Tito Pomponio Attico, l’Uomo

di Enrico Pantalone

 

 

Tito Pomponio soprannominato l’Attico deve essere stato realmente un grande personaggio nella Roma che stava mutando le sue istituzioni da quelle antiche repubblicane a quelle più moderne di tipo principesco perché non si trovano tracce di scritti disonorevoli o comunque negativi nei confronti del suo operato da parte di chiunque pur se era politicamente in posizione diversa rispetto a lui.

Silla, nonostante le sue decise purghe dopo la presa del potere permise al nostro filosofo allora giovanissimo, di stabilirsi ad Atene per continuare gli studi nonostante la sua parentela e amicizia con Publio Sulpizio mandato a morte perché tribuno della plebe.

Del resto Cornelio Nepote ne fa un ritratto nella sua “Vita degli Uomini Illustri” che è pieno di rispetto e di gratitudine per i suoi insegnamenti ed per il modo di porsi nella sua vita civile quotidiana in un momento politico denso di avvenimenti sconvolgenti e portati spesso all’estremismo e al radicalismo esasperato.

Tito Pomponio avrebbe senza dubbio potuto scalare le cariche repubblicane se avesse voluto, sempre con il consenso generale, ma mai ebbe questi propositi, capirne le ragioni è sempre complicato: dobbiamo pensare soprattutto che egli era sicuramente un valido propugnatore d’innovazioni e idee atte a correggere le storture sociali della Repubblica Romana ma che nello stesso tempo era convinto che tra corruzione e violente contrapposizioni politiche poco si potesse fare in quel momento.

Egli era un idealista per questo non concepiva l’odio politico, tutti a suo modo dovevano concorrere per migliorare lo Stato, certo egli aveva le sue idee politiche ma faceva di tutto perché queste non influissero sui suoi giudizi riguardo alle persone impegnate nella competizione.

Prima di tutto per lui veniva il bene di Roma e per questo lui si adoperò sempre per appianare divergenze o affinché si trovasse una soluzione pacifica su ogni questione anche se lui rimaneva sempre realista e pragmatico, sapeva che non poteva certo essere possibile ottenere una soluzione in quel senso.

Nella capitale, in politica, egli faceva aggio da un lato sull’enorme disponibilità del suo capitale finanziario famigliare sempre a disposizione di tutti e dall’altro da una superba e squisita disponibilità personale al dibattito sia oratorio sia letterario, era peraltro anche editore il che lo rendeva ovviamente amico di tutti gli scrittori.

Egli era indubbiamente molto ricco e questo gli permise di seguire i suoi ideali senza doversi preoccupare di trovare alcuna giustificazione al suo comportamento e di restare sostanzialmente “libero” da imposizioni e da picchetti precostituiti: apparteneva alla classe equestre, era un cavaliere, un patrizio.

Oggi lo definiremmo un conservatore illuminato o riformista, usava il denaro per aiutare chi ne aveva bisogno e soprattutto chi era perseguito o caduto in disgrazia senza guardare al suo “colore politico”, sic simpliciter metteva ciò che aveva in maniera disinteressata a disposizione degli altri, così non ebbe mai nemici nella sua vita.  

Colpisce la grande amicizia con Cicerone, spesso unilaterale da parte di Tito Pomponio, animato dalla più profonda ammirazione per il celebre oratore che però non cadeva mai in pura adulazione, la sua era, un’amicizia sincera, leale e non venne meno nemmeno nei momenti di sventura seguiti all’assassinio di Caio Giulio Cesare, con aiuti anche finanziari.

Cicerone non era certamente uomo propenso a creare per amicizia dei vincoli ferrei tuttavia nei confronti di Attico nutriva molto rispetto che lo porto a scrivere tutte le famose lettere per nostra fortuna arrivate ai giorni nostri dandoci la possibilità di conoscere a fondo la grande umanità e saggezza di Tito Pomponio: non v’è da dubitarne perché Cicerone aveva molti difetti, ma non regalava nulla a nessuno ed evidentemente nei confronti dell’amico sentiva un trasporto particolare anche se contenuto nei modi come di consueto.

Insomma Cicerone nella Roma delle lotte intestine per il potere era senz’altro più scaltro e meno incline al dialogo rispetto a Tito Pomponio, questa era la sua debolezza non la sua forza a mio giudizio, nonostante diversi testi che spesso c’indicano una raffigurazione più standardizzata sulla sua arte oratoria, eccezionale invero, ma si dimostrò in un certo senso anche la sua rovina.

Con ogni probabilità Tito Pomponio aveva coltivato questa caratteristica peculiare del suo carattere in Attica (da qui il suo soprannome) dove si recò come detto all’inizio per concessione di Silla nell’attesa di far decantare la pesante situazione interna in Roma.

Silla non andava tanto per il sottile, lo sappiamo tutti, però Tito Pomponio non aveva compiuto nessun atto contro di lui pur nella sua involontaria parentela con Publio Sulpizio ma con ogni probabilità lo salvò il suo patrimonio che gli permise una “fuga concordata” (e forse profumatamente pagata).

In Grecia la sua naturale predisposizione filosofica ovviamente trovò una concreta applicazione attraverso un compimento completo degli studi sullo scibile umano e grazie alla profusione di ricchi contratti che permettevano agli insegnanti di vivere con grande decoro e di questo essi ne furono sempre grati a Tito.

Insomma, Tito Pomponio riusciva, grazie al suo carattere, a comprendere bene la società che gli girava attorno, era un sociologo ante-litteram e ciò lo avvantaggiò notevolmente nel corso della sua vita, così ad Atene quanto a Roma una volta tornato.

Le dispute socio-politiche in Roma tra Silla e Ottaviano Augusto le conoscono tutti gli appassionati di storia per cui è inutile ripeterle in maniera cronologica tuttavia la parte sociologica assume un aspetto interessante che vale la pena d’approfondire.

Tornando a Roma da Atene e dall’Attica, da cui andò via tributato da onori solenni per il suo lavoro e la sua magnificenza oltre che disponibilità, in pochi mesi comprese meglio di altri che vivevano e si combattevano quali fossero i grandi problemi della capitale e perché ci fosse tanta inquietudine.

Roma stava cambiando lentamente ma inevitabilmente, si era votata alla conquista del mondo mediterraneo e pertanto doveva adattarsi istituzionalmente al nuovo ordine, per Tito Pomponio era molto chiaro, egli aveva una visione delle cose veramente aperta e soprattutto molto avanzata rispetto ai suoi concittadini, merito anche del lungo soggiorno in Attica che gli aveva permesso di aumentare il suo spirito critico costruttivo.

Le arcaiche istituzioni non potevano, a suo giudizio, essere utilizzate per le nuove frontiere della vita sociale e politica, dovevano essere riformate per venire incontro alle nuove esigenze.

Egli comprendeva che si sarebbe giunti presto a lotte intestine molto più dure rispetto a quelle di pochi decenni prima e mai sopite per la verità, la corruzione dilagava in maniera impressionante, le cariche pubbliche venivano praticamente comprate e molti dei “politici” rappresentavano delle lobbie ante-litteram ben precise nella strategia della vita civile.

Tito Pomponio, pur godendo di notevole prestigio sociale, non accettò mai cariche pubbliche o incarichi di potere, non aveva il carattere ambizioso di molti altri personaggi celebri della sua epoca e questo contribuì senz’altro a creare su di lui quell’alone di uomo super partes di cui v’era molta necessità, uomo da tenere sempre in considerazione per le sue precise allocuzioni e forse anche perché faceva comodo dal punto di vista finanziario conoscendo la larghezza della sua borsa quando si aveva bisogno d’aiuto.

I problemi istituzionali erano strutturali a Roma nell’ultimo secolo aC, una potenza militare ed economica mediterranea quale si avviava a diventare essa non poteva più essere retta attraverso cariche ancora mutuate su arcaici concetti, questo era tanto evidente a chi veniva da fuori Urbe, tant’è che tutti i condottieri di legioni oltre i suoi confini italici brigarono per modificarne l’assetto più o meno velatamente: a maggior ragione personaggi come Tito, culturalmente e socialmente avanzati,  ne descrivevano limiti ed eccessi.

Un’altra delle ragioni del grande impatto sulla gente che ebbe l’Attico furono la sua marcata onestà, la sua gentilezza, virtù che al tempo dovevano apparire merce piuttosto rara, egli faceva dell’onestà il principio etico della sua vita e della gentilezza un dovere intrinseco ai suoi principi di comportamento: Roma non aveva evidentemente mai conosciuto uomini simili anche perché la società era cresciuta a una scuola molto dura per diventare una grande civiltà cosicché la popolazione risentiva di questa virtù comunque indispensabile per completarla, la presenza di un uomo come Tito nel quotidiano cittadino deve aver entusiasmato proprio perché si presentava come rottura con il passato, accettata perché ritenuta elemento importante per la crescita.

Soprattutto colpiva nell’immaginario collettivo la sua gigantesca biblioteca cui tutti quelli che lo credevano necessario potevano attingere per aumentare e completare le loro capacità intellettive, Cicerone del resto, come amico la considerava un po’ anche sua e in fondo questo non dispiaceva per niente a Tito.

Tanti giovani si facevano assumere come domestici per compiere degli studi adeguati fidando della sua generosità e della sua protezione, con lui crebbe una generazione media di eruditi che forse non ebbe pari nella storia romana, si badi, parliamo non di singoli personaggi ma di una classe media fino allora esclusa dalla sapienza perché senza grandi mezzi finanziari a disposizione e questa fu la sua grande rivoluzione in un mondo, quello romano, che stava traghettando la repubblica verso il principato, da una società utilitaristica e abbastanza semplice nelle sue infrastrutture a una società cosmopolita e complessa nell’organizzazione.

Tipo Pomponio comprese, proprio con lo scoppio della guerra civile tra Pompeo e Giulio Cesare, che la repubblica aveva esaurito la sua funzione nella società romana e che occorreva prendere delle strade diverse nelle istituzioni perché quelle esistenti avevano sostanzialmente generato solo disuguaglianza e corruzione dilagante.

Egli aiutò finanziariamente in quella guerra civile tutti i suoi amici che combattevano contro Giulio Cesare (primo fra tutti Cicerone) ed anche quelli che invece lo aiutavano proprio perché egli pur comprendendo le grandi difficoltà che stava attraversando la società romana voleva mantenere intatte le possibilità che si tornasse a discutere civilmente.

Per questo profuse ogni suo sforzo verso una politica del tutto personale che oggi definiremmo al di sopra delle parti capace di imporre, una volta finita la disputa militare ritenuta inevitabile, una dialettica nuova e nuovi ordinamenti.

Di tutti coloro che vissero quel periodo probabilmente solamente Giulio Cesare comprese bene l’importanza di ciò che faceva Tito Pomponio pur non avendo nessun rapporto con lui né di parentela né politico, e lo lasciò sempre fare anche dopo aver vinto la guerra per il potere additandolo sempre per la sua generosità e pacatezza nell’azione sociale e quotidiana nell’Urbe.

Anche quando gli avvenimenti presero una piega notevolmente drammatica con l’uccisione di Giulio Cesare in Senato, Tito riuscì a mantenere una posizione neutrale pur aiutando tutti come il solito e non partecipò all’accaparramento dei beni dei cesaristi dichiarati nemici della patria, non volle farlo e lo disse pubblicamente perché non lo trovava etico e prese sotto la sua protezione, per esempio, tutti coloro che vivevano con Marco Antonio, fossero parenti o servitù,  mentre quest’ultimo aveva dovuto abbandonare l’Urbe in seguito ai tragici avvenimenti e questo in un momento che certamente non faceva presagire l’inversione della tendenza.

Tutti si meravigliavano che egli lo facesse nella maniera più disinteressata, senza secondi o terzi fini ma solo perché non credeva nella prevaricazione dell’individuo, il rispetto verso la sua persona crebbe a dismisura, Tito era l’esempio dell’uomo “vero” in una società convulsa e in preda agli estremismi, il giovane Ottaviano ne era estasiato e probabilmente lo prese realmente come esempio di vita.

Una volta ritornato vincitore Marco Antonio gli rese onori pubblici per il suo comportamento, e ancora una volta Tito si adoperò per aiutare chi prima era potente e ora ridotto a proscritto… non poteva salvare tutti ovviamente ma alcuni dietro i suoi buoni uffizi poterono continuare la loro vita sociale a Roma senza disturbi.

Quando morì a settantasette anni per un male incurabile, Roma gli tributò un funerale solenne e silenzioso che si estese lungo tutta la Via Appia per più di cinque chilometri, imponente per partecipazione, ma discreto, il dolore e il cordoglio per la sua scomparsa furono grandi per tutti, ogni cittadino dell’Urbe poteva dire di essere in qualche modo stato aiutato da lui e voleva in qualche modo dimostrargli la propria gratitudine.

Nella società romana di quel periodo non era certamente facile vivere e lo stesso Tito lo fa intendere con i suoi scritti e i suoi resoconti, troppe le questioni di potere personale che il triumvirato aveva esasperato in maniera pesante tanto da rendere quasi immobile la vita politica quotidiana tra veti e contro-veti.

Nessuno si sentiva più sicuro, ci si legava ad un gruppo (oggi sarebbero le lobbie) perché non s’aveva la forza di esercitare i propri diritti e così il clientelismo e la corruzione arrivò a picchi molto alti, mai conosciuti prima dalla repubblica.   

Tito Pomponio Attico lo sapeva bene ed è per questo che risultò una delle poche voci “libere” del tempo, egli era repubblicano dai saldi principi ma in una situazione istituzionale caotica come quella della società romana del I secolo aC, era ben conscio dell’impossibilità di riforma del suo assetto perché era praticamente impossibile determinare dei cambiamenti senza passare ad una forma di governo, il principato, più corretta per l’amministrazione pubblica dello stato così ingrandito.

Tuttavia egli si adoperò all’interno della società in convulsione per creare i giusti presupposti per quello che oggi politicamente, e diplomaticamente chiameremmo “tavolo negoziale”, in sostanza egli amava l’Urbe e semplicemente cercava di ridurre tra le parti i punti di distanza e la filosofia di vita che aveva appreso in Attica sicuramente gli diede una mano, egli utilizzò valori come amicizia e dialogo, cultura e forza morale: la storia nei secoli gli ha reso giusto merito.

Permettetemi una piccola annotazione personale: credo che l’Italia di oggi avrebbe un gran bisogno di un uomo come Tito Pomponio Attico, ci manca in un periodo che non è diverso da quello vissuto dall’Urbe millenni fa.

                 

                                                                                                                             Milano, ottobre 2011

 

 

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