Londra 2012: tra veri Campioni e Doping

di Enrico Pantalone

 

Così sono finiti anche questi Giochi Olimpici di Londra, cornice cittadina meravigliosa per quella che io considero da sempre la capitale ideale del mondo intero.

Londra ha ospitato, unica città nella storia, tre volte i Giochi Olimpici, nel 1908, nel 1948 e quelli appunto del 2012: in tutte tre le occasioni essi hanno rappresentato una svolta in senso sportivo e sociale.

Nel 1908 Londra riuscì a far decollare definitivamente i Giochi Olimpici che sembravano oramai distrutti dalle precedenti edizioni di Parigi (1900) e soprattutto da quella di St. Louis (1904), entrambe legate poco dignitosamente a Esposizioni Fieristiche che nulla avevano a che fare con lo sport attivo.

Nel 1948 si usciva dalla Seconda Guerra Mondiale, Londra era ancora da ricostruire dopo le distruzioni e mancava il cibo per gli atleti, ognuno doveva arrangiarsi come poteva, gli italiani, miracolosamente ammessi alla partecipazione visto la condizione di sconfitti, riuscirono con la loro cordialità e simpatia a socializzare con gli atleti statunitensi, il che aiutava a trovare da mangiare, ma questo credo valesse un po’ per tutti gli europei: erano Giochi Olimpici veri come quelli dell’Antichità, aiutavano a recuperare quella che sembrava una perduta fraternità dopo un evento bellico.

Nel 2012 s’è entrati in una dimensione nuova dell’impegno olimpico, spese ingenti certamente ma fatte con molta intelligenza, uno sguardo deciso all’ambiente e infrastrutture che rimarranno per tanto tempo a uso non solo sportivo, insomma nessuna cattedrale nel vento.

Fatta questa premessa d’ordine generale, veniamo ora al discorso che riguarda più da vicino la nostra partecipazione, invero non esaltante, nonostante qualcuno la voglia passare come un buon successo, decisamente inferiore in termini di medaglie rispetto ad Atlanta (1996), Sydney (2000) e Atene (2004) e con molti meno piazzamenti in finale negli sport che contano maggiormente in termini di ritorno mediatico come Atletica Leggera, Canottaggio, Ciclismo e Nuoto (peraltro discipline scosse da infinite polemiche e problematiche).

La spedizione azzurra è stata salvata dal tracollo grazie a discipline come la Scherma (una solida e fidata sicurezza consolidata nel tempo), il Tiro a Segno, il Tiro a Volo, il Tiro con l’Arco, la Canoa Fluviale e il Taekwondo producendo le otto medaglie d’oro che erano obiettivamente il minimo che ci si potesse attendere.

A ben vedere se escludiamo la Scherma che ha un impatto quotidiano mediatico dignitoso (nonostante un malcelato snobismo della categoria che ne limita pesantemente la portata in termini di ritorno) gli altri sport vincenti sono da veri amateur nonostante l’obbligo di un allenamento da professionisti e normalmente scompaiono dalla scena fino ai Giochi Olimpici successivi, il che è abbastanza triste ed ingiusto, ma è indubbio che per noi siano una fucina di allori che altrimenti difficilmente conquisteremmo.

Ottima la partecipazione dei nostri pugili, ancorché senza ori (uno peraltro scandalosamente regalato al padrone di casa che combatteva contro il nostro atleta), ma con due finalisti e un semifinalista a completare un’ottima prova generale dell'intero team della Noble Art, delle squadre di Pallanuoto e Pallavolo maschili giunte in medaglia pur senza esaltare ma grazie alla solida preparazione fisica e mentale che richiedono questo tipo di gare.

Le altre medaglie meno pregiate sono arrivate dalla Ginnastica Artistica e Ritmica, dalla Mountain Bike, dal Nuoto di Fondo, dallo Judo, dall’Atletica Leggera, dal Canottaggio, dalla Pistola ad aria compressa come a voler allargare un po’ la base generale dei successi nelle discipline olimpiche.

La mia personalissima Medaglia d'Oro Olimpica la voglio tuttavia assegnare idealmente ex-aequo a Josefa Idem e a Fabrizio Donato, due atleti che fanno bene all'etica che dovrebbe sempre essere incarnata nello Sport con la S maiuscola, quell'etica e quella morale che troppo spesso è dimenticata ma che dovrebbe essere alla base della costruzione dello spirito e degli intenti iniziando a praticare una disciplina, qualunque essa sia.

Non me ne vogliano tutti gli altri grandissimi azzurri che hanno vinto delle bellissime medaglie o si sono piazzati in maniera decorosa dando comunque lustro comunque alla nostra nazione, ma essi, ne sono sicuro, ci daranno ancora tante soddisfazioni nel futuro in campo olimpico.

Alzi la mano chi non ha fatto il tifo per Josefa Idem nella sua ennesima finale olimpica, magari remando nell'aria in un immaginario kayak davanti al televisore e sperando di darle quella spinta in più che le occorreva per agguantare l'ultima medaglia di una serie infinita iniziata tanti anni fa.

Non fa nulla, è arrivata quinta, a quarantotto anni e all'ottava partecipazione olimpica vincere una medaglia era forse chiederle troppo, ma un'atleta così è speciale, occorrerebbe citarla più spesso quando ci si appresta a far iniziare una pratica sportiva ai propri figli, un esempio ineguagliabile di abnegazione, forza di volontà, capacità di gestire il proprio fisico e soprattutto senza bisogno di "aiuti particolari", oramai utilizzati, lo vediamo giornalmente, da troppi atleti.

Lo ammetto, essendo un ex-praticante d'Atletica Leggera ho vissuto in maniera esaltante la gara di Fabrizio Donato nel Salto Triplo, anche lui "vecchio" come Josefa Idem con i suoi 36 anni per un concorso atletico così bello e praticato anche nell’antichità in cui l’armoniosità del movimento fisico si sposa perfettamente con la forza atletica pura.

Fabrizio Donato, come Josefa Idem, s'è sempre preso cura del suo fisico e della sua mente, ciò gli ha permesso d'arrivare a un'età in cui normalmente si pensa al ritiro in splendide condizioni per ottenere, alla sua ultima partecipazione olimpica, quella medaglia che corona la carriera e che gli era sempre sfuggita in precedenza per vari problemi: certamente qualcosa nei prossimi anni ci regalerà ancora giacché si diverte a saltare come quando era più giovane e la preparazione non lo preoccupa più di tanto.

Ecco, questo è il punto critico: abbiamo visto purtroppo con la vicenda di Alex Schwazer, quanto la monotonia e l'esasperazione della preparazione giornaliera possa incidere a livello psichico prima ancora che fisico sull'atleta, occorre disciplina mentale e soprattutto pensare che lo Sport sia bello perché si pratica e non perché si deve per forza vincere una gara, questo è il segreto dei vecchietti come Josefa Idem e Fabrizio Donato.

La Medaglia d'Oro nella Vita, quella vera, quella che vale e la più ambita, si conquista con i sacrifici non per mezzo di facili scorciatoie né tantomeno andando a schiamazzare d'avere dei diritti particolari perché ci si ritiene, a torto, campioni: chi non è campione nella vita quotidiana non lo sarà mai nemmeno nello sport anche se vincerà una singola gara.

Il caso significativo di queste Olimpiadi per quanto riguarda il doping nei nostri atleti è certamente quello per molti versi drammatico di Alex Schwazer e di ciò che ha assunto per resistere maggiormente allo sforzo fisico prolungato essendo un marciatore.

Sempre facendo riferimento a Londra anche il mitico Dorando Pietri nell’Olimpiade del 1908 fece uso di un composto per resistere allo stesso tipo di sforzo (in questo caso la Maratona) corroborato da 1/8 di stricnina nel complesso del dosaggio, ma al tempo era consentito e largamente praticato: Pietro quando cadde nello stadio era certamente sotto effetto di qualche reazione interna per ciò che aveva masticato durante la gara e non per la stanchezza disica.

E’ plausibile che l’anima contadina del giovane Schwazer abbia completamente rinunciato allo sforzo ripetuto nel tempo e che l’assunzione del farmaco proibito possa ritenersi come una specie di suicidio sportivo, del resto il padre a chiare lettere ha fatto capire che non riusciva in nessun modo a controllarlo, che il giovane si era completamente staccato dalla vita “normale” per inseguire il sogno della doppietta 20 e 50 km di marcia che l’avrebbero proiettato nell’immortalità sportiva in questa disciplina con relativi guadagni e contratti pubblicitari multi milionari cui francamente pareva difficile rinunciare anche perché avrebbero certamente anche aiutato tutta la famiglia.

Non credo sarà squalificato pesantemente, probabilmente per un paio d’anni o al massimo per quattro essendo il primo riscontro sulla sua persona per di più ammesso senza reticenze.

Pensiamo a questo proposito che diversi atleti vincenti a Londra hanno corso dopo squalifiche per doping per cui io sono convinto che Schwazer lo potremmo anche rivedere in gara sperando che la lezione sia stata salutare e con l’aiuto di tutti i suoi cari, sarebbe bello e di grande valore umano.

Guardate, sarà un caso probabilmente, ma gli affetti consolidati sono alla base della longevità sportiva, quando ci si dimentica di chi ci sta intorno, s'è già perso, senza attenuanti, ma ciò vale tanto nella pratica sportiva quanto nella vita quotidiana.

La cultura sportiva è una costruzione ideale che dovrebbe avvenire nei tempi e nei modi corretti, fin da bambini, senza far pesare la parte agonistica ma solamente pensando a far muovere il fisico e creare benessere, in seguito si potrà pensare alla competizione che diventa funzionale quando anche la mente è pronta ad assecondare i movimenti armonici del proprio corpo altrimenti si creeranno dei “robot” usa e getta, nulla a che fare con il vero Sport.

 

 

Home Page Storia e Società