POPOLAZIONE, CITTA' E CAMPAGNE IN SICILIA TRA ROMANI, GERMANI E BIZANTINI (II – VII sec. d. C.)
di Ignazio Burgio

(tratto dal sito dell’autore CATANIACULTURA)

 

Sin dalle Guerre Puniche la Sicilia ha iniziato a scontare la colpa di trovarsi nella posizione più strategica del mare più strategico del mondo, cioè il Mediterraneo. Sia i Romani, sia dopo le invasioni barbariche anche i Vandali, i Goti ed i Bizantini hanno preso di mira pure l'eccezionale fertilità del suo suolo vulcanico, generoso in tutti i prodotti agricoli. Le invasioni ed i movimenti di popoli in Sicilia dal tardo impero romano fino alle prime scorrerie saracene nel VII sec. hanno condotto anche a risultati paradossali a livello religioso e linguistico, primi fenomeni di quella vera e propria "violenza culturale" che la sfortunata isola al centro del Mediterraneo avrebbe subìto nei secoli successivi.

In quanto provincia e dunque territorio al di fuori dell'Italia ma troppo vicina alla penisola, la Sicilia greca e punica era già abituata sin dalla sconfitta di Cartagine al dominio dei nuovi signori romani, rassegnandosi sia al suo ruolo di granaio per la plebe dell'Urbe, sia ad acquisire un ruolo più marginale e subordinato non solo politicamente ma anche economicamente. Ma a quanto pare non culturalmente, poiché se la latinizzazione si fece sentire anche nell'isola, ancora nei primi secoli dopo Cristo gran parte della popolazione continuò a parlare greco, a praticare i culti orientali e a rivendicare per quanto possibile una propria autonomia nelle questioni locali. Episodio significativo fu quanto avvenne nella ex polis di Catania intorno al 164-166 d. C. e ricordato da un'iscrizione (in lingua greca) che attesta una contesa fra gli amministratori autoctoni della città (i decurioni) e le autorità romane - il “curator rei publicae” ed il procuratore imperiale - in merito alla gestione di certi beni municipali. Il fiero attaccamento alla lingua, alle tradizioni ed all'identità storica del proprio passato - come un po' dovunque in Italia e nel resto dell'Impero - aveva certamente anche il significato di una sorta di resistenza culturale alla totale subordinazione alla signoria romana, nonostante nell'isola non mancassero ad esempio vasti latifondi (coltivati o lasciati a pascolo) di proprietà dell'imperatore o di molte ricche famiglie senatorie dell'Urbe (una di queste, la “Massa Calvisiana” nella parte meridionale della Sicilia si stima potesse raggiungere un'estensione di 250 Km quadrati). Anche le proprietà più vaste in Sicilia tuttavia – come sottolineato da più di uno storico – venivano sfruttate al di sotto delle loro reali possibilità produttive, in quanto contrariamente che in altre parti dell'Impero, i loro proprietari si preoccupavano sostanzialmente che non andassero in perdita, senza effettuarvi investimenti e migliorìe significative, accontentandosi di quanto poteva offrire la naturale fertilità del terreno siciliano (che in realtà già di per sé era notevole). L'assenza in Sicilia di eserciti stanziali e dunque di un'intensa circolazione monetaria impediva quello stimolo ad investire per migliorare la produttività agricola, come al contrario nel caso delle province “inquiete” o di confine - la Germania renana, la Gallia - ecc. dove i numerosi soldati spendevano le loro paghe nelle vicine città.
L'originario atteggiamento di gelosa difesa della propria lingua e identità greca era destinata tuttavia a soccombere in Sicilia, come altrove, a causa di una ancor più potente e travolgente forza culturale come quella del cattolicesimo romano. L'arrivo e la diffusione del Cristianesimo nell'isola è storicamente documentato perlomeno sin dal III sec. (epoca ad es. anche della condanna e del martirio dell'aristocratica giovinetta Agata - nome greco ! - a Catania intorno al 250 d. C.), ma dopo l'editto di Costantino nel 313 i cristiani dell'isola siciliana dipesero dalla Chiesa di Roma che se ne assunse anche la cura della totale evangelizzazione. La latinizzazione di lingua e costumi andò ovviamente di pari passo con la conversione spirituale, e nell'arco di un paio di secoli, entro la fine del V sec. o inizio VI, la popolazione siciliana venne completamente romanizzata, per poi cadere in vicende paradossali come vedremo.
Ma oltre a possedere le anime siciliane la diocesi dell'Urbe godeva anche di estese proprietà fondiarie nell'isola come del resto anche la Chiesa di Ravenna e quella di Milano. Quest'ultima certamente aveva ereditato le proprietà che la famiglia del vescovo Ambrogio, quella degli Aurelii, aveva molto probabilmente proprio nel territorio di Catania, motivo - secondo alcuni autori - della diffusione del culto di S. Agata nella metropoli lombarda.
Allorchè nel 332 Costantino stabilì che il grano egiziano dovesse servire per la sua nuova città sul Bosforo, le riserve cerealicole di Sicilia e d'Africa assunsero di colpo una fondamentale importanza per l'approvvigionamento dell'Urbe e dell'Italia in genere, e l'isola venne considerata non soltanto come prezioso granaio ma anche come strategico ponte di comunicazioni marittime - civili e militari - verso le ricche regioni africane. Ciò tuttavia era anche un fattore di debolezza e precarietà, come si vide allorchè i Vandali di Geiserich, dopo aver invaso la Gallia insieme ad altre centinaia di migliaia di Germani nel 406 d. C. attraversata la Spagna riuscirono a conquistare l'Africa e ad instaurarvi un regno indipendente dal controllo delle istituzioni romane. La perdita del prezioso grano africano prima, e subito dopo anche di quello siciliano con la conquista vandala dell'isola nel 440 (ma forse in realtà limitata solo al versante occidentale) furono causa non ultima della profonda crisi politico-militare in cui precipitò la stessa penisola italiana: i Vandali diventati una superpotenza navale, con la loro pirateria bloccarono tutte le comunicazioni marittime nel Mediterraneo occidentale, respinsero le flotte inviate contro di loro dai due imperatori d'Oriente e d'Occidente e saccheggiarono la stessa Roma. Il generale Sciro Odoacre ed i mercenari germani in Italia, senza grano e senza risorse finirono così per esautorare la stessa figura dell'imperatore d'Occidente. Odoacre si preoccupò subito di garantire all'Italia il grano siciliano, “affittando” - per così dire – la Sicilia in cambio di un regolare tributo ai Vandali suoi proprietari, assicurandosi così il consenso da parte dei romani e dei germani presenti nella Penisola. Ma non certo dell'imperatore d'oriente Zenone che guardando con poca simpatia l'eccessivo potere del generale sciro in Italia gli inviò contro un altro barbaro: Teodorico, con tutti i suoi Goti. Nel 493 il fiero Amal riuscì ad entrare a Ravenna e dopo aver finto di accordarsi con Odoacre, dopo qualche giorno lo tagliò in due con la sua spada.
Rimasto unico signore dell'Italia, l'antico centro del mondo, Teodorico si lascia suggestionare e coltiva un sogno: restaurare l'Impero nella sua integrità, ma non più un impero “romano” bensì “gotico”, sotto la sua sovranità naturalmente. Così mentre i suoi corrotti amministratori opprimono con tributi e angherie la popolazione italiana, restaura gli edifici romani, i monumenti dell'antica gloria e gli acquedotti per le necessità dell'Urbe: ma paradossalmente intorno al 507 sollecita invano i ricchi cittadini di Catania a costruire delle mura intorno alla città, suggerendo di smantellare il gigantesco anfiteatro romano (!). In tempi tornati relativamente tranquilli dopo il caos barbarico del secolo precedente, contro chi avrebbero dovuto dare protezione quelle mura ? Contro gli ex pirati vandali d'Africa, ormai acquietatisi da qualche decennio (ma ai quali Teodorico non aveva più voluto versare il regolare tributo di Odoacre per la Sicilia) ? Contro una possibile invasione bizantina (che preveggenza!) ? O forse soprattutto contro possibili sommosse degli stessi siciliani contro gli amministratori goti ? Fatto sta che nel 522 Teodorico deve inviare un esercito in Sicilia per domarvi una rivolta probabilmente a causa delle imposizioni spesso arbitrarie dei corrotti funzionari regi. Una questione di cui si ricorderanno i siciliani quando Belisario porterà il suo esercito nell'isola. Negli ultimi anni della sua vita il sovrano goto si sente circondato da spie bizantine, diventa sospettoso nei confronti dei suoi stessi consiglieri come Simmaco, Albino e Boezio che fa condannare a morte, e medita di spedire anche una grande flotta contro la stessa Costantinopoli. Ma nell'estate del 526 dopo aver tentato di abolire papato e cattolicesimo in favore dell'arianesimo, sua religione, muore in circostanze sospette presentando tutti i sintomi dell'avvelenamento. Negli ambienti cattolici di Roma si diffonde la leggenda che l'anima del sovrano subisca la pena ultraterrena nel fuoco vulcanico delle Eolie. La grande spedizione navale contro Costantinopoli sognata dal sovrano ostrogoto verrà realizzata dieci anni dopo, ma in senso contrario, dal nuovo Imperatore d'Oriente Giustiniano.

Se i risultati culturali di questa figura storica, in primo luogo la poderosa riorganizzazione del diritto romano nel Corpus juris civilis sono stati generalmente apprezzati dalla critica storica, le imprese militari sono state al contrario giudicate male da più di uno storico, come il grande bizantinista Charles Diehl, che accusa l'imperatore costantinopolitano di aver gettato nell'impresa di riconquista dell'Occidente mediterraneo eccessive risorse finanziarie e vite umane, indebolendo così la stessa Pars Orientis e rendendola più esposta alle successive minacce di Avari, Slavi, Persiani e Arabi.
Ma nel VI sec. tanto il regno africano dei Vandali quanto quello Ostrogoto in Italia – nei quali i cittadini romani e cattolici venivano penalizzati dai Germani di fede ariana - venivano visti da Costantinopoli come una minaccia latente, tanto più che essendosi acquietati i pirati vandali già alla fine del V sec. i commerci erano tornati a farsi intensi anche nel Mediterraneo Occidentale e ciò avrebbe potuto accrescere la loro potenza militare. Queste medesime ricchezze sarebbero state poi certamente utili per Giustiniano che avendo raggiunto un costosissimo accordo con la Persia Sassanide in cambio di una pace perpetua ad Oriente aveva necessità di rifarsi contro i più deboli regni germani ed ariani di Occidente. Il prezioso grano africano e siciliano, in particolare, avrebbe poi potuto costituire un'ulteriore garanzia oltre al grano egiziano per foraggiare e mantenere docile la turbolenta popolazione di Costantinopoli che proprio nel 532 nel corso di una violenta e sanguinosa rivolta (la cosiddetta rivolta di Nika) aveva minacciato il suo stesso trono.
Nel 533 spedisce Belisario con quindicimila soldati su cinquecento navi da trasporto, protetti da 92 navi da guerra veloci (dromoni). La vedova del defunto Teodorico, Amalasunta, reggente per conto del figlioletto Atalarico, ci tiene a mantenere ottimi rapporti coll'Imperatore e concede che le navi facciano sosta in Sicilia, a Caucana (oggi Punta Camarina, in provincia di Ragusa), un piccolo porto commerciale il cui molo non è stato ancora scoperto, probabilmente perchè oggi coperto dal mare. Poi dopo che lo storico Procopio di Cesarea al seguito della spedizione torna da Siracusa con notizie utili sulla situazione in Africa, l'imponente flotta fa vela verso sud. Il regno africano dei Vandali viene in breve tempo sottomesso anche a motivo di gravi errori strategici da parte del re Gelimero che spedisce parte delle sue forze in Sardegna, indebolendo così il fronte africano.
Belisario manda anche una guarnigione ad occupare Lilibeo (Marsala), poiché a suo tempo ceduta in dote da Teodorico alla sorella Amalafrida in occasione del suo matrimonio con re vandalo Trasamondo. Ma i Goti che hanno rioccupato nel frattempo la città respingono i Bizantini, e Belisario per non creare altri incidenti d'accordo con Amalasunta, diventata regina dopo la morte di suo figlio, rimette la questione alle decisioni di Giustiniano. In realtà la sovrana recita con due maschere diverse: finge di opporsi all'occupazione di Lilibeo per non inimicarsi i fieri goti nazionalisti e antibizantini; ma contemporaneamente tratta con Belisario la possibilità di cedere l'Italia intera a Costantinopoli senza alcuna azione militare, poiché sa bene quale sarà l'obiettivo successivo di Giustiniano. Lo sanno tuttavia anche i Goti, disposti a qualsiasi concessione nei confronti dei romani cattolici, ma non certo a vendersi all'Imperatore come Amalasunta. Il suo cugino e consorte Teodato che partecipa al potere, la fa assassinare: per Giustiniano è il casus belli da sbandierare come nel caso dei Vandali soprattutto nei confronti degli altri sovrani germani d'Occidente al fine di impedire un loro intervento. Non per nulla prima di muoversi stringe un trattato di non belligeranza coi pericolosi Franchi.
Belisario tuttavia ha ricevuto l'ordine di dissimulare il suo attacco: nel 535 al comando di diecimila uomini per lo più mercenari barbari, finge con la sua flotta di dirigersi verso Cartagine, e di approdare in Sicilia solo per una sosta. Appena sbarcato tuttavia occupa Catania, e dopo aver sconfitto il governatore goto Sinderith prende Siracusa e le altre città della parte orientale dell'isola. La Sicilia è sguarnita di guerrieri goti, è vero, ma soprattutto è la stessa popolazione che spalanca le porte delle città: i cittadini non ne possono più delle prepotenze e delle rapine dei funzionari germani e pur sembrando loro estranei quegli ufficiali di lingua greca li considerano come liberatori. Saranno destinati a ricredersi naturalmente. Soltanto Palermo ben munita di mura si ostina a resistere a Belisario il quale però fa issare delle scialuppe coi suoi arcieri sugli alberi delle navi. I difensori goti sugli spalti delle mura vengono tempestati di frecce e alzano bandiera bianca.
La Sicilia torna ad essere una provincia dell'Impero (questa volta d'Oriente), amministrata direttamente dall'Imperatore tramite un praetor insieme a un dux militare, e le sue preziose risorse finanziarie e naturali vengono destinate al sostegno della campagna militare. Il goto Teodato che dopo la conquista dell'isola era parso intenzionato persino a cedere l'Italia intera a Giustiniano, riceve infatti notizie di una sconfitta bizantina in Dalmazia, e con un sussulto di orgoglio spedisce anche papa Agapito a Costantinopoli per convincere Giustiniano a non mettere piede sulla penisola, ma senza alcun risultato. Belisario riceve allora l'ordine di attraversare lo Stretto e da Reggio risale l'Italia senza alcuna resistenza da parte della popolazione romana che stanca delle vessazioni gote gli spalanca le porte delle città. Soltanto a Napoli i mercanti ebrei temendo di venir penalizzati dal governo bizantino finanziano il sistema difensivo, restaurando le mura e pagando i soldati, ma ciò non basta a fermare le truppe bizantine che prendono la città in una ventina di giorni proseguendo poi verso Roma.
La caduta di Napoli provoca anche la fine di Teodato, che accusato dai suoi Goti, probabilmente a torto, di fare il doppio gioco viene assassinato mentre fugge a Ravenna, e sostituito da Vitige il quale tuttavia non riesce ad evitare che Roma nel dicembre del 536 in piena carestia apra le porte all'esercito bizantino e al grano siciliano che Belisario porta con sé. I successivi diciassette anni costituiscono sicuramente uno dei periodi più bui e tristi della storia d'Italia nel quale i danni della guerra si accompagnano a gravi carestie e ad una drammatica epidemia di peste che quasi certamente per la prima volta compare nella storia del Vecchio Continente. I successori di Vitige (che si arrende a Belisario nel 539 e viene deportato a Costantinopoli) ovvero Totila e da ultimo Teia, fino alla loro definitiva sconfitta e morte sul campo - il primo nel 552 a Busta Gallorum (Gualdo Tadino) e l'altro a Mons Lactarius in Campania l'anno dopo – s'impegnano in una lunga ed accanita resistenza accompagnata da continui rivolgimenti di fronte, città e punti chiave persi e riconquistati, insieme a pesanti perdite umane. Secondo Procopio di Cesarea nel 539 qualcosa come trecentomila milanesi (cifra certamente esagerata) vengono massacrati dai Burgundi alleati dei Goti, dopo la presa della città. Nel 550 è invece la Sicilia che viene saccheggiata e devastata a tappeto dalle truppe di Totila anche per indebolire una fondamentale base strategica per i bizantini. Se tuttavia la popolazione siciliana riesce in qualche modo a cavarsela, nella penisola al contrario a fare vuoti demografici ci si mettono anche la peste e le carestie, che decimano anche gli eserciti, spingono fino all'antropofagia e rendono i rifornimenti di grano un fattore chiave fondamentale per indurre città e regioni alla resa e all'alleanza.

Dopo la conquista bizantina anche per motivi di amministrazione fiscale, l'isola siciliana viene sempre più assorbita nell'orbita politica, economica e culturale di Costantinopoli, e sempre più staccata da Roma e da Ravenna. Tra funzionari, amministratori e soldati provenienti da Oriente, in Sicilia si ricomincia a parlare il greco, ed è un fenomeno che andrà sempre più crescendo in conseguenza anche di altri eventi successivi, come ad esempio dopo che l'imperatore Costante II trasferirà la sua sede a Siracusa dal 663 al 668, anno in cui resterà vittima di una congiura.
Fenomeno anche questo significativo, il clero siciliano e italiano restano tuttavia fedeli alla Chiesa di Roma e alla sua dottrina, anche contro le disposizioni teologiche del Basileus di Costantinopoli, come nel caso della lotta alle immagini stabilita da Leone Isaurico. In questa presa di posizione è probabilmente da vedersi anche un atteggiamento di indipendenza culturale dall'Oriente greco, con la volontà di restare fedeli ad una tradizione culturale latina e romana. Forse anche così si può spiegare una delle stranezze linguistiche di questo periodo storico: nella Sicilia dove si torna nuovamente a parlare il greco, la stragrande maggioranza delle poche iscrizioni rimasteci dei secoli VI - VIII rimangono infatti in latino. Anche nel più importante porto di collegamento con l'Oriente ellenico, cioè Siracusa, le epigrafi in lingua romana si presentano in numero rilevante. Così come sotto la dominazione dei Cesari, per ribadire la propria autonomia spirituale i siciliani lasciavano iscrizioni in greco, sotto gli ellenizzati Imperatori di Costantinopoli scrivono in latino, lingua della Chiesa di Roma. Il Papa dell'Urbe, insieme alla sua Chiesa, la sua teologia, ed ovviamente anche la sua lingua cominciano a diventare proprio in questo periodo il vero e tutto sommato unico elemento di identità culturale per ogni abitante della Sicilia e dell'Italia, al di là delle proprie radici etniche, linguistiche, e antropologiche. Un atteggiamento che denota, e denoterà fino al periodo risorgimentale, anche una forma di resistenza e differenziazione psicologica e spirituale nei confronti del potere sovrano di turno, spesso straniero.
Il clero e la Chiesa del resto sono in questo periodo - tanto in Sicilia quanto nel resto d'Italia - una grande forza e spesso anche un punto di riferimento politico. I vescovi - normalmente appartenenti alle famiglie più potenti ed essi stessi grandi proprietari e possessori di beni - sono a capo dell'amministrazione cittadina e rappresentano le autorità bizantine in quei centri dove è assente un potere laico.
Al di sotto del clero e dei grandi latifondisti, c'è il popolo dei contadini, dei mercanti e degli artigiani, sempre più salassati con imposte, in denaro ed in natura, dallo Stato e dai grandi proprietari di terre. Questi sono anche in Sicilia, in primo luogo le Chiese, di Roma, di Milano, di Canosa, ma anche di Ravenna, visto che le terre dell'Esarcato producono poco grano. Si stima ad esempio che al tempo di Papa Gregorio Magno, le proprietà fondiarie della Chiesa romana in Sicilia raggiungano gli 800.000 ettari di estensione. Anche lo Stato e qualche ricco proprietario laico possiedono terre nell'isola. I fondi sono costituiti da unità più piccole spesso disperse a grande distanza l'uno dall'altro, e coltivati da schiavi (molto pochi), coloni liberi ma legati alla terra, o affittuari, obbligati oltre che a tasse e servizi vari anche al servizio militare. Sin dai primi tempi dopo la conquista giustinianea, anche in Sicilia, come in Italia e in altre parti, vi è la tendenza da parte di molti piccoli proprietari – causa la pressione fiscale – a rifugiarsi sotto l'ombrello protettivo della Chiesa, cedendo la propria terra in cambio della possibilità di coltivarla. Ma in molti casi – e specie in tempi di maggiore crisi – anche i piccoli affittuari o coloni si ritrovano sotto l'ancor più diretta pressione dei proprietari che riscuotono personalmente i canoni – per lo più in natura – per dirottarli direttamente sulle navi alla volta dei porti extra-isolani. Dirette conseguenze di tale situazione sono la tendenza all'autoconsumo, e l'assenza di importanti fiere di scambio e di vendita dei prodotti – come al contrario avviene ancora in tale periodo nel resto d'Italia – segno di mancanza di circolazione interna delle merci.
Le guerre contro i Goti, le carestie e la peste hanno ridotto sia la Sicilia che l'Italia a “terre vuote d'uomini” per utilizzare il linguaggio dello storico Procopio. Anche se esagerata come espressione, tuttavia il pesante calo demografico dalla metà del VI sec. fa sentire i suoi effetti anche nella carenza di manodopera. Molti grandi proprietari non sono più presenti, o perchè periti o perchè fuggiti, ed allora anche in questo caso le loro terre talvolta passano in mano alle Chiese. Dove trovare tuttavia braccia sufficienti per coltivarle ? Anche le città in questo periodo risultano spopolate, in Sicilia addirittura vi sono località come Gela che rimangono disabitate, altre come Agrigento e Acireale suddivise in più villaggi. Anche città più grandi come Siracusa risultano semi-disabitate ed amministrativamente ed economicamente attive solo in quei quartieri dove risiedono le autorità civili, militari ed ecclesiastiche. In realtà - seguendo per la verità una tendenza già iniziata nei primi secoli dell'era cristiana - una larga parte della popolazione si è trasferita nelle campagne circostanti, “sfollata” in seguito alle tante emergenze. Addirittura antiche necropoli pre-greche del periodo siculo, costruite all'interno della roccia sui monti Iblei, come Pantalica abbandonata da più di 1000 anni, tornano ad essere frequentate e abitate. Nonostante tutto da Costantinopoli si reputa opportuno stimolare la vita economica dell'isola concedendo a Catania l'apertura di una zecca nel 568, che tuttavia a quanto sembra per un centinaio di anni si limita a coniare solo monete di rame, per i piccoli traffici.
Nel medesimo periodo tuttavia per l'impero orientale si apre una lunga fase di crisi militare che finisce per coinvolgere nel bene come nel male anche la Sicilia. Nel 567 nella zona danubiana dei Balcani gli Avari, un popolo barbaro discendente degli Unni di Attila, si alleano coi Longobardi e insieme sbaragliano un altro popolo barbaro, i Gepidi occupando il loro territorio attorno alla città balcanica di Sirmium (Belgrado) che però resta per altri quindici anni ai bizantini. Le conseguenze strategiche sono catastrofiche: annientato l'ostacolo costituito dai Gepidi, gli Avari si insediano sul loro territorio a ridosso del Danubio, e per restare incontrastati padroni della zona invitano Alboino ed i suoi Longobardi a prendere la via ormai libera dell'Italia. Nel 582 i medesimi Avari prendono la stessa città di Sirmium, ma non si arrestano lì, ed insieme ad un'imponente massa di Slavi (addirittura 100.000 dicono le fonti) mettono a ferro e fuoco tutta la Penisola Balcanica fino al Peloponneso greco. Accade allora che un gran numero di Greci residenti nel Peloponneso fuggano verso l'Italia e la Sicilia alla ricerca di maggiore sicurezza. Come riportato dalla Cronaca di Monemvasia, i cittadini di Patrasso ad esempio si rifugiano a Reggio, altri del Peloponneso riparano dall'altra parte dello Stretto e fondano sulla costa tirrenica nei pressi di Messina un centro chiamato Demena, abbreviazione di 'Lacedemonia' la regione dell'antica Sparta.
Ovviamente non sono i soli esempi. Tra la fine del VI e tutto il VII secolo affluiscono in Italia, ma specialmente in Sicilia - regione al di fuori della minaccia longobarda - un gran numero di cittadini bizantini di lingua greca, non solo laici ma anche ecclesiastici, in fuga anche dall'avanzata dei Persiani e poi degli Arabi verso la Siria e l'Egitto. Se si considera che in tutta la penisola italiana oltre ai bizantini di lingua greca - profughi, militari e funzionari - vi sono Longobardi e numerosi rappresentanti di altre etnìe - Goti, Armeni, Slavi, Bulgari, ecc. - si può avere un'idea di come i vuoti demografici provocati da guerre, invasioni ed epidemie abbiano promosso un “rimescolamento” di lingue e culture, e un conseguente indebolimento dell'identità tradizionale romana, nonostante la popolazione di lingua latina sia ancora consistente, ed in ogni caso più numerosa di quella greca. Non così in Sicilia, dove il numero di profughi di lingua ellenica risulta così elevato tra VI e VII sec. da superare gli abitanti di lingua latina. Si assiste insomma ad un fenomeno paradossale ed allo stesso tempo significativo dei tempi inquieti e precari che l'isola e la penisola sono destinati a vivere fino al XIX secolo: la Sicilia per tanti secoli greca anche sotto Roma, e diventata latina per mezzo della Chiesa, viene in parte nuovamente grecizzata “ex novo” da Costantinopoli. La lingua latina e coloro che la parlano naturalmente non scompaiono, ed appaiono più numerosi nella parte occidentale dell'isola, dove ad esempio dopo il 575 anche papa Gregorio Magno fonda almeno sei monasteri “latini”.
Il fenomeno cresce di dimensioni – come s'è già detto – anche in seguito al trasferimento dell'imperatore Costante II a Siracusa dopo il fallimento di una campagna militare in Italia contro i Longobardi. Il Basileus era consapevole dell'importanza strategica dell'isola e temeva l'accerchiamento di Costantinopoli anche da Occidente: non soltanto da parte dei Longobardi in Italia, ma anche dei nuovi signori dell'Oriente e dell'Africa, gli Arabi, che alcuni anni prima nel 652, avevano effettuato la loro prima incursione piratesca sulle coste siciliane. Un evento che non solo apriva un altro fronte militare destinato a condurre alla conquista saracena della Sicilia qualche secolo dopo, ma anche ad una nuova crisi commerciale ed economica nel Mediterraneo come ai tempi della pirateria vandala.

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BIBLIOGRAFIA E OSSERVAZIONI.

L. Cracco Ruggini, La Sicilia tra Roma e Bisanzio, in: Storia della Sicilia, vol III, Soc. Ed. Storia di Napoli e della Sicilia, 1980. (a p. 6 è riportata la questione della iscrizione catanese del 164/166 d. C., mentre a p. 12 le notizie sulla “Massa Calvisiana”. Quanto si estese realmente nell'isola l'autorità dei Vandali di Genserico ? A p. 17 viene riportato che solo alcune piazzeforti della parte occidentale furono realmente in mano ai Germani d'Africa, fino all'accordo con Odoacre.

Francesco Giunta, Sicilia Bizantina, Edistampa 1962.

Francesco Giunta, Caratteri della civiltà bizantina in Sicilia, in: Arch. Storico della Sicilia Orientale, 1981 (a p. 105, le notizie circa l'arrivo in Sicilia dei Greci dal Peloponneso).

Patrick Louth, La civiltà dei Germani e dei Vichinghi, Libritalia, 1996.

Brian Fagan, La lunga estate, Codice Edizioni, 2005.

Carmelo Bonanno, L'età medievale nella critica storica, Liviana Editrice, 1984.