Breve Analisi dell’Apostasia   di Enrico Pantalone

 

 

Tecnicamente studiando la storia delle religioni, quell’antica maggiormente e quell’imperiale romana ancora di più, dovremmo definire tutte le apostasie, nel senso più generale del termine, come massa d’adepti che s’allontanano dalle idee di partenza o dalle filosofie di partenza per aderire a nuovi modi d’esprimere le proprie convinzioni.
Spesso, erroneamente, si parla d’apostasia in maniera scorretta, perché in realtà essa abbraccia tutti i campi dello scibile umano riferibili ad una filosofia o ad una politica e non solo ad una religione, quindi può investire sia un uomo di fede quanto un uomo delle istituzioni o un letterato, essa subentra quando s’evince una rottura precisa con il passato e s’apre una nuova esperienza, positiva o negativa che possa diventare successivamente.
Generalmente noi connotiamo l’apostasia come atto infamante perché essendo normalmente “passionari” non amiamo molto coloro che modificano il proprio credo o le proprie idee per qualcosa di diverso, questo è certamente accettabile dal punto di vista etico e morale, ma come la mettiamo con chi sostiene che essa è servita al progresso del pensiero stesso ?
Nel corso della storia romana il “flusso” (l’apostasia) di filosofi, politici, uomini di fede è avvenuto in maniera pesante e talvolta fastidioso, forse determinando quella normale avversione e repulsione verso un atto certamente considerato spregevole a priori, ma di cui ci si è serviti in abbondanza a tutti i livelli per esaltare un possibile “nuovo”.

Ritornando in ambiti legati più propriamente all’apostasia che molto di noi conoscono e su cui ci si è dovuti confrontare seguendo la storia del tardo impero romano cioè quanto riguarda il cristianesimo e la chiesa, dobbiamo rilevare come quest’ultima abbia modificato nel corso dei decenni la propria posizione intransigente fino all’estremo dapprima per poi piano piano diventare comprensiva e dialogante.
Chiaramente la filosofia d’approccio cambiava con il corso della storia, ciò che poteva apparire abominevole nei secoli nel cristianesimo primitivo, dove era allontanato dalla comunità anche chi in preda a drammi famigliari senza speranza (malattie, fame, ecc.) faceva dei sacrifici alle antiche divinità come ultima ratio e poteva sperare d’essere riammesso solamente dopo una lunga strada di penitenze esistenziali e dura vita, non lo era nei secoli successivi, quando il cristianesimo riannetteva un apostata pentito con una certa indulgenza.
Questo cambio avvenne perché possiamo ritenere mutate le gerarchie religiose nelle istituzioni, il cristianesimo era religione imperiale e poteva quindi permettersi una certa larghezza di vedute nei confronti del figliol prodigo, si tendeva quindi a perdonare lo sbaglio ed a riannettere la persona in seno alla comunità dopo il pentimento pubblico ed una serie di penitenze di portata sicuramente minore rispetto a quelle dei secoli precedenti.

Io mi permetto di fare anche una considerazione di tipo temporale nell’affrontare questo tema che in sostanza si chiude già nel corso dell’IV secolo AD come veicolo di vero interesse per lo storico e per il ricercatore, non è certo nel medioevo o nelle ere successive che si possono tratteggiare le sfumature legate all’apostasia.
Per questo uso il termine temporale, perché l’apostasia ha i caratteri propri dei modi e dei tempi legati al mondo antico, ellenici essenzialmente, ma non solo: con il medioevo s’apre una fase del tutto nuova nella costruzione religiosa nella società: essa è meno legata al primitivo ascetismo che dota lo spirito del credente di quella onestà umana e sociale e per contro più legata ad una quantificazione delle risorse umane complessive per un rapporto più intenso con le istituzioni.
Nella società antica o di passaggio al medioevo l’apostasia è un fatto del tutto personale, l’uomo che sceglie di lasciare il cristianesimo lo fa per una sua scelta ben precisa considerando solo ciò che il proprio spirito detta e solo in relazione ad una rilettura dell’ellenismo mentre nella società medievale (soprattutto alto-medievale) l’apostasia, termine che io reputo errato riguardo questa era ma che uso per comodità e per favorire una migliore comprensione da parte del lettore, diventa di massa e soprattutto diventa politica, non più solo contro il cristianesimo per un ritorno al paganesimo, ma per modificare la struttura stessa del cristianesimo nel suo interno, i movimenti scismatici altro non sono che grandi “apostasie” se vogliamo con finalità ben precise legate alla struttura della società ed al territorio circostante.

 

 

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