La Filosofia e lo Spirito imprenditoriale nell’occidente industrializzato                                                                                                        Prima parte: I limiti del Pensiero Antico
di Ignazio Burgio

(tratto dal sito dell’Autore CATANIACULTURA)

La civiltà industriale nella quale viviamo noi oggi, con tutti i suoi vantaggi e svantaggi, ha preso certamente le mosse in Inghilterra all'inizio del XVIII secolo, con l'installazione delle prime pompe a vapore nelle miniere. Le sue radici tuttavia non affondano soltanto nei classici fattori economici - agricoltura, popolazione, trasporti, domanda, ecc. - ma anche in elementi culturali (filosofici, religiosi, politici) ed in particolare nella peculiare visione del mondo tipica dell'uomo occidentale medievale e moderno, ben differente rispetto a quelle di tutte le altre civiltà della storia. Se ai nostri giorni costituisce un grosso problema lo sfrenato e cinico sfruttamento delle risorse naturali da parte di un modo di pensare capitalistico avido e ottuso, fino in età antica al contrario un eccessivo timore reverenziale nei confronti del mondo e della natura, si rivelava un freno oltre che per lo sviluppo economico anche per la nascita di un vero e proprio spirito imprenditoriale in senso moderno, bloccato sul nascere anche da un'iperconservatrice visione della vita.

All'inizio del XVIII secolo nelle miniere inglesi di zinco e carbone vennero installate le prime pompe a vapore del tipo Savery-Newcomen per il drenaggio dell'acqua che invadeva le gallerie. Una settantina d'anni dopo nel 1785, un tale Robison, produttore di filo di cotone, dotò la sua filanda a Pappelwick, sempre in Inghilterra, di un motore a vapore del tipo di Watt, uscito dalle fabbriche meccaniche di Mattew Boulton. Nel medesimo anno anche la fabbrica di birra Whitbread and Co. acquistò una macchina a vapore di Watt. Fu l'inizio della cosiddetta “rivoluzione industriale”, prima in Inghilterra, poi nel resto d'Europa e in America.
Ma le pompe a vapore costruite tra gli ultimi anni del Seicento ed i primi del Settecento dagli artigiani inglesi Thomas Savery ed Henry Newcomen (che spinsero poi il lungimirante imprenditore Mattew Boulton a commissionare a James Watt la loro trasformazione in un vero e proprio motore meccanico da sostituire alle ruote idrauliche) non erano una novità assoluta: infatti furono a loro volta il frutto di un rinnovato interesse per gli scritti dei geniali inventori di Alessandria d'Egitto, quali Erone e Ctesibio, che tra il I sec. a. C. ed I d. C. - cioè al tempo di Cesare, Cleopatra Augusto ed i primi imperatori di Roma Antica – inventarono un vero e proprio motore a vapore, l'Eolipila. E oltre a questo, anche calcolatori astronomici meccanici, automi semoventi a corda, distributori automatici, e numerosi altri ingegnosi ritrovati meccanici. In un precedente articolo (Una mancata rivoluzione industriale nell'antichità) si è già sottolineato come uno dei motivi fondamentali che impedirono ai produttori mediterranei dell'epoca di installare simili ritrovati meccanici nelle proprie botteghe di produzione fu la poca convenienza economica di tali investimenti: la popolazione del mondo antico era molto inferiore a quella del XVIII secolo, era molto più povera e per lo più dedita all'autoconsumo e al baratto; la domanda di prodotti diversi da quelli alimentari (soprattutto grano) era quindi molto limitata. Nulla in confronto alla continua richiesta di materie prime e prodotti finiti che caratterizzò l'economia europea e nordamericana del XVIII secolo, dovuta ad una popolazione di almeno 150 milioni di abitanti, ad una intensa e ramificata circolazione commerciale (terrestre, marittima, locale, transoceanica, ecc.) e ad una produttività agricola sufficientemente alta (salvo eccezionali periodi di carestia) da tenere bassi i prezzi dei generi di prima necessità e quindi di creare sia domanda di tessuti (ma anche ad esempio di alcolici) da parte delle fasce sociali meno abbienti, sia conseguentemente anche offerta di lavoro da parte degli imprenditori. Non fu un caso che i primi motori a vapore vennero introdotti nelle filande, nelle birrerie e nei mulini in un periodo nel quale in Inghilterra il prezzo del grano e degli altri prodotti alimentari si mantenne basso (1784 – 1787) tanto da consentire anche ai più poveri di comprarsi birra e indumenti di cotone. Da qui dunque anche lo sviluppo nell'economia di quell'epoca di un sostanziale circolo virtuoso macroeconomico caratterizzato da potere d'acquisto --> domanda --> investimenti --> lavoro --> potere d'acquisto --> ecc. Tanto per fare qualche esempio, ancora all'inizio del Settecento numerose miniere inglesi per far fronte all'alta richiesta di carbone ed altri minerali utilizzavano fino ad un centinaio di cavalli per drenare l'acqua delle gallerie, con costi talmente insostenibili da adottare in breve tempo le ancor rudimentali e pericolose pompe a vapore. Problema simile cominciarono ad avere a metà del XVIII secolo, sempre in Inghilterra, anche i proprietari di filande di cotone che non riuscendo più a trovare corsi d'acqua disponibili per l'impianto di ruote idrauliche (sopra cui costruirvi le nuove fabbriche) si videro costretti ad usare muli ed asini come “forza motrice”.
Restando ferma tuttavia questa fondamentale motivazione macroeconomica, la nascita e lo sviluppo dello spirito imprenditoriale in Europa, ed il progresso tecnico ed economico di tutta la civiltà occidentale è stata promossa ed alimentata anche da ben precisi fattori culturali, politici e religiosi peculiari ed esclusivi della civiltà europea sin dalle sue più antiche radici greche, e che caratterizzano ancora adesso i sistemi politici, culturali, economici e scientifici all'interno dei quali noi cittadini occidentali viviamo e ci muoviamo, spesso senza neanche rendercene conto. Analizzarli e discuterli significa anche e soprattutto avere coscienza del valore, e della potenza di tali elementi politico-culturali, di cosa hanno promosso e stimolato anche a livello tecnico, scientifico ed economico, e cosa ha significato – soprattutto in termini di decadenza generale – il loro soffocamento in molte parti d'Europa, ad esempio proprio nella Sicilia seicentesca ed in tutta l'Italia barocca. Un utilissimo insegnamento anche per i tempi in cui viviamo.

Come correttamente fa notare Emanuele Severino (La filosofia dai Greci al nostro tempo, BUR RCS Rizzoli), religione, filosofia e scienza sono le risposte che sin dai tempi più antichi gli esseri umani - i soli esseri viventi (insieme forse, secondo alcuni etologi, agli elefanti) ben consapevoli di essere destinati un giorno a “non essere più” - hanno cercato di dare all'angoscia nei confronti di un mondo e di una vita spesso mutevoli, imprevedibili e dolorosi. Nel tentativo di cercare spiragli di eternità e di assoluto fra le pieghe di una realtà spesso contraddittoria e paradossale, nella quale ogni cosa, compresa la vita dei mortali, sembra nascere e dissolversi, tutte le civiltà hanno elaborato il meccanismo culturale del mito, spiegazione favolistica, e proprio per questo più semplice da tenere a mente e tramandare anche in forma orale e poetica alle generazioni successive. Ma gli antichi Greci si ritrovarono tra le mani uno strumento mediatico-culturale molto potente, ovvero la scrittura alfabetica, più semplice, comoda, e potentemente elastica, rispetto a quelle delle altre civiltà basate su ideogrammi, tale da consentire la creazione non solo di nuovi termini ma anche di concetti astratti. Normalmente in seno ad ogni società, e specialmente nella storia della civiltà occidentale, ogni nuovo mezzo di comunicazione di massa ha il potere di rivoluzionare in primo luogo il modo di comunicare e pensare degli uomini, e dunque anche la loro maniera di conoscere ed interpretare la realtà. Per i primi filosofi – Talete, Anassimandro, Anassimene – la lingua scritta greca diventò così il primo “strumento”, posto tra la mente e la realtà esterna, tramite il quale studiare e analizzare il mondo, la società, la religione, se stessi.
I testi scritti, su rotoli di papiro, avevano ancora scarsa circolazione, è vero, e le opere composte da questi primi pensatori in forma poetica servivano più per loro stessi, specie durante gli incontri che – come tanti altri letterati, storici, poeti, ecc. - organizzavano frequentemente per declamare e diffondere oralmente il proprio pensiero. Ma fu proprio grazie alle caratteristiche di duttilità della lingua greca e alla produzione dei primi testi scritti se, a differenza che nelle altre civiltà, dove il mito e la tradizione religiosa dominavano il pensiero di ogni suddito, e legavano la coscienza di ogni individuo a quella collettiva, nella Grecia antica sorse un reale atteggiamento di fiducia nella propria riflessione individuale e nelle capacità della propria ragione, al di là e spesso in contrasto con la tradizione culturale religiosa e mitica. Una fiducia nelle potenzialità del proprio pensiero logico, che spingeva a indagare liberamente ed autonomamente la realtà della natura, secondo un'embrionale ottica scientifica ignota alle altre culture, per le quali tutte le risposte erano già date dalla tradizione. Ciò anche se in realtà un certo atteggiamento animistico-religioso (o meglio “ilozoico”) continuò a permeare la visione naturale e cosmologica di questi primi pensatori (Talete che attribuiva all'acqua, principio costituente di tutte le cose, carattere divino, affermava “tutto è pieno di dei”). Per Empedocle di Agrigento (che si atteggiava spesso a mago-sciamano) i quattro elementi costituenti la realtà – fuoco, acqua, aria, terra – erano in un certo senso non solo “vivi” ma guidati nella loro attività di aggregazione e disaggregazione anche da forze emotive simili a quelle umane, come l'amore e l'odio; per Anassagora di Clazomene gli elementi più semplici della realtà, le “omeomerie” erano invece guidate da un “nous”, una sorta di “mente” finalistica, costruttrice e distruttrice della realtà in perpetuo e mutevole divenire secondo una sorta di “disegno intelligente”.
Complice e “motore” condizionante della dinamica dialettico-filosofica di questo fecondo periodo culturale greco, come si è già accennato, fu anche a partire dal V secolo un improvviso incremento nella produzione e diffusione di testi scritti ancora sotto forma di rotoli, per lo più di papiro, da lasciare impreparati e perplessi non solo filosofi tradizionalisti come Socrate che davano grande importanza al dialogo e al discorso orale e scelsero di non scrivere nulla, ma anche intellettuali e letterati dalla penna generosamente prolifica: Aristofane nelle sue commedie se la prende coi libri che “rovinano l'uomo”, mentre Platone nell'Apologia “fa dire a Socrate che chiunque poteva comprare al mercato copie di Anassagora allo spregevole prezzo di una dracma” (Cavalli, p. XIV). Così in questo clima di “invasione mediatica” di libri e testi scritti, i filosofi dall'eleatico Parmenide allo stagirita Aristotele riflettendo sulle regole e sui significati del linguaggio – il soggetto, il predicato, le categorie, il verbo essere, i concetti, ecc. - si ponevano il problema di scoprire la reale ed intima essenza di una realtà al di là dell'ingannevole apparenza sensibile, quasi che le ferree regole logico-sintattiche della lingua si dimostrassero anche una potente chiave per svelare la mutevole realtà (l'imprevedibile “divenire”), perchè – di questo si era sostanzialmente convinti – la realtà medesima doveva per forza seguire le stesse regole del linguaggio-pensiero (“logos”) umano – come del resto esplicitamente affermato da parecchi di essi.
Il risultato fu che mentre da un lato si sviluppò una grande (ed eccessiva) fiducia nello strumento della lingua, specchio mentale del pensiero-logos, dall'altro nella filosofia classica non cristiana, da Talete a Plotino, si ebbe costantemente la tendenza a considerare l'universo in maniera totalizzante (“tutto è in tutto”, affermava Anassagora) come commistione di materia e spirito, di naturale e divino, di realtà-sostanza e di pensiero-linguaggio (nella fattispecie di idee, forme, ecc.): l'inquietudine per un mondo così precario, in continuo divenire di nascita/morte, imponevano la tentazione di ricondurre la molteplicità delle cose ad un unicum assoluto e nascosto dietro l'illusoria apparenza della realtà sensibile.
Esemplificativo si dimostra allora il tentativo del più grande discepolo di Socrate, ovvero Aristocle soprannominato Platone (“l'ampio”) di trasferire i concetti del linguaggio e della mente in uno spazio “ultra-celeste” (l'iper-uranio), da dove sotto forma di idee pure, eterne e immutabili, venivano costantemente proiettate da un dio-demiurgo nel caotico ed informe mondo materiale (la Kore) per apparire singole forme sensibili e intelligibili ai nostri sensi ed alla nostra mente.
Per un altro verso, tentativi più coraggiosi di interpretare la realtà vera in termini più “meccanicistici” e meno animistici, come nel pensiero atomistico di Democrito e di Epicuro (o anche nel poema De rerum natura del poeta latino Lucrezio) finivano per alimentare maggiormente nell'uomo antico il senso di inquietudine e di angoscia nei confronti di un universo senza governo, né finalità, proprio perchè anarchicamente caotico nei suoi componenti più piccoli, ed elementari, ovvero gli “indivisibili” atomi.
Dopo le conquiste di Alessandro il Macedone e l'unificazione economica, linguistica e culturale di tutto il Mediterraneo orientale, l'incremento dei lettori/scrittori di lingua greca amplificò di pari passo sia la produzione artigianale di materiali da scrittura - accanto al papiro anche la pergamena - sia la produzione letteraria e scientifica, con la conseguente istituzione di grandi biblioteche (ad Alessandria d'Egitto, a Pergamo, ecc.), ma anche la circolazione di testi ed il confronto di idee fra studiosi. Questi ultimi raccolti in genere nell'ambiente proprio delle biblioteche ebbero modo anche di approfondire meglio la descrizione della realtà astronomica, geografica, naturale del loro mondo, i cui orizzonti dopo essere stati allargati dal macedone, venivano ulteriormente ampliati dai comandanti romani oltre che dall'intensificarsi dei commerci terrestri e navali.
Agli antichi scienziati, soprattutto ai matematici, ai fisici ed agli astronomi, mancavano tuttavia importanti strumenti di pensiero tipici al contrario degli studiosi umanisti e rinascimentali. Le cifre con cui noi abbiamo familiarità sin dalla scuola elementare, vennero introdotte in Europa solo nel XIII secolo insieme al concetto di “zero” ed al sistema decimale, che consente calcoli molto complessi. I Greci ed i Romani indicavano invece i numeri con le lettere dell'alfabeto greco e latino, partendo da “uno” (la lettera “alfa” dell'alfabeto greco, o la “I” di quello latino) e disconoscendo lo “zero”, concetto per loro senza senso, proprio come “il nulla” o il “non-essere”. Di conseguenza non si resero mai conto di quello che al contrario oggi tutti gli scolari di prima elementare apprendono praticamente da se stessi, ovvero che anche il numero più semplice può essere moltiplicato esponenzialmente all'infinito aggiungendo lo zero, la cifra astratta per eccellenza: 1, 10, 100, 1000, ecc. Ciò, insieme alla consuetudine di servirsi di una superficie di sabbia, come una sorta di “lavagna” per le proprie dimostrazioni geometriche, e di sassolini per rappresentare i numeri, ostacolò la loro capacità di rappresentare la realtà fisica in una forma pienamente astratta e matematica, giungendo solo ad immaginarla secondo modalità geometriche, in una dimensione più statica che dinamica, e men che meno quantificabile secondo rigorose leggi matematiche (come poi si cominciò a fare dalla fine del medioevo). Anche un geniale scienziato come il siracusano Archimede non riusciva a concepire i numeri come enti astratti (come poi avrebbero fatto i matematici arabi ed europei, scopritori di funzioni ed equazioni), ma unicamente come strettamente rappresentativi di grandezze geometriche: nel suo testo “L'arenario” (Psammites), il matematico siracusano per dimostrare la possibilità di scrivere numeri molto alti calcola l'enorme numero di granelli di sabbia necessari per riempire l'intero universo (!).
Gli antichi in generale, sia studiosi che persone comuni, non riuscivano completamente ad immaginare nemmeno la natura minerale come materia inerte ed inanimata, ed interpretavano così la realtà fisica secondo modalità più o meno vitalistiche ed animistiche. Anche per tale motivo, non solo per i limiti della matematica del tempo e per l'eccessiva fiducia nelle potenzialità delle regole linguistiche, vennero sviluppati metodi d'indagine scientifica basati soprattutto sulla logica, e sull'analisi delle qualità e proprietà della realtà (come insegnato da Aristotele) che veniva considerata sempre – al pari del mondo umano – come imprevedibile, minacciosa e pericolosa.
L'uomo antico sembrava psicologicamente dominato da un complesso d'inferiorità nei confronti delle forze naturali e celesti e ciò alimentava il suo pessimismo, la sfiducia e il disprezzo nei confronti del mondo (dimensione illusoria di apparenza ed ombre per i filosofi come Platone) e della stessa condizione umana, il cui corpo fisico, con la sua fragilità e la sua sofferenza, si dimostrava la “prigione” di un'anima celeste caduta sulla terra per propria colpa e punizione. Di qui ovviamente anche una totale mancanza di fiducia nel futuro, apportatore, nel migliore dei casi, di malattie e vecchiaia. Tutto questo modo di pensare se da un lato spalancava la porta alla diffusione di nuove religioni garanti di salvezza fisica, psicologica e spirituale, dall'altro invitava al disprezzo verso le occupazioni lavorative che impegnavano completamente braccia e mente, per dedicare la propria vita alla ricerca filosofica o spirituale della verità, staccandosi per questo fine da qualsiasi necessità materiale, nella completa miseria (come il cinico Diogene, “barbone” dentro una botte) o al contrario nella ricchezza fondiaria di pochi fortunati: “...Per Platone e Aristotele lo scopo della vita umana è la contemplazione della verità; ma il contemplante, cioè il filosofo, non è comandato e dominato, ma comanda e domina. E' vero che il contemplante non lavora, cioè non trasforma il mondo (e in questo senso non lo domina), ma non lavora perchè affida ai dominati il compito di lavorare, di trasformare e quindi dominare il mondo per provvedere ai bisogni della sua e della loro esistenza. Non solo, ma la contemplazione della verità è il fondamento della vera felicità, cioè libera l'uomo dall'angoscia e gli consente di sopportare il dolore – l'angoscia e il dolore provocati dal divenire del mondo... (E. Severino, La filosofia moderna, pp. 43-44). La divisione in classi e la discriminazione culturale e giuridica degli individui (fra elleni e barbari, fra liberi e schiavi, fra patrizi e plebei, ecc.) veniva considerata “normale e naturale” anche da filosofi come Aristotele, ed eventuali pareri contrari come quello degli stoici per i quali si era tutti cittadini di un unico mondo cosmopolita, dove anche gli schiavi erano esseri umani (et servi homines sunt) si dimostravano solo voci minoritarie in quanto essendo messaggi puramente filosofici venivano diffusi e compresi solo all'interno dei circoli intellettuali.
Proprio perchè l'otium veniva considerato più importante del negotium, ovvero gli studi letterari, filosofici e giuridici più importanti del commercio, dell'artigianato e dei lavori manuali in genere, il sistema politico-economico della società antica (fosse ellenistica o romana) era fondato sulla conquista e lo sfruttamento fiscale di sempre nuovi territori, al fine di reperire scorte di grano e manodopera servile. Un tale modello da un lato – come si è già detto - si rese anch'esso responsabile del “fallimento industriale” dell'economia antica poiché contribuiva, con tasse e carovita, al mantenimento in povertà di gran parte della popolazione, con fatale danno alla domanda di beni non alimentari. Dall'altro si presentava come un sistema fragile e precario, poiché a causa della bassa produttività agricola, bastava che la popolazione del terziario (amministratori, funzionari, soldati, ecc.) superasse anche di poco le capacità di sostentamento, o che diminuisse la base dei produttori di beni materiali (agricoltori, operai, artigiani), e allora l'intera organizzazione statale poteva cadere in una crisi più o meno grave. A partire dalla seconda metà del II sec. d. C. si verificarono entrambe le due condizioni, sia per colpa di epidemie molto gravi (di morbillo e di vaiolo) che decimarono la popolazione dell'impero, sia soprattutto per la crescita abnorme dell'apparato burocratico e militare dello stato romano, per il mantenimento del quale si rese necessario l'adozione di un pesante sistema fiscale e di un vero e proprio regime di polizia, addirittura con un esercito di “spie” statali (agentes in rebus, in realtà corrotti), incaricati di controllare gli amministratori provinciali. La conseguenza più fatale fu la perdita di fiducia nello stato romano da parte di tutti, dei lavoratori vessati, dei funzionari spiati, dei legionari malpagati, ecc. e la caduta dell'impero in una situazione di crisi e guerra civile permanente, solo temporaneamente attenuatasi sotto l'Impero di Costantino, anche in forza della sua decisione di servirsi della nuova religione cristiana come collante politico e culturale. Dopo la sua morte tuttavia tutti i fattori di crisi riesplosero indebolendo anche militarmente l'impero, e di ciò ne approfittarono un gran numero di popoli germani per oltrepassare il “limes” costituito dal fiume Reno e trasferirsi definitivamente nei territori romani. La continuità storica della tradizione culturale romana da quel momento in poi ricadde prevalentemente sulle autorità cristiane.

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Bibliografia.

Paul Mantoux, La Rivoluzione industriale, Editori Riuniti.

Emanuele Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo (3 volumi), BUR RCS Rizzoli.

Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. I, Garzanti.

Guglielmo Cavallo (a cura di), Libri editori e pubblico nel mondo antico, Editori Laterza.

Santo Mazzarino, L'Impero romano (3 volumi), Laterza.

Una mancata rivoluzione industriale nell'antichità.
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