LE PRIME STORIE DI VAMPIRI: “IL VAMPIRO” DI J. W. POLIDORI

di Emanuela Cardarelli

 

I primi racconti di vampiri

Il vampiro letterario è il diretto discendente del malvagio eroe di romanzi neri come The Castle of Otranto (1769) di Horace Walpole, o The Mysteries of Udolpho (1794) e The Italian (1797) di Ann Radcliffe. Rispolverando dal folklore la credenza nel vampiro, i romantici  la spurgano dai contenuti prosaici, adattandola opportunamente ai loro scopi. Il vampiro esce così dal folklore per divenire un raffinato aristocratico alto e smunto, vestito di nero e assetato di sangue di belle fanciulle. Il viso pallido e lo sguardo terribile fanno di quest’anima perduta e solitaria un personaggio carico di un fascino nuovo e sinistro. Il vampiro diviene, seppure in chiave macabra, una nuova versione del tipico eroe ribelle romantico. Se a ciò aggiungiamo i soliti ingredienti da romanzo nero (motivo della perseguitata, sadismo, tentativo dissacratore nei confronti della società costituita, ecc.), il gioco è fatto: il vampiro è pronto ad entrare in scena.

Il raggiungimento di questo modello, identificato soprattutto nel vampiro descritto nella novella di John William Polidori The Vampire (1819), non fu immediato. Prima dell’apparizione di quest’opera, numerosi autori si erano soffermati sul fascino che la superstizione del vampiro emanava e molti di loro se ne servirono per comporre soprattutto ballate, o, in maniera più modesta, per brevi riferimenti in poesie e romanzi.

 I primi ad interessarsi all’argomento furono i tedeschi. Questo non sorprende, in quanto già nel XVII secolo le Università tedesche si erano occupate di questa superstizione. Probabilmente, il primo in assoluto fu il poeta Heinrich August Ossenfelder, che inserì in un suo poema del 1748 un breve e scherzoso passo intitolato Der Vampir .

Anche Goethe si occupò dell’argomento, nella nota ballata di intonazione popolare La fidanzata di Corinto  (Die Braut von Corinth, 1797). La Grecia che essa evoca è quella dei canti popolari e, infatti, Goethe si vale di un’antica storia tramandata attraverso i secoli e risalente ai tempi dell’imperatore Adriano e del suo liberto Flegone: fu infatti quest’ultimo a narrarla per la prima volta. All’origine, questa storia voleva essere un richiamo alla natura e un rimprovero a coloro (i Cristiani) che volevano soffocare le più spontanee e naturali passioni. E’ infatti il voto di castità imposto dalla madre cristiana alla figlia Filinnio, innamoratasi di un giovane ateniese pagano, a causare la morte di questa e il suo ritorno tra i vivi sotto forma di vampiro alla ricerca dell’amore perduto.

In Inghilterra, tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, vengono scritte molte opere che hanno per protagoniste donne dal diabolico e soffuso fascino vampiresco. Tra le più famose, ricordiamo Christabel (1800) di S. T. Coleridge e Lamia di Keats.

Christabel si apre con la protagonista che, di notte, si reca in un bosco vicino la sua dimora per pregare per il suo fidanzato lontano. Ad un tratto vede, nascosta tra gli alberi, una bellissima ragazza, che le dice di chiamarsi Geraldine e di essere stata rapita da cinque sconosciuti. Christabel, naturalmente, si offre di aiutarla e di ospitarla nel suo castello. Tuttavia, Christabel si ritrova ben presto in potere della sua ospite e anche se capisce che quest’ultima nasconde qualche terribile segreto, non riesce a liberarsi dell’influenza di Geraldine. Il poemetto è purtroppo incompiuto, quindi non sappiamo come Coleridge lo avrebbe concluso, ma è probabile che la protagonista avrebbe alla fine sconfitto il pericolo delle forze rappresentate da Geraldine.

 

Per l’ influenza che ebbe su The Vampire di Polidori, di grande importanza risulta essere l’opera di Byron The Giaour – Fragment of a Turkish Tale (1813), modellato sulle esperienze del poeta durante il Grand Tour nel 1809-10. Il sostegno di Byron all’indipendenza della Grecia, a quel tempo sotto il dominio turco, era condiviso da altri romantici che avevano avuto un’istruzione classica. Byron si era recato ad Atene per immergersi nella ‘purezza’ della Grecia classica, ma scoprì che Atene era popolata da turchi e albanesi e che i greci erano amministrati da Costantinopoli. Gli avvenimenti narrati in The Giaour  si svolgono alla fine del 1770 e in particolare coincidono con la brutale campagna in Morea di Hassan Ghazi: la Grecia è ormai perduta e annientata. A questo punto compare un eroe che non è né greco né turco: il Giaurro, appunto. Con questo nome i turchi usavano designare, in senso spregiativo, i cristiani, e infatti in questo poema il Giaurro, un tempo musulmano, è diventato cristiano. La sua identità veneziana o albanese risulta a volte riconoscibile, a volte no, e alla fine appare privo di nazione, senza nome o razza suoi propri.

Il Giaurro è fuggito con Leila, ma quest’ultima viene uccisa da Hassan, al quale era stata promessa in sposa, così che il protagonista si vendica uccidendo Hassan. Il Giaurro morirà in seguito in battaglia e diverrà un vampiro:

                   

Una scommessa a Villa Diodati

John William Polidori era un inglese di origine italiana: nato a Londra nel 1795, era figlio di Gaetano Polidori, segretario di Vittorio Alfieri. Laureatosi in medicina a Edimburgo a meno di vent’anni, fu per gran parte della sua vita medico personale di Byron. Purtroppo, dopo la rottura dell’amicizia con il poeta e dopo un periodo di ristrettezze economiche, Polidori si suicidò nel 1821, a soli 26 anni.

Nel giugno del 1816 si tenne a Villa Diodati, sul lago di Ginevra, un’eterogenea riunione: erano presenti Byron e Polidori, Shelley e la sua futura moglie Mary Wollstonecraft Godwin, Claire Clermont, ex amante di Byron, il letterato e uomo politico John Hobbhouse, il pittore Scrope Davies e lo statista italiano Pellegrino Rossi. Le cose non andarono bene sin dall’inizio: Byron, in disparte con Shelley, si estraniava dal resto della compagnia; Claire, unitasi appositamente al gruppo perché ansiosa di riallacciare la relazione con Byron, era particolarmente stizzita nel vederlo sempre a confabulare con Shelley; Polidori, dal canto suo, nutrì fin dall’inizio un’immediata antipatia per Shelley. Ad esasperare i rapporti contribuiva anche il tempo, sempre freddo e piovoso. Finché Byron ebbe un’idea: ognuno avrebbe scritto una storia fantastica. Egli iniziò un racconto, un frammento che fece poi stampare in appendice al suo poema Mazeppa; a Polidori venne in mente inizialmente un soggetto piuttosto strano circa una dama dalla testa di scheletro. Claire Clairmont e Shelley si tirarono fuori dalla scommessa, mentre l’unica a prenderla sul serio fu Mary Wollstonecraft, che compose Frankenstein.

Qualche giorno dopo, Shelley ebbe un’allucinazione: mentre Byron declamava Christabel, cacciò un urlo e mancò poco che avesse un collasso. Soccorso da Polidori, raccontò di aver visto una donna, vagamente somigliante alla sua futura moglie Mary, con due occhi sui seni. Shelley era convinto che l’opera di Coleridge simboleggiasse in modo perfetto il mistero del vampiro, e ciò convinse Polidori a tentare, questa volta con successo, una storia di vampiri.

Per capire il racconto di Polidori, bisogna tener presente il frammento scritto da Byron: esso descrive l’inizio di un Grand Tour, intrapreso dal giovane narratore e da un uomo più anziano che egli ammira molto, Augustus Darvell. Quest’ultimo è un altro dei “cittadini del mondo” byroniani, una figura inquieta che non possiede una propria identità originaria. Il narratore è contento di accompagnare Darvell, però, man mano che si avvicinano all’Est, inizia a preoccuparsi, perché vede il suo amico ogni giorno più debilitato. In un cimitero turco, in qualche punto tra Smirne ed Efeso, Darvell confessa di aver già visitato quel luogo e, prima di morire, stringe un patto solenne col narratore: questi non deve rivelare a nessuno la sua morte, deve gettare il suo anello con sigillo nella baia di Eleusi e poi recarsi alle rovine del tempio di Cerere. Ad un tratto, sopra una delle pietre tombali appare una cicogna che regge nel becco un serpente, ma non lo divora. Il narratore la guarda volare via e in quel momento Darvell muore.

Il frammento è di difficile interpretazione, perché, oltre ad essere incompiuto, è per la maggior parte criptico (si veda, per esempio, l’immagine della cicogna col serpente). Non si parla esplicitamente di vampiri risorti, ma la trama è senza dubbio molto simile al racconto di Polidori.

 

“Il vampiro” di J. W. Polidori

The Vampire di Polidori apparve nel 1819. Per il suo protagonista, Lord Ruthwen, Polidori rielaborò il Byron satanico descritto nel romanzo autobiografico Glenarvon di Lady Caroline Lamb. Quest’ultima riuscì per un breve periodo di tempo ad attirare l’attenzione di Byron, il quale però alla fine se ne stancò e ruppe la relazione. Per vendicarsi, la Lamb rappresentò nel suo romanzo (apparso nel 1816) Byron sotto le vesti del perfido e crudele Ruthwen Glenarvon: da qui il nome del vampiro di Polidori.

La storia è senz’altro molto simile a quella elaborata da Byron, anche perché Polidori conosceva le intenzioni del poeta circa la conclusione del suo frammento. Pare, inoltre, che egli decise di scrivere The Vampire come risposta alla sfida di una non ben identificata donna, secondo la quale dal frammento di Byron non si sarebbe mai potuta tirar fuori una storia compiuta. Il protagonista del racconto di Polidori è  Aubrey, un giovane orfano di entrambi i genitori, che vive insieme alla sorella minore. Una sera conosce il misterioso Lord Ruthwen, che gli chiede di accompagnarlo in un viaggio fino in Grecia (uno dei Paesi in cui la credenza nel vampiro ha avuto maggior diffusione). Qui, dopo una discussione col suo compagno, Aubrey si reca da solo ad Atene, dove conosce la bella Ianthe, la quale gli narra molte storie di vampiri che si aggirerebbero da quelle parti. Quando la ragazza muore, tutti gli abitanti del villaggio non hanno dubbi nell’identificarne la causa: un vampiro. Alla fine i due amici si ritrovano e decidono di continuare il viaggio in Grecia. Purtroppo Ruthwen viene colpito a morte da un gruppo di briganti e, prima di morire, fa promettere a Aubrey di non rivelare a nessuno la sua morte, qualunque cosa accada. Il mattino dopo il cadavere è scomparso. Tornato in Inghilterra, Aubrey scopre con orrore che il suo amico frequenta tranquillamente la società e sta per sposare sua sorella. Purtroppo, a causa della promessa fatta, non riesce a far nulla per salvarla (e, in fondo, chi gli crederebbe?) ed entrambi muoiono: lei tra le braccia del vampiro, lui a causa della tensione e dello shock subito.

                  Come si vede, in questo racconto c’è ben poco di ‘vampiresco’

Questa novella radica il vampiro nella vita quotidiana della gente. Il viaggio in Grecia porta Aubrey a contatto col popolo, dove si trovano le origini delle superstizioni sui vampiri. In The Vampire la distinzione tra testi classici e storie popolari va di pari passo con un’ulteriore distinzione, quella tra il popolo e le classi agiate e alla moda. Così Ianthe, che con la sua innocenza naturale e il suo amore per le storie è immagine del popolo, si contrappone a Lady Mercer, donna mondana e in vista, che, all’inizio del racconto tenta invano di sedurre Ruthwen. Ianthe è ‘inconsapevole’ dell’amore, mentre Lady Mercer è una scaltra seduttrice. Lord Ruthwen circola liberamente nella società senza dare nell’occhio, mentre nelle foreste della Grecia veniva immediatamente notato e temuto e viene sospettato per la morte di Ianthe. Il racconto di Polidori sembra suggerire che la ‘società’ stessa sia vampiresca: i suoi rappresentanti aristocratici prendono di mira la ‘gente’ ovunque vadano.

 

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Bibliografia:

R. Agazzi, Il mito del vampiro in Europa, Poggibonsi, Antonio Lalli Editore, 1979

K. Gelder, Incontri col vampiro, Como, Red Edizioni, 1998,