Mitologia e riflessi sulla vita quotidiana

di Enrico Pantalone

 

 

La raffigurazione mitologica negli scrittori greci e latini appare ancora oggi allo studioso del tutto piena di contraddizioni probabilmente perché Ovidio, il principale saggista sull’argomento (cui dobbiamo molto della nostra attuale conoscenza) aveva un atteggiamento d’approccio certamente diverso da quello attuale ed era anche abbastanza lontano dal modo di pensare degli scrittori che avevano trattato in precedenza questo ramo culturale e sociale.
I resoconti si Ovidio sono certamente densi di mille particolari ma egli afferma in buona sostanza di non credere minimamente alla mitologia, in linea con le nuove concezioni socio-politiche e culturali del principato augusteo.
Noi oggi abbiamo un approccio diverso da Ovidio e consideriamo la mitologia una sorta di storia certo leggendaria ma utile per comprendere soprattutto la società del tempo nei suoi aspetti caratteriali, l’interesse per il personaggio è certamente minore mentre la rappresentazione artistico-culturale invece è ritenuta estremamente più valida.
In sostanza la mitologia artistica che abbia un qualche background sociale ha inizio pressappoco con Omero e i suoi testi, veri o presunti che siano, anche se egli appare ancora un po’ troppo slegato con la tradizione alla quale noi cerchiamo invece di fare riferimento e che prende avvio sostanzialmente invece con Esiodo.

La mitologia a quei tempi diventa senz’altro un mezzo per coltivare e far crescere il gruppo sociale, infatti, essa normalmente finisce per creare automaticamente una sorta di convergenza umana intorno ad una figura simbolica che unisce ed è in qualche modo indispensabile per la crescita culturale.
La raffigurazione della mitologia di quel tempo sia per pitture che per testo assume un aspetto tendente a canalizzare le emozioni della gente comune in maniera da creare un ambiente idoneo allo sviluppo delle civiltà predominanti, Atene e Sparta in Grecia, Roma in Italia.
Così la cultura e l’arte dei due territori si mettono disciplinatamente a disposizione delle elite in senso positivo, cioè per creare una forza umana capace di pensare socialmente in maniera unitaria rispetto alle precedenti caratteristiche molto più parcellizzate.

I greci per primi razionalizzarono gli aspetti mitologici rappresentando tutte le divinità secondo l’immagine che loro volevano che avessero, quindi a somiglianza della gente che viveva nella comunità e comunque sempre in atto di movimento, questo è un punto fondamentale.
Se prendiamo grandi civiltà precedenti a quella greca o a quella romana, come quella egizia per esempio, vediamo come gli aspetti mitologici ci raffigurano le divinità spesso con monumenti spettacolari e maestosi, ma sostanzialmente privi di vita, inanimati, staccati dall’ambiente sociale che li circonda, essi erano rappresentati in forma dichiaratamente non umana, i greci e poi i romani capovolgono completamente quest’assioma perché la società stessa esige questi nuovi contorni.

Dobbiamo dire con onestà che l’arte sulla mitologia romana è certamente meno fantasiosa rispetto a quella greca ed anche meno ricca, del resto l’Eneide è sicuramente più pragmatica e reale rispetto ai poemi di Omero, anche gli eroi sembrano molto umani e poco divini per cui ci si deve sempre riferire a quelli ellenici citati per creare storie o raffigurazioni.

Così per rappresentare un dio dedicato alla musica, ad esempio, oppure dedicato ai piaceri come il vino, non doveva solleticare molto la fantasia degli artisti romani che invece preferivano immortalare miti che fossero utili alla comunità, da qui probabilmente una certa diversità tra le rappresentazioni di divinità greche e quelle romane che si equivalevano formalmente per i loro poteri sovrannaturali ma differivano artisticamente parlando.
La nascita dell’Urbe/Roma è sostanzialmente la mitologia romana, molti autori s’intrattengono su di essa riportando leggende o aneddoti (Tito Livio ne fu uno dei principali) il che ci fa comprendere che essa è da sempre la canalizzazione privilegiata per lo studio mitologico degli autori coevi.

Mito o Mythos in greco ha il significato di parola ma spesso è utilizzato dagli autori anche con il significato di racconto, questo ci induce a pensare che l’arte della creazione mitologica fosse prima di tutto una razionalizzazione di avvenimenti accaduti e riscritti in maniera che fosse chiaro l’ideale cui ci s’ispirava per rendere una leggenda se non storia vera e propria almeno studio della società.

Azzardo nel dire che le mitologie potevano dare forse una prima interpretazione sociologica della realtà dei tempi che rappresentavano.

Così ovviamente Sparta dal punto di vista della mitologia è notevolmente superiore al resto delle altre città/stato greche, essa deve tutto al mito che è stato creato dagli stessi filosofi e storici antichi per discernere su tutto lo scibile conosciuto nell’antica Grecia, Sparta diventa un punto di riferimento importante per dibattere su tutto, ma lo è anche ai nostri giorni perché tuttora ci si confronta tenendo presente questo mito.

Uno degli aspetti che i greci “moderni” ereditarono dal periodo pre-ellenico religioso fu senz’altro l’irrazionale paura dell’oscuro soprannaturale, del divino benevolo o temibile secondo i casi che va sotto il nome di thambos, termine come detto ereditato.
Ciò sembra incredibile perché tra i greci, gli ateniesi soprattutto furono i primi a considerare il razionalismo nelle filosofie religiose, ma evidentemente le ataviche paure erano più forti della forza della ragione nonostante che innumerevoli e ben conosciuti studiosi del tempo provarono a far considerare le possibilità di utilizzare aspetti diversi nel dialogo con le divinità.
Questo portò a inserire l’antropomorfismo nei culti, una specie di patteggiamento tra razionalismo e religione “pura”, considerando le divinità come “umanizzate” e perciò più facilmente percettibili dalla gente che presenziava i riti e le feste religiose, del resto anche personaggi famosi di quel tempo, magari apertamente “atei” finivano per partecipare comunque ai riti ed alle ricorrenze sia civili che privati proprio perché convenivano sull’utilità sociale degli atti più che su quella puramente spirituale.

Zeus è visto e vissuto spesso come centro d’unità sociale e politica, tratto questo tipicamente umano e in sostanza possiamo affermare che egli, come altri, non è che un’evoluzione umana nello spirito sociale e nelle sue proposizioni.
Quanto questa visione antropomorfica sia stata realmente vissuta da cittadini greci è difficile dirlo, non abbiamo sufficienti elementi per studiare le loro caratteristiche psicologiche, ma solamente attraverso la mitologia che è pervenuta attraverso i secoli, tuttavia, questo può già suggerirci un’idea di come si potesse confermare tale ipotesi.
La visione antropomorfica resta un’impostazione importante soprattutto se vista in prospettiva successiva, rispetto ad altre civiltà come quella romana e quella cristiana poi, perché la religione grazie ad essa diventa veramente un fatto popolare, il culto non è più riservato a pochi intimi ma alla popolazione intera che può pregare un dio che riconosce come simile a essa in qualunque momento della giornata nel tempio predisposto.

Bello è l’eroe mitologico, forte, imponente, invincibile: ma era proprio così nella vita di tutti i giorni e cosa rappresentava dal punto di vista umano e sociologico nel suo tempo ?
Noi sappiamo che le grandi civiltà del bronzo e del ferro hanno costruito intorno alle figure degli eroi mitologici delle ottime impalcature sociali e antropologiche, atte a imporre alla popolazione la figura di un umano che combatte, vince tutte le traversie della dura vita di quei tempi, che s’impegna in scontri titanici, che ha tutte le forze della natura contro, eppure imperterrito, pur se estenuato, continua a produrre sforzi notevoli e per lungo tempo pur d’aiutare l’umanità.
Saranno ovviamente soprattutto le civiltà greche e romane, le più realiste e le più propense a giocare un ruolo importante anche nei confronti delle divinità quindi dal punto di vista spirituale, a fornirci le prove di quanto un mito possa aiutare la crescita sociale di una popolazione intera.

Indubbiamente il mito degli Argonauti e della conquista del Vello d'Oro ha infiammato la letteratura mitologica e l’immaginario collettivo per molti secoli: quale migliore esempio per dimostrare l’impatto sociale della disciplina.

Cosa c'è di più bello e interessante nel conoscere le avventure di Giasone e dei suoi  compagni/marinai/soldati/avventurieri che lo scortarono appunto sulla nave Argo.
Già Omero conosceva bene la storia che si doveva rifare al periodo miceneo, ma fu Apollonio Roio qualche secolo più tardi ad alimentarne il mito a dismisura nella sua opera "Le Argonautiche".
Gli Argonauti dovettero recarsi nella lontana Colchide per recuperare il Vello d'Oro, una pellaccia di montone consacrata a Zeus che l'aveva regalato ad Atamante, re dei Mini, la stessa genia dei nostri eroi e di Pelia, zio alla lontana dello stesso Giasone.
Da buon fratellastro Pelia aveva spodestato Esone, il padre di Giasone e si era impadronito del potere, ma era pronto a ritornare lo scettro al nostro eroe qualora egli avesse compiuto una grande impresa, appunto come quella di riportare il Vello d'Oro........
 Possiamo notare come il viaggio degli Argonauti sia abbastanza simile a quello di Odisseo (incontrano perfino la Maga Circe) a testimonianza che il mito dei commercianti/soldati/viaggiatori era sempre al primo posto nella mente dell'uomo comune del tempo.
A questo viaggio furono accreditati come partecipanti il fior fiore dell’aristocrazia del tempo, quasi fosse una prova dell’orgoglio smisurato dei nobili di misurarsi contro qualcosa ritenuto al di sopra delle possibilità umane del tempo, la loro baldanza irruente, ma anche la loro saggezza fece si che il viaggio si svolgesse però nel migliore dei modi.
Vediamo alcune figure di questi mitici eroi che accompagnarono Giasone nel suo peregrinaggio.
Primo fra tutti Eracle proveniente dall’Arcadia, dove a tempo perso aveva svolto una delle sue famose fatiche, poi i Dioscuri spartiati Polluce e Castore, sportivi eccellenti, Orfeo, mitico suonatore di cetra, Argo che costruì la nave stessa, Idmone l’indovino che conosceva il suo destino e vi andò incontro senza paura, Tifi il timoniere, uomo di grande esperienza nella navigazione e tanti altri: il gruppo era straordinariamente omogeneo e non s’ha notizia d’abbandono o ritiri o litigi, lavoravano tutti per la meta prefissa e questo avvalora la testi dei mercanti/marinai.

Come si diceva spesso, le analogie con la successiva Odissea sono impressionanti, non solo per i personaggi che si ritrovano da entrambe le narrazioni, ma anche per i luoghi famosi visitati e soprattutto quasi la stessa struttura temporale.
Ricordiamo che la nave Argo superò Scilla e Cariddi, si fermò nel paese dei Feaci, il cui re Alcinoo aveva caratteri psicologici simili a quelli dell'Odissea. un re saggio e al tempo stesso deciso.
A Creta gi argonauti trovarono Talos, un mostruoso gigante completamente in bronzo che doveva difendere l'isola dagli stranieri (e qui il ricordo va a Polifemo) con il punto debole nella caviglia che puntualmente si rivelerà la sua condanna.
L'unica vera differenza è che in quest’opera la coprotagonista diventa una donna, Medea, alla quale Afrodite ha dato "ampi poteri" per far crollare il cuore del protagonista Giasone che affrontò pericoli immensi, prove massacranti e sconfisse decine di nemici, ma si fece turlupinare da un filtro d'amore preparato dalla donna che lo rese suo schiavo....

Diamo un’occhiata ai territori toccati dal viaggio degli argonauti che a ben vedere non fu proprio una passeggiata anche dal suo versante occidentale.
Infatti, furono toccate la Libia ed il Golfo della Sirte in Africa, l’Italia (Ausonia), la Francia (le terre dei Celti) per la via del Mediterraneo seguendo poi il corso del Rodano fino all’alto Reno ed ai fantomatici Laghi Celtici (forse le attuali depressioni del Belgio o dell’Olanda).
Viceversa a oriente essi arrivarono senz’altro alle zone caucasiche e ai confini del Mar Caspio, passarono per l’intera Scizia che pressappoco doveva comprendere le grandi pianure danubiane e a sud il transito avvenne nell’Assiria e nella Frigia, per cui Creta e la Tracia dovevano sembrare poco più che delle scampagnate…..
Un viaggio del genere era con ogni probabilità quasi impossibile al tempo, almeno percorso tutto di seguito per innumerevoli ragioni d’ordine tecnico e pratico, senz’altro si può accettare l’idea invece che le terre siano state in qualche modo visitate in tempi diversi e da spedizioni diverse.

La mitologia nasconde ovviamente sempre una parte di verità e il viaggio dei nostri eroi è sicuramente una riproposizione in chiave leggendaria di qualcosa di più concreto e reale come appunto gli spostamenti di commercianti alla ricerca dei prodotti migliori.
La Colchide, zona a ridosso del Mar Nero, tra l'Anatolia e il Mar Caspio (più o meno l'attuale Georgia) da sempre è stata un territorio ricco di cereali, ma anche di tutti i minerali come oro, argento, stagno, rame e giocoforza veniva rappresentata come un regno desiderabile e meraviglioso, soprattutto per i mercanti che erano i veri eroi del tempo, sempre alla ricerca di nuovi posti in cui cambiare, vendere o comprare merci.
Siccome al tempo (siamo un centinaio d'anni prima della caduta di Troia) le tecniche estrattive non erano ancora conosciute, si soleva mettere come filtro delle pelli di montone sui depositi alluvionali auriferi per far depositare le particelle del prezioso minerale, questo con ogni probabilità generò la leggenda del Vello d'Oro.

 

 

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