Roma e la questione druidica

di Enrico Pantalone

 

Ogni studioso o appassionato storico che si sia confrontato le problematiche concernenti, la religione in Gallia prima della conquista romana s'è indubbiamente trovato innanzi una specie di muro relativamente alla conoscenza mitologica dei Druidi e la domanda che ci si pone à: chi erano i Druidi e che cosa rappresentavano realmente nel panorama spirituale oltre che sociale di quella civiltà ?
Erano dei sacerdoti a tutti gli effetti come i colleghi greci o romani ?
Erano dei cialtroni che grazie a evidenti conoscenze chimiche potevano controllare intere popolazioni attraverso l’uso sapiente d’esse e della superstizione che essi stessi alimentavano ?
Erano filosofi (in effetti, è una parola “grossa”) che suscitavano interesse sociale ?
Erano un'oligarchia gerarchica chiusa a ogni innovazione della società ?
In realtà non abbiamo risposte precise nonostante il grande aiuto che l’archeologia ha fornito anche per dipanare eventuali controversie di tipo spirituale o religioso, in generale essi vengono classificati come veri e propri preti, cioè con meno potere rispetto ai colleghi greci e romani, più a contatto con la gente comune con cui condividevano tutto nella vita quotidiana.
Questo però aiuta solo in apparenza, perché rileggendo le memorie di Giulio Cesare e di altri storici romani, essi appaiono certamente in una luce diversa o forse furono proprio i conquistatori a creare un alone di mistero e diversa spiritualità intorno a loro per difendere le dure lotte sostenute per avere ragione del popolo poi sconfitto.

Due fattori indubbiamente ne determinarono la sconfitta sociale una volta che la Gallia fu conquistata da Roma: il fatto che l’insegnamento dei druidi fosse rimasto totalmente allo stato orale, nessuna trascrizione che potesse permetterne l’apprendimento il che faceva crescere il pensiero che esso non fosse altro che misticismo a sfondo magico piuttosto che vero fatto religioso e che lo stesso apprendimento ruotasse sostanzialmente su una non bene identificata immortalità dell’anima, lasciando trasparire un tendenza piuttosto statica della pratica religiosa, certo non molto comprensibile da parte romana.
Giulio Cesare si limitò a prendere nota delle loro abitudini senza intervenire pesantemente, cosa che invece fecero sia Ottaviano Augusto che Tiberio, i quali ovviamente non avevano nessun interesse a mantenere viva una tradizione contraria ai nuovi dogmi dell’Universalismo principesco romano.

I romani si trovarono di fronte ed ebbero il loro bravo daffare per venire a capo di questa casta elitaria che di fatto formava un gruppo di pressione sociale molto forte ed efficiente nell’ambito della cultura gallica e fino ad allora pressoché indistruttibile.
Del resto anche a livello pedagogico e educativo questa casta seguiva un insegnamento molto particolare, del tutto elitario e non comunitario, l’insegnamento non era dedicato a tutta la popolazione ma solo a pochi che venivano scelti accuratamente, questo evidentemente spiega il livello generale molto basso di conoscenza di quella società rispetto ad altre civiltà coeve.
I druidi cercavano di monopolizzare fin da piccoli coloro che evidenziavano nel gruppo maggiori capacità e dimostravano capacità d’apprendimento superiore alla norma, questo era sicuramente retaggio di una cultura e d’una società che pensava ancora in maniera antica rispetto per esempio a egizi, greci, romani e persiani le cui società non avrebbero mai permesso il proliferarsi di simili individui del tutto estranei alla collettività ed alla comunità d’intenti.

C’era comunque una certa associazione tra le divinità celtiche e quelle romane, almeno questo appare dalle diverse epigrafi travate nei paraggi dei templi gallici, del resto Giulio Cesare lasciava intendere che non v’era differenza sostanziale nel modo di chiedere l’aiuto divino salvo probabilmente l’atto formale che era reso più evidente dall’elite dei druidi rispetto ai solerti ed istituzionali funzionari romani che s’occupavano di religione.
Si sa, per esempio, che i rituali dedicati a Mercurio erano simili tra romani e galli della Garonna e nella zona intorno a Lione, meno frequenti invece in Aquitania e nella zona del nord-est.
Si è trattato quindi di verificare il sistema con cui i druidi in particolare presentavano i loro rituali diffondendoli poi nei territori di loro “competenza” che potevano essere anche al di là dei confini geografici, un esempio possono essere le iscrizioni dedicate a divinità comuni tra romani e galli ritrovate anche lungo il territorio dove fu costruito il Vallo d’Adriano dopo la conquista romana, indubbiamente più antiche della conquista imperiale stessa.

Spesso si legge l’accusa che i romani da Augusto a Claudio abbiano perseguitato i druidi.

In realtà sotto Tiberio e poi più ancora con Claudio le istituzioni romane combatterono duramente non la filosofia in sé, quanto la discutibile procedura che portava ai sacrifici umani da parte di questi maghi o medici al più, ciò non poteva ovviamente essere in alcun modo tollerato da una civiltà che s’arrogava il diritto di concepire un nuovo sistema di cultura e progresso mondiale non di certo basato su retaggi così pregni di arcaismo.
Se Ottaviano Augusto diede delle disposizioni in merito cercando di far intervenire solamente per evitare il sacrificio umano, sotto Tiberio si passò a ordinanze precise da far rispettare anche a costo dell’arresto dei disobbedienti fino al carcere per chi praticava questa inciviltà, infine sotto Claudio ci fu la proibizione di qualsiasi attività attiva o passiva svolta a tal fine.
Si diffuse quindi, piuttosto arbitrariamente tra storici passati l’idea che i romani agissero con persecuzione nei confronti dei druidi, i maggiori istigatori di queste pratiche mentre oggi tutti i saggisti concordano che questo non avvenne e che le leggi fossero state emesse e fatte rispettate per eliminare la forte superstizione che permeava il territorio transalpino permettendo la grande crescita sociale che prima non poteva avvenire.

Torniamo un attimo indietro ad analizzare la parte che potremmo definire etico-morale dell’attività druidica e notiamo come essa è decisamente di basso livello rispetto a quelle di altre società coeve: si tratta sostanzialmente di una continuità di tipo protostorico con tutti i suoi retaggi legati al misticismo.
Andando oltre bisognerebbe parlare di società complesse come quelle romane o greche e di società molto semplici come quelle su cui i druidi facevano valere i loro diritti poi magari facendo poi delle dovute dissociazioni di tipo antropologico ma questo porterebbe il discorso molto più in profondità ed un altro punto sarebbe comprendere quando esattamente i drudi comparvero nella società protostorica, cioè comprendere quali avvenimenti particolari portarono alla formazione di questa classe dominante sia culturalmente che religiosamente, il che non è ancora appurato con esattezza.

 

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