz’altro in un ottica conservatrice per quanto riguarda il discorso sulla politica estera dedita al contenimento o comunque preferendo confini sicuri e ben difesi piuttosto che avventure disastrose.

Nel complesso egli considerava indubbiamente le riforme, in qualunque campo, come mezzo più idoneo per costruire un’impalcatura statale stabile, efficace ed affidabile: riforme sociali quindi, ma anche economiche e militari.

Non abbiamo idea se Gallieno veramente sarebbe riuscito a finalizzare tutto ciò che egli aveva in mente di fare, il tempo fu poco ed i nemici interni tanti, ma egli ci provò comunque, in quei momenti di assoluta “anarchia” nel potere era già molto.

 

 

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