«Pompei»

Romanzo storico di Robert Harris, Arnoldo Mondadori Editore

 

Recensione a cura di Giampiero Lovelli

 

L’autore inglese, un tempo giornalista, ha pubblicato diversi romanzi di successo (come ad esempio «Fatherland» nel 1992, «Enigma» nel 1996 e «Archangel» nel 1998, oltre ad una celebre trilogia su Cicerone). Nel 2003 venne dato alle stampe il suo primo romanzo storico «Pompei», che ha riscosso un discreto successo. L'Enciclopedia Britannica afferma che un romanzo si definisce storico quando: «è ambientato in un'epoca storica e intende trasmetterne lo spirito, i comportamenti e le condizioni sociali attraverso dettagli realistici e con un'aderenza (in molti casi solo apparente) ai fatti documentati. Può contenere personaggi realmente esistiti, oppure una mescolanza di personaggi storici e di invenzione».

Robert Harris spiega brevemente al lettore alcuni elementi della vulcanologia, come i Romani frazionassero il giorno in dodici ore e la notte in otto veglie, quali fossero i nomi dei giorni della settimana, all’incirca quando spuntasse il sole nella quarta settimana di agosto del 79 d.C. sul golfo di Napoli. Il romanzo sa avvincere i lettori sin dalle prime righe. Da leggere più di una volta e non solo per una migliore conoscenza della vita ai tempi degli antichi Romani, ma perché fa comprendere come la malvagità umana, l’ingordigia, l’avidità, la superbia e la lussuria non hanno età né epoca e come il Male, sotto diverse forme, possa stravolgere la vita degli uomini. Ci si sente realmente catapultati nel passato. Il romanziere prendendo per mano il lettore, lo porta a conoscere le più famose località del golfo di Napoli e le loro maggiori peculiarità, in particolar modo Pompei (fiorente per i suoi commerci leciti ed illeciti). Nell’opera vi sono due uomini vissuti realmente: Plinio il Vecchio, che volle osservare il più vicino possibile l'eruzione e Numerio Popidio Ampliato (menzionato sulla lapide del Tempio di Iside a Pompei).

Il protagonista del libro è l’ingegnere idraulico Marco Attilio Primo (uomo integerrimo) che il 22 agosto del 79 d.C., due giorni prima dell’eruzione del Vesuvio, diviene sovrintendente dell’«Aqua Augusta», un grande acquedotto che porta acqua a Pompei e ad altre otto città del golfo di Napoli. Esomnio (siciliano, che aveva preceduto Marco Attilio in questo incarico), sembra essersi volatilizzato proprio nel momento in cui l'acquedotto registra delle perdite, determinando una notevole diminuzione della provvista di acqua presente nella enorme vasca di Miseno. L’ingegnere aveva perduto il padre in età adolescenziale e si era ammogliato con Sabina, che era deceduta a 22 anni di parto a causa di una emorragia (situazione frequentissima in epoca preindustriale). Nella lussuosa villa Ortensia, di proprietà di Numerio Popidio Ampliato ex schiavo liberato, che era diventato un uomo ricco e possedeva un allevamento ittico, i pesci di maggior valore che allevava erano le triglie di scoglio. Proprio il 22 agosto tutte le triglie presenti nell’allevamento periscono e si incolpa lo schiavo di Ampliato, Ipponace, di averle fatte morire. Il padrone stabilisce che lo schiavo morirà, divenendo cibo per le murene. La madre, che è impiegata nelle cucine di Ampliato, si rivolge alla figlia di Ampliato, Corelia (una ragazza graziosa), evidenziando l’innocenza di suo figlio (il quale suppone che l’acqua sia infetta e che sia necessario rivolgersi al sovrintendente dell’acquedotto). Corelia e la madre raggiungono Marco Attilio e lo pregano di raggiungere la villa per stabilire quale fosse lo stato dell’acqua. Quando sopraggiungono lo schiavo è oramai deceduto. Attilio controlla le condutture dell’acqua e percepisce un fortissimo odore di zolfo nell’acqua. L’ingegnere ritorna all’acquedotto e rimane sorpreso nello scoprire che anche nelle condutture dell’ acquedotto c’è un forte odore di zolfo. Nel frattempo giungono due cavalieri da Nola e da Napoli per informare che non arriva più acqua nelle loro città. Le otto città in cui è presente l’acquedotto sono senza acqua, tranne Pompei, dove l’acqua c’è ancora. Attilio, pur non avendo il beneplacito di Plinio, l’ammiraglio della marina, decide di chiudere il bacino di riserva che è allocato nei pressi del porto di Misero e nota che ancora non è presente zolfo all’interno. Poi raggiunge Plinio, che è venuto a sapere da Corace che l'«aquarius» con grande determinazione ha voluto chiudere la «piscina mirabilis» senza alcuna autorizzazione. In un primo momento Plinio è molto arrabbiato, ma successivamente promette una nave ad Attilio affinchè il giorno dopo possa andare a Pompei per constatare quale sia la situazione. La sera l’ingegnere va alla villa Ortensia e cerca di trovare Corelia, ma alla villa trova solamente la madre dello schiavo ucciso, che lo informa che la famiglia di Ampliato non è più lì. Alle 6 del mattino seguente (il giorno prima dell’ eruzione) Attilio s’imbarca sulla nave Minerva, che gli è stata fornita da Plinio e qui ascolta tante dicerie su Ampliato. Molti uomini non sanno spiegarsi come sia stato possibile che un ex schiavo sia divenuto così ricco. Diciassette anni prima, quando regnava Nerone, un forte terremoto colpì Pompei, molti la abbandonarono poiché era in condizioni disastrose, invece Ampliato furbescamente e con poco denaro si impossessò delle ville in rovina e successivamente le mise in vendita. Roma inviò un uomo per controllare, ma venne corrotto da Ampliato. Giunto a Pompei l'«aquarius» nota come la città sia in festa e siano pronti i sacrifici per il dio Vulcano. Attilio raggiunge il «Castellum Aquae», una vasca realizzata con mattoni rossi. Mentre controlla il «Castellum» s’imbatte in un ragazzo cieco, Tirone, il custode, che afferma di impiegare l’ udito per determinare quanta acqua vi sia ed evidenzia che da diversi giorni le acque sono più abbondanti. Attilio, pertanto, decide di raggiungere la casa del capo edile Popidio (l’ex padrone di Ampliato), e durante il tragitto Tirone lo informa che Esomnio aveva ammesso al ragazzo di essere molto preoccupato per i terremoti frequenti. Giungono alla villa di Popidio, che si diverte con alcuni nobili, i quali non desiderano aiutare l’ingegnere, affermando di voler realizzare un guadagno tenendo conto che solo Pompei possiede l’acqua. Ampliato, invece, non avendo in alcuna considerazione il volere dei nobili, desidera fornire l’aiuto richiesto per mettere a posto l’ acquedotto. Ampliato porta l'«aquarius» ad ammirare le nuove terme che sta per terminare di fronte al «Castellum» e fa di tutto per corromperlo, oltre a concedergli tutto ciò che è necessario per riparare l’acquedotto e 12 schiavi. Ritornando in strada Attilio s’imbatte in Corelia, che è infelice  perchè promessa in sposa al vecchio e grasso Popidio. Ampliato fa preparare un banchetto (intorno alle 14), dove il piatto forte è una murena gigantesca, la stessa che aveva fatto a pezzi e mangiato lo schiavo di Miseno. Ampliato appare proprio come Trimalcione, uno schiavo liberato attore principale di una satira di Petronio (un nobile  che derideva i nuovi ricchi. Nerone gli aveva imposto di suicidarsi prima che si prendesse gioco anche di lui). Durante il banchetto uno schiavo consegna ad Ampliato una cassetta di legno in cui sono posti alcuni piccoli papiri arrotolati sui quali erano evidenziati dei numeri in colonna. Ampliato accoglie il servo con la cassetta in giardino. La figlia Corelia ascolta che l’ uomo e il padre discutono del problema «Marco Attilio». In seguito mentre tutti raggiungono il Foro per osservare i giochi in onore del dio Vesuvio, Corelia vomita per restare  sola in casa e si appropria dei papiri che si trovavano nella seconda cassaforte del padre (ne aveva 3). Dopo a cavallo si dirige verso il Vesuvio. L’ingegnere va di nuovo al «castellum», dove l’aspettano i 12 schiavi inviati da Ampliato e capeggiati da Brebice, un ex gladiatore con un vistoso tatuaggio raffigurante un serpente sul braccio. Verso le nove s’incamminano per giungere sul Vesuvio e Brebice racconta che una leggenda afferma che sulle pendici del Vesuvio vivono dei giganti che possiedono voci di tuono. Camminando giungono ad una vasca di sedimentazione (erano 12 lungo il tragitto, una ogni 6 chilometri e venivano utilizzate per rallentare il passaggio dell’ acqua e far depositare possibili detriti). Il gruppo riprende il cammino, quando all’ improvviso un forte boato fa tremare la terra e l'«aquarius» scopre un lago artificiale formatosi con l’ acqua fuoriuscita dall’ acquedotto. Gli schiavi decidono di bagnarsi nelle acque del lago, per sopportare meglio il gran caldo. Attilio aperto il tombino, scende nella galleria sotterranea dell’ acquedotto grazie ad una fune, scopre che vi è un forte odore di zolfo, ma la cosa eccezionale consiste nel fatto che la base del condotto si è alzata per qualche motivo non conosciuto, determinando una crepa nella parete della galleria da cui era venuta fuori l’ acqua che aveva creato il lago artificiale. L’ingegnere, determinato nel porre rimedio al guasto, scende nuovamente nella galleria ma l’ acqua lo travolge. Fortunosamente si mette in salvo e anche l’acqua riprende a scorrere normalmente nell’acquedotto, mentre l’odore nauseabondo di zolfo improvvisamente non è più presente. Venendo fuori dall’ acquedotto sopraggiunge Corelia, che gli fa vedere i papiri. Il più vecchio non è altro che la mappa dell’ acquedotto (sono evidenziati Pompei e il Vesuvio, su diversi papiri vi erano conti pagati), mentre in alcuni papiri, redatti in greco e in latino, sono presenti narrazioni sulle eruzioni del Vesuvio accadute molti secoli prima e di come le terre di Catania risultassero molto più fertili dopo che l’ Etna avesse eruttato (Quei documenti però non apparivano redatti da Esomnio, ma piuttosto copiati da alcuni libri. Esomnio era siciliano, originario di Catania). All’alba l'«aquarius» prega una Corelia riluttante di tornare a casa e raggiunge Miseno per dare la buona notizia all’ammiraglio di aver localizzato il guasto. Plinio il giorno precedente si era accorto delle vibrazioni del Vesuvio e annotava ogni scossa. Intanto Ampliato scopre che qualcuno si era impossessato dei suoi papiri (infatti poneva sempre un cappello nel cassetto e così si accorgeva se qualcuno l’ avesse aperto, era un trucco che gli aveva insegnato il suo padrone). Attilio desidera raggiungere la cima del Vesuvio sia per curiosità e sia per conoscenza ed arrampicandosi sente per l’ennesima volta l’odore di zolfo. Quando è sul cratere si accorge della presenza del cadavere di Esomnio, deceduto con molta probabilità per i gas tossici provenienti dalla montagna. Nel guardare il cadavere nota che Corace con un pugnale vuole ucciderlo, lo insegue lungo il cratere del vulcano ma poi viene ucciso anch'egli dalle esalazioni. Ampliato intanto è nella villa mentre giunge Corelia, che lo incolpa di essere un volgare truffatore e gli fa vedere i papiri. Lui immediatamente chiude a chiave la figlia nella sua stanza. Subito dopo si assiste ad una violenta scossa di terremoto e molte persone abbandonano Pompei perché piovono sassi di varie dimensioni. L’ingegnere riprende la via per Miseno e giunge appena in tempo. Infatti l’ammiraglio dal suo terrazzo ha notato il fumo fuoriuscire dal Vesuvio e desidera con la sua nave osservare il più vicino possibile il fenomeno naturale. L'«aquarius» e Plinio si imbarcano sulla «Minerva» e l’ammiraglio comanda che tutte le navi  disponibili della sua flotta raggiungano il golfo di Pompei per portare aiuto alla popolazione. Mentre la nave è nelle acque antistanti Ercolano piovono sulla «Minerva» sassi di pietra pomice. Il timoniere,  il corpulento Torquato, ripete in continuazione che è pericoloso avvicinarsi alla costa ed è meglio prendere il largo, ma Plinio vuole osservare quella minacciosa tempesta di pietre da vicino. La nave riceve numerosi sassi di pietra pomice e pertanto tutti si rifugiano sotto coperta. La «Minerva» riesce a raggiungere Stabia, località posta a circa 5 chilometri da Pompei. Sulla spiaggia sono presenti persone in fuga dalla città che pensano di trovare scampo raggiungendo il mare. Attilio va a Pompei, superando ogni tipo di difficoltà e riesce a trovare Corelia col padre, la madre e il fratello. Ampliato gli prospetta grossi guadagni con l’acqua dopo il terremoto, mentre l’ingegnere evidenzia come sia assolutamente necessario scappare via da lì al più presto. A questo punto Ampliato comanda ad un suo schiavo di ammazzarlo, ma Corelia coraggiosamente facendo uso di una torcia è in grado di proteggerlo. I due si allontanano verso il Vesuvio, trovando riparo nelle gallerie dell’acquedotto. Gli altri, al contrario, perdono la vita, compresi Ampliato e l’ammiraglio Plinio che fino all’ ultimo annoterà alcune caratteristiche del fenomeno, mantenendo la stessa vitalità di quando era un giovanetto. L'«Aqua Augusta», dopo i lavori di riparazione eseguiti dall’ ingegnere, rimarrà in funzione ancora per diversi secoli.

Nel 2007 venne preannunciato la realizzazione di un film per il cinema basato sul romanzo, che avrebbe avuto Roman Polanski come regista. La sceneggiatura fu opera dello stesso Polanski in stretta collaborazione con lo stesso Harris. Per gli attori si proposero i nomi di Orlando Bloom, che avrebbe interpretato Marco Attilio, e Scarlett Johansson come controparte femminile. Però a causa dello sciopero degli sceneggiatori nel 2007-2008 la produzione venne interrotta e, successivamente, a motivo dei continui aumenti di spesa, annullata in maniera definitiva. Passati diversi anni dalla cancellazione della pellicola cinematografica, nell'aprile 2010 venne dichiarato che la Sony Pictures Television, la Tandem Communications e la Peace Out Productions avrebbero prodotto una miniserie televisiva della durata di 4 ore. La miniserie venne pomposamente proposta al festival di Cannes del 2010.

Il giudizio non può che essere sostanzialmente positivo sul libro sul quale si è discettato fino a questo momento. Il linguaggio è semplice, scorrevole e comprensibile. Il rigore storico dell’autore non viene mai meno e non può essere messo in discussione. Un romanzo meritevole di una discreta attenzione che consiglio di regalare a coloro che sono interessati alle civiltà antiche, in particolare a quella romana.

 

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