Traiano, Adriano e la politica estera di Roma

 di Enrico Pantalone

 

L’ascesa di Traiano non ebbe come sola novità il fatto che fosse il primo principe “adottato”, infatti era anche il primo imperatore a non essere italico essendo nato e cresciuto in Iberia, pur avendo la sua famiglia lontane origini latine.

L’arcanum imperii di tacitiana memoria raggiunge qui la sua massima realizzazione: l’imperatore non solo non è più un romano, ma non è nemmeno più italico.

Ecco quindi, giungere al suo termine ultimo anche quel processo di integrazione e romanizzazione delle province imperiali, grazie al quale adesso persino un provinciale riuscirà a rivestire la carica più alta esistente a Roma.

L’integrazione delle zone provinciali dell’impero, soprattutto quelle di più vecchia data, aveva cominciato a svilupparsi fin dall’età repubblicana ed, in effetti, questo sarà un elemento di evoluzione sempre e costantemente presente nella storia romana.

La cooptazione di “forestieri” fra le più alte cariche politiche consentirà a Roma di legare strettamente a le elites dei territori conquistati.

In realtà ci sarà sempre uno squilibrio fra province occidentali e orientali, nella misura in cui quelle orientali possedevano già una cultura secolare difficile da estirpare rispetto a quelle più occidentali.

In Oriente si continuava a parlare principalmente greco dai tempi del glorioso impero ellenistico creato da Alessandro Magno, così come ellenici erano le mentalità e gli stili di vita dominanti.

Oltre a questo strato di ellenismo che pervadeva gran parte dell’Oriente, vi erano anche le culture che, prima dell’arrivo dell’ellenismo, erano tipiche di quelle zone geografiche e che non furono mai dimenticate dalla popolazione ma che anzi continuarono ad esistere in maniera più vitale che mai.

Per non parlare, poi, della Grecia vera e propria, nonostante fosse formalmente null’altro che la provincia dell’Acaia, una provincia come tutte le altre, in realtà continuò a costituire quasi un mondo a sé.

La cultura ateniese continuò ad avere momenti di grande successo fino alla fine del periodo antico, sebbene alternati a frequenti periodi di parziale oblio.

La filosofia greca, la sua letteratura, prosperò ancora per lungo tempo, grazie soprattutto ai successi in questo campo della sua città principale e non mancò di influenzare in maniera incisiva la cultura romana, ormai profondamente ellenizzata ed inscindibilmente connessa a tutti i nuovi influssi provenienti dalla Grecia.

Per contro, le province occidentali, oltre ad essere quelle su cui Roma era riuscita da più tempo ad affermare la propria supremazia, erano sempre state quelle più malleabili nei riguardi della cultura latina.

Non che, ad esempio, gli Iberici o i Galli non avessero anch’essi culture ricche e secolari che pure sono da più parti testimoniate, ma, sicuramente essi avevano meno autocoscienza di stessi come universo culturale particolare ed esclusivo.

La loro cultura era meno radicata e forte e, forse, soprattutto per quel che ne sappiamo dei Galli, ciò soprattutto a causa del fatto che le basi di essa erano custodite da pochi adepti che la tramandavano esclusivamente oralmente, senza lasciare nulla di scritto.

Non era insomma un sapere “aperto” come quello greco, dove i teatri, tanto per citare un aspetto, erano immancabili in ogni città e dove tutti i cittadini erano indotti a recarvisi anche al costo di rimborsare loro l’eventuale giornata di lavoro persa.

Meno partecipazione alla cultura, per i popoli occidentali, che, uno dopo l’altro, ebbero a che fare con Roma, significò per essi la fine della loro civiltà che fu sopraffatta da quella latina, che ebbe gioco facile ad imporsi.

Ecco perché si arriverà a considerare ordinaria l’ascesa fino alla qualifica di imperator di un iberico ed, invece, eccezionale, almeno in parte, quella di un orientale.

Per non parlare poi dei greci: non è un caso che Roma non avrà mai un imperatore greco e si può affermare che questo avvenimento fosse semplicemente impensabile, all’epoca.

Nonostante i Romani non furono mai dominati da un individuo di sangue ellenico, ci furono imperatori che, però, lo furono, o tentarono disperatamente di esserlo, nello spirito, essendo dotati di un’ammirazione per i fasti greci che andrà aldilà di ogni previsione.

L’età, infatti, che andrà da Traiano all’imperatore Marco Aurelio sarà quella di massima grandezza per Roma, che godrà di stabilità e successi e nella cui conduzione giocherà non poco la particolare attenzione filo ellenica di alcuni degli imperatori che si succederanno in questo lasso di tempo.

Traiano, questo principe adottivo designato da Nerva, fu essenzialmente un “imperatore – guerriero”, prova ne sia che ben tre dei cinque appellativi che prenderà nel corso del suo governo (Germanicus, Pater Patriae, Dacicus, Parthicus, Optimus) si riferiscano ad altrettante spedizioni militari coronate dal successo.

La più importante fra di esse fu senza dubbio la conquista e la riduzione a provincia della Dacia, regione composta da territori oggi facenti parte della Romania e, parzialmente, della Bulgaria e dell’Ungheria, la quale fu una grande fonte di ricchezza grazie alle sue celebri miniere d’oro.

L’aspetto “guerriero” dell’imperatore Traiano sarà quello maggiormente messo in evidenza dalla propaganda di governo, della quale ci rimane una stupefacente testimonianza come la colonna traiana.

Dell’altezza di poco meno di 30 metri (sebbene l’intero monumento, comprensivo del piedistallo e della statua posta in cima li superi abbondantemente) è interamente percorsa da un fregio che vi si avvolge a spirale e che narra proprio la vittoriosa campagna bellica in Dacia.

E’ ovvio quindi che a farla da padrone in questa imponente opera figurativa è la celebrazione delle virtù più prettamente “legionarie” e belliche: frequenti sono le scene di barbari sottomessi da soldati romani che ostentano forza e superiorità.

Non a torto la riuscita del proposito di conquistare la Dacia sarà l’impresa maggiormente ricordata di quest’imperatore visto che con essa, l’impero raggiunge la sua massima espansione e, quindi, dopo di essa, la sua spinta propulsiva verso l’esterno andrà esaurendosi relativamente in fretta, aprendo una nuova epoca di cui già Marco Aurelio sarà testimone.

Questo aspetto del termine dell’allargamento dei confini di Roma, elemento che aveva caratterizzato la sua storia fin dalla lontanissima epoca regia, avrà un peso estremamente importante nel determinare la successiva evoluzione dell’impero.

Per il momento, però, ancora per qualche decennio l’Urbe continuerà a godere della propria forza conquistatrice  che la rendeva la principale e indiscussa potenza della sua epoca.

Anche Traiano, da parte sua, alla fine del suo regno decide di seguire l’esempio del proprio padre adottivo Nerva, prendendo la risoluzione di adottare come suo successore non un uomo che necessariamente provenisse dalla sua famiglia, ma l’individuo che sembrasse più in grado di reggere le sorti di Roma.

Anche in questo caso, come nel caso di Nerva, la scelta del principe risultò felice: a succedere Traiano al trono viene designato Publio Elio Traiano Adriano, giovane di cui Traiano era divenuto da lungo tempo precettore, essendo morti i suoi genitori.

Adriano, le cui origini sono probabilmente anch’esse iberiche, vorrà discostarsi dall’immagine di imperatore che Traiano aveva dato, mostrando un’idea della sua personalità ben diversa dal guerriero che il suo padre adottivo era stato.

L’aspetto inverso di Adriano rispetto al suo predecessore lo si potrà individuare anche in politica estera.

Se Traiano era ancora stato un imperator dedito alle grandi conquiste, l’ultimo capace di portare sotto il controllo di Roma un grande territorio come la Dacia, Adriano adotterà una politica di contenimento. Sarà il primo, infatti, a rinunciare, in questo caso molto saggiamente, a sogni di ulteriore conquista ed ad optare per il rafforzamento e la difesa dei confini già definiti.

Saranno infatti importanti le opere edilizie da lui finanziate destinate alla protezione dei limiti dell’impero: la più famosa di esse è sicuramente il Vallo di Adriano eretto in Britannia, ma degno di nota è anche il Fossatum Africae destinato a proteggere le vie carovaniere dei territori africani dell’impero.

Con lui, insomma, il complesso del “limes” si affermerà definitivamente: lo standard della

salvaguardia dei territori romani limitanei sarà questo sistema composto da una serie di fortificazioni connesse da strade apposite, che, sebbene non ideato da questo imperatore, sarà da lui diffuso in ogni zona in cui ve ne fosse necessità, uniformando così ogni parte dell’impero.

Questa sua preoccupazione per le province, Adriano volle anche esprimerla con una serie di viaggi, in modo tale da visitare ogni regione che si trovasse all’epoca sotto il controllo latino.

Dalla Gallia, alla provincia d’Asia, all’Iberia, alla Pannonia, Adriano non mancò di fare sentire la sua presenza praticamente ovunque.

Era questa una scelta senza precedenti, fu, per molta gente che abitavano le parti periferiche per l’impero, la prima occasione, che rimarrà rarissima, di vedere da vicino l’imperator che, fino ad allora, più che una persona in carne ed ossa, era rimasta più un’istituzione astratta a cui, al limite, dimostrare, all’occorrenza, fedeltà ma del quale si sapeva poco altro.

Meta prediletta dei viaggi di Adriano fu Atene in cui trascorse molto tempo e della cui edilizia ed organizzazione decise di occuparsi personalmente, decisione non presa a caso.

E’ con Adriano che la tendenza ellenistica raggiunge il suo apice, senza, tra l’altro, scadere in quelle manifestazioni grottesche che furono tipiche di Nerone.

 

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