La Lady con l'Ermellino   di Marco Mantovani

 

(tratto dal sito dell’Autore WITTENBERG)

 

L’ermellino, piccolo, fiero, veloce, brutale.

Si diceva che mesmorizzasse le prede più grandi con una danza simile a quella dei serpenti, uccide colpendo al collo. Strano vedere questo animale, mansueto, starsene quieto, sebbene in allerta, nelle grinfie della propria padrona.

La sua zampa sinistra alzata in un gesto araldico, gli occhi vispi, la bocca chiusa sui denti aguzzi, la pelliccia soffice color di crema.

Un bel animaletto di compagnia per Cecilia Gallerani.

La Gallerani aveva circa 16 anni quando il quadro è stato dipinto, circa 1490, al tempo del potere di Ludovico Sforza, l’influentissimo duca di Milano, di cui era la favorita. Nello stesso anno, Cecilia dà alla luce loro figlio e Ludovico sposa Beatrice d’Este, la quale si assicura prontamente che la propria rivale venga allontanata.

Gli atti dicono di come Cecilia, andandosene dal castello Sforza, portò con sé il dipinto.
Questo che è il dipinto di donna più famoso di Leonardo, per tacer della Gioconda, è stato ragionevolmente commissionato dal duca, preso dalla bellezza, ma anche dalle doti di poetessa, linguista e musicista della giovane.

Perché allora Leonardo le ha dipinto in braccio un animale che si stenta a definire affettuoso? Un gioco, un sottile atto di malizia?

Un’ipotesi lo vede come un tributo a Ludovico, il quale lo utilizzava come un emblema.

Un simbolo, un gioco, per il quale un crudele signore è reso docile e sottomesso dal potere dell’amore.

Ma ci sono anche motivi di similitudine tra Cecilia stessa e l’ermellino, il viso, le spalle, seguono la forma dell’animale, gli occhi di entrambi volti, forse, al duca, alla sorgente di luce.

 

 

Nell’immaginario folkloristico l’ermellino era un simbolo di purezza, si diceva preferisse la morte al macchiarsi della propria pelliccia di neve. Leonardo conosceva questo mito, scriveva infatti "prima si lascia pigliare dai cacciatori che voler fuggire nell'infangata tana, per non maculare la sua gentilezza", ma non avrà ignorato anche la seconda faccia dell’animale: la sua pelliccia più marroncina d’estate, l’odore muschioso, la sua crudeltà.
“Il buon pittore ha da dipingere due cose, l'uomo e la sua mente” era quello che diceva Leonardo. Ma le intenzioni della mente di un uomo, o di una donna, possono non essere uniche.

Uno dei motivi per il quale il quadro è tanto affascinante è proprio il motivo della dualità.

La pelliccia candida solo in inverno, Cecilia con la sua pelle candida, è una protetta, non una moglie.

Cecilia può aver catturato il pericoloso animale tra le sue braccia, ma è essa stessa dipendente, come Leonardo, del potente padrone di casa.

Come scoprirà presto.

Esistono altre interpretazioni, sia sulla simbologia legata all’ermellino, che sulla stessa identità della fanciulla.

Su Wikipedia troviamo questa:

L'ermellino identifica l'appartenenza di alcuni personaggi rinascimentali, come Ludovico il Moro, ad un ordine cavalleresco.

Campeggia, inoltre, nello stemma araldico di Giovanni Andrea da Lampugnano (sicario e uccisore nel 1476 di Galeazzo Maria Sforza) che è così composto: a destra la Lupa e a sinistra la Mustela Alpina detta, in volgare, ermellino.

Con l'uso di questa simbologia Leonardo da Vinci, nel dipinto della “Dama con l'ermellino”, intende fare memoria della congiura contro Galeazzo Maria.

Gli elementi iconografici alludono al mandante della congiura che aveva armato la mano di Andrea da Lampugnano e di altri sicari.

I principali elementi di questa ipotesi sono: la Croce di Sant'Andrea sulla spallina della misteriosa Dama; la collana di perle nere al collo che allude al lutto; la mano scheletrita che non accarezza l’ermellino e non lo teme; le dimensioni sproporzionate dell’ermellino: errore, questo, non ammissibile in uno studioso delle forme quale Leonardo era.

Queste analisi fanno ritenere che il soggetto della “Dama con ermellino” non sia Cecilia Gallerani bensì Caterina Sforza, figlia naturale di Galeazzo Maria.

Tesi avvalorata dalla simbologia usata per i “piatti di pompa” n. 8 e n. 9, custoditi al Museo Nazionale di Ravenna, sul cui verso è indicato il nome di Caterina Sforza mentre, sul recto, è usata la simbologia Andreana che si ritrova anche nell’abside della Chiesa di Sant'Andrea in Melzo dove, oltre agli affreschi di epoca leonardesca, recenti ricerche hanno portato alla luce un teschio che le analisi effettuate hanno stabilito essere quello di Galeazzo Maria Sforza, V duca di Milano.

Dopotutto se ambivalenti e molteplici possono essere le intenzioni, perché non le interpretazioni?

 

 

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