Abramo Lincoln e Ulisse Grant, le rocce dell’Unione

di  Enrico Pantalone

 

 

Abramo Lincoln e Ulisse Grant hanno certamente molti aspetti in comune nello succedersi della loro vita fino a diventare le rocce indistruttibili e vincenti dell’Unione, della Repubblica Federale degli Stati Uniti d’America, nel confronto politico e militare contro gli scissionisti degli stati meridionali che cercarono d’erigere una contrapposta Repubblica Confederata durante gli anni che vanno dal 1861 al 1865.

Sia il presidente Lincoln sia il generale Grant provenivano dal Midwest (il vero fulcro dal punto di vista umano dell’Unione negli anni di del conflitto): il primo pur nato nel Kentucky, passò tutta la vita tra Indiana e Illinois ed il secondo crescendo nell’Ohio prima di andare a West Point e questa loro provenienza di uomini di frontiera divenne una caratteristica spiccata e spesso risolutiva quando il conflitto con il sud diventò lungo e logorante.

Entrambi provenivano da famiglie oneste, operose e niente affatto ricche, ebbero modo di crescere ad una scuola dura e alle volte ostile, impararono presto che l’umiltà e la saggezza erano le doti migliori per poter affrontare la vita di tutti i giorni, lavorando se necessario fin da piccoli ma non trascurando mai la cultura necessaria.

Indubbiamente essi dimostrarono come negli Stati Uniti si poteva raggiungere gli apici della carriera politica e militare, per merito ed abnegazione personale, pur nascendo in condizioni umili, di più Abramo Lincoln fu considerato alla stregua di Giorgio Washington per capacità e pragmatismo nell’operare, entrambi condividevano infatti l’amore per l’unità del paese prima di tutto e soprattutto.

Grant, risoluto e pragmatico come militare, aveva davanti à se molti generali di carriera, più dediti alla politica che all’azione – non dimentichiamo che negli Stati Uniti essere a capo dell’esercito significava praticamente essere quasi automaticamente canditato alla Presidenza della Repubblica – ma seppe far valere le sue doti fino a diventare l’indiscusso capo di stato maggiore e indirizzare la guerra contro il meridione verso la vittoria finale.

Lincoln si fidò sempre di Grant, lo riteneva il più adatto sin dal 1862 a ricoprire il ruolo di principale responsabile dell’esercito unionista ma la burocrazia del Congresso e del Senato impose delle scelte quasi obbligate almeno fino a Gettysburg (1863).

Dopo quella vittoriosa battaglia, egli finalmente ebbe modo di procedere con nomine più radicali, più consone alla sua natura scegliendo persone più capaci nel procedere con risolutezza verso l’annientamento delle forze confederate.

Paradossalmente Lincoln dovette ringraziare parecchio un grande generale virginiano rimasto fedele all’Unione, George Thomas detto la Roccia di Chickamauga, per il suo comportamento durante la campagna nel Tennessee, con la sua eccezionale determinazione alla resistenza nel momento più buio dell’esercito federale (proprio nella battaglia di Chickamauga, da qui il soprannome) e quando pareva che esso fosse irrimediabilmente in rotta disastrosa per l’incapacità dei suoi comandanti in capo nel prendere decisioni e nel valutare la strategia contro le truppe sudiste.

Thomas, al comando delle sue truppe, prese in mano la situazione al limite del collasso e della rotta disastrosa, riorganizzò le fila (compreso anche quelle di altri generali e dell’inconcludente e deludente Rosencrans) e fece in modo che il ritiro dalla zona fosse disciplinato e senza dispendio di vite umane inutili, non solo, egli diede l’impressione al generale confederato Bragg di poter reagire da un momento all’altro evitando così che il sudista l’inseguisse nella ritirata e permettendo all’esercito federale di far affluire le riserve richiamate d’urgenza sul luogo senza ulteriori rischi.

Lincoln ebbe così modo, sfruttando la paura generale diffusosi a nord dopo la sconfitta rimediata, d’imporre le sue scelte nella riorganizzazione dell’esercito e dal quel momento per la Confederazione iniziarono le difficoltà: Grant, Sherman, Meade, Thomas, Banks, Buford e Sheridan (questi ultimi con la riorganizzata ed efficiente cavalleria) erano i veri uomini di guerra del presidente sollecitato in tal senso anche da Halleck, capo di stato maggiore da tavolo diplomatico ma senza superbia, molta intelligenza e senso pratico, fu lui stesso a chiedere di cedere la sua carica sul campo a Grant.

Il grande generale confederato Lee capì immediatamente che le cose stavano per cambiare radicalmente e la guerra avrebbe assunto certamente toni diversi, Grant aveva ripetutamente sconfitto i sudisti ad ovest, Thomas lo conosceva bene perché era stato ai suoi ordini, Sherman aveva conquistato la difficilissima roccaforte sul Mississippi Vicksburg insieme a Grant ed era il suo uomo di fiducia, Meade era un veterano delle guerre indiane in  Florida e con il Messico che con intelligenza aveva accettato come superiore il più giovane Grant riconoscendogli grande qualità operative, Buford era un altro generale del Sud rimasto fedele all’Unione ed insieme al più giovane Sheridan era stato capace in pochi mesi di organizzare per la prima volta una cavalleria in grado di sconfiggere quella sudista fino ad allora ritenuta praticamente imbattibile.

Lee comprendeva, a differenza del suo presidente Jefferson Davis e d’altri diversi comandanti confederati, che erano finiti i tempi dei combattimenti “cavallereschi” e frontali, ora l’Unione attraverso i suoi granitici generali per battere la Confederazione (contando sulla sua forza in risorse umane, finanziarie, alimentari e belliche) avrebbe fatto ricorso ad ogni mezzo (di terrore, distruttivo o di terra bruciata) pur di vincere la guerra.

Grant e Lee si stimavano e si temevano a vicenda pur provenendo da backgrounds totalmente diversi, ma erano comandanti eccezionali e sapevano distinguere i meriti altrui sul piano militare, cercarono sempre di comprendere l’uno le intenzioni dell’altro e non fu un caso che il generale sudista s’arrese definitivamente al suo collega nordista comprendendo che da lui avrebbe avuto un trattamento senz’altro migliore nelle condizioni rispetto a quello che gli avrebbero riservato generali più politici, ma Lee sapeva anche che Grant godeva della più totale fiducia di Lincoln al contrario di quello che invece riservava a lui Davis.

Lee non si sbagliò su Grant, nei termini di resa discussi e redatti in maniera amichevole seduti comodamente e ricordando la guerra combattuta insieme nel teatro messicano, il generale nordista, oltre all’onore delle armi, volle inserire anche una clausola che permetteva a tutti gli ufficiali confederati di mantenere la propria sciabola e la propria arma personale: questo fu molto apprezzato dal generale sudista.

I due generali si salutarono levandosi il cappello ed anche qui Grant volle onorare il suo avversario facendolo per primo, Lincoln approvò in toto l’atteggiamento del suo comandante in capo, del resto la sera della resa egli stesso onorò il sud non più ribelle facendo suonare il Dixie da un’orchestra che improvvisò un piccolo concerto a Washington.   

Indubbiamente anche nelle strategie belliche da seguire Grant e Lincoln pensavano alla stessa maniera, entrambi erano consci (nei rispettivi ruoli) che la guerra sarebbe stata lunga e pesante per i soldati, soprattutto erano ben consci che il teatro occidentale correndo lungo il grande fiume Mississippi fosse il più importante per entrambi i contendenti.

Per l’Unione, infatti, conquistarlo completamente significava tagliare i rifornimenti provenienti dal Texas (e quindi dal Messico) agli stati atlantici (già sotto blocco navale dalla Marina nordista) della Confederazione e stringerli quindi in una morsa denominata “Anaconda” mentre per il Sud era l’esatto contrario, mantenerlo nelle proprie mani significava la possibilità di resistere più a lungo.

Lincoln sapeva anche che il teatro occidentale era lontano dalle grandi città del Nord e che quel fronte con il dispendio incredibile di risorse finanziarie ma anche umane poteva essere mantenuto solamente attraverso l’accettazione delle battaglie sul fronte orientale che davano molta più visibilità in termini di ritorno sull’opinione pubblica.

Così se da un lato Lincoln impostava un’azione che si rivelerà quella vincente a lungo termine - la conquista dei territori sud occidentali dal Golfo del Messico al Missouri lungo la linea fornita dal Mississippi – dall’altro era costretto ad accettare il combattimento ( a mio giudizio più di resistenza che di conquista) con le forze confederate sul terreno a loro più congeniale e nei territori che esse conoscevano bene (Virginia, West Virginia, Maryland, Kentucky, Tennessee) andando spesso incontro a sconfitte brucianti ma mai rivelatesi decisive.

Forse il vero segreto vincente di Lincoln stava proprio in questa politica militare volutamente ”ambigua”: dare l’impressione di non essere in grado di vincere la guerra sul fronte orientale per disorientare il suo rivale Jefferson Davis (molto meno realista di lui come carattere) nelle scelte belliche (alla lunga certamente decisive) e nello stesso tempo concentrare gli sforzi sul fronte occidentale dove la forza preponderante di risorse umane e finanziarie delle armate e della marina unionista non potevano avere eguali rispetto alla controparte se non nello spirito di resistenza.

Jefferson Davis non vide o più probabilmente non volle vedere questa doppia politica sul conflitto di Lincoln (nonostante le continue pressioni del Generale Lee a questo proposito, l’unico che la comprese subito) e questo può apparire abbastanza ovvio se pensiamo che la Confederazione viveva soprattutto sullo spirito dei propri combattenti e sull’unica prospettiva vincente possibile rispetto all’esito del conflitto, quella del riconoscimento della Confederazione da parte del Nord.

Questa eventualità poteva avvenire, secondo Davis, solamente con una numerosa serie di vittorie in battaglie sul fronte orientale, in maniera da fiaccare lo spirito dei cittadini negli stati del nord, i quali contribuivano pesantemente in fatto di risorse umane: in pratica Davis mirava a creare una stabile opinione pubblica settentrionale contro la continuazione della guerra battendo ripetutamente le truppe unioniste.

La conquista di Vicksburg, città cardine per il possesso dell’intero Mississippi, fu nella logica di Lincoln la chiave del successo finale, perché una volta conclusa vittoriosamente la campagna militare contro questa roccaforte con i suoi grandi campi trincerati e le paludi che sembravano invalicabili per l’esercito unionista, il fronte occidentale era completamente perduto dai confederati che non avevano più possibilità di ricevere rifornimenti dal Texas e il presidente federale aveva altresì trovato il comandante in capo e stratega che cercava per chiudere la partita definitivamente con i ribelli: il Generale Grant.  

Vicksburg fu il vero capolavoro di Grant, una città assediata già dal 1862 più volte dalle navi unioniste che controllavano tutto il corso del Mississippi tranne quel lembo di terra che però risultava decisivo per il transito dei rifornimenti sia di truppa che di vettovagliamenti.

La città sembrava davvero inespugnabile, grazie al suo sistema di campi trincerati dal versante del grande fiume e di eccezionali disposizioni naturali come le paludi e le fitte foreste che la circondavano dall’altro versante e sembravano proteggerla in maniera decisiva.

Dai campi trincerati l’artiglieria confederata aveva sistematicamente eluso ogni tentativo di espugnarla da parte della marina nordista, pur forte e comandata da un ottimo ammiraglio come Ferragut, centrando ripetutamente da poche centinaia di metri con sicurezza estrema le navi della flotta unionista, infliggendo danni spesso irreparabili e sbarrando la possibilità di congiungere la flotta proveniente da settentrione con quella di stazza nella conquistata New Orleans.

Il Generale Grant, dopo qualche tentativo con truppe scelte dell’esercito più dal sapore provocatorio e per verificare la reale consistenza delle difese che per manovra bellica, intuì che Vicksburg si poteva espugnare solo via terra anche se ciò avrebbe costato sforzi immani e almeno circa un anno di preparazione considerando anche il trasporto del materiale e quello dei soldati.

Fu un’operazione gigantesca spesso nel riserbo più assoluto (infatti, i confederati non ebbero mai la sensazione di cosa stesse realmente avvenendo), mai pubblicizzata apertamente e conosciuta da pochi generali nordisti (Sherman, Halleck, Ferragut, Banks) oltre a Lincoln: i soldati del genio nordista lavorano duramente per mesi tagliando alberi, creando strade, basi logistiche e bonificando parti delle paludi per renderle praticabili al passaggio delle truppe anche quando le condizioni meteorologiche erano disastrose.

Grant più volte, coordinato con il Generale Banks, fece sbarcare delle truppe in alcuni punti lontano dai lavori (come nel caso del Red River) per convincere i sudisti che stavano si preparando qualche iniziativa ma lontano da quella reale e questo grazie anche alla Marina che si sacrificò in un eccellente lavoro di copertura.

Soprattutto questa campagna ebbe uno straordinario impatto psicologico positivo sul morale del soldato nordista, lo “yankee”, il blu che fino ad allora aveva sempre subito la gloria del suo oppositore il sudista, il “rebel”, il grigio ritenuto quasi invincibile fino ad allora.

Il soldato nordista, molto preparato ed equipaggiato militarmente, capiva che si stava lavorando con un fine ben preciso rispetto al passato, che i suoi grandi sforzi questa volta non sarebbero andati delusi e che Grant, Sherman erano generali di cui ci si poteva fidare nell’ottica della vittoria finale, esisteva una grande comprensione tra comando e truppa, fattore fino ad allora espresso solamente in campo confederato.

Grant aveva lavorato molto anche psicologicamente nei confronti dei suoi soldati, sapeva che tutto dipendeva dalla forza morale che essi avrebbero dovuto impiegare nella conquista della città di Vicksburg.

Una volta preparata la spedizione si mosse con la sua armata senza aspettare anche le più ingenti truppe di Sherman e i suoi rifornimenti, fu un azzardo incredibile perché egli in pratica recise ogni contatto con la parte settentrionale del grande fiume, quindi dal resto dell’esercito federale, ma riuscì ampiamente nel suo piano strategico.

Per la prima volta dall’inizio della guerra, nella città fortezza del Mississippi, i nordisti colpirono travolgendole le truppe sudiste completamente impreparate ad un attacco dalle paludi e dalle foreste, sorprese, in poco tempo annientate e costrette alla resa anche perché nel frattempo Sherman aveva portato in posizione i suoi uomini tagliando la possibilità di una fuga o di ricevere degli aiuti, pochi giorni dopo la caduta di Vicksburg, il Generale Banks ricevette  a sua volta la resa anche dell’ultimo baluardo sudista sul fiume, Port Hudson: la capitolazione del Sud ad ovest era così completata.

Lincoln era soddisfatto di come le cose stavano andando, i suoi piani a lungo termine iniziavano a dare i frutti sperati e soprattutto tutte le truppe dell’esercito federale tornarono a sentirsi orgogliose e il morale era tornato altissimo anche perché negli stessi giorni della resa di Vicksburg anche a est, su un fronte tradizionalmente ostico per il Nord le vicende belliche iniziarono ad andare in modo diverso dagli anni precedenti.

Il Generale Lee nell’intento di alleggerire la pressione delle truppe federali ad ovest, riuscì a convincere il Presidente Davis che una campagna d’invasione della Pennsylvania poteva essere d’aiuto in questo senso.

Negli intenti del Generale Lee si doveva arrivare a tagliare i rifornimenti per le armate federali occidentali e soprattutto incutere terrore per una possibile conquista di Philadelfia o in prospettiva addirittura New York, il che non era un piano assurdo perché il Nord aveva impegnato molte risorse umane sul Mississippi e quindi appariva un po’ scoperto nella difesa del territorio.

In realtà, il Generale Lee intendeva anche approfittare dell’invasione per cumulare quante più risorse alimentari e animali possibili (ma questo non lo fece intendere volutamente al presidente Davis) in previsioni di tempi più duri nei mesi successivi (vedendo molto lontano) contando sulla tradizionale confusione nelle direttive dei vertici militari federali.

In effetti, il piano s’era avviato bene con buone parziali vittorie (certo schermaglie non battaglie vere e proprie) e requisizioni di beni debitamente pagate (con soldi confederati) ma a Gettysburg trovò l’Armata nordista del Potomac pronta a sbarragli la strada, non c’era alcun dubbio era giunta l’ora della battaglia campale che si protrarrà per ben tre giorni senza soste con un costo di vite umane altissimo.

Nonostante la proverbiale forza d’urto delle sue truppe sudiste e gli sbandamenti di quelle nordiste per ordini strategici non consegnati o mal compresi nelle fasi iniziali della battaglia, il Generale Lee non riuscì ad ottenere significative conquiste di posizione che gli permettessero d’attendere i rinforzi del generale Longstreet, la fanteria sudista s’impiantò contro il muro di quella nordista, sostenuta dal Generale Meade e per la prima volta vincente dalla cavalleria di Buford (sotto il suo comando c’era anche un giovane generale di nome Custer) e dopo aver respinto l’attacco e rimesso in linea le truppe efficacemente passò al contrattacco.

Lee non era il capo di stato maggiore dell’esercito sudista e ogni comandante d’armata si muoveva in maniera autonoma dal punto di vista strategico pur all’interno di un piano d’azione comune già concordato, questo rappresentò nei primi anni del conflitto un notevole vantaggio per le forze confederate rispetto alle forze federali più elefantiache nei movimenti, ma come stava dimostrando Grant ad ovest e di conseguenza anche Meade a Gettysburg l’esercito nordista aveva superato queste difficoltà e la sua preponderante forza umana pesava ora molto di più considerando la falcidia di vite umane che stava avvenendo sul terreno.

Fatto sta che non ci fu intesa tra Lee e Longstreet sul piano d’azione e le forze nordiste iniziavano a premere in maniera pesante sulle truppe sudiste, Longstreet rimandò gli attacchi e Lee oramai in debito di uomini e vettovagliamenti decise per il ritiro che non assunse a rotta solamente perché anche i nordisti erano troppo stanchi per inseguire i nemici.

Su Longstreet e sul suo atteggiamento si parlò a lungo, alcuni storici sostengono che egli avesse già raggiunto un accordo con i colleghi federali per il dopoguerra, altri che non volle sacrificare inutilmente i suoi soldati, sappiamo solamente che egli, terminato il conflitto, entrò in diplomazia nel governo federale e fu tra l’altro ambasciatore statunitense a Istanbul.

Lee senza l’aiuto di Longstreet non poteva fare nulla, il ritiro era necessario per evitare l’annientamento, dopo la sanguinosa battaglia di Gettysburg lo spirito dei contendenti era completamente ribaltato: il sudista era frustrato, deluso e pessimista, il nordista era al contrario entusiasta, pronto a ripartire e ottimista sull’esito del conflitto.

Il Presidente Lincoln, appena quattro mesi dopo la battaglia, volle commemorare tutti i caduti nordisti e sudisti (circa 50000 soldati) pubblicamente proprio a Gettysburg, inaugurando il cimitero e un monumento che potessero ricordare l’avvenimento, intrattenendosi ancora sulle ragioni della guerra e sulla volontà di vittoria finale del Governo Federale per riaccogliere i fratelli del Sud nuovamente un’unica grande nazione.

Così ancora una volta il Presidente Lincoln inviò un preciso messaggio a tutti gli abitanti degli Stati Uniti e della Confederazione, un messaggio di speranza comune: egli confidava sempre in un atto unilaterale del Sud che mettesse da parte le controversie e che fosse fautore di un ritorno senza altro spargimento di sangue, ma al tempo stesso enunciava la fermezza nel perseguire il ristabilimento completo dell’Unione con la continuazione del conflitto.

Ovviamente il Presidente Jefferson Davis non replicò, non avrebbe mai accettato la resa a nessuna condizione, pensava di avere ancora carte fa giocare, ma era eccessivamente ottimista sullo stato della Confederazione, nonostante Lee lo ammonisse più volte sul fatto che la situazione si stava aggravando, non potendo più contare sui rifornimenti texani e con le truppe federali padrone del sud-ovest pronte a marciare verso est.

Tra Lee e Davis si sfiorò più volte la drammatica lite definitiva (l’incomprensione era latente tra i due fin dall'inizio della guerra) e solo la grande etica e l’amore per la sua terra del Generale fecero in modo che egli non si ritirasse dal conflitto e si spostasse sulla costa pacifica come aveva lasciato intendere ad alcuni amici: tuttavia ligio al suo dovere Lee rimase a combattere come sempre fino alla fine.

Dopo Gettysburg, come sappiamo, Lincoln diede il comando di tutte le operazioni a Grant e questi in un poco più di un anno obbligò alla resa definitiva la Confederazione, spesso con tattiche spregiudicate, spesso con perdite umane pesanti, spesso con una disinvoltura nell’agire che faceva storcere il naso ai benpensanti del Nord, ma egli era un uomo del Midwest, cresciuto tra la gente comune e non nei salotti snob o radical-chic e aveva sempre la piena approvazione del suo Presidente.

Così il piano “Anaconda” procedeva in maniera continua con la conquista da parte del Generale Sherman, ora comandante in capo delle armate dell’Ovest, della Georgia e poi delle due Caroline, facendo terra bruciata dei possibili rifornimenti per impedire alle sparute truppe sudiste rimaste nel sud-ovest di accedervi: terribile senz’altro come tattica militare ma come detto in precedenza non v’era probabilmente null’altro da fare per arrivare ad una rapida conclusione del conflitto. 

Le vittorie di Grant e di Sherman contribuirono senz’altro alla rielezione di Lincoln che fu salutata dai soldati in maniera entusiastica e questo dimostrò quanto fosse saldo il filo che legava il Presidente ai combattenti.

Pochi giorni dopo la resa del Sud, Lincoln trovò la morte per mano di un sudista squilibrato e tutti nell'ex-Confederazione, da Davis a Lee, si resero subito conto che l’atto avrebbe avuto gravi conseguenze sulla politica federale del dopoguerra.

Lincoln combattendo la Confederazione per mantenere l’Unione, restava sempre un uomo che credeva nell’umanità e nella comprensione tra gli uomini, era dunque fiducioso che una volta terminato il conflitto si potesse ricomporre la fratellanza tra i vari stati federali: certo un sogno utopistico probabilmente di cui non abbiamo la controprova per la sua morte.

Grant, quattro anni dopo la morte di Lincoln divenne Presidente (come abbiamo visto più sopra, tradizione comune negli Stati Uniti l’elezione di un ex-Capo di Stato Maggiore durante il loro primo secolo di vita), ma i suoi mandati non furono eccezionali dal punto di vista politico, non era un gran conoscitore della macchina costituzionale e si fidò troppo di consiglieri non all’altezza, a suo onore di presidente va detto che egli difese energicamente la libertà e i diritti acquisiti dagli ex-schiavi nel Sud con leggi appropriate tuttavia tenute in piedi grazie alle truppe d’occupazione.

Terminato l’ultimo mandato tornò alla vita civile scrivendo testi militari di gran portata, Grant fu amato molto dalla gente comune del Nord, come Lincoln, i suoi funerali furono grandiosi e seguiti da centinaia di migliaia di persone assiepate lungo tutto il lungo percorso del corteo svoltosi a New York per il doveroso omaggio finale. 

Lincoln e Grant provenivano dalla gente comune, dalla gente abituata a rimboccarsi le maniche e lavorare, erano animati gli stessi ideali di giustizia e libertà e conquistarono il cuore della gente e la vittoria nel duro conflitto civile con la loro semplicità nel modo d’agire e la loro forza d’animo.

 

 

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