Lucio Domizio Enobarbo Nerone: l’imperatore incendiario

di Giampiero Lovelli  

 

Nerone è stato un imperatore che ha suscitato consensi e condanne. Ha avuto diversi ed innegabili meriti, soprattutto nella prima parte del suo governo, quando aveva l’appoggio della madre Agrippina ed il sostegno di Seneca, filosofo stoico, ma è stato anche autore di delitti ed atteggiamenti dispotici. Accusati con faciloneria di congiurare contro di lui o di aver commesso crimini vari, furono vittime della repressione la stessa madre, la prima moglie e Seneca, obbligato a togliersi la vita, oltre a numerosi esponenti della nobiltà e del senato romano e a parecchi cristiani.

Nacque ad Anzio il 15 dicembre 37, da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo. Il futuro imperatore discendeva in linea diretta da Augusto e dalla famiglia di Tiberio. Il padre era della famiglia dei Domizi Enobarbi, appartenente alla «nobiltà plebea», cioè recente, mentre la madre era figlia del famoso generale Germanico, nipote di Marco Antonio, di Agrippa e di Augusto, nonché sorella dell'imperatore Caligola. Nel 39 Agrippina Minore, sua madre, ritenuta da molti amante del potere e fortemente ambiziosa, venne accusata di essere coinvolta in una congiura contro il fratello Caligola e pertanto fu inviata in esilio nell'isola di Pandataria nel mar Tirreno, nell'arcipelago pontino. Nel 41 Caligola fu ucciso, così Agrippina Minore ebbe la possibilità di tornare a Roma e stare insieme al figlio, dell'età di quattro anni. Nerone imparò i primi rudimenti del sapere grazie a due liberti greci (Aniceto e Berillo), per poi continuare gli studi con due filosofi dell'epoca: Cheremone d'Alessandria e Alessandro di Ege, che gli fecero scoprire la cultura e la sapienza greca.

Nel 49 Agrippina Minore fu data in moglie all'imperatore Claudio, che era suo zio, e poté in questo modo conseguire la revoca dell'esilio di Seneca, stabilendo che il famoso filosofo divenisse il nuovo precettore del figlio. Nerone venne obbligato dalla madre a fidanzarsi con Ottavia, figlia di Claudio, di otto anni. A questo punto il futuro imperatore venne adottato ufficialmente da Claudio. Il nome Nerone «Nero», che gli venne attribuito dopo l'adozione di Claudio, era ampiamente presente nella gens di quest'ultimo ed era un vocabolo di origine sabina che vuol dire «forte e valoroso». Come la famiglia paterna, gli Enobarbi (barba di bronzo), i suoi capelli erano castano chiaro tendenti al biondo, la barba, invece, era di colore quasi rosso ed aveva gli occhi azzurri. La sua altezza era nella media, la corporatura robusta, mentre le gambe erano gracili. Si caratterizzava per una forte miopia e per distinguere oggetti e persone lontane faceva uso di un particolare smeraldo, lavorato e levigato. L’imperatore Claudio perì nel 54, avvelenato grazie ad un piatto di funghi, molto probabilmente preparato da Agrippina stessa, e poco dopo una identica sorte avrebbe colpito il figlio Britannico (nato da Claudio e Valeria Messalina), malato di epilessia e per questo motivo depennato dalla successione dal suo stesso genitore. Pertanto Nerone fu imperatore all'età di 17 anni, inizialmente sotto la guida della madre e di Seneca, con Sesto Afranio Burro, uomo dinamico ed esperto politico, come prefetto del pretorio.

Il primo scandalo di Nerone fu il suo matrimonio, ritenuto incestuoso, con la cugina Claudia Ottavia, figlia di suo zio Claudio. Nerone, successivamente, si separò da lei quando perse la testa per Poppea. Questa, raffigurata come una donna notevolmente bella, prima di sposarsi con l'imperatore, fu legata a Marco Salvio Otone, amico di Nerone stesso, suo fedele amico di feste e bagordi e futuro imperatore. Nel 59 Poppea, molto probabilmente, architettò l'omicidio di Agrippina. La madre di Nerone venne uccisa da sicari, che precedentemente avevano fatto sì che l’uccisione apparisse un incidente o un suicidio, a causa delle sue trame. Alcuni storici ritengono che fosse intenzionata ad eliminare il figlio, per poi collocare sul trono un futuro suo marito ed essere la co-imperatrice. La condanna a morte fu ratificata anche da Seneca e da Burro. Nerone, quasi subito, provò rimorso per la morte della madre, voluta a motivo del suo carattere debole e dell'ascendente che Poppea poteva avere su di lui. L'imperatore sognò la madre per lungo tempo. Nel 62, infine, convolò a nozze con Poppea, avendo ripudiato Claudia Ottavia per sterilità ed averla esiliata in Campania. Alcune manifestazioni del popolo favorevoli alla prima moglie, fecero comprendere all'imperatore che fosse necessario eliminarla, dopo averla accusata ingiustamente di tradimento, obbligandola a suicidarsi. Lo stesso anno Burro fu avvelenato per volontà di Nerone, secondo Svetonio o morì di malattia secondo diversi storici, e Seneca abbandonò ogni carica pubblica, a motivo dei primi contrasti con Nerone e dell'odio del popolo che lo riteneva compartecipe dell’uccisione di Agrippina, che era amata dalla plebe e dai pretoriani in quanto figlia del famoso Germanico. Prefetto del Pretorio divenne Tigellino, uomo privo di scrupoli, che non fu nemmeno attento come Burro nel tenere nascosti i delitti di Stato. Tigellino, di natali plebei, riuscì a divenire molto ricco ed influente. Nel 65-66, come ci racconta opportunamente Tacito, Poppea attendendo il secondogenito di Nerone, perse la vita a Roma oppure nella sua splendida villa di Oplontis, alle falde del Vesuvio, a causa di complicazioni nel partorire e non a motivo di un calcio sferratole dal marito, come è credenza accettata comunemente. Svetonio gli attribuisce anche diversi altri crimini e depravazioni (come lo stupro della vestale Rubria, un crimine punito con la morte), che molti storici moderni considerano solamente pure invenzioni propagandistiche. Dopo la morte di Poppea, nel 66 Nerone prese in moglie Statilia Messalina, la sua terza ed ultima sposa.

Quando divampò il grande incendio a Roma nel 64, l'imperatore era ad Anzio, ma volle essere presto nell'Urbe per sapere quali fossero i pericoli e prendere le contromisure necessarie, facendo in modo che i soccorsi fossero all’altezza e collaborando in prima persona agli sforzi per venire a capo dell'incendio. Nerone decise di accusare i Cristiani che vivevano a Roma, per eliminare le dicerie che lo ritenevano primo responsabile dell’incendio. Dai duecento ai trecento cristiani furono uccisi. La persecuzione non voleva colpire i cristiani in quanto tali, cosa che accadde con altri imperatori, ma essi furono utilizzati proprio come capro espiatorio. Mentre imperversava la persecuzione neroniana, tra il 64-65 e il 67 vennero condannati a morte anche San Pietro e San Paolo. Nerone avrebbe richiesto la decapitazione di Paolo di Tarso e, più tardi (o prima), secondo la tradizione cattolica, anche la crocifissione di Pietro. Sebbene quasi tutti gli studiosi concordino che il grande incendio di Roma dell'anno 64 d.C. non fu voluto da Nerone, che anzi si impegnò molto per fornire aiuto e soccorso alla popolazione colpita dalla tragedia e che successivamente desiderò pianificare personalmente la ricostruzione, la falsa immagine  dell'imperatore che suonava la lira dal punto più alto del Palatino mentre Roma era in fiamme è ancora fortemente presente nell'immaginario collettivo. L'imperatore mise a disposizione i suoi giardini per dare salvezza alla popolazione e riuscì ad alienarsi l’amicizia dei patrizi confiscando enormi quantità di derrate alimentari per nutrirla. Dovendosi ricostruire la città di Roma, Nerone stabilì nuove ed opportune normative edilizie, il cui scopo era di porre un freno agli eccessi della speculazione (quasi certamente furono proprio gli speculatori a favorire l'incendio, forse facendo sviluppare un precedente incendio accidentale) e progettare un nuovo impianto urbanistico, che è ancora valido ed efficiente. Grazie all'incendio egli poté disporre di una enorme area ridotta in macerie, facendo costruire il mastodontico complesso edilizio denominato «Domus Aurea», il suo nuovo palazzo, che comprendeva il Palatino, le pendici dell'Esquilino (Oppio) e parte del Celio, per una superficie di quasi 2,5 km quadrati (250 ettari). Tutto questo non può essere considerato un possibile movente, in quanto egli avrebbe potuto acquisire lo stesso i terreni necessari e già molti erano di sua proprietà.

Nel 65 fu di dominio pubblico la congiura di Pisone (così denominata da Gaio Calpurnio Pisone) e i cospiratori, alcuni dei quali, secondo una ipotesi proposta da diversi storici, parteciparono allo sviluppo dell'incendio dell'anno precedente, furono obbligati a suicidarsi. Il più famoso fra di loro fu senza alcun dubbio Lucio Anneo Seneca. Le ragioni che indussero alla congiura furono soprattutto rancori personali dei singoli membri verso Nerone, causati in primo luogo dai suoi eccessi o dai suoi atti crudeli, mentre molti uomini influenti avevano visioni politiche differenti sulle sorti dell'impero (anche per alcuni una restaurazione della repubblica), ma alla fine si accordarono per nominare imperatore lo stesso Pisone. I congiurati, almeno 41 persone, tra le cui fila vi erano senatori, cavalieri, militari e letterati, desideravano uccidere l'imperatore Nerone. Nel 65 il gruppo si incontrò a Baia, nella villa di Pisone, e lì decisero che, durante i giochi dedicati a Nerone al Circo Massimo, il console designato Plauzio Laterano fingendo di inchinarsi davanti all'imperatore, avrebbe dovuto accoltellarlo. Gli altri complici sarebbero entrati in azione più tardi, in modo che ci fosse un'esecuzione plateale, al pari dei grandi spettacoli popolari che lo stesso Nerone amava organizzare. Ucciso l'Imperatore, Gaio Calpurnio Pisone sarebbe stato dichiarato nuovo «princeps» dalla Guardia pretoriana, grazie anche al sostegno di Fenio Rufo (forse il vero artefice della congiura), allora Prefetto del pretorio insieme a Tigellino. Alcune delazioni permisero di scoprire la cospirazione, oltre ad indagini accurate, e furono adottate dure repressioni.

A Nerone non piacevano le campagne militari e se ne interessò lo stretto necessario (partecipò solamente ad una spedizione in Armenia), e non suscitò mai molta simpatia nei ranghi dell'esercito. Durante il governo di Nerone, il re della Partia Vologese I incoronò re dell’Armenia il proprio fratello Tiridate, quasi alla fine del 54. Tutto ciò spinse Nerone ad avviare preparativi di guerra in vista di un'imminente campagna militare. Domizio Corbulone ebbe l’incarico  di porre termine alle continue scaramucce tra le popolazioni locali e sparuti gruppi di romani. Certamente non si potè parlare di una vera guerra fino al 58 d.C. Domizio Corbulone, avendo conquistato Artaxata nel 58 e la città di Tigranocesta nel 59, fece divenire re dei Parti Tigrane IV nel 60. Il nuovo monarca non desiderava essere sottoposto all'influenza dei Romani ed il fratello Tiridate occupò il suo posto nel 64. Terminò in questo modo l'ultimo focolaio di guerra e Nerone ottenne il titolo di «Imperator Pacator», invitando a Roma il re Tiridate I. Durante il suo principato proseguì la conquista della Britannia, anche se negli anni 60-61 fu bruscamente interrotta da una sanguinosa rivolta, che fu voluta da una donna di nome Budicca. Infine, benché a Roma si mostrò tollerante con gli ebrei ortodossi ( per  volontà della filosemita Poppea), mandò Vespasiano e suo figlio Tito a far cessare le prime rivolte ebraiche nazionaliste in Giudea, fermamente persuaso che solo loro fossero in grado di farlo.

Intanto Gaio Giulio Vindice, governatore della Gallia Lugdunense, non riconobbe più Nerone come imperatore e tutto questo portò lo stesso a  nuove e sempre più feroci repressioni. Impose il suicidio al generale Servio Sulpicio Galba, allora governatore delle province ispaniche. Questi, non avendo altre alternative e non volendo sottoporsi agli ordini, appoggiato dal suo esercito, affermò di essere fedele al Senato ed al popolo romano, non ritenendo che Nerone fosse più imperatore. A questo punto si aggiunse anche Lucio Clodio Macero, comandante della III legione «Augusta» in Africa, che non fece arrivare il grano nella capitale. I pretoriani, con la promessa di somme di denaro da parte di Galba, non assicurarono più la loro protezione al sovrano. Infine il Senato lo destituì ufficialmente e Nerone fuggì dal suo palazzo. Pose fine alla sua vita il 9 giugno 68, nella villa suburbana del liberto Faonte, sferrandosi una pugnalata alla gola con il sostegno del suo segretario Epafrodito. Prima di uccidersi, secondo Svetonio, affermò: «Qualis artifex pereo!» (Quale artista muore con me!). Il Senato, stabilendo per lui la «damnatio memoriae», volle comunque permettere le esequie private alla presenza di alcuni fedelissimi, tra i quali è opportuno segnalare l'ex amante e concubina Claudia Atte, liberta della famiglia dell'imperatore, e le sue due nutrici Egloge e Alessandria. Il corpo di Nerone venne deposto in coperte bianche intessute d'oro e cremato. Con la sua morte ebbe fine la dinastia giulio-claudia. È opportuno ricordare cosa dice Svetonio sulla morte di Nerone: «Morì nel suo trentaduesimo anno d'età, nel giorno dell’ anniversario dell'uccisione di Ottavia e fu tale la gioia di tutti che il popolo corse per le strade col pileo. Tuttavia non mancarono quelli che, per lungo tempo, ornarono di fiori la sua tomba, in primavera e in estate, e che esposero sui rostri ora le immagini di lui vestito di pretesta, ora gli editti con i quali annunciava, come se fosse ancora vivo, il suo prossimo ritorno per la rovina dei suoi nemici. Per di più, Vologeso, re dei Parti, quando mandò ambasciatori al Senato per riconfermare l'alleanza, fece chiedere anche, insistentemente, che si onorasse la memoria di Nerone. Infine, vent'anni dopo la sua morte, durante la mia adolescenza, venne fuori un tale, di ignota estrazione, che pretendeva di essere Nerone e questo nome gli valse tanto favore presso i Parti che essi lo sostennero energicamente e solo a malincuore lo riconsegnarono».

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BIBLIOGRAFIA

G. CARDANO, Elogio di Nerone: mansuetudine, acume politico e saggezza di un esecrato tiranno, Gallone Editore, Milano 1998;

M. FINI, Nerone: duemila anni di calunnie, Mondadori, Milano 1993;

M.T. GRIFFIN, Nerone: la fine di una dinastia, Sei, Torino 1994;

M.A. LEVI, Nerone e i suoi tempi, Rizzoli, Milano 1995.