Lo stato di guerra a Roma nel V secolo aC

di Enrico Pantalone

 

 

Fondamentalmente intorno al V secolo aC Roma e le città latine guerreggiavano per il possedimento d’intere mandrie di bestiame o per la conquista di territori ben bagnati da corsi d’acqua importantissimi per l’agricoltura.

Il predominio su pascoli lussureggianti e campi arabili significava ovviamente avere vantaggi indubbi sugli avversari, per questo occorre accostare con discernimento l’azione militare a quella del vivere quotidiano così le azioni dei romani contro le popolazioni delle tribù attigue al loro territorio che tanta tradizione troveranno più tardi nell’epopea della città, sono delle vere e proprie schermaglie a livello d’abigeato più che a vere e proprie campagne militari.

Erano evidenti i motivi che spingevano i romani a dichiarare guerra, di stampo socio-economico: per impadronirsi di nuovi territori lungo le strade che partivano dalla varie città del circondario (più tratturi che sterrati) e che abitualmente erano battute da imponenti greggi di ovini (al tempo punto fermo dell’economia rurale), per soddisfare le richieste interne di pressione demografica (altro importante strumento di studio in questo caso) ma soprattutto perché le città vicine erano quasi sempre in preda a continui rivolgimenti politici con fazioni che si combattevano in maniera molto pesante, quindi potenzialmente più deboli.
Così appare logico che una delle due fazioni in lotta per la conquista delle istituzioni della propria città chiedesse aiuto a Roma, l’unico centro dove l’esercito rappresentava l’intera popolazione e che ovviamente non si faceva pregare per intervenire per poi dividere con la parte vincente il potere tant’è che indubbiamente molte delle famiglie che ritroveremo più tardi protagoniste della storia romana ed originariamente esterne all’Urbe trovavano un facile posizionamento in questo nuovo connubio oligarchico - aristocratico.

Ci sono profonde e sostanziali differenze nel modo di vedere i nemici e i combattenti di Roma durante tutto il corso della sua storia e specialmente nei suoi primi secoli di vita, differenze senz’altro dovute a motivi d’ordine sociologico e probabilmente anche antropologico che si sono accentuate nel tempo.
Nella Roma primitiva non esisteva in pratica il concetto di barbaro dal punto di vista sostanzialmente razzista, i nemici erano tutti formati da popolazioni con grado di civiltà pari o superiore a quello dell’Urbe: con greci, cartaginesi, etruschi e sanniti (ad esempio) si faceva la guerra e si voleva conquistare territorio ma nessuno metteva in dubbio le loro qualità sociali, economiche e militari.
I romani al contrario ebbero i primi dubbi “razzisti” quando guardarono a nord e questo riflette il senso di smarrimento verso lo “sconosciuto”, un mondo che si prospettava lontano dal Mediterraneo, un mondo abbastanza nebuloso che probabilmente disorientava il pragmatismo latino e che faceva quindi cominciare a concepire nella mentalità comune come la popolazione di quei territori fosse tanto diversa quanto arretrata: barbara insomma, in maniera che essa contrastasse con quelle più meridionale concepite come superiori.
In poche parole era molto entusiasmante e onorevole combattere contro le popolazioni del Mediterraneo, molto meno con quelle del nord, ovviamente l’atteggiamento cambiava man mano che Roma conquistava territorio a settentrione e veniva meglio a conoscenza della civiltà che l'abitava…..
Lo stato di guerra nel V secolo significava anche un rimescolamento continuo di popolazioni attigue, vuoi perché vinte, vuoi perché unite in alleanza, vuoi perché i campi da coltivare ed il bestiame da accudire portavano via molte risorse e quindi la forza dei numeri distribuite nelle varie tribù in questo caso dava l’aiuto.
Era uno stato di guerra povero, ma nonostante ciò leggenda e fantasia spesso si mischia e nemmeno noi possiamo ricostruire con esattezza ciò che realmente avvenne in quel periodo, una certezza è che Roma ne uscì come la migliore delle città della zona in senso militare, pur se probabilmente invasa più volte, ma questo era normale, con solo dei fossati come delimitazione territoriale era difficile resistere a degli attacchi improvvisi.

Sostanzialmente il vero e proprio inizio dello "Stato di Guerra" continuo per Roma fu dato dall'annessione della terra dei Sabini, su questo sembrano d'accordo diciamo tutti gli storici che hanno studiato i romani dal diciannovesimo secolo in poi, pur con tutti i distinguo del caso.

Non è certamente il caso di parlare di conquista, perché non ci sono documenti che attestino la vittoria dell'una o dell'altra parte, ma il fatto importante è che lo sviluppo territoriale, probabilmente dovuto a un accordo concordatario di tipo fusionistico, portò con sé la possibilità per la nuova entità politico-amministrativa di pensare più in grande e di cominciare a vedere al di fuori dei propri confini.

Roma si era tolta un nemico importante e nello stesso tempo aveva maggior spazio e uomini per pensare di continuare a rivaleggiare anche con gli etruschi o con le popolazioni che abitavano i territori più meridionali.

Proprio nella prima metà del V secolo aC, Roma dovette segnare il passo nell’espansione militare e soprattutto dovette subire diverse sconfitte, certo non gravi, ma che sembrarono per un cinquantennio fermarne l’avanzata.
Ciò in parte era dovuto ai pesanti disordini interni venutesi a creare per il forte contrasto sociale sfociato nell’Urbe tra patriziato e plebe, con le conseguenti prese di posizione delle varie famiglie nobili, pro o contro il tipo di politica seguito, così sul Cremera, quando l’esercito cittadino romano era formato solamente da gens Fabia e da coloro che a essa erano collegati, cioè la loro clientela, essi furono sconfitti in maniera pesante dalle truppe di Vejo e così pure quando qualche anno dopo furono i Sabini ad approfittarne (nel 460).
Questo faceva parte di una crescita della società civile che si confrontava anche molto aspramente, di conseguenza l’esercito, anche se non si può ancora parlare apertamente d’esercito, meglio sarebbe parlare di truppe della città di Roma che combattevano, subivano pesantemente gli umori cittadini non solo nella loro formazione, ma anche nella politica e nella strategia da seguire.

Dobbiamo probabilmente abituarci a guardare tutto il susseguirsi degli avvenimenti militari di questi primi secoli (e in special modo del V, il più interessante storicamente parlando) pensando al fatto che queste guerre funzionavano in maniera esattamente opposta a quelle contemporanee, perché lo stato di guerra quasi continuo si alternava a quello di pace, basti pensare alle popolazioni latine e alla Tregua Sacra che puntualmente era attuata in occasione delle feste celebrative ricorrenti tra popolazioni attigue (come quella di Giove Laziale).
Non dimentichiamo inoltre che nella stessa Roma era molto complessa la dichiarazione di guerra e la procedura richiedeva degli input imprescindibili cui si faceva ricorso solamente dopo aver costatato l’impossibilità di ridurre il potenziale nemico alla ragione verbalmente (di fatto, a chiedere scusa....).
Potremmo definire quindi come “etico/mistico” lo stato di guerra per i romani di questo secolo, perché essi non lo desideravano al fine di vantarsi, primeggiare e portare nell’Urbe dei tesori, ma soprattutto lo imponevano per rispetto a un presunto torto subito dal “nemico”: la guerra era scatenata difensivamente per evitare un pericolo nel futuro e quindi per garantirsi un diritto all’esistenza.

 

Home Page Storia e Società