Sport e Società nell’antica Grecia

di Enrico Pantalone

 

 

Lo sport nel mondo greco era indubbiamente più sentito rispetto a quello successivo del mondo romano perché le varie città-stato elleniche erano spesso in guerra tra loro e quindi nei periodi di tranquillità le “dispute” si trasferivano sul campo delle competizioni atletiche o agonistiche.

Infatti, esisteva una certa fierezza edonistica nel greco che aveva come conseguenza l’attitudine maniaca alla “cura del corpo” per trasformarlo in bellezza assoluta se possibile ed anche perché lo sport stesso era considerato come fondamentale per la formazione del futuro guerriero.
Tutto ciò non faceva parte invece della cultura romana, lo stesso Giulio Cesare criticava i legionari d’origine greca che lo servivano perché essi dedicavano troppo tempo alla “palestra” piuttosto che ad addestrarsi con i commilitoni tanto per citare un piccolo esempio.
E’ invece vero che lo sport ebbe una crescita rapida quando Roma conquistò la Grecia e la sottomise, questo indubbiamente fu dovuto al fatto che gli sconfitti vollero tenere molto alto il loro spirito fiero rispetto ai vincitori imponendo la loro cultura agonistica che non dava certo fastidio ai romani sia perché essi non erano da meno e sia perché essi non soffrivano minimamente di questa inferiorità, da loro considerata “estetica” e non concreta e reale nella vita comune quotidiana.

Inizialmente, al debutto dei Giochi Olimpici, la competizione era in pratica riservata solamente al ceto aristocratico e ovviamente ai giovani che ne facevano parte e che potevano permettersi un allenamento costante nel corso di tutte le stagioni.
Considerando che i giochi furono sostanzialmente un’invenzione spartana si può ragionevolmente pensare che le competizioni facessero parte integrante della costruzione delle personalità nel cittadino che doveva servire la patria.
Man mano che aumentava la rivalità tra le varie città-stato che componevano il variegato universo ellenico e che concorrevano ai Giochi Olimpici, si procedeva con selezioni dure alla ricerca dell’atleta migliore per arrivare a conquistare i vari allori molto ambiti e ricchi di gloria.
Questa ricerca portò inevitabilmente a un’apertura dell’agone sportivo anche ai ceti sociali fino a quel momento esclusi: s’ingaggiavano saltatori, lanciatori, corridori, lottatori e pugili d’ogni estrazione purché ritenuti adatti a concorrere per la vittoria finale.
Le uniche competizioni che rimasero sostanzialmente ancora ad appannaggio dell’aristocrazia furono quelle con i cavalli, perché esse comportavano l’uso degli schiavi che badavano all’animale, al loro allenamento e quindi avevano costi molto elevati di mantenimento.

Perfino un uomo illustre come l’ateniese Alcibiade partecipò e vinse alle Olimpiadi del 416 aC, prima di andare a combattere nella famosa spedizione navale siracusana, il che la dice lunga su quale valore sociale avevano le gare quadriennali in Grecia (leggendo Tucidide che riporta il discorso di Alcibiade ne abbiamo un’indiscussa prova).

Considerando comunque il discorso della preparazione, dobbiamo analizzare bene cosa poteva spingere un giovane di modeste condizioni sociali a sottoporsi in duri e comunque costosi allenamenti per partecipare con possibilità di vittoria ai giochi olimpici.

Indubbiamente una delle motivazioni era certamente quella economica, non tanto per la vittoria sul campo che poteva promettere solo la corona di olivo ma per quello che evidentemente si poteva discretamente guadagnare con le terre regalate e con le esibizioni della propria abilità e forza in altri concorsi remunerati.

Unica nel panorama greco, la donna spartana era impegnata fina dall’infanzia come i coetanei maschi nelle discipline sportive affinché il proprio fisico fosse pronto una volta divenuta donna per procreare figli che erano necessari per rimpolpare il sempre esangue esercito della sua città.
Licurgo nella sua “legislazione” preme affinché la giovane partecipi espressamente alle stesse attività sportive dei giovani, lotta compresa.
Non è ancora ben certo se la partecipazione femminile alle attività sportiva fosse anche una diretta emanazione di uno degli aspetti religiosi in cui le donne mantenevano molte più prerogative rispetto agli uomini.
Chiaramente le varie corse erano i concorsi più seguiti dalle ragazze durante le feste religiose ma indubbiamente anche i lanci, disco e giavellotto, erano molto seguiti e non dimentichiamo che essi rappresentavano capisaldi per la formazione del giovane oplita, quindi anche le femmine si cimentavano in specialità tutte maschili.

Cinisca, spartana, fu la prima donna a vincere in un'Olimpiade.
Nel 396 aC, durante i quadriennali giochi olimpici un fatto d’inaudita “gravità” piombò come un fulmine a ciel sereno nella quotidianità degli eventi sportivi: una donna aveva vinto una gara, una delle più amate e seguite oltretutto dal pubblico del tempo, orgoglio e vanto dell’uomo guerriero e virile, una gara di quadriga.
Cinisca, figlia del re Agesilao, una ragazza spartana dunque, non poteva essere altrimenti, perché Sparta era l’unica a garantire pari preparazioni e culture fisiche alla donna fino all’età del matrimonio.

Cinisca sembra fosse molto carina e molto decisa e aveva al suo fianco il servo che l’aveva seguita sempre e che probabilmente condusse in parte il mezzo (così dicono fonti maschili per attutire il colpo…).
Lei vinse la gara, tornò a Sparta, ricevette onori per la vittoria, ma non paga di ciò, quattro anni dopo si ripresentò come una vera campionessa e rivinse la gara entrando definitivamente nella storia sportiva, come si direbbe al giorno d’oggi.
Il fatto sportivo non è di per sé importante, forse durante i secoli precedenti altre donne avevano partecipato e vinto magari con sembianze maschili, è importante che una donna rompesse la tradizione secolare che voleva solamente l’uomo partecipare e trionfare, tradizione che fu ripresa subito dopo e s’interruppe solamente dopo più di cent’anni nel 268 e 264 con la vittoria di Balistiche, macedone e favorita di Tolomeo Filadelfo che naturalmente “rimbambito” come ogni uomo innamorato, la fece divinizzare e le eresse un tempio a imperitura memoria.

E’ indubbio che la storia dello sport, in senso moderno, sia indissolubilmente legata nelle origini greche e poi romane alla spiritualità religiosa, le gare, i concorsi fossero tutte manifestazioni che si organizzavano durante festività e riti classici ricorrenti nell'anno.
Sarebbe facile parlare di Olimpia, di Era, dei templi e dei tesori artistici ivi presenti che univano il gesto atletico alle divinità, onorare lo sport diventava un sistema per onorare questo o quel dio, in qualche modo si compenetravano mito e religione, soprattutto laddove il rituale prima di una gara diventava in sostanza una tradizione istituzionalizzata o se vogliamo un’invenzione di una tradizione da implementare perché inesistente in precedenza.
Tradizione, mito, competizione diventavano così gli ingredienti per miscelare perfettamente nell’ambito della società la voglia di dimostrare che l’uomo poteva provare a mettersi sullo stesso piano della divinità, magari in modo diverso, con l’allenamento, una vita morigerata e spesso al limite dell’umano ma che poteva regalare profonde soddisfazioni, il rituale con il quale l’atleta preparava una gara non era molto diverso da quello dei sacerdoti che preparavano una celebrazione spirituale, forse risultavano diverse le motivazioni di fondo, senza dubbio però l’atleta traeva una profonda concentrazione dal ritiro in un tempio.

Per terminare dobbiamo però ricordare che nonostante la spiritualità che i Giochi Olimpici e le competizioni dell’antica Grecia portavano con loro lo scopo principale dell’atleta era di vincere la competizione, non importava con che prestazioni o con quali miglioramenti, ciò lo faceva molto diverso dal suo collega odierno: la vittoria in senso assoluto rimaneva quindi lo scopo essenziale fin da quando s’iniziavano gli allenamenti.

 

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