Ottaviano Augusto tra atti giuridici e politica sociale

di Enrico Pantalone

 

Una volta sconfitto Lepido e Sesto Pompeo, Ottaviano Augusto restò o diventò l’unico difensore del territorio italiano grazie all’inserimento dei combattenti sconfitti attraverso l’uso di almeno quaranta legioni da muovere sullo scacchiere militare.
Ottaviano, differentemente dal suo padre adottivo Giulio Cesare, gestì la situazione con molta intelligenza e soprattutto cercò di non crearsi nemici nell’Urbe al momento del suo ritorno, rinunciò, infatti, al trionfo ma accettò solamente una “ovatio”, una celebrazione molto meno esigente dal punto di vista spettacolare, soprattutto egli decise di parlare pubblicamente sulle sue intenzioni e dettagliò le operazioni compiute durante il conflitto. Per questo egli scelse il Pomerium, cioè il luogo pubblico per eccellenza davanti alla plebe e ai senatori, quindi non nascose nulla a nessuno: alcuni storici dicono che ciò fosse ampiamente calcolato ma sicuramente egli dimostrò di tenere in considerazione la tradizione giuridica romana, in sostanza egli aveva già l’anima del principe riformatore.

Indubbiamente l’idea del principato nasce e si diffonde in Roma soprattutto quando l’ellenismo o comunque l’orientalismo diventa una filosofia di vita comunemente accettata soprattutto dalle classi dirigenti.

L’istituzione monarchica, infatti, da sempre è stata cara alle popolazioni greche e a quelle medio - orientali, appare quindi normale che si sia sviluppata anche nella capitale man mano che i suoi interessi, una volta sotto controllo l’occidente, tendevano a spostarsi verso la penisola anatolica, vero fulcro di questa politica.
Il principato aveva una sua logica propria nelle terre orientali perché gli accordi che si stipulavano con gli stati alleati richiedevano un unico interlocutore a capo di Roma, per le popolazioni di quelle terre semplicemente era inconcepibile il sistema del triumvirato elettivo o comunque il sistema repubblicano, così, data l’importanza strategica di quella regione non fu difficile trovare il modo di “comunicare” pubblicamente le intenzioni di un modello istituzionale che garantisse la continuità degli ordinamenti pur accentuando il potere nelle mani di una sola persona.

Mecenate fu uno dei principali interpreti nella capitale di queste “pubbliche relazioni” per spalleggiare Ottaviano Augusto, anche se Marco Antonio nutriva le stesse ambizioni, forte dei suoi successi politici e militari a oriente.

Entrambi erano pregni di una grande cultura ellenica fortificata certamente anche da motivi d’interesse personale perché i due contendenti ambivano a ergersi protettori soprattutto del territorio italico.

Indubbiamente gli antichi riti spirituali con la nascita del principato mischiavano spesso il pubblico con il privato, del resto proprio da questo periodo s’inizia a parlare di “Divo Augusto”, cioè di quel processo d’identificazione della massima espressione istituzionale con la religione.
Così, seguendo questo dettame troviamo sicuramente in questo periodo anche una pratica molto realistica della religione e dei suoi riti atavici.

La gente inizia a chiedersi e a parlarsi della natura della divinità, la filosofia soppianta in un certo qual senso la poesia o l’arte letteraria che in precedenza descriveva molto bene la presunta azione divina: in precedenza Giove o Marte intervenivano perché così era dato a conoscere e questo serviva all’intera popolazione, ora questo non basta più.

Ci vogliono così delle ragioni diverse, si cerca una verità nell’atto spirituale che si va a compiere.
Sostanzialmente nei tempi antichi il rito fungeva da protezione per un territorio e una società ristretti in cui si viveva essenzialmente di agricoltura, ora con i commerci e un immenso impero le cose cambiavano naturalmente…

Ottaviano Augusto interpretò bene la parte per la scelta che fece scegliendo il suo successore: intendiamoci, la legge vigente impediva, di fatto, come sappiamo, un vero e proprio passaggio ereditario, fatto superato tranquillamente con l'adozione che permetteva di trasmettere beni materiali e morali ottenuti dal Principe nella sua vita a una persona che avesse anche l'imprimatur dal Senato, concesso affinché il prescelto continuasse la sua opera di pacificazione ecumenica tra tutti i territori dell'immenso Impero Romano.
Nessuno o quasi nessuno discusse minimamente la questione come se ciò fosse la cosa più naturale dal punto di vista politico-sociale e probabilmente era stato il fervido periodo augusteo a dare impulso a questa nuova pratica che poi Vespasiano fece diventare ereditaria e trasmissibile per i propri figli.
In questo caso diventava assai importante l'ideologia che stava dietro alle scelte di Ottaviano Augusto, scelte che si richiamavano a valori quali provvidenza, salute, concordia, richiamate a gran voce attraverso interventi "divini" ad hoc che giustificassero le posizioni assunte e le richieste di mutamento istituzionale, perché di ciò si trattava.
Questo era possibile in termini pratici dato che Ottaviano allargava il discorso personale a tutta la sua dinastia giulio-claudia, preponderante quando si trattava di parlare della vecchia repubblica, del suo contesto e dell'allargamento di stampo universalistico concepito con il passaggio al principato.

Diviene così abbastanza logico che al suo interno fosse stato prescelto il successore in maniera insindacabile, partendo da presupposti di natura stoica probabilmente presenti nella società, quindi l'accettazione di certi principi come il bene dello stato e conseguentemente il declino dei magisteri preposti a mantenere vive le vecchie istituzioni ataviche.

Ottaviano fu così dichiarato dal Senato di Roma Augusto, cioè in poche parole santo (visto in chiave moderna) o sacro (visto in chiave antica), in sostanza circondato da un’aureola religiosa e spirituale.

Proprio grazie alla buona predisposizione difensiva sui confini settentrionali italici che metteva al riparo le popolazioni della Gallia Cisalpina dalle periodiche e dannose incursioni e scorribande da parte di varie tribù barbare del nord-est, Ottaviano andò ad aumentare la già ottima considerazione che di lui si aveva come difensore del nostro territorio.
Egli con intelligenza agì in modo da rendere coese tutte le popolazioni italiche che abitavano il territorio, o meglio ancora, lui faceva dello spirito di coesione sociale uno dei suoi “must” considerando che si veniva da una guerra civile la quale sostanzialmente aveva purtroppo creato delle indubbie lacerazioni e che avrebbe potuto avere anche pesanti ripercussioni sia sulla politica interna ma soprattutto su quella estera se non oggetto di contromisure adatte.

Sappiamo tutti che la storia, anche militare, è fatta certamente d’episodi che aiutano a determinare per esempio le vittorie sul campo o rispetto alla piazza.
Ottaviano Augusto ebbe dalla “sua” il Tevere che mai come nell’inverno 23-22 terrorizzò la popolazione distruggendo con il suo impeto e le piene buona parte delle riserve di grano destinate alla città, ma soprattutto contribuendo a creare un clima contrario alle istituzioni ritenute incapaci di trovare soluzioni idonee.

Era il passo decisivo per la fine del consolato e l’avvio del principato: Ottaviano non arrivò a capo delle sue truppe per ripristinare l’ordine come molti pure chiedevano perché rispettava la legge vigente, ma decise d’accettare il potere senza esercitare la dittatura come invece fu fatto nelle situazioni analoghe passate da altri pretendenti.
Questo militarmente lo rese molto forte perché furono accettate tutte le sue richieste, necessarie per ripristinare e rivitalizzare una città al limite del collasso.

Ottaviano Augusto in realtà fu un attento sorvegliante della vita pubblica e politica, più di quanto spesso si sia portato a pensare, amava controllare anche personalmente laddove fosse necessario e questo, di fatto, fece cessare ogni sorta di lotta civile interna.
Egli ridusse notevolmente le forze combattenti, ma operò una politica intelligente di ricollocazione delle legioni preso i confini in maniera da renderle stabili e permanenti: per la prima volta quindi si considerò anche l’aspetto economico delle spese militari che certo pesavano gravemente dal punto di vista tributario e questo non fece che rendere un servigio alla popolazione.
Prima di ogni intervento militare egli diede ordini precisi affinché fossero fatti tutti i passi diplomatici per evitare l’uso dell’esercito, con pressioni adeguate ma sagge come nel caso della controversia sul reggente dell’Armenia che fu scelto di comune accordo con i Parti, anche se tendenzialmente Tigrane III fu un principe filo-romano.

Ottaviano Augusto stesso ricoprì la carica di magistrato per le strade di comunicazione ed è per questo ricordato come esecutore di molte ristrutturazioni e ampliamenti delle vie che servivano sia per lo spostamento delle legioni attraverso il territorio italico sia per quello dei mercanti ovviamente.
Augusto, di fatto, fece eseguire lavori ovunque e su tutte le strade che dunque portavano a Roma: molte pietre miliari lo ricordano.
Il prestigio del magistero che ne derivava era quasi pari a quello di una grande impresa bellica riuscita e spesso lo spettacolo dell’inaugurazione d'una galleria, di un terrapieno, forniva il pretesto per ottenere acclamazioni popolari.

Dal punto di vista pratico Ottaviano ricopriva due funzioni nell’ordinamento statale: era proconsole e tribuno della plebe, in pratica accomunava con sé come diremmo oggi le istanze sia della maggioranza che dell’opposizione, per questo nessuno mise in dubbio che la sacralità gli spettasse se non per diritto almeno per opportunità.
Analizziamo bene anche queste due cariche: come proconsole egli era a capo di tutte le province rivolte ai confini e, di fatto, questo lo faceva anche capo di tutte le forze armate perché le truppe erano dislocate solamente nelle province, quindi egli solo poteva muovere le legioni mentre come tribuno della plebe aveva tanti e tali poteri da poter dirimere accuratamente tutte le prassi giuridiche nell’Urbe oltre ovviamente che a poter convocare i consueti ordini.
Proprio dal tribunato della plebe egli eredita, di fatto, la sacralità, perché da questa posizione egli è inviolabile e superiore a ogni altro magistrato presente nella repubblica, con o senza collegialità cui oramai tutto il popolo romano aveva rinunciato per modificare l’assetto istituzionale, da questo momento ogni principe sarà Augusto, cioè sacro alla popolazione parte del grande territorio.

L’organizzazione urbana sotto Ottaviano Augusto e ovviamente sotto i suoi successori prossimi doveva rispondere senz’altro a preoccupazioni di carattere politico da un lato e di carattere amministrativo dall’altro: dire quale era ritenuto il più importante non solo è impossibile tecnicamente, ma sarebbe un problema di poca importanza.
Infatti, la preoccupazione politica nasceva dal fatto che l’imperatore, il principe, esigeva che la sua figura fosse avvicinata a quella di un maestro nel far creare i presupposti architettonici migliori e nel frattempo egli stesso aveva da fare i conti con una burocrazia elefantiaca (non presente al tempo repubblicano) che aveva le proprie esigenze di spazio architettonico.
Oltre a ciò, e sarebbe già abbastanza per chiunque, Ottaviano Augusto doveva mantenere anche una certa prudenza nel citarsi come maestro, perché una cosa era farlo nell’Urbe, una cosa era spaziare nel vasto territorio imperiale, dove la richiesta di servizi pubblici ed organi urbani erano in continuo aumento e determinavano malcontento se non realizzati.

 

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