LA FILOSOFIA E LO SPIRITO IMPRENDITORIALE NELL'OCCIDENTE INDUSTRIALIZZATO. SECONDA PARTE: LA RIVOLUZIONE DEL PENSIERO CRISTIANO
di Ignazio Burgio

(tratto dal sito dell’autore CataniaCultura)

La civiltà industriale nella quale viviamo noi oggi, con tutti i suoi vantaggi e svantaggi, ha preso certamente le mosse in Inghilterra all'inizio del XVIII secolo, con l'installazione delle prime pompe a vapore nelle miniere. Le sue radici tuttavia non affondano soltanto nei classici fattori economici - agricoltura, popolazione, trasporti, domanda, ecc. - ma anche in elementi culturali (filosofici, religiosi, politici) ed in particolare nella peculiare visione del mondo tipica dell'uomo occidentale medievale e moderno, ben differente rispetto a quelle di tutte le altre civiltà della storia. Se ai nostri giorni costituisce un grosso problema lo sfrenato e cinico sfruttamento delle risorse naturali da parte di un modo di pensare capitalistico avido e ottuso, fino in età antica al contrario un eccessivo timore reverenziale nei confronti del mondo e della natura, si rivelava un freno oltre che per lo sviluppo economico anche per la nascita di un vero e proprio spirito imprenditoriale in senso moderno, bloccato sul nascere anche da un'iperconservatrice visione della vita.

Con il sostegno dato da Costantino alla nuova religione cristiana (dal 313) ed il successivo riconoscimento come religione ufficiale dell'Impero Romano (380), l'uomo antico acquisisce un'ottica di pensiero completamente diversa (in parte ereditata dalla religione ebraica, e dal Vecchio Testamento), che si riflette fortemente anche sull'atteggiamento etico, sull'ideologia politica e dunque anche sull'economia e la tecnica.
L'uomo antico si sentiva succube delle forze della natura, quasi “ospite indesiderato” di un mondo ostile e fallace, considerato più divino che materiale, e dove naturale e spirituale si mescolavano troppo. Realtà ed elementi apparivano in balìa di forze più o meno dotate di intelligenza e volontà divine – la Concordia e la Discordia di Empedocle, il Nous di Anassagora, il Demiurgo platonico, ecc. - che contribuivano a dare del mondo un'immagine soverchiante, oltre che a farne una dimensione assoluta ed eterna. La stessa Divinità appariva poco ben disposta nei confronti degli uomini, fredda e distaccata nella sua autosufficiente perfezione, e soprattutto non responsabile della creazione del mondo all'inizio del tempo, una volta per tutte, ma semmai solo causa non partecipe del moto dei cieli.
Al contrario per il cristiano medievale il mondo, in quanto libera creazione di un Dio Onnipotente, ed unico Assoluto, è a lui subordinato, ed inferiore per qualità, così come la materia non solo è inferiore allo spirito, ma anche non eterna, poiché così come ha avuto un inizio è destinata anche ad una fine. L'essere umano dopo aver ricevuto in custodia il mondo stesso – come si legge nella Genesi - ha ricevuto da Dio un vero e proprio mandato di assoggettarlo e trasformarlo: “Dio li benedisse e disse loro: - Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra” (Genesi, 1, 28).
La separazione e la subordinazione tra la dimensione divina e quella del mondo fisico – mai completamente raggiunta dalla filosofia classica non cristiana - è anche sottolineata dall'identificazione di Dio con l'Essere Assoluto dei filosofi greci: poiché nell'Esodo Dio si è rivelato a Mosè qualificandosi come “Colui che è”, per il teologo ed il filosofo cristiano medievale L'Essere è la stessa Persona Divina, dunque ben distinto dal mondo della Natura e della Materia (ed anche dall'Universo celeste degli Astri). Così come già per gli Ebrei, anche per l'uomo medievale Dio non è più l'Ente filosofico astratto, indifferente e assolutamente distante dall'uomo e dal mondo, ma è umanamente simile all'uomo, che ha creato a sua immagine e di cui ne guida storia, progresso e salvezza. In più rispetto alla teologia veterotestamentaria, il Dio del cristiano medievale appare più come un “buon padre” invocato nella nota preghiera che come una severa divinità, dal momento che – secondo la più antica concezione cristiana risalente a San Paolo - per salvare l'uomo dal peccato ha inviato il suo unico Figlio a morire in croce per l'umanità intera.
Il risultato di punti di vista come questi sono il lento dissolvimento del complesso d'inferiorità proprio dell'uomo antico di fronte al mondo, ed un più o meno consapevole atteggiamento di superiorità del cristiano medievale, apice e fine ultimo della creazione, su di una Natura animale, vegetale e minerale (quest'ultima sempre più considerata inerte e priva di vita) da dominare, trasformare e sfruttare secondo la volontà di Dio stesso: “Chi ha in suo potere i pesci, gli uccelli e i quadrupedi, se non l'uomo ?” scrive Lattanzio nelle Divine Istituzioni. Dunque Dio ha fatto tutto in vista dell'uomo, perché tutto è stato lasciato in uso all'uomo”. Essendo il mondo terreno inoltre composto da materia “inerte”, tutti i fenomeni al suo interno rispondono a leggi universali e necessarie, ovunque e in ogni tempo immodificabili. Certo possono accadere anche eventi soprannaturali, i miracoli (e nel medioevo tante cose, anche semplici coincidenze fortunate, appaiono miracolose), ma sono eccezioni, e come tali confermano la regola. Trova in questo modo di pensare le sue radici il lento e contrastato cammino della scienza. Ma possono trovare anche qui le loro radici culturali ad esempio sia il disinvolto atteggiamento di disboscamento ed estensione delle coltivazioni in tutta Europa (cosa che consente alla società medievale di sostenere una popolazione di più di 80 milioni di abitanti e un corrispondente incremento dei redditi); sia lo “spirito tecnico”, tipico dell'europeo medievale e moderno, che convinto del suo potere anche sui quattro elementi (privi di “vita” e “intelligenza”) perfeziona disinvoltamente, mulini idraulici, mulini a vento, orologi, ecc. comprese le “diaboliche” armi da fuoco.
Chi porterà alle estreme conseguenze teologico-scientifiche questo nuovo modo di vedere l'universo sarà poi Galileo in età rinascimentale, che finirà per trattare come “creature” - proprio come rivelato dalla Bibbia – anche il sole, la luna e gli altri pianeti e satelliti: dunque non “sfere sovrannaturali” eterne e perfette nella loro forma e nel loro moto come volevano gli antichi, ma elementi della creazione come quelli terreni, e dunque concessi, se non altro, perlomeno all'osservazione e allo studio astronomico obiettivo.

Queste convinzioni filosofico-teologiche cristiane vengono già sviluppate in embrione sin dai primi secoli della nuova religione. Tra il I ed il II secolo dopo la nascita di Cristo, l'Impero Romano attraversa il periodo di maggiore splendore non solo dal punto di vista della potenza militare, ma soprattutto da quello demografico, economico e culturale. In un'era in cui l'autorità di Roma giunge persino alle lontane Canarie ed all'odierno Yemen, e le navi italiche raggiungono regolarmente le colonie romane fondate in India (spingendosi talvolta fino in Indonesia), anche la circolazione di libri e idee in tutto l'Impero si fa più intensa. La produzione praticamente a livello industriale dei due principali supporti di scrittura del tempo, la pergamena ed il meno costoso papiro, consentono agli ingegni più brillanti dell'epoca di disporre non solo di una maggior quantità di opere su rotoli o “codici” (pagine rilegate, cioè libri, che proprio in questo periodo fanno la loro comparsa specie per iniziativa dei cristiani) ma anche di dotarsi di strumenti e metodi vecchi e nuovi su cui sviluppare la propria riflessione filosofica e teologica. Un fine esegeta come Origene dispone ad esempio di un'edizione della Bibbia chiamata “Esapla”, poiché in sei colonne parallele stanno il testo ebraico originale, la sua trascrizione letterale in caratteri greci, e le quattro principali traduzioni del suo tempo: quelle dei “Settanta”, di Aquila, di Simmaco e di Teodozione. Proprio come sarebbe avvenuto più di mille anni dopo nell'era della carta e della stampa, questo breve periodo umanistico dell'età classica porta all'elaborazione di concetti filosofico-culturali di qualche rilievo anche se nei limiti delle conoscenze e degli ancor troppo preziosi supporti di scrittura dell'epoca. Così il filosofo stoico Lucio Anneo Seneca (4 a. C. - 65 d. C.) definisce i concetti di consapevolezza di bene e male, di coscienza, di volontà come facoltà distinta dalla ragione; mentre la figura più emblematica di illuminato filosofo di quest'epoca, Marco Aurelio, volge l'attenzione al proprio “io”, nella sua opera in greco “Dialoghi con se stesso”.
I filosofi ed i teologi cristiani non sono da meno, consapevoli del valore etico della propria fede e della loro capacità di trasformare l'intera società romana con l'aumentare delle conversioni, come affermato ad esempio nella “Lettera a Diogneto” di autore anonimo. I valori espressi dalla loro fede vertono soprattutto sulla libertà dell'individuo illuminato dalla verità cristiana, all'interno di una società romana che si sente dominata dalla paura del Fato, delle minacce della Natura e degli uomini, e dalla bruta animalità delle proprie passioni; sulla solidarietà e sull'aiuto reciproco, anche economico, in un Impero in cui si può passare facilmente e rapidamente da una condizione di ricchezza e benessere, alla povertà e alla schiavitù; e sull'uguaglianza della propria dignità umana, in quanto tutti Figli di Dio ed egualmente toccati dalla Grazia, al di là delle differenziazioni giuridiche e sociali tra liberi e schiavi, e tra ricchi e poveri. Tutti concetti che naturalmente non appaiono nuovi, già scoperti da secoli nelle ristrette cerchie dei filosofi classici, e nella breve “primavera umanistica” del I e II secolo ribaditi anche da Seneca, Epitteto e anche da un fiero avversario della religione cristiana – anche se filosofo stoico - come l'Imperatore Marco Aurelio (“al filosofo Severo io devo l'aver concepito l'ideale di uno stato egualitario, governato secondo l'uguaglianza e la libertà di parola; e di una monarchia che soprattutto esalti la libertà dei governati”).
Ma proprio perché sono ideali filosofici rimangono in realtà ristretti alle cerchie intellettuali, e dunque seriamente a rischio di tramontare insieme alla civiltà classica che li ha espressi. Al contrario gli equivalenti concetti cristiani vengono veicolati da una fede religiosa che li esalta come prassi e modelli di vita da difendere anche a costo della persecuzione. Il loro futuro nella civiltà occidentale viene così garantito fino alla loro traduzione anche in idee laiche e politiche dai filosofi illuministi in poi.

Il nuovo mondo cristiano e medievale è un mondo spesso barbaro e violento, anche all'interno dello stesso clero. Non sarà che io non mi vendichi delle ingiurie subite perchè sono diventato un prete”, afferma nel VI secolo Badegesil eletto vescovo di Le Mans per tramite del re Merovingio Clotario I, mentre si dà ogni giorno da fare per rapinare e mandare alla rovina economica tante “pecorelle” della sua diocesi. Sua moglie si dimostra anche più sadica e crudele, e si diverte a mutilare e seviziare coi coltelli arroventati le parti intime di poveri uomini e donne. Ma anche una personalità sinceramente pia e religiosa come San Colombano – il missionario che diffonde il monachesimo irlandese in tutta Europa – elabora nel suo scritto “Penitenziale” pene ripugnanti agli occhi di noi moderni: chi ferisce un vescovo dev'essere punito con la crocifissione se la ferita sanguina; con il semplice taglio della mano se non sanguina; per una falsa testimonianza detta in buona fede si rischiano cento colpi di cinghia sulle mani; se in cattiva fede si viene puniti con settecento colpi di frusta, il semidigiuno ed il canto di tutti i 150 salmi; anche soltanto stare col capo coperto in casa comporta 50 frustate, mentre le distrazioni durante le preghiere vengono punite a colpi di bastone (curiosamente tuttavia la dimenticanza di chiudere la chiesa viene sanzionata soltanto con la recita di dodici salmi. Cfr. Aldo Landi, La Cristianità medievale, SEI Editrice, p. 19). Del resto anche lo stesso sant'Agostino nei suoi scritti si dimostra favorevole al ricorso alla violenza come ultima spiaggia nei confronti dei non cattolici, pagani, ebrei, eretici, per costringerli ad entrare (compelle intrare) nella Chiesa cattolica al di fuori della quale non vi è salvezza spirituale: “La crociata, la guerra religiosa, la persecuzione degli Ebrei e degli eretici - pogrom e roghi compresi - sono contenuti in germe in questa soluzione del compelle intrare". (Jacques Le Goff, 1981, p. 23).
Ma questo medioevo cristiano ancora così barbaro, possiede anche – come si è già detto - punti di vista nuovi e radicalmente diversi rispetto al mondo antico, tali da caratterizzare il destino della medesima cultura occidentale, il suo successo economico e tecnologico ed il suo intraprendente “spirito imprenditoriale”.
Sulla scorta del pensiero cristiano, la storia della cultura occidentale dal tardo impero romano fino all'età moderna, fino all'età di Galileo e Cartesio, si rivela infatti come “distinzione e separazione”: separazione tra Dio ed il creato, tra il mondo della materia e quello dello spirito, tra fede e ragione, tra filosofia e scienza. Machiavelli proporrà anche la separazione tra politica e morale, un'operazione inammissibile (in teoria, ma non nei fatti) non solo per il cristianesimo ma per la stessa filosofia antica. Tuttavia la “separazione” più originale e rivoluzionaria sviluppata dal cristianesimo già nei primi secoli, ancor prima della fine dell'Impero d'Occidente, rimane la divisione fra Stato e Chiesa. Fondandosi sul famoso invito di Gesù stesso a distinguere quanto appartenga a Cesare e quanto a Dio stesso, in Europa Occidentale, caso unico in tutta la storia delle civiltà, sin dalla fine dell'età antica si assiste alla distinzione fra potere politico e potere religioso.
Mentre nell'oriente bizantino i vescovi già nel IV secolo si adattano ossequienti alla sottomissione all'imperatore (incoraggiando così la nascita di quello che verrà poi definito “cesaropapismo”), i loro colleghi d'Occidente al contrario sin da subito dopo Costantino insistono sulla propria autonomia e indipendenza: “Non mescolate la giurisdizione della Chiesa e quella dell'Impero romano, perchè l'Impero non lo avete per virtù vostra, ma da Dio”, rispondono i vescovi riuniti nel 355 a Milano alla figlia di Costantino, Costanza, che chiede loro di condannare il vescovo di Alessandria d'Egitto, Atanasio (significativa anche la replica di Costanza: “Quel che io voglio deve essere considerato come legge in seno alla Chiesa. I vescovi di Siria non protestano quando io parlo in questi termini”. Cfr. Le Goff, p. 13).
La separazione giuridico-politica fra Stato e Chiesa viene ufficializzata intorno al 378 d. C. allorché il religiosissimo imperatore d'Occidente Graziano seguito subito dopo dal suo collega d'Oriente Teodosio, rinuncia al titolo di Pontifex Maximus, sin da Ottaviano Augusto tradizionale attributo sacerdotale della carica imperiale, per lasciarlo alle massime autorità ecclesiastiche preposte alle diverse parti dell'impero. Specialmente in Occidente, ma non solo, l'autorità sacerdotale più importante è quella del vescovo di Roma, come sancito tre anni dopo nel 381 nel Concilio di Costantinopoli (l'anno dopo il vescovo dell'Urbe Damaso fa proclamare da un sinodo romano come il primato della sede di Roma derivi direttamente da San Pietro, e chiama gli altri vescovi “figlioli”. Il suo successore Siricio ne trae le conseguenze ed assume il titolo di “papa”, cioè “padre”). Nello stesso periodo, nel Natale del 390, l'energico vescovo di Milano, Aurelio Ambrogio, costringe l'Imperatore Teodosio alla pubblica penitenza per essersi macchiato di un vero e proprio “crimine contro l'umanità”, come giuridicamente verrebbe definito oggi, ovvero il massacro di settemila cittadini di Tessalonica (Salonicco): “un atto spettacolare che colpì i contemporanei e colpirà anche in seguito. A metà del V secolo lo storico orientale Teodoreto di Ciro, nella sua Storia Ecclesiastica, conferisce all'episodio un alone di leggenda. Attraverso la narrazione fattane da Cassiodoro nella sua Historia Tripartita, l'immagine di un imperatore che si umilia pubblicamente verrà consegnata agli uomini del Medioevo. E' il modello che verrà imposto all'Imperatore Enrico IV a Canossa, a Enrico II d'Inghilterra dopo l'uccisione di Thomas Becket” (Le Goff, p. 14).
Una volta “ridotti” a laici, i sovrani e gli altri uomini di governo perdono quel carisma di sacralità religiosa propria delle civiltà antiche, riducendosi a semplici amministratori e difensori di uomini e nazioni, e sottoposti anch'essi ad un'etica morale e al giudizio esterno (del popolo, del clero e di Dio). Nell'829 i vescovi riuniti in concilio a Parigi proclamano non solo la libertà e l'indipendenza del clero da qualunque potere laico, ma anche il diritto dello stesso clero di giudicare anche i sovrani. Diversi anni dopo nel Concilio di Savonières (859) si afferma che “i vescovi governano e correggono i re, i nobili e il popolo affidati loro da Dio”.
Sin dal V secolo sotto i primi sovrani germani, fino al XIII con la fine della dinastia imperiale sveva e la successiva perdita d'indipendenza del papato, il conflitto fra Chiesa e Impero, ora ideologico ora armato, ora latente ora invece manifesto, caratterizza tutta l'età medievale. Al fondo vi sono forti interessi politico-economici, ovvero il controllo di terre, uomini e città, e delle loro immense risorse. Risorse bramate da sovrani e imperatori che vorrebbero destinarli alla restaurazione di un impero burocraticamente centralizzato e militarmente potente, ai fini della guerra e della conquista. Ma la Chiesa li contrasta e con ammonimenti, scomuniche, pubbliche penitenze, oppone loro la sua visione del mondo, quello di un impero cristiano dove la maggior parte delle risorse vengano destinate ad opere di pace, alla cura delle anime, alla conservazione della cultura, ma anche all'agricoltura, all'artigianato, alle costruzioni e ai commerci: insomma al benessere spirituale e materiale del popolo delle campagne e delle città.
Nessun sistema politico-economico – nazione o impero – può reggersi se non sussiste innanzitutto una pur minima fiducia, specie dei livelli sociali più bassi, nei confronti dei vertici di potere, ed in un'Europa cristiana fortemente impregnata di cultura religiosa la scomunica di un sovrano o un imperatore da parte del Papa è in primo luogo un atto politico che scioglie i sudditi da qualsiasi impegno e fedeltà nei confronti della legittima autorità laica. Per quanto potenti i sovrani non possono non tenerne conto ed anche se giungeranno persino allo scontro aperto, dovranno rassegnarsi a compromessi: il cosiddetto “sistema feudale” a conti fatti non è altro che l'aborto di un impero – nel senso vero e proprio del termine, ovvero centralizzato – mai nato, se non di nome; e l'incremento demografico di cui comincia a godere l'Europa proprio a partire dall'età carolingia serve ad allargare le file della manodopera rurale ed urbana, più che quelle dei guerrieri armati. Il risultato è ovviamente lo sviluppo delle coltivazioni, della produttività agricola, dei traffici e dell'industria: e al seguito di questi, del progresso della tecnica e di una nuova etica del lavoro.
I monasteri benedettini che sorgono anche negli angoli più sperduti d'Europa, estendono le aree coltivate disboscando e dissodando (tanto da condurre alla fine del medioevo alla prima crisi ecologica della storia occidentale, ovvero la penuria di legname). La loro regola insieme alla preghiera valorizza il lavoro, anche manuale, con uno spirito all'opposto dello stile di vita ellenistico-romano improntato all'otium e al dominio su uomini e terre. Questa nuova etica del lavoro e dello “spirito del capitalismo” – già molti secoli prima della Riforma Protestante come nel pensiero di Max Weber – viene fatta propria anche dagli abitanti delle città libere, artigiani, mercanti, armatori navali, che sostenuti dalla Chiesa, si pongono contro quei poteri politico-militari che vorrebbero soffocare loro, e la loro nuova visione etica ed economica. L'apice dello scontro si ha con Federico II di Svevia, il tentativo più serio in tutto il corso del Medioevo di restaurare un impero forte e centralizzato, ma alla fine lui ed i suoi discendenti vengono sconfitti, nasce l'Europa delle nazioni ed anche della tecnologia: tutti i corsi d'acqua ospitano mulini idraulici, predisposti non solo per macinare i cereali, ma anche per lavorare i metalli, follare i panni di lana grezzi, macerare gli stracci per trasformarli in carta. Nell'Inghilterra quattrocentesca dove si scontrano le due casate rivali dei Lancaster e degli York (Guerra delle Due Rose) la concentrazione di mulini è tale che alcuni storici parlano di una vera e propria “rivoluzione industriale medievale”, caratterizzata da economie di scala di tipo capitalistico e da continui esperimenti di meccanizzazione delle singole fasi produttive.(Eleanora Carus-Wilson, L'industria laniera, p. 463 e sgg.). Molte categorie urbane – mercanti, artigiani, imprenditori – cominciano a mutare anche l'atteggiamento stesso nei confronti del lavoro che da penitenza e sacrificio per “sudarsi” il pane, come visto ancora negli ambienti monastici e religiosi (secondo le famose parole rivolte da Dio ad Adamo dopo il peccato), si trasforma in opportunità di ricchezza e prestigio sociale. I teologi guardano con sospetto l'accumulo di risorse private, che possono condurre all'avarizia, alla vita dissoluta e alla perdita della visione spirituale della vita, ed in tal modo ingenerano in molti borghesi arricchiti sensi di colpa e conflitti di coscienza che nei Paesi protestanti in età moderna verranno dissolti dalla priorità data alla fede e alla grazia divina sulle opere (“giustificazione per fede” di Lutero). E del resto gli stessi uomini di Chiesa – Papi, vescovi, abati – dispongono di proprietà immense, ammettono e giustificano la proprietà privata e la schiavitù (destinate semmai ad essere abolite con il ritorno di Cristo), e condannano anche l'utilizzo del messaggio evangelico per elaborare idee sovversive per l'ordine sociale: “la dottrina dell'assoluta povertà di un Cristo, che, non possedendo alcun bene né comune né privato, si poteva pensare offrisse un modello per i cristiani, fu condannata da papa Giovanni XXII...” (Gabriel Le Bras, Concezioni economiche e sociali, in: Storia Economica Cambridge, Einaudi, vol. III, p. 645). Ad ogni buon conto, mercanti e imprenditori istituzionalizzano la beneficenza, e (proprio come oggi con l'8 per 1000) nei loro registri di profitti e perdite compare un altro socio, “Messer Domineddio”, sotto la cui voce vengono annotate le quote da devolvere alle opere pie.
Il gran numero di mulini che specialmente in Italia dal XII secolo trasformano gli stracci vecchi in carta, portano naturalmente alla rinascita della cultura. In occidente dalla metà del VI secolo fino all'incirca all'anno mille si presenta una penuria culturale, di lettori e scrittori, che neppure la cosiddetta “rinascita carolingia” riesce a colmare se non in misura modesta e limitatamente alla Francia settentrionale. La decadenza demografica e delle città, i danni dei prolungati conflitti (come nel caso della guerra fra Bizantini e Goti in Italia) e soprattutto una fase di clima più freddo - aggravata anche intorno al 535 dalla potente eruzione di un vulcano, forse il Krakatoa in Indonesia, che apre la strada a carestie e gravi pestilenze - si dimostrano certamente all'origine della grave crisi della cultura, soprattutto latina, nei secoli precedenti l'anno mille. Ma il periodo coincide anche con l'embargo nelle esportazioni di papiro verso l'Europa cristiana deciso dall'Egitto dopo la sua conquista e conversione alla religione musulmana. Per quattro secoli l'Europa cristiana dispone solo della scarsa e costosa pergamena, come materiale da utilizzare per qualsiasi tipo di testo, dalle opere religiose a quelle dell'antichità classica, dai registri contabili, ai documenti legali, fino agli editti per la buona gestione delle proprietà fondiarie. La scarsità di pergamena limita dunque fortemente la possibilità di buttar giù nuove idee, farle circolare e tramandarle alle nuove generazioni: meglio andare sul sicuro e limitarsi a ricopiare i testi religiosi ed i classici (o meglio, una piccola parte di essi). Poi nell'XI secolo proprio dalle “zone-ponte” ai confini tra Islam e Cristianità – la Spagna e la Sicilia - giunge la nuova rivoluzionaria invenzione cinese, la carta, e nel giro di un paio di secoli specialmente la penisola italiana viene inondata di fogli di carta di buona qualità. I primi ad avvantaggiarsene sono le società commerciali di Genova e Venezia che possono così aumentare i volumi su cui registrare le note di debito e di credito, le entrate e le uscite (“partita doppia”), e questo non solo permette di migliorare la gestione delle aziende ma permette anche di progettare le nuove strategie commerciali. Ma il moltiplicarsi dei libri ancora copiati dagli amanuensi alimenta anche le nascenti università europee, e fa riscoprire a tutti gli uomini alfabetizzati il piacere di scrivere, di mettere nero su bianco qualsiasi pensiero, utilizzando magari quei fogli di carta di seconda scelta su cui vergare anche pensieri profani e divertenti: l'”invenzione della brutta copia” promuove la nascita della letteratura in volgare, della poesia raffinata, e della grammatica e della dialettica. Ed anche del lento recupero della cultura classica: nel XII secolo i “Chierici Vaganti”, dotti ecclesiastici che peregrinano tra le università europee, si rifanno ad Ovidio e adottano uno stile di vita difficilmente compatibile col loro abito, esaltando la passione per il vino e le donne. Sono gli antesignani di quel fenomeno culturale importante costituito dalla “letteratura goliardica” diffusasi nel corso del Basso medioevo nell'ambiente delle Università europee, che nella sua satira prende di mira il lusso ecclesiastico come nel poema “La confessione di Golia” (...ma di costor nessuno/ se stesso va accusando/ benché amino del mondo /godere ogni ozio blando...), o il testo satirico “Il vangelo secondo il Marco d'argento” (ossia la vecchia moneta tedesca), terreni di coltura della successiva Riforma.
Fenomeni come questi sono tuttavia anche il segno di una maggiore “umanizzazione” della società cristiana medievale, in un periodo caratterizzato dal clima più favorevole, dai raccolti più abbondanti e da una più diffusa sensazione di ricchezza e di progresso materiale, nonché dalla convinzione che Dio abbia a cuore i suoi figli cristiani. Già al tempo di Carlo Magno il teologo Rabano Mauro aveva contestato la validità delle crudeli penitenze secondo lo stile irlandese, poiché mutilazioni e frustate potevano solo reprimere esteriormente le colpe, ed avere semmai il valore di deterrenza – come diremmo oggi – al fine di prevenire le infrazioni, ma spesso non mutavano l'animo degli uomini, cosa su cui al contrario si doveva puntare. Si va insomma verso un mutamento della prospettiva morale che da un atteggiamento legalistico e formale, si indirizza verso la conversione spirituale, aprendo la strada – anche nella posteriore riflessione laica, illuministica ad esempio – al senso di responsabilità, di civiltà e di rispetto nei confronti dei propri simili. Segni di questa “umanizzazione” sono dopo il mille anche la diffusione del culto della Madonna, “Madre universale”, del Cristo sofferente, e la tradizione del presepe, nella cui devozione verso la Natività vi è anche in germe (dalla lentissima maturazione culturale, purtroppo) la crescita del rispetto verso l'infanzia.

I cento anni che vanno dalla morte di Federico II (1250) fino al 1350 sono talmente densi di novità da costituire il preludio all'età moderna: decadono il prestigio sia dell'Impero che del Papato, nasce l'Europa delle nazioni, entrano in scena le armi da fuoco, gli orologi, la bussola e le lenti, il clima in tutto il mondo si fa più freddo aprendo la strada a carestie, gravi epidemie di peste e crisi demografica. A motivo di questa grave crisi forse la rinascita umanistica viene posticipata di un secolo. Quando essa giungerà tuttavia condurrà anche alla Riforma Protestante e con essa ad uno di quei tanti fenomeni paradossali che spesso avvengono nella storia. Il potere laico dei diversi stati nazionali ritorna quasi dovunque a subordinare il potere religioso, in grave decadenza politica e morale dopo Papa Bonifacio VIII. In alcune nazioni nord-europee come l'Inghilterra, in pieno clima di Protestantesimo i sovrani diventano addirittura i capi della Chiesa nazionale, riacquistando così dignità sacrale. Tuttavia saranno a quel punto le istituzioni parlamentari, composte dalle diverse forze economiche, a contrapporsi ad essi con un potere laicamente e giuridicamente fondato. Un'importante evoluzione anche in senso politico, culturale ed economico, certo, che in base alla stessa logica occidentale della “separazione e distinzione” condurrà anche alla dottrina della “separazione dei poteri”, fondamento ancor oggi di ogni nazione democratica.

 

Home Page Storia e Società

 



Bibliografia.

Etienne Trocmé, Il cristianesimo dalle origini al Concilio di Nicea, in: Storia delle religioni a cura di H. C. Puech, vol. VII, Laterza.

Jacques Le Goff, Il cristianesimo medievale in Occidente dal Concilio di Nicea alla Riforma, in: Storia delle religioni a cura di H. C. Puech, vol. X, Laterza.

Aldo Landi, La cristianità medievale, Edizioni SEI.

Emanuele Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo (3 volumi), BUR RCS Rizzoli.

Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. I, Garzanti.

Guglielmo Cavallo (a cura di), Libri editori e pubblico nel mondo antico, Editori Laterza.

Guglielmo Cavallo (a cura di), Libri e lettori nel medioevo, Editori Laterza.

Santo Mazzarino, L'Impero romano (3 volumi), Laterza.

Eleanora Carus-Wilson, L'industria laniera, in: Storia Economica Cambridge, Einaudi, vol. II p. 463 e sgg.

Gabriel Le Bras, Concezioni economiche e sociali, in: Storia Economica Cambridge, Einaudi, vol. III

TURNER, C. H., L'ordinamento della Chiesa - in: Storia Medievale Cambridge, vol I, Milano, 1978

TOUCHARD, J., Storia del pensiero politico, I – Milano 1978.

MORGHEN, R., Medioevo Cristiano – Bari, 1978.

MOCHI ONORY, S., La crisi federiciana del Sacro Romano Impero. Il "Corpus Saecularium Principum" e l'"imperium spirituale" del pontefice". - in: Atti del Convegno Internazionale di Studi Federiciani, Palermo 1950,

L'aquila e la tiara: dalla laicizzazione del potere al sogno universalista di Federico II di Svevia.