Marco, un Legionario Cristiano al tempo di Costantino il Grande

 

di  Enrico Pantalone

 

 

 

Marco Germanico Treviriano ha sempre servito l’Imperatore Costantino sin da quando egli in ottemperanza a numerosi editti ed in loro forza, donatori della possibilità alle popolazioni d’oltre Reno d’insediarsi stabilmente nei territori della Gallia intorno al 305 AD,  varcò il grande fiume e prese casa nei pressi della città di Treviri (da qui anche il soprannome).

Egli è ovviamente d’origine germanica e lo si vede chiaramente dalla sua statura superiore al normale e dai capelli biondi, nonostante questo tipo di stereotipo antropologico sia già bene presente anche in altri territori imperiali.

Del resto Costantino si sa, ha una particolare predilezione per questa gente che considera più adatta dei mediterranei a combattere i loro connazionali meno civilizzati e quindi nemici di Roma.

Marco insieme al fratello ed alla madre prese possesso di una piccola fattoria nei pressi della capitale gallica con la promessa che avrebbe servito anche lo stato come ausiliare.

Il fratello dunque sarebbe rimasto a badare alla casa ed ai campi e lui che aveva forza, coraggio, buona preparazione avrebbe guadagnato bene nelle legioni sempre bisognose di nuovi elementi validi.

Egli ben presto si mise in luce nella preparazione e nell’addestramento che ogni nuovo legionario doveva fare, e Costantino, che aveva un buon occhio, lo notò e l’aiutò facendolo integrare con i legionari più vecchi in servizio in maniera tale che apprendesse meglio il suo compito.

Marco era un cristiano, certo religione non comune tra quelli della sua razza ma diffusa in maniera costante e lineare, religione che impegnava la persona moralmente ed eticamente,  lui e la sua famiglia erano fedeli al credo di Roma, del Vescovo di Roma: nelle legioni i cristiani non erano molti ma in compenso erano tutti molto uniti e indubbiamente sopperivano con il cuore alla mancanza di numero e Costantino lo capiva, anche se passando tra le truppe fingeva di non accorgersi di ciò, ma sapeva che si poteva fidare di loro..

Marco e gli altri cristiani del gruppo fraternizzavano in maniera eccellente con i vecchi legionari, molti dediti al culto del Dio Sole, che tutto sommato non aveva grandi differenze dal suo Dio, e si parlavano molto durante le lunghe trasferte: grandi discorsi e grandi bevute !

Marco, ripensando a questi momenti della sua gioventù ora sorride, e rivede la burbera faccia del più vecchio legionario Terenzio Vate, chiamato così perché in effetti aveva più campagne lui che tutti gli altri legionari messi insieme, Costantino l’aveva ereditato dall’esercito del padre ed egli stesso s’affidava al suo consiglio nei momenti delicati.

Terenzio era un pagano, uno dei tanti, officiava il culto del Dio Sole come l’Imperatore ed appunto per questo e per la sua tanta esperienza, vide in Marco e nei legionari cristiani qualcosa di più rispetto a tanti altri: per carità, combattevano tutti bene e s’addestravano meglio ma essi avevano una grande volontà e questo colpiva molto Terenzio.

Egli prese sotto la sua speciale cura Marco e gli insegnò tutto ciò che di buono egli sapeva, da come comportarsi in battaglia, a come muoversi e altri valori etici del legionario.

Poi , nei momenti di pausa, essi facevano riflessioni comuni sulla religione e sul modo d’intenderla soprattutto, non erano molti i legionari che si preoccupavano della religione, quasi nessuno officiava più i vecchi riti, e questo era male perché il credere ad un entità superiore aiutava la spinta nei momenti del bisogno, Terenzio lo comprendeva bene e ricordava passi della storia di Roma, quando Giove o Marte venivano in aiuto alle legioni nel momento drammatici e l’esercito capovolgeva una sicura sconfitta.

Certo ci sarebbe stato bisogno oggi di questi Divinità ma nessuno quasi ci credeva più , almeno il Dio Sole indicava con la luce la strada da seguire.

Ora, Marco ripensando al vecchio legionario si commuove, grazie al suo aiuto ed alla benevolenza dell’Imperatore, ha fatto carriera nell’esercito servendo fedelmente Costantino e diventando una guardia a cavallo cioè diventando una guardia scelta del monarca, un fedelissimo, guardia che prima della riforma costantiniana, conseguenza della vittoriosa battaglia di Ponte Milvio, era conosciuta come pretoriana.

Ora Marco si trova a Nicea, in quest'autunno del 325, è un uomo maturo ed essendo un cristiano ancor più devoto a Dio ed all’Imperatore segue con naturale interesse lo svolgersi ed il dibattito all’interno del Concilio tra tutti i rappresentanti della sua fede.

Proprio nella mattinata ha accompagnato l’Imperatore nella sala dove si sta tenendo una delle riunioni sulla disputa riguardante l’arianesimo: sa che Costantino, preparatissimo come suo costume non farà solamente presenza ma interverrà con dovizia e alla volte anche con un po’ di prepotenza, doti che gli servono per cercare d’imporre una risoluzione se non ottimale almeno accettabile.

Certo, anche Marco non comprende appieno perché gli ariani non considerino la natura divina di Cristo, elemento naturale nel compendio di una religione, come tutti i cristiani non vorrebbe che ci fossero dispute di questo genere ma al tempo stesso è fermamente convinto che non bisogna transigere e egli sa che Costantino non lo farà se necessario.

Poi, torna a pensare ai tempi della spedizione contro Massenzio, la prima volta che entrava nella terra di cui aveva tanto sentito parlare, la culla della grande civiltà a cui lui si sentiva orgoglioso d’appartenere.

Ricorda il Colle del Monginevro, che lo introdusse dalla Gallia alla Pianura Padana e le prime vittorie, gente nuova che ebbe modo di conoscere ed apprezzare, gente diversa dalla sua, man mano che si scendeva lungo la penisola e finalmente laggiù ecco Roma.

Marco si ricordò come ancora giovane egli ebbe una profonda emozione nel trovarsi in fronte alle Mura della capitale e si ricorda lo scherno profondo e l’ilarità che provocò nei suoi colleghi legionari e del suo maestro Terenzio: ma per lui era veramente un momento intenso della vita, lui un barbaro romanizzato, sarebbe stato degno della tradizione millenaria di storia che si respirava anche a qualche chilometro di distanza…

Così egli con particolare trasporto ricorda i momenti prima della battaglia quando insieme ai sempre più legionari cristiani pronti a combattere contro Massenzio, ora che Galerio aveva permesso loro di praticare liberamente, si comunicava con il suo Dio sul posto, senza bisogno di riti particolari, con il Vescovo Ossio, un iberico grande amico dell’Imperatore Costantino, che benediva le armi ed i legionari: fu allora che egli vide il vecchio Terenzio ed alcuni altri che avvicinandosi a loro chiesero di far parte della congregazione cristiana deponendo le armi in terra ed inginocchiandosi.

Vedere un grande legionario, rotto ad innumerevoli battaglie e grande uomo chiedere il battesimo significava aver vinto più d’una battaglia.

Il vecchio legionario comprendeva che in questa gente avrebbe condotto alla vittoria decisiva l’esercito di Costantino perché aveva il potere di trascinare la gente e non si meravigliò per nulla quando proprio l’imperatore decise d’innalzare il simbolo dei cristiani sotto quello del Sole, naturale effige fino a quel momento e sorrise: il Sole si sposava bene con questo manipolo di persone pronte a combattere per degli ideali molto alti.

Marco nei ricordi della battaglia era perfettamente a conoscenza che né Terenzio né Costantino erano forse veramente sicuri del cristianesimo e della sua filosofia religiosa, ma ricorda anche che essi non lesinavano commenti positivi sulla forza da cui i suoi adepti traevano da essa: sarebbe stato dunque compito loro, compito dei cristiani far si che questa positività trasformasse la fede dei pagani, ed il campo di battaglia l’avrebbe dovuto dimostrare.

E fu vittoria……

Ora in una pausa del Concilio, Costantino chiede a Marco d’accompagnarlo da un traduttore per avere un documento scritto in latino, non che lui non conoscesse il greco ma preferiva che tutto ciò che s’impegnava a leggere fosse perfettamente corretto e perciò faceva ricorso ad una persona capace in questo senso.

Costantino appare arrabbiato, turbato, del resto è il suo carattere, ma poi si confida con Marco, oramai suo uomo di fiducia.

La sua preoccupazione è per i discorsi sulle presunte verità o  in questo caso sulla loro portata, egli è un cristiano semplice, la sua preparazione è indubbiamente pesante ma egli si muove come l’uomo della strada di fronte ai paradigmi dogmatici: la sua cristianità è basata su tanto buon senso ed è per questo che viene particolarmente apprezzato dal popolo che si rifà alla religione dello stato.

Egli teme sempre che ogni stortura dogmatica porti scompensi nella struttura dell’impero ed il suo buon senso sta proprio in questo cercare di far annacquare possibili controversie o di stroncarle del tutto.

Marco annuisce, anche questa volta è d’accordo pienamente con il suo imperatore, lo ribadisce ed i due sorridono: egli prova come sempre un’istintiva simpatia per il monarca, vuoi per l’affabilità vuoi perché dal punto di vista religioso, egli non tentennò mai dopo la grande vittoria e seppur con logica e perfetta tempistica effettuò la transazione dal paganesimo al cristianesimo in seno all’impero.

Si, perché Marco ricorda i momenti terribili del dopo vittoria contro Massenzio, quando molti misero in dubbio il fatto che ciò fosse dovuto alla Croce innalzata…

Del resto era logico, una volta ottenuta la vittoria, perché si sarebbe dovuto smantellare una struttura che ancora funzionava bene e perché l’aristocrazia romana avrebbe dovuto cedere prerogative che manteneva da secoli invariati ?

Poi, perché proprio il cristianesimo che non era che un pulviscolo nel mare di tutte le credenze ?

Costantino aveva già preso la sua decisione, si sentiva oramai strumento del Dio di loro cristiani e le sue parole lo lasciavano intendere pienamente in questo senso.

Marco e gli altri cristiani lo consideravano un apostolo, l’ultimo in ordine di tempo, insomma per loro era la persona più adatta a compiere l’intermediazione tra loro adepti (e tutti gli uomini della terra) e Dio, e le sue preghiere erano normalmente rivolte a questo atteggiamento.

Marco aveva una venerazione per lui e sempre nel cammino della sua vita l'avrebbe portato ad esempio, ma da buon legionario sapeva anche che egli era un comandante supremo dell’esercito e la politica aveva le sue richieste, che erano quelle di andare con calma ed intelligenza nel legiferare in favore del cristianesimo.

Infatti, molti dei suoi amici di credo avevano al tempo avuto parole di sconforto per alcune decisioni di Costantino tendenti a mostrarsi elastico nei confronti d’alcune peculiarità pagane ancora resistenti soprattutto nell’Urbe ritenendo che il monarca dovesse agire subito e senza incertezze a cui invece sembrava avviato.

Marco pazientemente spiegò loro che la funzione di capo dello stato e di mantenimento dello stesso era probabilmente più importante ai fini della stessa comunità cristiana rispetto a degli interventi drastici, specialmente nel momento in cui si profilava lo scontro con Licinio.

Costantino con a fianco Marco, sta leggendo avidamente il documento che si è fatto tradurre in latino e che è stato scritto redatto da Eusebio di Cesarea: non v’è dubbio alcuno egli concorda sul fatto che questo documento deve essere approvato qui a Nicea, è un documento fondamentale per il cristianesimo si tratta della consustanzialità del Figlio rispetto al Padre, ed è dunque un documento di fede, un Credo.

Si, Marco lo guarda con ammirazione, Costantino è fermo, legge il documento e lo rilegge, ma ha già deciso, lo dirà davanti a tutti, lui dichiarerà che la religione cristiana sarà fondata su questo Credo, un Credo niceno-constantinopolitano quindi.

Egli non ha ora più gli stessi tentennamenti di quando anni prima affrontò i temi del donatismo, sembra che proprio i suoi errori l’abbiamo fortificato nell’animo, egli sa che si deve intromettere nelle discussioni religiose e dottrinali, lo sa perché è il dovere di un Imperatore, lo sa perché lo vuole Dio, di cui egli si ritiene strumento .

Proprio a proposito della crisi donatista, il nostro buon Marco fu parte attiva perché egli fu mandato insieme con altre truppe in Africa nel momento in cui si temevano disordini a Cartagine.

Marco sapeva che l’Africa era una terra profondamente cristiana anche perché Agostino lì era nato, ma sapeva anche che era una terra di cristiani della fede pura ma spesso fanatica, poco inclini al dialogo, così nove anni prima di Nicea egli era sbarcato con la sua legione in quei territori per tenere sotto controllo una situazione incandescente.

Costantino aveva come suo costume fermamente deciso a far rispettare l’ordine e la dottrina cristiana nel conflitto tra il vescovo Ceciliano e quello scismatico Donato, eletto dagli africani numidiani e succeduto a Maggiorino, ma Donato probabilmente mal consigliato eccedette nell’ambizione di voler essere considerato l’unico in grado di decidere su questi avvenimenti.

Il problema militare per Marco e commilitoni era di tenere a bada i circoncellioni, sorta d'adepti fanatici del donatismo che contrariamente al credo cristiano non esitavano a distruggere ed a usare la violenza bruta nei confronti della gente e dei fedeli.

Indubbiamente nei ricordi del nostro magister non vi furono in quest'occasione momenti felici, egli doveva metter mano alla spada contro altri cristiani e questo non piaceva, ma la sua fedeltà a Costantino era fuori discussione.

Proprio l’imperatore ora, lungo la strada del ritorno verso la sede del Concilio niceano si ricorda di questa sua debacle e lo rammenta al buon Marco, comprendendo gli errori fatti nel passato li commenta specificando che se fosse stato più deciso e non avesse avuto tentennamenti la crisi donatista sarebbe stata risolta una volta per sempre, invece, sostiene l’imperatore, egli si lasciò tentare da una via diplomatica difficile proprio perché aveva  a che fare con dei fanatici e la sua decisione di soprassedere ai provvedimenti punitivi nei loro confronti gli sono poi rivoltati contro.

E’ triste, quando parla di questa faccenda Costantino, si capisce che non l’ha mai digerita a fondo, ma proprio da questa sua deficienza ha tratto l’orgoglio e la forza per addentrarsi ancor più nelle faccende dottrinali, di studiarle e sviscerarle, di rendersi partecipe di questa sua funzione e a Nicea c’è per questo.

Costantino spiega chiaramente a Marco che la religione per lui è il fermaglio dell’Impero, che si rifà ad Aureliano, il quale voleva una dottrina sola per tutti i territori e in questo egli vede l’Universalità del suo compito, per cui ogni atteggiamento che danneggiare la sua politica va combattuta e sconfitta.

Per questo motivo, egli appoggia l’omousia e combatte per converso l’omoiusia qui a Nicea.

Gli ariani o seguaci dell’omoiusia sono molti specialmente ad occidente tra i barbari cristianizzati,  mentre qui in oriente sono molti di meno, per Marco è inconcepibile avere dubbi sulla divinità del Cristo e sulla sua eternità: certo egli vede l’uomo soprattutto, ma egli sa che è un’emanazione terrena di Dio, il padre.

Oramai i ricordi di Marco sono abbastanza recenti, qualche tempo addietro la ferma lotta contro Licinio durata fin quasi alla soglia di questi giorni di Nicea aveva significato anche la lotta per la sopravvivenza del Cristianesimo, oggetto di dure repressioni da parte dell’imperatore prima alleato di Costantino e vittorioso anche lui contro Massenzio.

Anni cupi quelli a cavallo del 320 e 321, anni in cui egli ricorda la digressione dei privilegi concessi ai suoi fratelli cristiani, la proibizione dei sinodi, l’espulsione dalle cariche amministrative di chi professava apertamente questa dottrina, egli confidava dunque in Costantino perché mettesse fine a questo scempio.

Marco e le sue legioni erano tutte pronte in quel di Tessalonica, base e sede dell’esercito di Costantino, il quale era dovuto intervenire nel territorio orientale logico in base al trattato del 316 stipulato tra i due per l’aiuto comune nel caso che i barbari avessero attaccato le difese sui confini imperiali senza bisogno di particolari permessi.

Egli mandò le sue legioni contro i goti in Tracia ed in Mesia, che in realtà erano le uniche due province europee in mano a Licinio, peraltro quasi senza truppe per la difesa, quindi l’intervento era veramente giustificato.

Questo atto, ritenuto un’offesa da parte di Licinio, aveva così dato la parola alle armi, non ci sarebbe stati più una diarchia imperiale, ma un solo vincitore e un solo imperatore definitivo.

L’esercito di Costantino era indubbiamente minore per numero d’effettivi e per le forze navali e questo poteva esser un grave handicap per lui, ma egli confidava nella forza morale dei suoi uomini, e Marco come altri amici legionari non si stancava mai di aiutarlo gridando a gran voce a tutti militari che essi lottavano per un ideale, per la costruzione di un grande impero e la gloria del Signore attraverso il mezzo dell’imperatore.

Quindi qui stava la differenza sostanziale tra i due approcci , come già al tempo di Massenzio, fu importante l’abilità strategica di Costantino indubbiamente, brillante e tenace, ma anche la grande qualità delle componenti dell’esercito a far si che la bilancia della vittoria pendesse definitivamente verso l’attuale imperatore.

Erano oramai di fronte i due eserciti e solo l’Ebro li separava, ma nessuno voleva attaccare, Marco era in prima fila, oramai la sua fedeltà all’imperatore stava per essere premiata, ma doveva ancora terminare questa battaglia, la più difficile della sua carriera.

Nel frattempo Costantino, Marco e gli altri ufficiali della guardia rientrano nella Sala Conciliare, dove alla spicciolata arrivano anche tutti i rappresentanti delle dottrine cristiane.

Nicea aspettava quindi la grande decisione sulla questione ariana e sul futuro del Cristianesimo, Costantino ha assunto il volto deciso, quello che Marco aveva conosciuto ad Adrianopoli, sa che egli è pronto alla battaglia finale come un anno prima.

I due si guardano e Costantino fa un cenno a Marco che s’avvicina ed offre la sua arma nelle mani dell’Imperatore, il quale la prende e la restituisce in quelle di Marco: non c’è bisogno di dir nulla, si sono capiti immediatamente.

Costantino rientra per la sua allocuzione finale e Marco va nella cappella vicina a pregare insieme con altri legionari della guardia.

Si, egli ripensa all’Ebro, quando Costantino, stanco d’attendere un avversario che non si voleva mostrare prese con sé poche decine di cavalieri dopo aver fatto schierare l’esercito e passò il fiume in atto di sfida aperta e di grande coraggio contro il nemico Licinio.

Le truppe avverse furono ammaliate da quell'ardore e da quel condottiero, Marco ed i legionari si mossero consci che avrebbero trionfato, nessuno poteva spegnere il loro impeto: erano tutte forze provenienti dall’Europa centro orientale, v’erano celti, illirici, pannoni, germani, gente dura, ma scelta e dato che Marco era uno di loro conosceva benissimo il valore.

Marco sospira, fu una gran vittoria quella di Adrianopoli,  anche se si dovette attendere la successiva grande vittoria di Crisopoli per debellare completamente Licinio.

Costantino era dunque l’unico imperatore ora, era ciò che egli ha sempre voluto sin dai tempi di Serdica, otto anni addietro, quando egli decise di dare un taglio netto alla vecchia tetrarchia voluta da Diocleziano.

Ora l’Impero era pienamente formato, doveva essere cristiano perché tale era oramai il traguardo idealistico di Costantino e così fu, egli iniziava anche la sua battaglia come protettore della Chiesa Cristiana, come fedele Apostolo dei dettami di Dio da cui si sentiva unto.

Marco, protagonista da sempre dell’epopea dell’Imperatore non tardò a ricevere il giusto premio per la sua fedeltà: nominato guardia a cavallo, entrava nella schiera dei fedelissimi, coloro che circondavano il monarca ovunque e s’incaricavano di portare la sua parola e di eseguire le sue ordinanze.

Proprio dopo Crisopoli, Marco fu spedito insieme con altre guardie a cavallo nelle parti orientali dell’impero che per lungo tempo erano state sotto Licinio, l’ordine era di rimettere i funzionari cristiani al loro posto e di cercare un accomodamento con chi invece ne aveva usurpato il servizio.

Si trattava quindi di una azione che richiedeva particolari doti di tatto e diplomazia, Costantino s’era lungamente raccomandato a Marco perché s’evitassero disordini ritenuti possibili visto il trattamento ricevuto dai Cristiani.

Costantino aveva consegnato a Marco una lettera da leggere nelle città in cui si sarebbe recato negli ex-territori di Licinio, lettera che era un vero capolavoro di destrezza politica, sensibilità psicologica e sagace strategia sociale.

Egli infatti, usò il classico bastone e la classica carota: infatti ad una prima parte dedicata a ricordare i soprusi, le prevaricazioni, e le persecuzioni subite dai cristiani e dai funzionari statali cristiani effettuati dall’apparato che prima governava e dall’intolleranza becera e stolta fa riscontro una seconda parte dove egli sottoponeva il suo operato come segno divino inequivocabile ed invitava i responsabili ma anche chi aveva subito torti ad aver fiducia nella sua azione di pacificazione.

La lettera splendida per ardore, portata in più parti del territorio da Marco ed ai suoi uomini ottenne l’effetto sperato di limitare vendette e ritorsioni dure, ora restavano d'affrontare solamente i temi più strettamente religiosi attinenti alla disputa dogmatica sull’arianesimo e alla costruzione di nuove basi solide per il cristianesimo trionfante.

Si trattava quindi di organizzare un Concilio che mettesse ordine nel sistema cristiano e decidesse in maniera sistematica ed anche pragmatica.

Nicea fu la scelta indubbiamente più corretta, raggiungibile sia da occidente che da oriente, forniva una sistemazione logistica di primo ordine e permetteva alle truppe stanziate per la sicurezza di ottemperare al loro lavoro senza particolari problemi, Marco ne era soddisfatto, avrebbe potuto difendere Costantino molto meglio che in altri luoghi.

La sala centrale del palazzo imperiale era stata adibita per il Concilio e sui due lati contrapposti une serie di scranni formavano specie di grandi muraglie su cui sedevano i prelati, Marco ed i suoi uomini precedettero Costantino nell’entrata, così egli aveva voluto, loro avevano permesso le grandi vittorie ed egli ricambiava con un atto di grande generosità, essi erano diventati i suoi accompagnatori ufficiali in questo Concilio.

Una volta entrato, l’Imperatore salutò tutti gli intervenuti con cordialità, il dibattito iniziò in lingua greca, che come abbiamo visto era da lui compresa bene: Marco si faceva tradurre da un collega che conosceva questo idioma i passi più importanti.

Così si è arrivati ai nostri momenti: questa seduta è insolitamente lunga e le guardie a cavallo sono tutte rientrate dopo le preghiere, controllano la situazione e Marco rientra nella sala conciliare proprio mentre viene letto il documento di compromesso che permetta agli ariani d’accettare almeno dal punto di vista della forma se non nella sostanza il dogma principale, quello del Credo che è ritenuto il fondamento di tutta l’impostazione politico-religiosa dell’imperatore, poche parole bastavano per lasciare un’impronta indelebile sul cammino dell’Umanità nei secoli a venire.

Il silenzio è sceso nella sala, mentre il documento viene letto a voce alta da un prelato.

 

“Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del Cielo e della Terra, di tutte

le cose visibili e invisibili.

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre:

Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa

sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create.

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal Cielo, e si è incarnato

e si è fatto uomo.

Fu crocefisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto.

Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al Cielo.

E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti.

Credo nello Spirito Santo.

Amen.” (1)

 

Il dado è tratto dunque, Costantino non può più tornare indietro, tutti i vescovi

annuiscono all’impostazione del Credo, anche coloro che sono più vicini alla dottrina ariana evitano commenti fuori luogo, pur non approvando in linea generale accettano il compromesso, si complimentano con l’Imperatore, tranne due di loro seguaci della più ottusa intransigenza che s’oppongono strenuamente a questa soluzione di compromesso ed apostrofano duramente Costantino.

Marco è pronto sa che è il suo momento e la guardia al completo scatta dietro a lui: essi si dirigono immediatamente verso Costantino e lo circondano per proteggerlo, ma non ve n’è bisogno, lo stesso imperatore con un gesto ferma Marco e lo invita ad accomodarsi, egli non ha certo paura, parola che non conosce indubbiamente e le velleità dei due vescovi ariani non lo mettono certo in difficoltà.

Sarà il Concilio stesso a prendere i provvedimenti necessari nei confronti dei due oppositori, non spetta, a lui che pure ha nell’animo la vera voglia di dare un’unità d’intenti alla Chiesa nel suo insieme.

Orbene, Costantino, uscito dalla sala conciliare scortato da Marco e dagli altri soldati, va a dissetarsi ad una fonte d’acqua fresca posta in prossimità del giardino annesso al patio principale e si siede a riflettere chiamando a sé l’amico di tante battaglie.

Egli spiega al buon Marco che si ritiene un Vescovo aggiunto, un Vescovo di fuori, un Vescovo di quelli che portano la parola della gente comune e che egli a buon ragione si ritiene difensore anche dei pagani presenti nello Stato.

Lui sa che Dio gli ha dato quest'incarico e cerca di svolgerlo nel migliore dei modi, inoltre essendo imposto direttamente da Lui non deve riconoscimenti a nessuno e può agire liberamente, al di sopra delle parti e delle facezie comuni, per il bene dell’unità del territorio imperiale.

Parole indubbiamente pesanti, parole che nascondono forse anche un po’ di retorica, ma che indubbiamente fanno di lui un fedele servitore della causa imperiale oltre che di quella cristiana, matura quindi in lui il desiderio di esprimere entrambi i poteri controbilanciando l’uno con l’altro a seconda delle necessità, parla ora apertamente di cesaro-papismo, l’idea più sublime del suo mandato, ideale a cui ha dedicato tutti i suoi ultimi anni.

Marco è sicuramente felice di tutto ciò, egli pur nella sua semplicità comprende ben il grande disegno nella mente dell’Imperatore ma da buon comandante delle guardie deve metterlo sull’avviso che così andrà sicuramente incontro a problemi non solo religiosi ma soprattutto politici ed i nemici aumenteranno.

Si, indubbiamente Marco conosce il suo mestiere e sa che i prossimi anni saranno durissimi per l’Imperatore.

Dopo qualche mese di tranquillità ecco sopraggiungere infatti il primo grosso problema e porta il nome della città che è il simbolo dell’Impero: Roma.

L’ex-capitale indubbiamente non è mai stata molto gradita a Costantino, vuoi perché l’aristocrazia, ancora quasi tutta pagana, si è schierata con Licinio qualche anno prima, vuoi perché le sue rimostranze sul fatto di riavere la centralità nell’amministrazione dello stato diventano ogni giorno più  violente e molto seccanti visto la politica che l’imperatore ha in atto di fare.

Marco è mandato a Roma per valutare la situazione preparare un’eventuale visita, in relazione al ventennale della sua assunzione al trono, ma in realtà Costantino solo di lui si fida e il suo viaggio apparentemente organizzativo diventa un’approfondita indagine di come la città vede l’imperatore.

Appena giunto a Roma, Marco s’incontra con Acilio Severo, il primo prefetto dell’Urbe cristiano, che peraltro non incontra certamente il consenso del Senato non facendone parte sia come aristocratico che appunto come cristiano.

Marco e Acilio parlano molto tra loro, s’intendo non solo perché sono cristiani, ma perché provengono dalla società di cultura contadina e quindi sanno individuare in maniera chiara le problematiche.

Costantino dovrà venire Roma, ma  lo farà in ritardo, come se dovesse dare un senso di punizione alla gente che per anni è andata contro la sua politica: le comunità cristiane si mobilitano per il prossimo arrivo dell’imperatore e Marco, ben conosciuto, le visita tutte, ma non impartisce ordini, spezza il pane e si comunica insieme a loro.

Poi visita il Senato e qui tiene una posizione rigida, egli è l’inviato ufficiale dell’Imperatore e quindi i senatori gli dovranno il giusto rispetto, cosa che riscontra quasi impossibile, tranne alcuni che lo invitano anche a casa e che gli dicono d’esser fedeli a Costantino, ma sono molto pochi.

Gli altri sono spesso sprezzanti e non si curano di quello che lui dice in nome dell’imperatore, ma da buon soldato Marco finisce tutti i discorsi e poi si congeda accompagnato sempre da Acilio.

Per alcuni giorni egli vaga per le vie della città allo scopo di conoscere la realtà del pensiero della gente comune nei confronti di Costantino.

I riscontri sono diversi e mutevoli: quello che secca maggiormente alla gente è che si è persa l’occasione di fare un giubileo il che significa feste, banchetti, e visitatori che portano denaro nelle sempre esangui casse cittadine, sul fatto religioso non sembra vi sia particolare acredine, nessuno ha voglia di menar tenzone per questo motivo tanto più che la maggioranza dei commercianti e degli artigiani ha già scelto il Credo e quindi di fatto appoggia le ragioni dell’Imperatore.

Marco può così tornare da Costantino e riferire con dovizia tutti i particolari per cui la decisione di effettuare il giubileo viene presa senz’altro pur se con il dovuto tempo d’azione.

Il suo programma è di riconquistare tutte le masse e buona parte dell’aristocrazia consolare che ora gli è contraria: il solito assunto che l’unità dello Stato viene prima di tutto vale anche questa volta e così sarà anche per il viaggio a Roma che si concluderà come previsto.

Nello stesso anno, Marco assiste a degli avvenimenti drammatici che lo lasciano sorpreso, non è presente personalmente ma le morti della moglie di Costantino e di suo figlio Crispo gli sono raccontate minuziosamente.

Ma, ora s’annuncia il grande progetto: la costruzione di Costantinopoli che diventerà la capitale della parte orientale dell’impero, sarà edificata come Roma, avrà tutto ciò che si trova a Roma ed ancora di più, diventerà il faro e la culla della Cristianità, una nuova Roma o forse una nuova Gerusalemme.

Il progetto esalta Marco, che proprio in quel momento vede scadere la sua ferma ventennale, certo oramai è un comandante e non ha pensiero di tornare nelle sue terre in Gallia se non per una visita, ma non è più giovane, ha superato da poco i quaranta anni per cui accetterà l’offerta di trasferirsi nella nuova città in costruzione come comandante della guarnigione anche perché, insomma, ha trovato una simpatica ragazza, Cassandra, che si è presa cura di lui e tutto sommato il piacere di una famiglia per un buon cristiano è il massimo.      

Approfittando della nuova dislocazione Marco e Cassandra si sposano nel palazzo imperiale e Costantino si compiace d’assistere alla cerimonia, mentre il Vescovo di Nicea celebra l’atto tra pochi amici e senza tanta clamore.

Poi, Marco prepara così la partenza per Bisanzio, una vecchia città un po’ decrepita sulle rive del Mar Nero che Costantino ha deciso di riedificare sul territorio antistante chiamato Corno d’Oro sfruttando  la favorevole posizione sul mare e la difesa naturale della collina di fronte alla località chiamata Galata.

Il vecchio perimetro di Settimio Severo viene così notevolmente allargato con la creazione di nuovi Fori e di nuove Basiliche.

Dopo tanti anni Marco si distacca quindi dal suo Imperatore, certo oggi è oramai indiscusso Magister Militum, uno dei favoriti di Costantino, il quale vedendolo rattristato lo chiama vicino a sé spiegandogli il perchè vuole che lui segua i lavori e tenga in mano la situazione in quel territorio.

L’Imperatore spiega che la sua politica esige una nuova capitale, che trasmetta i valori della romanità, i valori della monarchia universale e che sia anche un fattore di riunificazione tra la gente dopo anni d'intensi scontri, così questa capitale a suo giudizi non potrà mai più essere Roma, e del resto, dice,  lo stesso Diocleziano, tanto avverso ai cristiani, non aveva sentenziato forse che la cosa più giusta era di fondare una nuova Urbe che lui aveva individuato in Nicomedia, che si trova guarda caso a pochi chilometri da Bisanzio.

Marco comprende che la politica d’ampio respiro e di riforme sociali che l’Imperatore ha in atto di compiere potrà essere fatta solamente creando un nucleo nuovo ed egli è ora pronto per affrontare quest'ulteriore prova, segno inequivocabile delle ragioni profonde della sua Fede che è anche quella  dell’Imperatore.

Costantino già diverse volte è stato nella città per seguire i lavori da, quando nel 324 è stata consacrata capitale, compito affidato al pagano neoplatonico Sopatro, ma ora per i gravosi impegni non può tornare per controllare lo stato dei lavori come vorrebbe ed ecco che l’avvalersi di una delle persone di cui più si fida è diventato imperante.

Marco capisce che il suo compito è d’estrema importanza tanto più che ora s’inizierà la costruzione della nuova grande basilica, quella che sarà chiamata Santa Sofia insieme con quella dei Santi Apostoli, egli saluta l’Imperatore e si trasferisce a Bisanzio.

Gli ordini sono chiari, evitare qualsiasi accenno a dispute religiose, lasciare svolgere ai pagani i loro riti purchè non disturbino la vita civile e soprattutto se direttamente a contatto con quelli derivanti da assunzioni romane: infatti, Marco ha  in mano un ordine che autorizza la costruzione di un Tempio dedicato al culto della Gens Flavia proprio perché essa ha un impatto molto grande nella tradizione e nella cultura di stampo romana.

Marco ovviamente non è in Bisanzio solamente per curare gli aspetti urbanistici, di cui in fondo non conosce la parte propriamente tecnica, il suo compito principale è anche quello di dar atto alle riforme in campo militare ed economico che Costantino ha progettato e che debbono essere messe in atto con determinazione ora che non vi sono azioni di guerra che possano intralciarne il passo.

Alla parte militare si sta dedicando attivamente, ottimizzando il Comitatus o esercito mobile, di particolare importanza visto che è l’estrema risorsa su cui affidarsi per far fronte contro i barbari che premono ai confini del limes.

A questo proposito, Marco è costretto ad implodere notevolmente gli appannaggi della truppe limitanee, vuoi per gli alti costi, vuoi perché sostanzialmente non offrono le stesse garanzie in termini di preparazione e resa rispetto all’esercito mobile che viene per contro retribuito in maniera molto probante anche dal punto di vista fiscale come esenzioni.

Non solo ma Marco ha ordini chiari anche per far funzionare in maniera ottimale anche le nuove sistemazioni provinciali, che Costantino ha perfezionato partendo dall’idea di Diocleziano, il numero altissimo di queste province ha portato ad un ulteriore riforma con la creazione di numerose Diocesi, su ognuna delle quali veglia un vicario che prende ordini dal Prefetto del Pretorio che dirigono quindi delle maxi-regioni.

Per Marco non è facile far comprendere ai Prefetti che essi non hanno più ai loro ordini le strutture militari ora di competenza stretta dei vari eserciti mobili e dei loro comandanti ma che da loro dipendono le strutture giuridiche e di conseguenza tutto il sistema che sovrintende all’applicazione dell’apparato legislativo.

Le discussioni sono all’ordine del giorno, ma Marco con pazienza riunisce i vari poteri e appiana quasi sempre le tensioni: ogni tanto va a pregare per chiedere conforto a Dio e poi riprende il suo lavoro quotidiano.

Egli deve sovrintendere anche al conio della nuova moneta, il solido, in oro, soldo con cui sono pagati le strutture facenti capo alla burocrazia ed all’esercito, moneta fortemente sostenuta dall’imperatore il che è stata una scelta sicuramente innovativa ma anche difficoltosa da gestire perché di fatto ha depauperato il potere della monete con base argentea, moneta privilegiata inizialmente dalle classi più povere il che potrebbe provocare dei malcontenti in termini di tempo ravvicinati.

Nel frattempo la sua famiglia è cresciuta, Cassandra ha dato alla luce prima un figlio maschio che egli ha chiamato Costantino e poi una figlia femmina che ha chiamato Sofia: è giunto il tempo delle prime riflessioni sulla sua vita, quanta strada ha fatto da quando aveva passato il Reno andando a stabilirsi a Treviri.

Una grande vita la sua, una vita di dedizione al suo credo religioso ed al suo imperatore, che ha unito gli sforzi per compiere l’impresa di costruire l’Impero verso la strada dell’universalità e dell’ecumenismo: egli è soddisfatto, ora deve trasmettere alla sua famiglia questi grandi ideali e lo farà ancor meglio quando Costantinopoli sarà terminata e sarà inaugurata ufficialmente, chiederà all’Imperatore il permesso di ritirarsi a vita privata e di terminare così il suo mandato ufficiale.

Oramai la nuova capitale è quasi terminata, certo tanti edifici devono ancora essere finiti, come Santa Sofia per esempio, ma le strutture urbane sono bene cementate e quindi si può procedere alla festa per il trasferimento della corte imperiale.

Il giorno 11 maggio 330 (e sono venticinque anni dall’ascesa al trono) Costantino è in città e decreta l’inizio delle cerimonie per l’inaugurazione della stessa.

Cerimonie, perché oltre a quella cristiana, cui ovviamente partecipa tutto lo stato maggiore  costantiniano, vi sono anche quelle pagane, per lo più riti propiziatori e carichi d’auspici come gli oroscopi e i ricorsi astrologici: non danno noia a nessuno e mantengono uno spirito di simpatia e d’amicizia, lo spirito che Costantino ha sempre voluto per l’universalità del suo regno.

Marco è con la famiglia al completo nella grande sala del trono, in fondo, come suo solito, schivo e refrattario, Costantino lo vede, s’alza dal trono e gli va incontro, lo invita ad avanzare verso di lui e poi davanti a tutti lo abbraccia, questo vale per Marco più di qualsiasi altra ricompensa, ma non è finita, l’Imperatore vuole che lui segua accanto a lui la processione che partirà dal Foro detto appunto di Costantino e che si muoverà verso l’Ippodromo dove la celebrazione raggiungerà il culmine della sua manifestazione.

Insieme canteranno il Kyrie Eleison,  insieme entreranno nella storia ma non ci saranno sfilate trionfali, vincitori o vinti, il rispetto verso chi ha degnato di dare il Suo aiuto a questa immane opera è tale che perfino l’Imperatore si sente piccolo, nonostante la fastosità dell’evento ed il vestiario che la corte indossa, nulla è mai ostentato.

Nonostante il bagno di folla che lo acclama Costantino sa bene i problemi che attanagliano l’impero e sa che questa è solo un’ulteriore tappa nel cementare l’universalismo cristiano con quello delle vestigia dell’antica civiltà romana.

Il giorno successivo Marco va a far visita all’imperatore e gli parla dei suoi progetti per il futuro, vuole aiutare i figli a crescere motivati negli ideali che loro due per anni hanno portato avanti senza remora, per questo gli sembra corretto lasciare il posto a chi più giovane vuole farsi strada e ne ha le capacità, a lui basta una tranquilla abitazione nella città che ora è anche la sua e la consapevolezza di aver fatto tutto per servirlo adeguatamente.

Costantino annuisce, comprende il gesto etico dell’uomo che ha di fronte, un grande uomo, comprende la sua voglia di tranquillità dopo tante battaglie sia militari che di fede, sa che non può dire di no alle sue richieste, anche se lo fa a malincuore perché sa di perdere un uomo importante ed un amico fidato.

Non ha problemi, lo omaggia di una grande abitazione di sua proprietà ed una rendita che metterà al riparo lui e la sua famiglia da ogni incombenza futura.

Marco lo guarda e rivede il giovane Imperatore a Treviri, lo rivede a Ponte Milvio, a Nicomedia, a Nicea, la sua vita è stata seguita costantemente dalla presenza di questo personaggio che ha segnato per sempre la storia del mondo con il suo coraggio, la sua abnegazione al compito che la storia gli aveva assegnato: si, è stato un piacere servirlo così a lungo ed un privilegio, ha avuto tanto da lui in cambio e di questo rende omaggio a Dio.

I due si guardano a lungo e poi fissano il Crocefisso dietro le loro spalle: non hanno bisognosi dire altro…

 

( 1 ) : Questo doveva essere il testo sancito dal Concilio di Nicea: rispetto a quello che comunemente si conosce mancano le parti aggiunte a Costantinopoli (381) ed a Calcedonia (451), più modifiche per l’uso liturgico ed aggiunte in età carolingia.

Per l’intera ricostruzione si rimanda al saggio “Il Credo niceno-costantinopolitano” di Enzo Lodi  Edizioni Marietta

 

 

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

 

Furio Scampoli

COSTANTINO IL GRANDE  e la sua dinastia

Newton & Compton Editori

 

Arnaldo Marcone

COSTANTINO IL GRANDE

GLF Editori Laterza

 

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PAGANO E CRISTIANO Vita e Mito di Costantino

GLF Editori Laterza

 

Enzo Lodi

IL CREDO NICENO-COSTANTINOPOLITANO

Marietti

 

 

Hugo Rahner

CHIESA E STRUTTURA POLITICA NEL CRISTIANESIMO PRIMITIVO

Jaca Book

 

Michael Grant

GLI IMPERATORI ROMANI Storia e Segreti

Newton & Compton Editori