Possiamo parlare di
archeologie differenti ?
di Enrico Pantalone
Indubbiamente
prendendo in esame le varie e differenti civiltà che hanno abitato la vecchia
ecumene conosciuta, si deve quasi obbligatoriamente parlare probabilmente di “archeologie
diverse”.
Se studiamo le civiltà più antiche, quelle spesso con
ritrovamenti più figurativi che testuali, otterremo risultati archeologici di
tipo tecnico-scientifici cioè applicheremo sostanzialmente i sistemi più
moderni di ricerca al fine di evidenziare le tecniche di quei tempi attraverso
ciò che è riuscito ad arrivare fino ai nostri giorni.
Viceversa,
per le civiltà che facevano ricorso ai testi in maniera esaustiva come quella
greca e romana insieme allo studio scientifico si dovranno
utilizzare ovviamente anche i documenti coevi riguardanti la società che ci potranno
far comprendere il perché delle opere ritrovate e prese in esame.
Per quelle civiltà che hanno resistito nei millenni fino a
coprire anche le testualità (ebraica, egiziana e persiana per esempio)
l’archeologia si trova nella posizione migliore perché può risalire più
facilmente all’antichità utilizzando tanto i testi che il figurativo o la
simbologia.
Volendo essere pignoli l’archeologia classica aveva un
solo fine: lo studio della civiltà ellenico-latina, ma ovviamente con il
passare degli anni essa ha allargato le proprie ricerche a tutto l’Ecumene
eurasiatica e all’Africa mediterranea.
Ovviamente
esistono anche delle varianti certamente contemporanee come l’archeologia
subacquea e quella effettuata grazie alle grandi trivellazioni delle società
che gestiscono terreni e miniere (come lungo tutto il Reno) e che collaborano
attivamente con le ricerche universitarie sponsorizzando sostanzialmente gli
scavi e mettendo a disposizione i loro potenti mezzi.
L’archeologia oggi presenta tali e vasti campi
d’applicazione che pretendere di ridurre il lavoro e lo studio a essa dedicati a
un solo sistema che possa comprenderli tutti appare francamente impossibile,
occorre quindi la collaborazione tra specialisti di tutto i settori dello
scibile conosciuto per ricreare la società del tempo e comprenderne appieno il
funzionamento attraverso le scoperte.
L’archeologia è materia viva, molto più di quanto si tenda
a credere, appare ogni tanto un po’ elitaria, questo si può concedere
considerato che i gruppi di lavoro non sono mai molto numerosi e quindi tendono
a non condividere i risultati fino al termine dello studio: su questo si deve e
si dovrà lavorare ancora molto.
Lo
studio su più vasti territori e sull’habitat ha notevolmente aiutato a
modificare la finalità delle ricerche, una cosa è parlare dell’Impero Romano al
momento della caduta, una cosa è parlare di Roma nei suoi primi secoli, sono
trascorsi mille anni o più, pensiamo all’impatto delle popolazioni divenute
romane con il tempo e ai loro background con le influenze su usi e costumi
generali.
Il fine sociale dell’archeologia ci propone quindi di
diversificare e sperimentare nuove vie d’apprendimento e d’approfondimento, ma
questo ci obbliga a creare delle strutture di ricerca separate, vuoi per
civiltà, vuoi per periodo storico.
Insomma, possiamo affermare che siamo passati da una fase
di ricerca che studiava fondamentalmente l’oggetto o il ritrovamento a una
ricerca che comprenda la società relativa e tutto ciò che la circondava.
Il
testo storico ritrovato, la fonte scritta spesso ci rimanda a un discorso
senz’altro parziale per quanto riguarda l’interpretazione, spesso posteriore
rispetto all’avvenimento e magari rivisitato da più autori, ciò poteva andare
bene fino a qualche decennio fa, ora ci si aspetta molto di più.
Non
dimentichiamo che la fonte scritta poteva essere anche un effetto di propaganda
da parte di chi era al potere, in fondo scrivere era
indubbiamente un lavoro elitario e la destinazione era normalmente quella di un
pubblico ristretto, per questo i reperti archeologici scritti risultano pochi e
spesso rari.
Lo studio dell’habitat rurale romano o greco, per esempio,
dovrebbe essere invece d’interesse basilare, pensiamo a quali immense superfici
ricche di particolari importanti per comprendere l’essere umano di quel tempo,
difficilmente reperibili in ambienti ristretti quali un centro urbano dove le
costruzioni e le pavimentazioni stradali successive sono riuscite a far perdere
molte tracce, per contro boschi e distese coltivabili riservano invece sempre
elementi riconoscibili nonostante il trascorrere del tempo.
Se
prendiamo per esempio il periodo che noi definiamo per comodità alto medioevo,
abbiamo modo di vedere come nella vecchia ecumene euroasiatica, dopo la caduta
dell’impero occidentale romano, ci si possa trovare di fronte ad almeno sei
diverse tipologie d’approccio archeologicamente parlando: quella relativo
all’impero romano orientale, quella arabo su territorio europeo, quella
islamico vero e proprio, quella dei popoli provenienti dall’Asia centrale
ancora in migrazione, quella di natura ebraico e quella più in generale
relativa all’urbanistica rurale e cittadina (anche se questo potrebbe essere
studiato insieme alle prime due tipologie descritte).
Certo, qualcuno sosterrebbe che sostanzialmente tutto si potrebbe
ridurre ad un unico filo conduttore nello studio ma ciò comporterebbe gravi
lacune a mio giudizio, perché le civiltà coinvolte erano certamente diverse tra
loro e l’aspetto sociale/quotidiano si rapportava al loro modo di concepire
vita civile e spiritualità.
Un
altro importante campo da sviluppare negli studi archeologici è quello riguardante
la conoscenza sul clima e sulla generale salute della popolazione, caratteri che
da sempre hanno determinato la vita sociale del tempo antico (e non solo
ovviamente).
Proprio studiando questi fenomeni appare chiara la grande
portata sociologica dell’archeologia studiata con approcci diversi rispetto al
passato (soprattutto nell’ultimo quindicennio) perché per esempio quella a
carattere funerario ha subito una decisa evoluzione rapportandola alle grandi
malattie del tempo oppure ai miglioramenti delle condizioni generali della vita
quotidiana.
Gli studi generali sui reperti ritrovati a carattere
medico (sia umani che materiali) per esempio hanno dato la possibilità di
conoscere con buona approssimazione come si viveva nel quotidiano,
l’allungamento della vita, il modo di concepire il regime alimentare e
ovviamente lo stato di salute dei nostri antenati.
Così l’archeologia in questo caso, oltre all’aspetto
sociologico si mischia anche con quello statistico il che permette di fornire
dati interessanti di una certa società, non stiamo certamente a elencarli, non
avrebbe senso, però constatiamo che il tutto sembra funzionare
molto bene e ciò a vantaggio di chi studia con intelligenza la materia.
Il
caso limite dell’archeologia medievale occidentale è molto complesso, più di
quella antica, perché lo sviluppo della società è avvenuto molto in fretta e
copre un arco di tempo sostanzialmente legato ad un millennio, con enormi
differenze tra l’inizio e la fine di quest’era, così la prima difficoltà d’uno
studioso è certamente come approcciare la materia dal punto di vista temporale.
Noi oggi possiamo ammirare e utilizzare correntemente
strutture che risalgono al medioevo perfettamente integre, così l’archeologo
lascia il posto all’esperto d’architettura o d’arte.
Noi
stessi ci possiamo rendere conto senza l’aiuto di un esperto quale sia il valore
e quale sia la portata della costruzione o del manufatto, in più abbiamo la
possibilità di leggere testi dell’epoca che c’illustrano le specifiche tecniche
dei vari lavori, insomma ci sembra di vivere meglio questa disciplina, più
direttamente di quanto non si possa fare con quella più antica.
Per questo riesce difficile definire l’archeologia
medievale complessivamente nell’arco del millennio (476-1453 AD ca) della sua evoluzione, tuttavia dovendo tentare, la
prima cosa ovvia sarebbe quella di suddividere l’arco temporale in almeno due
segmenti: ciò che comprende la continuazione diretta dell’età ellenico-romana con
una ricerca più tradizionale e ciò che va dal medio al basso medioevo sviluppante
una metodologia di ricerca decisamente diversa.
Per
quanto ci riguarda quest’ultima, essa vanta indubbiamente un fattore importante
per lo studio:
è il clima e il modo con cui l’uomo è riuscito a dominarlo o a contenerlo,
dobbiamo veramente pensare che quest’ultimo abbia influito e parecchio sulla
conservazione e sullo stato dei reperti, ma non nel senso che tutti potremmo
credere.
A differenza di ciò che si può comunemente pensare il clima ha infatti danneggiato maggiormente i resti medievali
rispetto a quelli più antichi probabilmente per la mancanza di un’era fredda,
le temperature sono state decisamente in rialzo già intorno all’anno 900 e la
presenza di fitte foreste anche ad altitudini intorno ai 1000 metri lo
dimostrerebbe.
Del
resto anche lo studio della stratificazione in diversi siti porterebbe alle stesse
conclusioni, anche se ovviamente bisogna andare molto cauti, senza contare la
diversità da regione a regione dovuta principalmente a fenomeni meteorologici
del tutto imprevedibili quanto disastrosi.
Studiando l’archeologia medievale (specialmente quella che
fa riferimento all’alto medioevo) si da molta importanza alle macchie del bosco,
quest’appare del tutto naturale perché la compressione dell’urbanizzazione
andava di pari passo con la crescita d’enormi foreste accanto a dove l’uomo
abitava e cioè in piccoli villaggi o in borghi rurali molto distanti dalle mura
cittadine.
Un esempio concreto potrebbe essere simile
allo studio fatto sul faggio rispetto al clima del tempo: il faggio era uno
degli alberi più usati sin dall'antichità per costruire navi e grazie a esso
s'è appurato che nel medioevo l’albero si trovasse perfino 100-200 metri più in
altitudine rispetto alla norma e questo dimostrerebbe la tesi di terreni
fertili anche a quote maggiori grazie alla temperatura più calda, il che
significava avere il legno a più buon mercato e in quantità maggiore: ciò
spinse avanti l'evoluzione del sistema di assemblaggio per rispetto al fasciame
utilizzato nell'alto medioevo per costruire navi più sicure, riducendo
drasticamente l'intervallo tra i vari punti d'incastro, riducendo i perni, le
mortase e le chiavi rispetto a ciò che avveniva nell'antichità.
Un
ultimo aspetto: tutti noi siamo portati a parlare d’archeologia rifacendoci normalmente
ai tempi antichi o al massimo medievali, mai o quasi rivolgendo il nostro
sguardo alla materia nella storia moderna o contemporanea, eppure anche periodi
a noi molto più vicini nascondo immensi tesori
riguardo insediamenti e tecnologie.
E’ il caso limite dell’archeologia riguardante la Grande
Guerra, la Prima Guerra Mondiale ed in special modo rispetto agli insediamenti dei due fronti,
quello occidentale franco-tedesco e quello più “orientale” italo-austriaco.
Pensiamo per esempio agli ospedali sotterranei venuti alla
luce in diversi luoghi sul fronte francese demolendo dei caseggiati e
ristrutturando il territorio, ospedali che erano delle vere e proprie
cittadelle sotto terra: la cosa più sorprendente riguardo i
ritrovamenti sono state le migliaia di bottiglie di vetro d’ogni forma e
colore, con ogni probabilità servivano oltre per l’uso normale anche
debitamente colorate o ornate come oggetti votivi o come candelabri .
Naturalmente sono stati trovati anche numerosi cimiteri
militari, soprattutto tedeschi, del tutto abbandonati dopo l’uso, Reims ne è
piena, ad a Troyes recenti scavi si sono sovrapposti a
quelli gallo-romani.
Alcune
di queste “scoperte” vennero alla luce in fasi
susseguenti durante i lavori di costruzione della linea ferroviaria dedicata al
TGV nord, il treno superveloce, grazie ai sondaggi preventivi eseguiti per
tracciare il percorso che trovarono dapprima una serie infinita di proiettili
per obice da grosso calibro (peraltro britannici visto che proteggevano quella
zona) poi depositi di fucili Lee-Enfield (sempre
britannici) completi di proiettili e baionette.
Il sondaggio del terreno avvenne perché conoscendo la zona
(Arras-Lille-Calais) le
autorità francesi ritennero doveroso fare archeologia preventiva, quindi il
lavoro fu fatto tanto in profondità quanto in larghezza con enormi fenditure
che mostravano una specie d’ansa di fiume privo d’acqua.
L’operazione fu ripetuta con la messa in opera
dell’autostrada A29 qualche anno più tardi nei pressi della Somme, l’esperienza
accumulato precedentemente consentì di privilegiare
alcuni fattori sulle strutture chiaramente identificate salvaguardando quelle
ritenute più anziane e maggiormente recuperabili.
Come
abbiamo visto, questa appassionante materia “rischia” di donarci ancora molti
interessanti reperti per anni ed anni: per questo dobbiamo obbligatoriamente
parlare di archeologie diverse e ciò lo facciamo con molto piacere perché la
materia risulta sempre viva ed attuale pur nella differenza della ricerca.