Lo slancio economico dei commercianti riformati

di Enrico Pantalone

 

 

Negli anni in cui la Chiesa Cattolica restringeva commerci e industria in nome della Controriforma e dava sempre più spazio a un'aristocrazia chiusa e a un clero indubbiamente oscurantista, la Chiesa Riformista attraverso le prediche dei suoi pastori dava per contro slancio alla dinamica commerciale.

Essa, con impulsi sempre più profondi e penetranti ebbe modo d'incidere sulla mentalità delle già laboriose popolazioni dell'Europa settentrionale come potrebbe dimostrare la grande affluenza della piazza commerciale e del porto d'Anversa, vera capitale economica del nostro continente a quei tempi.
Nei paesi a religione riformata l'imprenditore mercantile spesso faceva parte anche del Concistoro e quindi operava a fianco del ministro spirituale ma da una posizione laica.
Tutti gli slanci economici erano atti di coraggio, abnegazione, convinzione dei propri mezzi, zelo religioso che producevano enormi effetti d'innalzamento del livello della vita sociale che si protrarranno così nei secoli.
Questa frenetica attività conteggiò in maniera ineluttabile anche la nobiltà locale che nei paesi con religione riformista si trasformò quindi in un efficiente apparato al servizio dello Stato e del Monarca.
Nella stessa Francia, il primo ministro Coligny, riformatore, si batté strenuamente contro i boiardi della controriforma cattolica e anche se non ne uscì vivo, la sua impronta diede alla nazione del Flor-de-Lys un carattere diverso da quello della Spagna o dell'Italia: quello d'un cattolicesimo riformato simbolicamente incarnato da Enrico IV di Borbone.

Dobbiamo pensare oltretutto che questa mentalità mercantilista si spostò inevitabilmente sulla tipologia d'approccio alle conquiste o alle campagne militari.
I mercanti pagavano le spedizioni navali dei propri Stati ad esempio, ma pretendevano in cambio prospettive economiche certe e risposte immediate: in questo senso si svilupparono strategie di progresso sociale d'indubbio valore.
Si preferiva così prendere Gibilterra, piccolo lembo di terra che non dava vantaggi di nobiltà ma che al contrario permetteva il totale controllo sull'ingresso nel Mediterraneo con costi di mantenimento molto bassi, una minima guarnigione e vantaggi incalcolabili.
La controriforma papale fu il crollo d'ogni speranza per i paesi cattolici, ci si preparava a un secolo e passa di buio totale nelle idee e nella crescita della società.
Pensiamoci bene, se all'epoca di Paolo Sarpi e all'attentato che la Curia fece provocare per eliminarlo, Venezia fosse diventata riformista (e decine d'agenti olandesi e inglesi erano in quei giorni nella città) le cose probabilmente sarebbero andate diversamente anche in molti dei nostri territori.
E’ un fatto che il capitalismo moderno è nato con la Riforma, soprattutto quella calvinista, mentre quella luterana era più legata al potere centrale anche se laico.
Soprattutto la differenza con il cattolicesimo d'allora si evince dalla preparazione generale del clero: in quello riformista esso è attivo, dinamico, propulsivo, collegato in continuazione tra i vari sostenitori, soprattutto istruito e quindi in grado di comprendere l'estrema importanza del nascente mercantilismo e a infondere il coraggio necessario per tentare nuove vie, il commercio diventa quindi sostanzialmente un’espressa volontà della benevolenza di Dio.

Seguendo la logica poco evolutiva della politica seguita dagli Stati che componevano la nostra penisola a quel tempo nemmeno la Repubblica di Venezia si sottrasse ad essa, nonostante fosse stata gravemente ferita nell’orgoglio e nell’amore proprio nella vicenda di Paolo Sarpi, fu di fatto la resa dell’unico stato che poteva opporsi allo strapotere papale e ne pagò pesanti e mortali conseguenze avviandosi ad un declino senza speranza, un’agonia prolungata per un secolo e mezzo.
A Venezia, al tempo della terribile decisione politica che la Repubblica dovette prendere per rispondere al Papato sulla vicenda dei sicari di Fra Paolo Sarpi, gli “agenti” riformatori erano moltissimi semplicemente perché tutti i commercianti delle Fiandre o inglesi (per citarne alcuni) che avevano un fondaco o un magazzino in città parteciparono in massa all’azione di propaganda a favore della propria religione nei confronti della cittadinanza.

Questo era dovuto alla differenza nella mentalità rispetto al cattolico, non si faceva così aggio sul potentato oligarchico direttamente, ma attraverso la popolazione socialmente attiva, non era una rivoluzione né lo voleva essere, era invece un’enorme azione di marketing dell’epoca in maniera che le gerarchie istituzionali ne prendessero atto.
Lo Stato poteva cambiare religione a quel tempo non il singolo cittadino come ben sappiamo tutti quanti, accadde anche in Germania un secolo prima ad esempio, per cui la decisione di Venezia di cedere alle pressioni papali, salvando la forma attraverso uno dei suoi “meravigliosi” atti diplomatici fu appresa a malincuore da Olanda ed Inghilterra (uniche nazioni ad avere interesse economico nella faccenda) che avevano cominciato a credere nella possibilità d’instaurare un’istituzione riformista anche in Italia.
Non fu così e in Italia sostanzialmente non ci provò più nessuno, il balance of power redatto a ogni congresso europeo dopo una guerra ne tenne conto fino a due secoli fa: non esisteva ancora una vere a propria Cortina di Ferro, ma il sistema era evidentemente lo stesso.
Possiamo così solamente discernere piacevolmente su cosa sarebbe potuto accadere se Venezia avesse accettato di far passare in massa la sua popolazione alla religione riformata, senza peraltro troppa fantasia, basterebbe rileggere la storia di quei tempi per comprendere cosa sarebbe accaduto, ma qui non volendo entrare nella fantapolitica lascio cadere il discorso.
Il mercante italiano tecnicamente e tradizionalmente non era molto diverso da quelli dei vari paesi europei di quel tempo e è proprio per questo che non si comprende bene il perché non abbia tentato una sorta di rovesciamento delle istituzioni morali, etiche più che politiche presenti nel suo stato che avrebbero probabilmente liberato maggiormente le energie commerciali.

Il mercante italiano della controriforma invece si pavoneggiava cercando d’imitare goffamente il nobile spagnolo padrone delle terre imitandone usi e costumi senza averne il carattere e la grande spiritualità tragica interiore né la rigorosità morale, il grande commercio italiano che aveva permesso un'evoluzione sociale su scala mondiale eccezionale in tutto il medioevo si spense progressivamente, con un declino inesorabile e continuo per ridursi al piccolo cabotaggio locale...
Analizziamo ora la parte concernente i proprietari terrieri e ai commerci nelle colonie d’oltreoceano del sistema mercantile riformato olandese e inglese.

Indubbiamente esso era basato sull'associazione, sulla costituzione di compagnie atte proprio a gestire con più oculatezza il business (tra cui il famigerato asiento, il commercio degli schiavi dall’Africa verso il nuovo mondo).
Queste associazioni, cooperative o come vogliamo chiamarle riformate erano in grano di far valere i propri diritti sulla Corona o in Parlamento dove portavano i loro rappresentanti a discutere di politica estera da adottare: nessuna azione andava contro la Corona, questo sia ben chiaro, ma le sedute erano spesso interminabili per decidere dove e come agire nelle terre conquistate o da conquistare.

Per una compagnia era assurdo sprecare soldi e tempo in azioni che avessero come fine l'arricchimento del re, a lui spettava un appannaggio pattuito in precedenza o in percentuale, tolto questo, il resto doveva essere suddiviso tra tutti i membri che avevano rischiato il loro capitale, che io sappia nessun monarca di queste nazioni fece fallimento o bancarotta come normalmente capitava a quelli spagnoli.
La "rivoluzione" puritana in Inghilterra, al di là della mancata riuscita dell'intento che si prefiggeva, diede l'ultimo avvertimento alla monarchia: o accettare la sottomissione alle istituzioni parlamentari e regnare sotto controllo permanente del Parlamento, oppure scomparire per sempre, sappiamo che strada scelse la Corona e che essa fu così foriera di un progresso continuo.
In Inghilterra i proprietari terrieri (la gentry) e i commercianti, buona parte dei quali erano presbiteriani, si formavano in comunità di libera associazione e a loro volta eleggevano i propri rappresentanti sia civili sia religiosi.

Il proprietario terriero eletto andava in Parlamento a sostenere sì la propria causa, ma anche a controllare i conti e le spese sostenute a corte, difficilmente un penny in più speso sarebbe stato tollerato.
Guardiamo alla nostra penisola in quel drammatico secolo che va dal 1559 (Pace di Chateau-Cambresis) alla fine della Guerra dei Trent'anni nel 1648 (Pace di Westfalia) e confrontiamo il proprietario terriero del nord Europa, visto in precedenza, e il mercante italico.
Il primo non ha stimoli, è fermo come ferma è la società in cui vive, salvo rare eccezioni, il proprietario terriero italico accumula ricchezze senza mettere a frutto il capitale e la rendita andando a congestionare un'economia sempre più povera e catastrofica, l'arroganza la fa da padrone ovunque, d'investimenti nemmeno l'ombra, l'importante è avere il proprio posto a corte d'un governatore o d'un illustrissimo.....
Il mercante italiano fa tenerezza quando cerca di sviluppare una qualche sorta di commercio cercando d'adattarsi alla situazione contingente, ma ahimè indubbiamente diventa più facile lavorare come agente per una compagnia riformata che non farlo per il proprio stato.
Insomma l'Italia non era certamente il paese migliore per uno sviluppo economico e sociale diverso da quello che fu, non saprei certamente dire obiettivamente se avrebbe avuto più chance di riuscita il luteranesimo o il calvinismo, anche se l'unica eccezione furono i Valdesi che aderirono al metodo del predicatore di Ginevra.

Certamente la riforma ha aiutato l’evoluzione economica nei paesi, dove è stata applicata, ne è stata la forza motrice primaria, ha sprigionato energie che ovviamente erano già in essere da qualche tempo, se si prendono i quadri dei pittori fiamminghi di quell’epoca, si trovano raffigurate immagini di vita quotidiana pubblica, di cittadine o del contado per fare un esempio.
Il nostro paese era in una posizione di privilegio culturale ed artistico nei secoli dell’Umanesimo a cui sia ben chiaro contribuì anche il Papato, il quale tuttavia di fronte all’imprevisto della Riforma si trovò spiazzato perché debole politicamente, ostaggio di Carlo V.

La Controriforma se fatta con criterio e soprattutto senza l’ausilio della Spagna che ne dettò parametri e divisioni sociali in essa contenuta, avrebbe potuto ricompattare l’intero fronte cristiano, atteggiamenti come quelli che portarono alla formazione della Chiesa Anglicana fanno sorridere ora, ma al tempo provocarono un danno irreparabile.
In Inghilterra fu certo la Magna Charta Libertatum a dare il via a quella grande istituzione di diritto dello stato che noi tutti ammiriamo e ovviamente questo facilitò le successive tappe per la libera discussione parlamentare ma la Riforma ne completò l’itinerario.
Invece, in Italia si prese la strada che non permetteva via di ritorno, sotto pressione evidentemente politica evidentemente …

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