Abitazioni, crolli, incendi e piene a Roma

di Enrico Pantalone

 

 

Sia in età repubblicana che imperiale le piene del Tevere erano temutissime, perché nel maggior numero dei casi portavano a smottamenti, erosione e sprofondamento di case e soprattutto palazzi costruiti spesso sugli argini e con sistemi certamente non idonei per costruzioni che avevano diversi piani e giocoforza dovevano essere molto "leggere" con laterizi friabili, di scarsa fattura dovuti a speculazioni edilizie decisamente imperanti.
Il buon Strabone inveiva contro questo andazzo chiedendo case più sicure per i cittadini ed argini decenti per ovviare almeno in parte alle piene, ma da quello che sappiamo la sua rimase una richiesta mai supportata o presa in esame da chi amministrava l’Urbe: sarebbe interessante poter disporre di documenti che attestino eventuali lavori nel periodo ma io onestamente non ne ho conoscenza.

Consideriamo che le piene disastrose in età repubblicana , cioè quelle devastanti, secondo gli studiosi, furono mediamente tra 4 e 6 per secolo, peraltro tutte normalmente molto ravvicinate, pensiamo ai periodi come quello tra il 196 ed il 181 dove ve ne furono ben cinque che distrussero le parti più a rischio dell’Urbe, ma già nel secolo precedente ve ne furono quattro tra il 241 ed il 202 altrettanto fatali.
Per contro verso la fine dell’età repubblicana e fino all’avvento di Ottaviano, il Tevere sembrò aver concesso una tregua in regione dei gravi avvenimenti politici o forse storici e letterati non tennero in gran conto eventuali catastrofi bene impegnati come’erano a raccontare altri argomenti, fatto sta che giusto per “dare una mano” all’introduttore del principato il fiume decise d’invadere in maniera decisamente distruttiva il Foro tra il 29 ed il 28 aC il che costrinse i nemici dell’Augusto a trovare presto un patto di concordia per rimediare al disastro.

Consideriamo in generale il problema come estremamente grave soprattutto nella Roma Imperiale, quella da Augusto in poi, con la sua urbanizzazione selvaggia nelle insulae fatta di costruzioni instabili e poco resistenti all’acqua travolgente delle piene, la città aveva almeno un milione d’abitanti quindi una disastro in questi termini provocava anche uno spostamento di molta gente da una zona all’altra in città nella ricerca di un’abitazione diversa, le conseguenza sociali sono ampiamente descritte dagli storici del tempo.
La città appariva così decisamente vulnerabile nel suo assetto architettonico e urbanistico molto più di quanto normalmente non siamo portati a pensare, specialmente se nello stesso periodo oltre ad una piena v’era pure qualche scossa tellurica o qualche incendio che ampliavano i disagi oltremisura.
Nel dopo catastrofe prevaleva l’aspetto più propriamente religioso di fronte a quello economico, l’aver salva la vita aveva un valore maggiore rispetto al danno subito, questo è un fattore che probabilmente dava un maggior forza nell’affrontare la situazione contingente, aiutava le autorità e permetteva di mettere a punto strategie di ricostruzione senza affanni.

Sicuramente uno dei problemi maggiori riguardanti l’urbanizzazione del territorio cittadino in era imperiale (ma anche repubblicana...) era costituita anche dagli incendi, frequentissimi, anzi spesso diversi in un’unica giornata (Ulpiano ne testimonia gli avvenimenti) e nel contempo certamente non banali, con risvolti drammatici e distruzione certa piuttosto pesante.
Certo l’uso della lampade ad olio, delle candele e dei bracieri non poteva certamente che alimentare questi disastri visto le costruzioni tipiche dell’epoca, attaccate l’un l’altra e su più piani tra le vie cittadine: questo pesava indubbiamente nell’economia giornaliera, visto anche la carenza d’acqua ai piani alti delle abitazioni e comunque d’una qualsiasi attrezzatura che potesse aiutare a domare l’incendio sul nascere.
Anche il crollo dell’abitazione rappresentava un momento particolarmente intenso e grave, come abbiamo visto in precedenza, bastava che il Tevere fuoriuscisse per un semplice piena che le abitazioni dei quartieri bassi iniziavano a tremare drammaticamente oppure ad affondare nel terreno, che fine facessero gli abitanti delle stesse è abbastanza scontato, il materiale utilizzato non era certamente adatto ad offrire resistenza, ma soprattutto si pensa all’altezza che aumentava indubbiamente la fragilità della struttura.

Strabone insorge spesso chiedendo case più sicure e più confortevoli, ma nessuno si sorprende in quel periodo più di tanto rispetto a questi avvenimenti, la gente vive giornalmente oramai senza un paura recondita, è pronta ad accettare le conseguenze più gravi.
Il problema è soprattutto di mettere in relazione l’aumento delle disgrazie alla speculazione edilizia che colpì l’Urbe nei primi secoli dell’Impero, il che non permetteva di stare a pensare ai sistemi tradizionali di costruzione per rispondere rapidamente alla domanda eccezionale, così s’usavano laterizi scadenti, che probabilmente avrebbero retto bene o male una casa normale non certo un palazzo a più piani.
Nel medioevo non v’era più la necessità di speculazione, ahimè, la gente era molto meno e le città non avevano l’affollamento di Roma Imperiale per cui i problemi in questi secoli crollarono di schianto, poi con ogni probabilità non v’erano solerti personaggi che riportavano i fatti e tenevano accurate schedature dei disastri….

Un’ultima annotazione riguarda quella parte dell’archeologia spesso “dimenticata” relativa ai ritrovamenti subacquei di materiale evidentemente trascinato dalla furia degli agenti atmosferici.

Questo dimenticanza si ha forse perché si tratta di specializzazione nella specializzazione, vuoi perché scendere di parecchi metri sotto il pelo dell’acqua mette più paura che scendere in loculi angusti e pericolosi almeno quanto i primi, vuoi perché la gente ama più usare la “paletta ed il secchiello” in una specie di rito ancestrale, fatto sta che spesso ci si dimentica che il processo “storico” architettonico ed anche geologico è fatto anche d’inondazioni e sconvolgimenti tellurici che coprono vaste pozioni terreno urbano certamente importanti per studiare a fondo l’evoluzione di una società.
Non dobbiamo neppure dimenticare a questo proposito anche le barche che navigavano il Tevere e che durante le alluvioni o i disastri sismici stazionavano in città: anch’esse erano colme di manufatti, marmi, vasi, parti di statue che spesso incontrando gli stessi problemi delle abitazioni affondavano, andando a rimpolpare il tesoro che poi si sarebbe ritrovato quasi intatto successivamente.
Insomma il disastro naturale era all’ordine del giorno sul territorio urbano romano, non per questo la vita aveva uno svolgimento differente da quello di altre città, la gente era a conoscenza della forza della natura impetuosa e travolgente, non era dunque contro di essa che si rivolgevano le lagnanze ma contro le speculazioni edilizie che venivano permesse e che non venivano sanate se non a posteriori, una storia forse comune alle grandi civiltà nei secoli..

 

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