La Rivoluzione Romana: Caio Mario    di Bianca Misitano

 

 

 

Il primo dei grandi protagonisti della nuova fase politica, che darà inizio alle vere e proprie guerre civili, che vediamo affermarsi a Roma è Caio Mario, appartenente alla fazione dei populares. Se esaminiamo il suo cursus honorum si noterà come esso sia del tutto eccezionale e proceda nella costante rottura delle norme che regolamentavano la normale carriera di un senatore. Viene, infatti, eletto console per l’anno 109-108 e subito ottiene l’imperium in Africa in maniera insolita, cioè non tramite disposizione del Senato, ma per disposizione di un concilium plebis. Suoi vari successi militari, come la conquista della Numidia e la sconfitta del re Bocco di Mauritania, che mise alle strette il suo più potente alleato Giugurta, lo misero particolarmente in luce, soprattutto agli occhi del popolo.

Ma le sue imprese più importanti, quali le azioni difensive contro i tentativi di invasione da parte delle popolazioni germaniche dei Cimbri e dei Teutoni, furono rese possibili grazie all’importante, non tanto per la sua portata “effettiva” quanto per le implicazioni che genererà, riforma dell’esercito.

Non si può comprendere, infatti, il meccanismo delle guerre civili e degli eserciti che le combatterono, se non si fa cenno a questo speciale provvedimento di Mario.

Egli infatti arruolò ed inquadrò nella sua armata parecchi volontari, senza considerare la loro condizione patrimoniale, ossia prese con sé anche dei nullatenenti, i cosiddetti capite censi, equipaggiati a spese dello stato. E’ da specificare che gli intenti di Mario non era di trasformare definitivamente l’assetto dell’esercito, la sua “riforma” ebbe, per il momento, carattere episodico, in quanto questo sistema di reclutamento che non teneva conto del reddito venne adottato in maniera definitiva solo in età augustea.

In ogni caso, le conseguenze di questa decisione furono di capitale importanza. Questi volontari, affluiti in gran quantità nelle schiere di Mario, essendo nullatenenti, miravano soprattutto alle ricompense promesse dal loro generale, sotto forma di terreni agricoli. Da una parte, quindi, tutto ciò allontanava quelle masse di cittadini poverissimi che affluivano a Roma, ed a cui Roma doveva pensare non senza molte difficoltà. Dall’altra, però, creò una vera e propria nuova forza sociale, che, in ogni caso esprimerà tute le sue potenzialità solo molto tempo dopo, soprattutto durante gli ultimi secoli dell’impero romano, ossia quella dei militari che andarono “professionalizzandosi” sempre di più e che, piuttosto che dipendere dallo Stato, dipendevano dal proprio generale ed il cui malcontento era pronto a scatenarsi in ogni momento se le loro richieste non venivano esaudite. E’ evidente come le loro rivolte fossero ben più temibili di quelle del semplice popolino sedizioso, per il semplice fatto che i soldati erano armati e che costituivano l’ossatura principale del sistema di dominio politico romano.

Ma queste erano cose che sarebbero avvenute in un tempo che attualmente non ci riguarda, l’aspetto che invece venne a galla da subito, fu il forte legame di dipendenza che unirà i soldati ai propri generali. Loro, solo loro, e non lo stato, potevano infatti garantire che i propri uomini avrebbero regolarmente ricevuto le terre ed i compensi promessi.

Soprattutto in questo punto focale sta l’importanza della riforma mariana in relazione all’epoca della rivoluzione romana. E’ evidente, infatti, quale ruolo questi eserciti, che erano a tutti gli effetti degli eserciti personali, potessero ricoprire in un contesto di contrasti politici, di lotte per la supremazia e di enorme aumento di potere di singole personalità.

Ma torniamo ad illustrare la singolare escalation del grande generale Caio Mario. Come già accennato, egli comincia seriamente ad acquistare importanza a Roma, grazie ai successi sui Cimbri e sui Teutoni. Quando la minaccia cominciò a profilarsi all’orizzonte, sotto la forma di numerose razzie e scorrerie nella regione della Gallia da parte di queste orde, a Mario venne concesso il consolato per più anni consecutivi (senza che nessuno si opponesse alla lampante violazione del diritto), nella consapevolezza che sarebbe stato l’unico uomo capace di sostenere lo scontro, quando la necessità di esso fosse divenuta improrogabile, ossia quando Cimbri e Teutoni avessero, infine, invaso il territorio italico.

Questo avvenne nel 102: ma Mario sconfisse i Teutoni in due battaglie, entrambe combattute ad Aquae Sextiae e provvide a eliminare la minaccia dei Cimbri a Vercelli, nel 101. Queste vittorie gli consentirono di ottenere il sesto consolato, quello per il 100. Da quel momento in poi, però, fu guerra aperta con gli ottimati e la situazione politica a Roma tornò a ribollire pericolosamente, come al tempo dei Gracchi. Nonostante ciò, grazie al traino rappresentato dalla personalità di Mario, la reputazione dei popolari era al massimo.

A dar manforte al console Mario, oltretutto, nel 103 conquistò il tribunato Lucio Appuleio Saturnino, che diede un ulteriore spinta alla politica del generale. Dopo i primi successi contro i Teutoni, infatti, Saturnino sostenne una mozione che prevedeva la fondazione di varie colonie in Sicilia, Gallia, Acaia e Macedonia esclusivamente per i veterani di Mario. La seduta del senato che approvò questa risoluzione, fu a dir poco tumultuosa. Si svolse infatti fra le ire principalmente degli ottimati e della plebe, quest’utima infuriata perché le distribuzioni di terre avrebbero riguardato solo le truppe mariane.

Ma un altro evento agitò ancora di più le acque, questa volta fra gli stessi popolari. Nello stesso momento in cui Saturnino combatteva per le sue proposte di legge, Caio Servilio Glaucia, altro esponente dei popolari, si candidò al consolato, contro lo stesso Mario. Questo portò ad una temporanea spaccatura nel partito popolare e ad un’altrettanto momentanea alleanza di Mario con alcune ali degli ottimati, a cui questi ultimi dovranno pagare pegno approvando i provvedimenti che riguardavano le colonie per i veterani.

A fare guadagnare qualche punto in popolarità agli ottimati tentò di provvedere il tribuno Marco Livio Druso, figlio proprio di quel Druso che aveva osteggiato Caio Gracco.

Il primo suo obiettivo era quello di restituire i tribunali ai senatori, ma questa sua prima rogatio, venne affiancata da altre dal contenuto sorprendentemente “popolare”. Egli, infatti, proponeva di negare l’immunità giudiziaria ai giurati, aveva un suo progetto per una nuova lex agraria ed una frumentaria ed, addirittura, un’altra sua rogatio prevedeva addirittura di concedere la cittadinanza agli italici. Come ben si vede tutti motivi topici delle politica popolare, dalla battaglia per le distribuzioni frumentarie fino alla situazione dei provinciali.

Questo è uno fra quegli episodi che forse meglio illustra l’ “anima” della rivoluzione romana: una battaglia condotta a forza di demagogia e, soprattutto negli ultimi anni, attraverso vertiginosi cambi di fronte.

E’ interessante notare come Druso, in questo caso, sia riuscito ad essere molto più popolare di Mario che, ricordiamocelo, attraverso la mozione di Saturnino era riuscito a destare i malumori della plebe, per non avere incluso anche essa nel progetto di distribuzione della terra ai suoi veterani. Ecco come, in base alle convenienze ed alle circostanze, un popolare potesse chiudersi alle richieste della plebe, quanto un ottimate potesse, invece, aprirvisi. In entrambi i casi, infatti, Mario e Druso avevano giocato a favore delle circostanze, senza alcun riguardo per i valori ed il modo di pensare che avrebbero dovuto rispecchiare. A Mario il momento imponeva di pensare ai suoi soldati più che al popolo anche perché era innegabilmente più importante, ai fini della sua politica, mantenere intatta la fiducia del suo esercito che non quella della plebe.

Druso, invece, trovava il suo partito in un momento di popolarità molto basso, oscurato come era dall’ingombrante figura di Mario, e solo dei provvedimenti così fortemente demagogici avrebbero potuto risollevare un po’ le sorti degli optimates. Insomma, le istanze sociali del periodo, sebbene serie e reali, erano spesso, per entrambe le fazioni indifferentemente, solo un modo per recuperare consensi.

Ma, ritornando ai fatti, i progetti, poi respinti, di Druso di accordare la cittadinanza agli Italici, riaccesero gli animi ai socii, che adesso effettuarono una serie di rivolte armate, passate alla storia come “guerra sociale”, davanti alle quali Roma non poté che fare delle concessioni. E’ interessante notare come, in questa circostanza, entrambe le fazioni degli optimates e dei populares lottarono assieme contro i provinciali, sebbene la politica riformista avesse sempre appoggiato, e continuerà a farlo, le loro istanze sociali. Ciò dimostra che le lotte intestine non puntavano a distruggere l’ordinamento repubblicano, che quando sembrava messo in pericolo dall’esterno veniva prontamente difeso da entrambe gli schieramenti, che si apprestavano a far fronte comune. E’ evidente, quindi, come i conflitti fra partiti avessero molto poco di sociale e molto di politico e che si trattasse soprattutto di lotte per la supremazia all’interno del Senato, mascherate spesso sotto intenti più o meno nobili, più o meno altruistici.

Comunque, questo clima di più grave instabilità, Mario rimase coinvolto nel caos politico creato dal tribunale di cavalieri, istituito dal tribuno plebeo Quinto Vario, che intendeva punire i “traditori” che avevano istigato la rivolta. Cominciò così, per lui, un periodo di difficoltà.

Ad approfittare di questo momentaneo tracollo del generale più in vista dell’Urbe, sarà un altro condottiero, Lucio Cornelio Silla, l’altro grande protagonista di quest’epoca.

 

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(testo pubblicato anche su SignaInferre)