Verdun 1916, Passchendaele 1917: vita e morte in trincea

 

di Enrico Pantalone

 

 

 

Verdun, Passchendale, due località (insieme a tante altre ovviamente….) che ancora oggi risuonano nella mente di tutti noi per le immani tragedie umane che si sono consumate nelle opposte trincee durante la prima guerra mondiale.

Le trincee del fronte occidentale furono indubbiamente molto più drammatiche rispetto a quelle dei fronti italo-austriaco oppure a quello russo-tedesco perché le frequenti piogge durante tutto l’anno su d’un terreno poco roccioso rendevano impossibile la vita quotidiana per muoversi anche in assenza di battaglia.

Il maltempo continuo e incessante nei mesi, tipico di queste zone, non risparmiava nessuno ovviamente, spesso i soldati erano costretti a sparare dalle proprie trincee immersi sino al torace nell’acqua che troppo rapidamente allagava i percorsi scavati per proteggere o muoversi più celermente e che invece diventavano spesso trappole drammatiche, i casi di affogamento furono molti e avere l’acqua al ginocchio era la regola con tutto quello che ne conseguiva in termini igienici e sanitari.

La trincea allagata onestamente non era indubbiamente nemmeno il peggio che un soldato trovava sulla sua strada nella quotidianità, il campo di battaglia era formato da innumerevoli buche spesso larghe e profonde dovute ai bombardamenti dell’artiglieria, alle volte esse formavano degli insicuri ripari durante un attacco (per entrambi i contendenti) ma con la pioggia diventavano invasi profondi e insidiosi con voragini che si aprivano sotto i piedi dei malcapitati soldati mentre questi cercavano di conquistare o difendere una posizione.

Non serviva a molto l’uso di stendere passatoie di legno per camminare, il terreno reso impraticabile dall’uomo e dalla natura assomigliava a un’immensa distesa paludosa o ancor peggio di sabbie mobili.

Questa era la guerra di logoramento, il soldato non aveva molte chance, poteva morire sia al sicuro nelle proprie trincee sia in estenuanti e spesso insulsi attacchi frontali con minima copertura dell’artiglieria.

Così le battaglie di Verdun e più ancora quella di Passchendale assursero a toni epici per lo spirito e l’intensità delle risorse umane che erano impegnate nei combattimenti, anche se dal punto di vista strettamente militare non furono certamente decisive.

Nessuno capì realmente perché si svolse la drammatica battaglia di Verdun, la più sanguinosa che la storia della prima guerra mondiale conosca, non lo capì l’opinione pubblica francese sempre attenta a questo genere di cose, non lo capì quella tedesca che credeva d’avere  a portata di mano la vittoria finale nel conflitto ma nel contempo andando a rompere le scatola con i propri sommergibili agli americani silurando le loro navi e obbligandoli a entrare in guerra a fianco dei franco-inglesi: faceva così il suo esordio “mondiale” nei conflitti di larga scala quella che sarebbe diventata successivamente la potenza  incontrastata.

Verdun strategicamente era importante, ma l’offensiva fu concepita dallo stato maggiore tedesco nel momento in cui i francesi stavano producendo, da soli, lo sforzo maggiore contro di loro e l’idea non era quella della conquista territoriale in sé ma soprattutto quella di costringere i transalpini alla perdita del maggior numero di soldati possibile così da creare paura e terrore a livello psicologico. 

 Verdun era comunque il perno della difesa francese e saldava le fortificazioni settentrionali a quelle meridionali, poi vi erano le immense distese boschive che permettevano di nascondere adeguatamente i grossi calibri dell’artiglieria e le munizioni che occorrevano per farli funzionare, ultimo ma certamente non meno importante era il fatto che la via alle spalle dei francesi era l’unica che potesse essere usata per il ripiegamento anche se totalmente scoperta e quindi facilmente bombardabile dai tedeschi che attuarono anche in modo incessante questa pratica.

Non secondario fu anche il desiderio tedesco di ovviare a una presunta possibile offensiva delle truppe inglesi e del Commonwealth britannico* stanziate sostanzialmente nel territorio nord occidentale belga e che dopo Verdun presero, di fatto, il comando delle operazioni militari andando a sostituirsi al comando francese.

Molti credono ancora oggi, probabilmente a torto, che la Francia abbia vinto questa battaglia, perché essa riuscì a frenare l’impeto tedesco e la presunta marcia su Parigi che comunque non sarebbe mai avvenuta secondo la logica dello stato maggiore germanico con il desiderio di altre mire...il possesso della Manica.

In realtà il prezzo che pagò la Francia fu altissimo in fatti di morti e il vero e unico vantaggio ottenuto fu la decisa coesione dei reparti e della nazione creatasi come sempre nel momento del bisogno: ciò ovviò all’ammutinamento facile a prevedersi delle truppe operative certamente logore da due anni durissimi (e qui si che Parigi avrebbe tremato maggiormente..), ammutinamento avvenuto puntualmente nel 1917 ma contenuto (anche con la repressione) nei suoi termini.

Verdun non fu ovviamente una sola battaglia, ma una serie continua di attacchi e contrattacchi dalle due parti, l’offensiva durò nel complesso una decisa di mesi e i tedeschi di fatto conseguirono ciò che si erano prefissi, evitare e far rinviare l’offensiva della Somme da parte delle truppe inglesi e ridurre gli effettivi francesi: qui, infatti, a fronte di perdite valutabili in circa 1/7 del proprio esercito, quello francese fu di ben 1/3, una bella differenza.

Probabilmente bisognerebbe parlare più correttamente in termini pratici e concreti di non-vittoria a Verdun, voluta dai tedeschi e subita dai francesi.

L’esercito francese si dissanguò dando l’anima in maniera totale e, di fatto, non fu in grado di fare più grandi offensive, non era in condizione umane sostenibili per un ulteriore pesante sforzo militare sostituito in ciò dalle truppe britanniche e del Commonwealth britannico e qualche mese più tardi dagli Stati Uniti: in sostanza nei successivi due anni lo stato maggiore francese mirò al mantenimento delle posizioni e all’aiuto nel logoramento delle truppe tedesche.

Passchendale è una piccola località non lontana dal freddo e ventoso Mare del Nord nelle Fiandre occidentali, regione diventata il punto di convergenza per le truppe dell’esercito britannico e del Commonwealth britannico al fine di lanciare l’offensiva, ritenuta definitiva, contro l’esercito tedesco che aveva invaso e conquistato il Belgio neutrale.

Intorno ai salienti di questa località durante quattro mesi di attacchi e contrattacchi restarono sul terreno almeno 180000/200000 tra britannici, australiani, canadesi, francesi, neozelandesi, sudafricani e almeno 80000/100000 tedeschi fino a che Passchendale non fu espugnata e conquistata dalle truppe canadesi.

Tanti poeti e scrittori britannici hanno lasciato pagine drammatiche, intense e tragiche al tempo stesso sulla quotidianità del soldato e dobbiamo pensare che ciò fosse valido sicuramente anche per la controparte tedesca.

Ancora oggi parlare di questa cittadina è difficile per gli inglesi perché ogni sua famiglia ebbe delle perdite nell’offensiva, ma soprattutto fu l’impressione di paura e terrore che suscitò nell’opinione pubblica il ritorno di coloro che avevano combattuto e che non erano più in gradi farlo a causa delle menomazioni fisiche o alle crisi nervose molto frequenti nei soldati che generavano continui movimenti del corpo e sussulti spaventosi.

Chi tornava raccontava di dover sperare di combattere passando sui corpi dei propri commilitoni lasciati o sepolti nel fango perché così evitava di farsi risucchiare mortalmente dal terreno reso melmoso dalla pioggia, dai cannoni avversari e dai carri armati.

Qui, ancor più che a Verdun, la sopravvivenza era spesso legata a cause del tutto fortuite, consideriamo per esempio il magistrale lavoro fatto dai minatori inglesi, australiani e neozelandesi che scavarono gallerie per decine di chilometri sotto le linee nemiche per far brillare delle letali mine che provocarono migliaia di morti, tedeschi che sprofondavano per la mancanza di terreno sotto i piedi dopo le esplosioni e sui loro corpi erano immediatamente ricostruite altre trincee, solo pochi anni fa degli archeologi studiosi della prima guerra mondiale ritrovarono degli scheletri con ancora le gavette tra le mani o probabilmente nell’intento di scrivere lettere a casa morti per soffocamento.

Il lavoro dei minatori, una guerra nella guerra la loro, fu veramente eccezionale e estremamente preciso tanto che le esplosioni erano udibili anche a grandi distanze nel Belgio, questo demoralizzò indubbiamente i tedeschi.

Si capiscono quindi come i combattimenti anche per poche centinaia di metri diventavano spesso dei corpo a corpo di più antica memoria, perché i fucili bagnati non sparavano e quindi si usava la baionetta e spesso anche il calcio del fucile per stendere definitivamente l’avversario, una lotta feroce, senza esclusione di colpi, anche i peggiori.

I tedeschi non avevano certo l’idea di lanciare controffensive particolari, si limitavano a difendere il territorio conquistato e a tener occupati gli avversari ma certo non potevano sperare di spaventare i britannici oramai decisi a vincere a ogni costo la battaglia per questo anonimo saliente in linea di principio.

Se inizialmente l’opinione dello stato maggiore britannico fu quella di demoralizzare le truppe tedesche e di fiaccarle fino a farle crollare, con il tempo ci si accorse che ciò non era possibile e che la resistenza fosse molto superiore alle attese così si dovette ripiegare su una vittoria di prestigio e che salvasse l’onore del Regno Unito e del Commonwealth britannico.

E vittoria fu ma a un prezzo umano cui nessuno statista o generale britannico avrebbe mai pensato, l’intento iniziale bene o male comunque era stato raggiunto perché i tedeschi oramai erano fermi e non potevano far altro che indietreggiare su quel lato del fronte.

Il cimitero di Tyne Cot, situato nella zona dei combattimenti, è il più grande del Commonwealth britannico nel mondo e ancora oggi i parenti delle tante vittime giungono dai quattro continenti (Africa, America, Europa e Oceania) per rendere omaggio ai loro cari anche se spesso il terreno non contiene dei resti umani perché molti dei soldati non sono mai stati mai ritrovati, come se la terra li abbia inghiottiti per dar loro il giusto riposo eterno.

A questo proposito c’è da rilevare come la scuola francese di archeologia abbia attuato da anni un concreto interesse per gli studi e gli scavi concernenti trincee, campi trincerati, cunicoli sotterranei di movimento e in generale dei campi di battaglia con innumerevoli ritrovamenti (anche umani) che hanno aiuta a ricostruire meglio la drammatica quotidianità dei soldati che vivevano e morivano al fronte, un modo per rendere loro un doveroso e corretto omaggio postumo.

 

*(ho utilizzato nel testo il termine Commonwealth britannico, soggetto riconosciuto ufficiosamente già dal 1884 pur se non ancora formalizzato giuridicamente, per indicare le truppe provenienti da Australia, Canada, Nuova Zelanda e Sudafrica che operarono in quello specifico settore militare)

 

 

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