L'anfiteatro Flavio        di Bianca Misitano

 

 

 

L’anfiteatro Flavio, antica e maestosa struttura destinata ai sanguinosi combattimenti gladiatorii, diverrà nel corso dei secoli, sotto il nome di Colosseo, il simbolo stesso della civiltà romana. E’ infatti, oggi, uno dei monumenti più famosi al mondo, che ha perso le sue inquietanti connotazioni di luogo di torture e carneficine ed è, invece, ritenuto la massima espressione dell’architettura romana, grazie al suo grandioso aspetto. L’anfiteatro fu voluto dall’imperatore Tito Flavio Vespasiano (da qui il nome Flavio) ed i lavori per la sua costruzione cominciarono nel 72 d.C. , nell’ambito delle operazioni urbane che miravano a restituire al pubblico le zone del centro città di cui Nerone si era appropriato per costruire la sua gigantesca e fastosa Domus Aurea. Il Colosseo fu, infatti, edificato in una valle posta tra il Celio, il Palatino e l’Esquilino, dopo aver prosciugato lo stagnum, ossia il piccolo laghetto che era parte integrante della vecchia reggia neroniana. Anche il “soprannome” di “Colosseo” affibbiatogli nell’XI secolo, deriva non dalle sue enormi proporzioni, ma dal fatto che nelle vicinanze sorgeva una “colossale” statua di Nerone. L’imperatore Vespasiano, dunque, intese costruire al centro di Roma un’attrazione senza precedenti per il suo popolo. A quei tempi, i combattimenti fra gladiatori erano gli spettacoli più seguiti e di successo in tutto l’impero romano e gli schiavi ed i prigionieri condannati a combattere nelle arene erano venerati dal pubblico come delle vere e proprie celebrità. Il nuovo anfiteatro sarebbe stato, dunque, destinato ad ospitare le più straordinarie lotte e battaglie fra uomini di tutto il mondo romano. Per realizzare ciò, ovviamente, la struttura avrebbe dovuto essere all’altezza di questi eventi. Ed, in effetti, l’anfiteatro rappresentò una vera pietra miliare dell’architettura antica. Per la prima volta, infatti, si concepì la costruzione di un ambiente di simili dimensioni costituito da un ovale chiuso attorno ad un’arena centrale in cui si svolgevano gli spettacoli. Il modello precedente, infatti, di struttura destinata ad ospitare rappresentazioni ed intrattenimenti, era infatti quella del teatro greco. In esso, si sfruttava il naturale declivio di un qualche terreno che avesse la giusta pendenza, in cui veniva ricavato un semicerchio su cui venivano costruiti i posti a sedere. Il palco era posto di fronte, ai piedi del pendio. Ma, adesso, la necessità di ospitare un gran numero di persone (Roma contava già un milione di abitanti), faceva sì che questo antico modello risultasse insufficiente per le nuove esigenze. Fu, quindi la prima volta che si progettò una struttura a sviluppo verticale di tali dimensioni. Infatti il Colosseo non sfrutta alcuna caratteristica del territorio in cui venne edificato ma la costruzione sostiene da sola la propria mole e la propria altezza. E’ questo il cosiddetto anfiteatro (amphitheatron, cioè “doppio teatro”), il cui nome deriva dal fatto che in esso vengono sostanzialmente unite due strutture dei classici teatri a semicerchio. La realizzazione di una tale opera fu possibile grazie alla straordinaria evoluzione dell’architettura romana, sia in fatto di materiali che nell’uso dei vari elementi architettonici. Per limitare il peso, e facilitare quindi il sostenimento della struttura, si pensò ad un progetto in cui i vuoti prevalessero sui pieni. Ecco, quindi, il larghissimo uso degli archi, una delle particolarità che ancora oggi colpiscono maggiormente l’osservatore. Il Colosseo è infatti composto di quattro livelli, di cui i primi tre sono, per l’appunto, caratterizzati dalla presenza degli archi. L’ultimo livello è invece in muratura, intervallato da 40 finestre di forma quadrata. Le arcate del primo piano sono sostenute da semicolonne in stile dorico, le colonne del secondo piano sono, invece, in stile ionico e quelle del terzo, in stile corinzio. Nel complesso l’edificio è alto 52 metri, e ricopre una superficie di 19 000 metri quadrati. Tutto attorno, inoltre, si estendeva un’area lastricata in travertino di 17,60 metri, delimitata da dei cippi. Ma, la complessità dell’opera, non si ferma solo all’elaborazione della sua facciata. Oltre, infatti, a risultare maestosa e magnificente, essa doveva essere, per necessità, molto funzionale. I sotterranei, che servivano in pratica da “dietro le quinte”, risultavano, quindi, altrettanto complicati. Qui stavano i gladiatori in attesa di entrare in scena, gli animali che servivano per gli spettacoli ed i vari elementi scenografici. Questo livello era strutturato secondo complessi e quasi labirintici tunnel ed, inoltre, esisteva anche un sistema di ascensori, azionati da corde e carrucole, che servivano per rendere più spettacolare l’apparizione dei gladiatori e delle belve, che facevano il loro ingresso nell’arena dalla “Porta Triumphalis” ed i cui cadaveri venivano portati via attraverso la “Porta Libitinensis”. Altra necessità da affrontare, era quella di gestire il grandissimo afflusso di pubblico. Un altro, efficace sistema di passaggi, quindi, all’entrata conduceva ai vari settori dell’anfiteatro ed, al termine degli spettacoli, veicolava il “traffico” verso le varie uscite, proprio in maniera simile ad uno stadio moderno. Un passaggio in particolare divenne presto celebre: quello attraverso il quale l’imperatore raggiungeva la sua postazione, noto come “passaggio di Commodo”. Gli spettatori non potevano accedere liberamente a tutte le zone della platea, ma ogni settore del Colosseo era destinato ad ospitare una classe sociale. Così le postazioni più in basso e più vicine all’arena erano riservate ai senatori ed ai nobili. Salendo, prendevano posto i cittadini di fascia più bassa, fino ad arrivare all’ultimo settore in alto, in cui sedevano schiavi e liberti. Un’altra parte dell’anfiteatro che merita sicuramente di essere menzionata è il velarium. Esso, era una copertura fatta di grandi teloni, che servivano a riparare il pubblico dalla pioggia o dal sole. Spesso, infatti, i giochi duravano intere giornate e rimanere sotto il sole cocente per tutto quel tempo, doveva risultare un’impresa ardua. Quando la calura era particolarmente inclemente, quindi, si provvedeva a stendere il velarium, che metteva in ombra tutta la zona della platea, lasciando alla luce del sole solamente l’arena. Anche questa è un’idea la cui versione moderna possiamo ammirare in molti stadi di oggi. Ma creare un meccanismo del genere con i mezzi di allora risulta quasi incredibile. Ed, in effetti, mettere in funzione il velarium era una delle operazioni più complicate da svolgere al Colosseo, della quale, addirittura, si occupava un corpo specializzato di marinai provenienti dalla flotta di Miseno, in Campania, ed ospitati a Roma per l’occasione. Oggi, uniche testimonianze dell’esistenza di questa opera sono i sostegni in muratura dei pali che a loro volta sostenevano i teloni e le corde che servivano ad avvolgerli e svolgerli. Le grandi dimensioni dell’anfiteatro e la grande cura del lato “tecnologico” delle sue strutture, resero possibile anche la messa in scena di uno spettacolo assolutamente unico al mondo: la naumachia. Era possibile, infatti, inondare d’acqua l’arena tanto da permettere a delle imbarcazioni di riprodurre le grandi battaglie navali della storia romana. Ma, tornando alla storia della struttura, si è già detto che a dare inizio ai lavori fu Vespasiano nel 72. Purtroppo, però, egli non riuscirà a vederla terminata, poiché morirà nel 79 e ad inaugurarla dovrà provvedere suo figlio, l’imperatore Tito, nell’80. Per un’opera così gloriosa, l’inaugurazione doveva risultare altrettanto magnificente, ed infatti Tito proclamò tre mesi interi di giochi, durante i quali persero la vita duemila gladiatori e novemila animali vennero uccisi. Ma i combattimenti dei gladiatori non erano gli unici spettacoli che il Colosseo ospitava, ma, anzi, generalmente rappresentavano solo il “clou” di un’intera giornata dedicata ai giochi. Nell’anfiteatro si poteva assistere anche ad altri tipi di intrattenimenti, purtroppo altrettanto sanguinosi e violenti. Vi si eseguivano, infatti, le condanne a morte, dove solitamente i condannati venivano fatti sbranare da belve feroci (non si disdegnavano, però, altre modalità di uccisione) e le cosiddette venationes, ossia delle cacce a varie specie di animali, che potevano andare dalle tigri, ai tori, agli orsi, provenienti da ogni parte dell’impero. Il Colosseo, continuerà ad ospitare questo genere di spettacoli fino quasi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Solo nel 438, infatti, l’imperatore Valentiniano III proibirà gli scontri fra gladiatori e le venationes verranno vietate addirittura dopo la fatidica data del 476 ed infatti esse continueranno fino al 523 ed al regno barbarico di Teodorico. Da quell’epoca in poi comincerà il declino della struttura, fino a che non verrà più utilizzata per nessuno spettacolo di alcun genere e diverrà, nel corso dei secoli, come noi oggi la concepiamo: il simbolo più grande e famoso della civiltà romana.

 

(testo già pubblicato dall’autrice su SIGNAINFERRE)

 

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