Sulle Eresie nel Cristianesimo Medio-Orientale

di Enrico Pantalone

 

L’interesse sul cristianesimo riguardante la parte medio-orientale dell’impero romano ha sempre vissuto momenti felici per l’approccio allo studio ed alla ricerca della materia: testi per  discussioni e ricerche se ne trovano certamente in abbondanza grazie a tutto ciò che è riuscito a giungere a noi conservato attraverso i secoli.

Così in questa piccolo testo s’è voluto analizzare una tematica tutta interna al cristianesimo stesso nei paesi orientali: l’eresia attraverso i secoli più importanti, quelli che segnano politicamente il definitivo distacco tra l’impero romano occidentale e quello di Costantinopoli, senza intenti di argomentare questa o quella filosofia, questo o dottrina, ma cercando di presentare in maniera pratica il corso degli eventi in una specie di cronistoria un po’ allargata, lasciando al lettore le successive ricerche più complete sull’argomento.

Una delle particolarità del cristianesimo primitivo, quindi databile prima dell’avvento di Costantino, era quello di non possedere alcun magistero che potesse far capo alle numerose richieste di modificare i dettami o di riadattarli alla situazione locale senza cadere in una facile eresia.
Questo era dovuto in parte alla clandestinità a cui spesso i cristiani dovevano ricorrere per evitare di andare contro la legge vigente ed in parte ad una serie di spinte deviazionistiche mai conosciute in alcune religione prima d’allora: queste spinte si registravano soprattutto in oriente, dove meno opprimente era la legge e dove si era abituati da secoli ad un dialogo, dai tempi dei Persiani la religione non costituiva momento d’attrito.
Fu proprio questa maggior libertà individuale e collettiva a portare con sé i germi di devianze che assunsero ben presto proprio in oriente delle forme di una vera e propria rivolta al credo cristiano costituito, infatti se in occidente Ambrogio e Agostino diedero una validissima dottrina capace di compattare la gente che aderiva: altrettanto non si può dire che avvenisse in oriente e non bastarono certamente i vari Concili per riuscire a venire a capo, del resto lo stesso Costantino tra arianesimo e donatismo ebbe il suo bel daffare rimanendo con un pugno di mosche in mano.
C’era da pensare allora già ad un Cristianesimo in crisi ?

Torniamo un attimo indietro e vediamo come il secolo forse più denso d’altri per le eresie fu certamente il secondo, foriero di molte nubi e parecchie incomprensioni tra gli stessi adepti cristiani.
Gli storici della chiesa cristiana analizzano, a mio modo di vedere molto correttamente, questo periodo per certi versi drammatico, come un naturale sbocco fisiologico interno al sistema della dottrina perché non erano ancora stati stabiliti dogmi ufficiali né esistevano peraltro autorità religiose costituite che potessero farli rispettare, ecco perciò che molti fedeli, specialmente nei territori orientali dell’impero decidono di seguire delle deviazioni sostenuti magari da un potere locale, non dovendo in pratica rispondere a nessuno: ovvero, forse è improprio parlare anche d’eresia in quanto essa esiste quando viene opposta una procedura rituale o spirituale differente da quella comunemente ufficializzata da un’entità preposta e questa al tempo non esisteva, v’erano molti importanti vescovi, ma nessuno poteva ritenersi superiore ad un altro.
In oriente gli stessi cristiani mischiavano spesso giudaismo, gnosticismo, qualche rito tipico delle zone alle loro dottrine, facendo leva soprattutto sulla filosofia piuttosto che sulla spiritualità, non a caso i cosiddetti eretici del tempo erano tutti esperti e famosi dottori ed i loro discepoli infaticabili propagatori sul territorio, l’eresia (se così vogliamo chiamarla) s’espandeva quindi con estrema facilità grazie anche all’indiscutibile superiorità intellettuale della gente del luogo che si fermava ad ascoltare chi esponeva pubblicamente nuove tesi.
Un fattore importante sarebbe anche comprendere meglio alcuni punti essenziali del cristianesimo rispetto al modo in cui s’è imposto nel mondo mediterraneo ed occidentale in genere, perché scoprire la complessità delle ragioni che ne hanno fatto la religione vincente risulterebbe importante per motivare anche le eresie susseguenti.
Se inizialmente le eresie furono un fatto circoscritto e locale, successivamente all’impero di Costantino esse divennero movimenti di carattere generale e ampiamente dispersi attraverso tutto il territorio romano, quindi esse divennero anche opposizione di principio al potere centrale politico oltre che religioso.
Dunque con ogni probabilità c’è da studiare attentamente lo sviluppo del monoteismo, asse primario per lo sviluppo del cristianesimo e l’ideologia che ad esso faceva capo per comprendere le deviazioni eretiche: bisognerebbe quindi capire quando realmente l’occidente è diventato pienamente cristiano e quando questa religione componente d’una civilizzazione universale, alla cui testa come braccio sostenitore si mise il Cesare stesso, creò probabilmente i presupposti per l’intransigenza nell’opposizione degli spiriti cristiani che si ritenevano a torto od a ragione dei “puri”.
Un termine utilizzato comunemente, nei primi secoli imperiali, per definire coloro tra i cristiani caduti nell’apostasia avendo rinnegato la fede era quello di lapsi, letteralmente caduti, proprio a significare la perdita del valore a cui precedentemente avevano dato un significato filosofico-religioso.
In realtà non credo si trattasse di vera e propria apostasia, non v’era conversione di credo dovuta a modifiche di pensiero dopo riflessioni, spesso era la sola paura della prigionia e dei tormenti a far cambiare idea, proprio per questo il nome lapsi, caduti, assume un significato di perdita filosofica non certamente d’acquisto: all’istituzione romana bastava l’atto formale del rinnegamento e del riconoscimento dell’autorità suprema, dal punto di vista religioso non v’era significato quindi, mentre per le autorità cristiane assumeva invece primaria importanza.
I lapsi si dividevano in varie categorie a seconda del tipo di gravità del rinnegamento effettuato: gli acta facientes avevano di fatto solo obbedito all’autorità istituzionale firmando un documento, i libellatici erano pervenuti ad accordo con un magistrato sancito da documento, i thurificati erano noti per aver bruciato incenso nel templi, i sacrificati avevano officiato personalmente ad un rito pagano, infine i traditores, i quali oltre ai precedenti atti avevano anche consegnato tutto l’arredo sacro al magistrato.

Un protagonista dialettico che seguiva certamente gli schemi del primitivo cristianesimo fu Atenagora, fine polemista e propugnatore delle tesi soprattutto al tempo di Marco Aurelio e poi di Commodo.
Egli si distinse per la compostezza e la serietà nel tenere le sue allocuzioni a favore del cristianesimo presso la corte: non solo fu “sopportato” ma addirittura invitato a farlo in maniera continua.
Egli ovviamente si rifaceva al cristianesimo primitivo, ma cercava d’adattarlo al mondo che lo circondava, era ateniese, non medio-orientale, per questo è rimasto per lungo tempo dimenticato nella sua epoca, forse perché la bellezza dei suoi testi suonava un po’ troppo al limite dell’eresia allora, più probabilmente perché in forza della sua origine non si riteneva disponesse del necessario background socio-spirituale per poter essere considerato un vero propugnatore di fede.
Infatti egli impostava tutti suoi scritti, le sue filosofie in forma di dilemma, per cui l’interesse diventa generale e l’ascolto garantito, la sua sobrietà conquistava presto tutta la corte, egli non era un passionario, né compiva gesti estremi per la fede in cui credeva con grande fermezza, per cui ebbe tanti estimatori anche tra i “pagani”, tra cui lo stesso Marco Aurelio.
Il problema dell’ascetismo femminile fu molto sentito durante tutto il quarto secolo a Costantinopoli ed in realtà lo potremmo definire un caposaldo di tutta l’istituzione cristiana ed ecclesiastica del tempo.
Se Giuliano bramava di far sposare le donne che avevano deciso di dedicare la loro vita a Dio, togliendole al loro uffizio morale, i successori fecero ben intendere che avrebbero difeso invece le virtù delle ascetiche, anche se ciò costava molto allo stato in termini amministrativi per la riscossione dei tributi sulle rendite ereditate dalle vedove o dalle vergini in questione.
In realtà il problema era divenuto impellente in quanto che il numero delle donne dedite a questa pratica cresceva a dismisura, quindi qualche provvedimento andava comunque preso per arginare i “richiami” con i conseguenti rapimenti per impedirli.
Diventava quindi una procedura istituzionale che teneva conto anche d’implicite particolarità giuridiche come l’atto del rapimento, la gestione del patrimonio e delle rendite, per cui il legislatore dovette operare a fondo soprattutto tenendo conto della struttura sociale che comunque tendeva a favorire la parte religiosa a dispetto del patrimonio.
Andiamo per ordine e vediamo attraverso le varie fasi dei Concili orientali cosa si produsse e cosa venne deciso, in maniera sinottica ovviamente.

Un primo importante antefatto fu la ribellione degli eretici donatisti in Africa che fu una delle spine del fianco di Costantino prima che lui potesse assurgere al potere assoluto.

Donato, eletto Vescovo dal clero della Numidia nella successione a Maggiorino, si lasciò trasportare in maniera anche abbastanza violenta nel voler imporre una sorta di fanatisrno che prese il suo nome, credendo d’esser l’unico in grado di poter dirimere tutte le questioni religiose e fu immediatamente considerato scismatico, al suo posto

fu eletto perciò Ceciliano, con il plauso di tutti i cristiani moderati e con l’avallo dello stesso Costantino che ovviamente non voleva grane in quel periodo già difficile per lui nella sua lotta con Licinio.

Purtroppo la polemica tra i due vescovi divampò violenta e si sparse rapidamente per il territorio africano, anche perche tra i donatisti spiccava un gruppo di "passionari/tupamaros" dediti ad ogni tipo di nefandezza pur di difendere il loro credo: erano i circoncellioni, i quali commisero pesanti atrocità e distruzione ovunque suscitando la paura generale.

Costantino dovette intervenire allora in maniera dura, mandando diverse legioni per sedare i tumulti, e per la prima volta nella storia, dei cristiani dovettero reprimere altri cristiani.

Costantino commise uno dei pochi errori della sua carriera politica ed amministrativa: egli cerco l’accordo con Donato, una via a livello diplomatico per evitare altri problemi e questo lo portò ad affrettarsi nella firma del “trattato di pace” pur di ritornare al suo principale pensiero, la lotta con Licinio.

Infatti, Costantino evitò di prendere provvedimenti severi verso i donatisti, accontentandosi di metterli fuori gioco, evitando cosi di chiudere anticipatamente un pratica che poi a diverse riprese gli si ritorse contro fino alla sua morte.

Durante il I° Concilio di Nicea che ebbe luogo nel 325 AD fu lo stesso Imperatore Costantino a presiederlo anche se il potere di decisione era nella mani del Vescovo Osio di Cordova e dei delegati del Papa Silvestro.
Il Concilio si occupò dell’arianesino che venne condannato attraverso la famosa frase in cui Gesù era definito “Filium Dei, genitum ex substantia Patris, genitum non factum, consubstantialem Patri”.

La sostanza della disputa era la divinizzazione di Cristo, che i seguaci d’Ariano non volevano in nessun modo ammettere, concependo quella che si chiamava omoiusia a cui si contrapponeva omousia, cioè in parole povere la consunstanzialità del figlio rispetto al padre.

Il vescovo Atanasio sostenne il verbo di Roma che era anche quello di Costantino, il quale questa volta partecipò alla disputa in maniera decisa ed intervenne come super partes certamente, ma soprattutto come unico Imperatore e questo gioco un ruolo fondamentale: egli si sentiva un diretto mandatario del Supremo, un vescovo aggiunto, anche se non era ancora battezzato e volle chiarificarlo nei suoi interventi durante tutto il dibattito.

Il Concilio terminò con la piena approvazione del Simbolo Niceno, vale a dire in breve come professione di fede, il Credo come concezione politico-religiosa imperiale.

Furono scritti ben 20 Canoni, approvati dal Costantino e divenute leggi imperiali a tutti gli effetti, questo ovviamente non poteva non avere un impatto sulle successive eresie all’interno della famiglia cristiana, i Canoni Costantiniani non dovevano mai più essere messi in discussione.

Gli stessi Vescovi ariani presenti (tranne due) accettarono i principi ed almeno fino alla morte di Costantino non li misero mai in discussione, l’Arianesimo riprese forza sul finire del IV secolo e rimase sempre una problematica difficile da estirpare.
Ben quattro concili si tennero ad Efeso, l'antica città della Lidia fondata dalla Amazzoni secondo la tradizione (oppure da Efeso e Coresso) che in chiave moderna iniziò ad essere colonizzata verso l’XI secolo aC.
Secondo diverse narrazioni qui fu sepolta la Vergine Maria che era venuta in loco con l’apostolo Giovanni.
La datazione e le tesi dei quattro concili furono:
Concilio 196 AD.- Policrate lo convocò per la questione pasquale;
II° Concilio 400 AD - nel quale furono destituiti e sostituiti numerosi vescovi;
III° Concilio 431 AD - nel quale venne condannato Nestorio e la sua dottrina che specificava Maria non madre di un Dio ma solo di un uomo.
Protagonisti di questo Concilio furono l’Imperatore Teodosio II ed il vescovo Cirillo insieme ai legati papali di Roma.
IV° Concilio 449 AD - in cui il Patriarca di Costantinopoli Flaviano fu esiliato da Dioscuro.
Nel 355 si riunisce a Milano un sinodo straordinario per volere dell’Imperatore Costanzo, Papa Liborio aveva chiesto un Concilio per valutare l’opera di Atanasio, voce contraria alla massima autorità statale in fatto di potere spirituale, per altro già condannato due anni prima ad Arles.
In realtà lo scontro stava già diventando tra occidente ed oriente, il primo sostenuto dal Papato di Roma, il secondo dall’Imperatore di Costantinopoli, molti vescovi passavano indifferentemente da una sponda all’altra, ma quest’ultimi quasi tutti erano espressione della corte come Ursacio e Valente per esempio, e non godevano di grande fama.
Da parte occidentale invece, si trovavano personaggi illustri come Osio, oramai centenario, Lucifero, Dionisio, Eusebio o Ilario di Poitiers che si schierarono in favore di Atanasio quando i legati imperiali ordinarono di firmare un documento contro quest’ultimo.
Eusebio s’appellò ai documenti di Nicea ed al suo simbolo, a cui si supponeva tutti i cristiani presenti dovessero rendere omaggio, Imperatore compreso, ma così non fu e l’intero sinodo fu trasferito a palazzo imperiale dove Costanzo risiedeva e dove si cercò di trovare un compromesso, anche se difficile, così non fu perché di fronte alla richiesta dei vescovi occidentali di non mischiare chiesa e stato, l‘Imperatore optò per una scelta drastica in favore d’assoluta giurisdizione su entrambi chiudendo di fatto ogni possibile dialogo tra le due parti.
La controversia politica più che religiosa montò indubbiamente tra Roma (Papato) e Bisanzio (Imperatore) anche attraverso i personaggi che facevano capo ad opposte visioni di fede: infatti possiamo mettere sullo stesso piano le dispute attorno all’arianesimo ed alla cristologia.
Nella prima la lotta era tra Atanasio di Alessandria ed il Vescovo di Costantinopoli, ma sotto questa controversia si celava ben più pericolosa quella tra il papato e l’impero che difendevano ognuno i propri interessi, ovvero Roma riteneva troppo esigenti le pretese di Costantinopoli di prendere il posto della prima dal punto di vista religioso, visto che politicamente ciò era già avvenuto da tempo.
Così anche Teodosio diede un grande contributo all’appoggio sull’ortodossia decisa proprio per paura che essa prendesse troppo piede in occidente, dove già operavano numerosi adepti che facevano proseliti e questo poteva destabilizzare l’oriente e la capitale Costantinopoli.
Insomma, esistevano numerosi elementi per pensare che prima ancora di crisi religiosa si potesse pensare ad un crisi politica, che poi si trascinò per secoli, partendo proprio dalle eresie.

Un importante uomo della chiesa di questo periodo fu Epifanio di Salamina, vescovo e scrittore, il quale oltre a dedicare la sua vita al monachesimo, all’ascetismo ed alla pietà verso le classi più disagiate (tenuto per questo in grande considerazione perfino da un imperatore come Valente) ebbe modo di scatenare una furiosa diatriba intorno ad Origene che vide contrapposti personaggi del calibro di Rufino e Gerolamo quando andando a Gerusalemme nel 394 e parlando pubblicamente, probabilmente in un’ingenua primitiva intransigenza, fu ripreso dal vescovo della città, Giovanni e poi successivamente da Teofilo d’Alessandria, il quale voleva trascinarlo a Costantinopoli per fare condannare pesantemente il suo pensiero sfruttando l’indecisione del monaco e la rottura che aveva avuto con uno dei suoi principali sostenitori, quel Giovanni Cristostomo che aveva avuto sempre simpatia per quest’uomo e per la sua rettitudine ed onestà.
Nella capitale però, Giovanni Cristostomo facendo leva sulla sua preparazione teologica, seppe ricucire lo strappo e convincere Epifanio a proposito della sua fede ortodossa ed i due si ritrovarono sulla stessa linea, ma Epifanio aveva oramai superato la ottantina e poco dopo morì rimpianto da tutti, nemici compresi.
Non dobbiamo dimenticare una fattore fondamentale anche se non propriamente spirituale relativo al proliferarsi delle eresia nell’alto medioevo: le scelte politiche degli imperatori, soprattutto in oriente, importante per comprendere lo sviluppo delle distorsioni dogmatiche in terre dove l’irrequietezza sociale la faceva da padrone.
Pensiamo al monofisismo per esempio, chi concretamente non può pensare che esso possa essere proliferato senza il “beneplacito” dell’Imperatore in Bisanzio, considerato che le terre in cui esercitava la sua massima espressione fondamentalista erano quelle egiziane e siriane, cioè tra le più ricche dell’intero Impero (o di quel che ne restava…) ?
Possiamo veramente pensare che in questo caso l’eresia (o presunta tale) non fosse percepita dalle istituzioni cristiane orientali come una valvola di sfogo necessaria (e quindi tollerata) alle sempre più pressanti esigenze nazionalistiche espresse dalle popolazioni mediorientali ?
D’accordo si potrà obiettare che la religione è la religione e la politica la politica, ma quando l’Imperatore è anche a capo della chiesa  il problema andrebbe quantomeno affrontato.
A proposito di tutta la sequenza degli avvenimenti dedicati al primo cristianesimo e ovviamente alle storture filosofiche ed interpretativa del dogma che portarono alle eresie  esaminate fino ad ora, uno scrittore a cui dobbiamo molto per la conoscenza dei vari personaggi e delle loro caratteristiche fu Palladio, Vescovo di Elenopoli, monaco ed asceta lui stesso attraverso tutto il medio oriente, a cavallo del passaggio tra il quarto e quinto secolo AD, asceta e monaco ma senza mai giungere ad estremismi tant’è che a corte, a Costantinpoli, era tenuto in grande considerazione.
Infatti egli scrisse la famosa Historia Lausiaca, così chiamata in onore del funzionario imperiale di Costantinopoli Lauso, che racchiude la storia di santi e degli asceti del primo cristianesimo (copre fino ai primi anni dopo il 400 AD, egli morì nel 431 AD), dall’Egitto, alla Palestina, al territorio occidentale quanto in quello orientale ed a differenza di molte altre opere, essa ebbe subito un grandissimo successo e si diffuse rapidamente ovunque sul territorio imperiale, dando modo a chiunque di conoscere la portata del movimento in maniera alquanto equilibrata.
Tirannio Ruffino fu un valente letterato del IV/ V secolo, grandissimo traduttore a cui si devono numerose opere cristiane giunte a noi in questo campo, soprattutto ciò riguardanti Origene , Evagrio, Basilio ed Eusebio (tra i più famosi).
Tuttavia la sua fama maggiore è dovuta soprattutto alla polemica oratoria e letteraria combattuta contro Gerolamo, in gioventù suo amico e mentore, poi implacabile nemico rispetto all’ortodossia di Origene ed alle sue opere.
Tirannio Rufino, cresciuto alla scuola alessandrina di Didino il Cieco era un fervente sostenitore di Origene e sulle sue opera aveva molto meditato nel Monastero del Monte degli Ulivi proprio insieme a Gerolamo con cui condivise una lunga via fatta di discussioni più o mene accese, ma sempre fini a sé stesse, tuttavia nel 391, sollecitato da Aterbio, altro origenista convinto egli entrò in una disputa decisamente diversa sul maestro che divise per sempre i due amici.
Gerolamo, dall’alto della sua intransigenza dottrinaria, come era costume l’attaccò senza riserve e soprattutto attaccò la sua traduzione del De principiis (di Origene) che manifestava un certo ritorno all’ortodossia primitiva latente in Origene, il che doveva sembrare certamente un’eresia all’ex-amico, insomma Gerolamo inveiva e Tirannio Rufino scriveva, ognuno a suo modo cercava di guadagnare più gente alla propria causa, fortunatamente la polemica dopo anni venne meno semplicemente perché con alle porte i Visigoti (siamo nel 407) la chiesa per mano del vescovo di Aquileia, Cromazio, ordinò ad entrambi di cessare le ostilità personali e di riconciliarsi, così sembra fu fatto, qualche dubbio rimane sulla vicenda, anche perché Tirannio Rufino dovette rifugiarsi a Messina dove poi morì nel 411.
L’aspra contesa, non certo un’eresia possiamo affermare, continuò a lungo nei secoli anche dopo la morte dei due protagonisti, era evidente che Origene provocava ciò, ma pochi ebbero la chiarezza di Tirannio Rufino nell’interpretare con acutezza il pensiero del filosofo, solo ai nostri tempi la rivalutazione delle traduzioni ha conosciuto una corretta consacrazione.
Un aspetto particolarmente interessante riveste il pelagianesimo, il quale prende il nome dal monaco probabilmente d’origine britannica che tra la fine del quarto secolo e l’inizio del quinto, una volta stabilitosi a Roma, iniziò a propugnare una dottrina che partendo da presupposti ascetici in parte derivata dall’Ambrosiastro, forniva secondo lui all’uomo la capacità interiore per redimersi dal peccato originale senza necessitare dell’aiuto della Grazia Divina, in sostanza l’uomo per lui aveva la forza e la capacità per prosperare nel bene sempre che operasse in ascetica e virtuosa vita giornaliera.

Pelagio lasciò presto Roma per recarsi in Africa e nel medio oriente dove trovò certamente un ambiente umano e sociale più disposto ad accettare le sue tesi alquanto controverse.
Pesantemente criticato dal clero locale insieme al discepolo Celestio vide sostanzialmente condannate le sue tesi al Concilio di Cartagine nel 416, condanna che fu confermata anche al Concilio di Milevi successivamente e complessivamente adottate da Papa Innocenzo I che morendo lasciò la patata bollente al successore Zosimo, il quale in realtà non ravvisava nulla di così eretico e si mosse in difesa di Pelagio che continuava a professare liberamente le sue idee senza che nessuno esercitasse contro di lui nessuna forma di censura: il pelagianesimo primitivo era quindi in pratica tollerato più o meno velatamente dalle autorità ecclesiastiche.
Solo nel 418, sempre a Cartagine, la sua dottrina fu sconfessata in un concilio speciale con anche l’intervento autorevole di uno dei padri del cattolicesimo, Agostino che non scrisse contro Pelagio, ma sostanzialmente disse che la sua esposizione era dubbia e confusa, insomma “da rivedere”, il che al tempo equivaleva ad un’aperta sconfessione, le tesi furono condannate, ma tutto finì lì, il monaco continuò a vivere tranquillamente e morì di vecchiaia ad Alessandria, continuando a parlare tra la gente del suo pensiero.
Altra cosa invece fu il pelagianesimo che si rifaceva alla dottrina del monaco, successiva alla sua morte avvenuta nel 427 AD e divenne ben presto una forma dura ed intransigente.
 Nel 482 l'Imperatore Zenone emette un documento chiamato Henotikon che in teoria avrebbe dovuto dissipare ogni pendenza in materia religiosa creatasi dopo il Concilio di Calcedonia e motivo di serio attrito tra l'occidente e l'oriente..
Alla base dello scritto stava l'assunzione, in poche parole, della condanna d'ogni deviazione di Fede che disgregasse l'unità dello Stato, ritenuta l'unita vera garanzia di continuità storica, fatto che indubbiamente aveva il sapore più cesaro-papista che religioso e quindi difficilmente applicabile in territori che stavano modificando l'assetto sociale e politico, e non parlo solamente di Roma e dell'ovest, ma penso anche ai territori africani dove peraltro quasi immediatamente avvenne una scissione provocata dai cosiddetti Acefali, ribelli monofisiti.
Zenone fallì quindi sostanzialmente nella sua opera tesa a ricucire gli strappi createsi nell'Impero ed anzi, aggravò la situazione, anche perché il Papa era Felice II, un uomo fiero e battagliero, amante della romanità classica (del resto la sua famiglia era aristocratica da vecchia data) che non perse tempo a ricordare all'Imperatore che in fatto di fede non accettava lezioni da nessuno, e che (riprendendo Costantino) egli (l’Imperatore) derivava il suo potere da Dio, il quale poteva riprenderselo in qualunque momento.
L'Henotikon sarà cancellato da Giustino una quarantina d'anni dopo e non sarà più riproposto sotto questa forma, ma sicuramente la leggerezza con cui Zenone lo emise fa capire quanto distante in realtà fossero i due mondi in quel momento storico.
Il Nestorianesimo, rifiutando la risoluzione del Concilio di Efeso, fu successivamente trasferito in Persia a cura delle scuole di Edessa e Nisibi, il che significava un violento attacco all'Impero Romano, dichiaratamente antinestoriano.
Infatti nel 486 la chiesa cristiana persiana aderì in massa all'eresia, confidando di far piacere agli imperatori sassanidi, nemici dei romani, il che in qualche modo era vero, anche se con le dovute molle, fatto sta che i missionari della nuova fede nestoriana rapidamente andarono dalla Persia nelle zone limitrofe, negli altopiani asiatici cercando di portare il nuovo verbo anche tra popolazioni ostiche quali turchi ed unni, perfino nell'estremo oriente tra le steppe cino-mongoliche si ritrovano testimonianze del loro passaggio, ma senza nessuna conseguenza in pratica dal punto di vista religioso.

Un movimento eretico piuttosto interessante ancorché decisamente strano fu quello degli agnoeti, costola del monofisismo del VI secolo.
Premettiamo che la chiesa pur condannando l’eresia non prese mai nessun provvedimento nei confronti dei suoi adepti, o meglio non prese mai nessuna decisione particolare sull’assunto che in pratica si basava sull’ignoranza da parte di Cristo per la sua parte umana d’alcuni particolari divini e soprattutto della data del giudizio universale, questo in contrapposizione alla sua divinizzazione.
Presa così certamente incorreva indubbiamente nella prassi eretica come tante altre, ma da queste ultime si distaccava proprio perché l’assunto dava più spazio ad un ragionamento teoretico-filosofico piuttosto che pratico evitando di prendere posizione contro l’istituzione della Chiesa.
Diciamo che forse fu più agnostica che eretica e come tale, pur disapprovata e condannata non fu mai perseguita ed essa si esaurì sostanzialmente nel corso del secolo senza peraltro lasciare tracce particolari.

Efrem d’Antiochia fu un personaggio molto importante nella lotto contro le eresie, patriarca d’Antiochia tra il 527 ed il 545 quindi sotto Giustiniano, nacque presumibilmente verso la fine del V secolo, ma noi lo ricordiamo soprattutto per la valenza dei suoi scritti teologici anche se egli esordì come polemista politico (infatti ebbe il titolo di Comes Orientis) e solo successivamente attraverso la volontà popolare fu fatto patriarca: questo fa pensare che nella sua carica civile fu molto vicino alla gente comune che ebbe sicuramente gioia profonda alla sua elezione.
Ortodosso fino al midollo, fece suoi i caratteri codificati dal Concilio di Calcedonia, si batté fortemente contro i precursori monofisiti che erano per lo più rappresentati dal suo predecessore Severo proprio ad Antiochia.
Purtroppo a noi è giunta solamente poca della sua produzione letteraria e per di più frammentata che trattano appunto le dispute contro Severo e i tre Tomi che trattano tutto lo scibile e che sono di grande utilizzo per comprendere la sua opera: troviamo infatti lettere, omelie, commenti , risposte ed i suoi lavori servirono successivamente all’elaborazione teologica di Leonzio.
Al vescovo di Junca (nell’odierna Tunisia) Verecondo fu intimato da parte di Giustiniano di recarsi a corte, insieme ad altri colleghi provenienti dal turbolento territorio africano, in quanto s’opponevano strenuamente alla condanna imperiale dei Tre Capitoli, il che in parole povere equivaleva ad un reato contro il sovrano e quindi contro lo stato, passibile di condanna dura senza appello.
Ancora una volta la terra africana appariva senz’altro molto distante dalla politica religiosa dell’Imperatore, ma soprattutto appariva distante dal modo d’interpretare la religione cristiana, una terra di confine possiamo indubbiamente dire in questo senso.
Verecondo non andò così a Costantinopoli, ma deviò verso Calcedonia, morendoci di morte naturale dopo appena un anno, ma trovando il tempo di scrivere un saggio sul tema dei tre Capitoli, estratto originale del Concilio stesso, intitolato Excerptiones de gestis Chalcedonensis concilli, peraltro poi ampiamente diffuso ed utilizzato per successive controversie inerenti alle eresie orientali.
Celebre la diatriba scoppiata tra il patriarca Giovanni e ed il Papa Gregorio Magno sull’aspetto delle istituzioni religiose cesaro-papiste orientali.
Giovanni, detto il Digiunatore, era un patriarca estremamente ascetico oltre che un sant’uomo, ma commise l’errore (secondo la chiesa di Roma) di accettare anche il soprannome di “Patriarca Ecumenico” : questo era inconcepibile per Gregorio Magno, il quale nonostante la sua professata umiltà, restava molto attento e vigile su queste ordinanze romano orientali, a suo dire arroganti e pretestuose.
Il Papa scrisse così un’accorata lettera all’Imperatore ammonendolo su questo argomento e sperando d’ottenere l’annullamento dell’ordinanza, con l’utilizzo di terminologie che invece dilatarono ancora più il solco tra le due parti, arrivando a parlare apertamente d’Anticristo latente nella capitale, ma l’Imperatore non mosse un dito e lasciò che la disputa perdesse l’interesse originale, dando riprova che spesso all’origine dei contrasti vi fossero soprattutto interpretazioni di potere politico ed ideologica piuttosto che d’interpretazioni dottrinarie vere e proprie.
Un’altra disputa fu quella che si movimentò intorno all’ordinanza (592) che impediva l’ingresso dei militari nei conventi: la Chiesa Romana, senza giri di parole riteneva completamente errata l'ordinanza sia dal punto di vista politico che religioso, considerandola anche come un’intromissione pericolosa e dannosa da parte dell’Impero: si parlava duramente d’ordine contro Dio, contro l’ordine celeste e comunque con toni che ricordano senz’altro personaggi occidentali come un Gelasio od un Agostino, le truppe bizantine avevano ordini precisi e difficilmente trasgredivano, questo contribuì a creare malcontento nei territori meridionali italiani.
Eraclio durante il suo mandato cercò di tenere unita almeno la fede religiosa: in termini pratici, cercando di ricucire l’unità tra ortodossi e monofisiti in maniera da superare i contrasti dogmatici alquanto duri e spesso vincolanti.
Eraclio commise però l’errore di perseguire forzatamente questa politica ad ogni costo, attraverso la nomina di nuovi patriarchi fedeli (come Ciro ad Alessandria) o presentando progetti come quello dei “Nove Capitoli” comprendenti intenti unitari tra la chiesa di Bisanzio e i monofisiti d’Alessandria.
Ciro e Sergio (patriarca bizantino) misero in linea una tesi, approvata da Eraclio, relativa alla formula di fede unica per tutto l’impero, tesi promulgata nel 638 (Ekthesis).
La Ekthesis si rifaceva al Concilio di Calcedonia, partendo dal presupposto che in Cristo vi sono due nature (divina e umana), che si uniscono dal nulla, ma una volta unite diventano una sola (divina e umana insieme): il Monotelismo che rinfocola immediatamente la diatriba sull’incarnazione del Redentore utilizzata a dire della chiesa di Roma per sacrificarlo allo stato, Eraclio riuscì parzialmente nel suo intento purtroppo per le due chiese che s’avviavano al distacco, non diciamo che Roma dichiarasse eretica la tesi dell’Ekthesis, ma certo ci penso seriamente a farlo preferendo poi non dare seguito alla pratica.

Per terminare diamo uno sguardo agli ultimi secoli dell’alto medioevo e troviamo un grande teologo e polemista impegnato nelle dispute durante l’eresia del periodo iconoclasta fu senza dubbio Teodoro Studita, monaco che visse tra il 759 ed il 826 e che si trovò nel turbine del drammatico periodo politico e religioso culminato con la dura lotta appunto tra monaci ed imperatori, arrestato nel 796 per aver negato il giudizio positivo alle nozze di Costantino VI con Teodote anche se in questo caso non si trattò di vicenda legata all’iconoclastia..
Egli ritornò al suo uffizio in quel di Studion solo quando Irene depose il figlio e riprese il controllo della situazione politica dello stato gettando tutte le energie mentali e fisiche al servizio della comunità cittadina fino a quando nel 802 ascese al trono Niceforo e scoppiò la triste disputa sulla vicenda delle immagini sacre.
Teodoro, essendo l’artefice massimo della logica delle Icone Sacre, ed essendo un polemista di grande ingegno, si buttò nella mischia senza remore attraverso i suoi saggi pieni di grande maestria ed estremamente dettagliati, questo lo portò ovviamente in linea di rottura con gli imperatori che invece disapprovavano il culto delle Icone Sacre e così egli conobbe l’esilio ed il carcere duro.
Quasi vent’anni durarono le sue lotte fino a quando Michele il Balbuziente nel 820 non gli permise di tornare liberamente nella capitale imperiale.
Tra gli scritti dedicati all’ascetismo possiamo ricordare la Piccola Catechesi, la Grande Catechesi e ben 13 Sermoni Spirituali, che spingono il lettore verso la conquista della beata solitudine e la contemplazione di Dio attraverso varie fasi della vita di preghiera.
Sul discorso iconoclasta doveroso ricordare i 3 Discorsi contro gli iconomachi, l’Elenchos, i Capita VII adversus iconomachos più vari giambi relativi alla teologia anche se indubbiamente però la sua opera più importante resta l’Epistolario, ricca raccolta di oltre 600 lettere che è servita e serve ancora oggi per lo studio del periodo nero dell’Impero in relazione alla religione ed all’eresia.

L’eresia alto medievale iniziò pian piano a spegnersi per lasciare spazio allo scisma che rappresentava meglio la politica del nuovo millennio e che purtroppo produsse la rottura definitiva tra le due chiese, ferita mai rimarginata.

 

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