Appunti su Napoleone e l’Italia

di Enrico Pantalone

 

Napoleone Bonaparte fu senza dubbio un uomo importante per la formazione della nazione italiana, non certamente dal punto di vista istituzionale o unitario che non furono tra i suoi scopi, ma quanto per lo spirito idealistico, militare e spirituale che egli e più in generale i francesi lasciarono come eredità alle popolazioni della penisola dopo la sconfitta subita del loro potente esercito e il ritorno al passato, seppur per solo qualche decade.

In realtà il periodo napoleonico in Italia fu davvero breve, meno di vent’anni, ma denso di avvenimenti militari e fecondo dal punto di vista culturale, si potrebbe perfino dire rivoluzionario visto il latente oblio che perdurava nella penisola da secoli grazie ai disastrosi effetti della dominazione spagnola, di quella papale e di quella borbonica, mitigati solo in piccola parte dalla successiva “dominazione” globale austriaca (soprattutto militare) non eccessivamente permissiva ma certamente più aperta e lungimirante.

Indubbiamente Napoleone lasciò che le popolazioni nei territori conquistati dell’Italia settentrionale dopo la sua vittoriosa campagna militare del 1796 s’inebriassero dello spirito e degli ideali rivoluzionari francesi e non fu cosa molto difficile invero perché si aspettava solamente un condottiero capace per passare dalla teoria alla pratica e il condottiero non poteva che essere il generale corso che in certo senso protesse i cambiamenti sociali e culturali nelle terre conquistate.

Napoleone riuscì a risvegliare perfino il vecchio spirito militare italico che pareva sopito da secoli riuscendo a far formare una Legione Italiana grazie alle popolazioni del Regno d’Italia ed inserita sostanzialmente nell’esercito francese (con la conseguente coscrizione obbligatoria).

Essa ebbe modo di combattere in maniera valorosa su tutti i campi d’Europa come non accadeva da tempo insieme alle truppe italiche del Regno di Napoli guidate dal Murat.

Napoleone diventava così, peraltro senza averne l’intenzione morale, il simbolo della rottura sul territorio italiano con la tradizione del passato legato a obsoleti equilibri politici rappresentati da larve di stati già in avanzata decadenza e tenuti in piedi solo grazie alle onnipresenti e opprimenti baionette austriache.

In buona sostanza in tutti i territori liberati della pianura Padana si rivitalizzarono i pensieri politici e le istituzioni locali presero forma in vera e propria capacità auto-governativa molto stimolante dal punto di vista idealistico ma certamente poco praticabile anche da un Direttorio francese incline certamente a concessioni più liberali rispetto all’Austria o agli altri vetusti stati italici.

In pratica si chiedeva un ritorno alla vecchia autonomia comunale con le garanzie istituzionali e impositive ma in visione unitaria, questo deve avere fatto sorridere un po’ i francesi che per quanto impegnati in lotte sociali intense non avrebbero mai concesso tali prerogative: libertà e democrazia andavano bene, ma fino ad un certo punto!

Già in piena estate del ’96 comunque partiva da Milano una delegazione diretta a Parigi per illustrare un’ipotesi d’idea unitaria italiana che si badi bene, non era simile a quella attuale ma si trattava di quella più ristretta comprendenti gli attuali territori lombardi, territori emiliano-romagnoli e nord toscani.

A questo proposito potrebbe essere interessante citare l’Encyclopaedia Britannica del 1761 redatta da illuministi nord-americani che non avevano nessun interesse politico o militare nella questione concernente il nostro territorio, i quali così descrivono la voce Italy (Vol. II) “Italy, a country situated between seven and nineteen degrees exit long, and between thirty eight and forty-seven degrees north latitude, bounded by Switzerland, and the Alps, which separate it from Germany, on the north; by the gulph of Venice, on the east; by the Mediterranean Sea, on the south; and by the same sea and the Alps, which separate it from France, on the west; and if we include Savoy, with lies indeed on the west side of the Alps, between  Italy and France, we must extend it a degree farther west: this is usually describe. However, with Italy, as it is contiguous to Piedmont, and has the same sovereign, being a province of the king of Sardinia’s dominions.”

La realtà politica vera e propria di Napoleone Bonaparte ma in generale del Direttorio era quella di escludere l’Austria dal territorio italiano per dominare la penisola o buona parte di essa non certamente quella di creare un regno o repubblica che potesse anche in un futuro più lontano essere un potenziale nemico.

Napoleone però, da sagace generale e politico misurato, concesse così libertà che riguardavano sostanzialmente le città o la coscrizione militare sempre attraverso un rappresentante francese di sua provata fede e questo lo si vedrà meglio una volta che egli avrà assunto il titolo di Imperatore.

La sua lotta per la libertà italiana era finalizzata principalmente allo scopo di mantenere sempre vivo nelle popolazioni padane la furia anti-austriaca che peraltro non fece mai nulla per diventare simpatica alle popolazioni locali pur sapendo che il controllo della grande pianura significava anche il controllo di tutta la penisola, probabilmente pensando più al primato sull’Adriatico che alle questioni di un’importante città europea come Milano.

Al contrario degli austriaci, a Napoleone doveva piacere molto Milano visto che l’abbellì dal punto di vista architettonico e urbanistico come se fosse la capitale francese: l’Arena, l’Arco della Pace con Corso Sempione a riecheggiare l’Arco di Trionfo con i Campi Elisi parigini ma ancor più innalzandola più tardi al ruolo di capitale del Regno Italico come non accadeva dai tempi di Diocleziano e Costantino e qui si fece incoronare Re d’Italia.

Così già nel 1796 Napoleone consentiva ai milanesi di formare il Primo Corpo d’Armata Italiano seppur ancora in forma volontaria (saranno circa 7000 e non per coscrizione) che avrebbe avuto il suo battesimo del fuoco di lì a poco mentre l’anno successivo Bologna, Ferrara, Reggio e Modena fusero le loro repubbliche in quella più importante Cispadana portando in dote il tricolore come vessillo, successivamente dalla fusione tra Cispadana e Amministrazione generale della Lombardia nascerà la Repubblica Cisalpina (riportando in dote anche la Valtellina dopo secoli) che sarà il perno della Repubblica Italiana dapprima (1802) e del Regno d’Italia nel 1805 poi.

Mentre in Toscana, a Roma e a Napoli la spinta popolare e repubblicana in appoggio alla Francia “liberatrice d’idee” si faceva sempre più forte e in buona sostanza dava inizio alle più pratiche aspirazioni unitarie italiane, Napoleone cedeva Venezia e la parte orientale della penisola con tutti i suoi territori all’Austria attraverso il Trattato di Campoformio in cambio del confine naturale renano che garantiva finalmente la Francia nella difesa dei territori più complessi e pericolosi.

Così, Napoleone che per tutta la campagna italiana aveva sempre avuto come obiettivo l’allontanamento degli austriaci dalla penisola si ritrova a dover fare i conti con loro, felici tra l’altro di avere avuto finalmente il dominio dell’alto Adriatico e di Venezia da sempre nei loro sogni.

In realtà gli austriaci già imponevano in questi territori la loro legge da tempo perché la Repubblica Veneziana era in coma profondo dal Trattato di Utrecht del 1713, ma essi fedeli al loro modo di ragionare preferivano certificare il loro dominio aspettando la sua morte naturale alla conquista militare e presero al balzo l’opportunità presentata da Napoleone per ancorarsi alla penisola in attesa di tempi migliori visto le ripetute sconfitte militari.

Questo probabilmente influì molto sulla politica italiana successiva perché l’Austria, durante l’avventura egiziana di Napoleone, da quella posizione territoriale ebbe modo facilmente di disporre militarmente delle province padane e di ristabilire il suo dominio e la sua onnipresenza, almeno temporaneamente.

Qui inizia la seconda fase napoleonica in Italia che però rispetto alla prima sarà meno idealistica e più pragmatica muovendosi nella direzione di un equilibrio di potere politico con l’Austria dopo averla sconfitta.

Napoleone, ora Imperatore dei francesi e in pace “etico-spirituale” con il Papato, comprendeva che l’instabilità istituzionale emiliano-lombarda non giovava alla sua conquista così risolutamente diventò il paladino dell’unità “italiana” appagando le aspirazioni dei popoli di questi territori.

Egli fece così disporre dapprima la creazione della Repubblica Italiana e poi del Regno d’Italia che in sua assenza affidò al figliastro Eugenio di Beauharnais e quindi, di fatto, con la creazione di uno stato cuscinetto “fedele” tra i due imperi nella parte settentrionale della penisola italiana, vero obiettivo della sua politica diplomatica e militare nella penisola.

Così in territorio francese, a Lione, tra la fine del 1801 e l’inizio del 1802 si tenne la Consulta poi divenuta Costituente della nascente Repubblica Italiana con la presenza di 484 rappresentanti l’Emilia-Romagna (senza Parma e Piacenza), la Lombardia, il Novarese, Verona e il Polesine sotto la direzione di Francesco Melzi d’Eril (poi vice-presidente), anche se il primo presidente ufficiale designato fu ovviamente Napoleone Bonaparte.

Per essere una Repubblica costruita su un territorio limitato, quella Italiana poteva orgogliosamente vantarsi di essersi dotata fin dall’inizio di un esercito pari ad almeno 22000 uomini, senza soldati mercenari: certo, non era eccezionale e poteva essere solamente considerata un’armata utile per manovre veloci e imitate su un campo di battaglia ma certamente aveva dalla sua la forte coesione tra i combattenti e la prospettiva di ampliarsi successivamente.

La Repubblica Italiana era quindi piccola ma tenace nei suoi intendimenti, con ordinamenti che erano realmente progressisti ed efficaci, ma ovviamente dal punto di vista politico poteva contare ben poco e quando fu soppressa per far posto al ben più imponente Regno d’Italia nessuno se ne curò molto, nemmeno i patrioti che pure avevano fatto tanto per costituirla.

Napoleone ebbe buon gioco sull’opinione pubblica italiana facendo leva sui grandi ampliamenti territoriali che portarono la popolazione del nuovo Regno a oltre sette milioni d’abitanti contro i tre precedenti aggiungendo tra l’altro il Trentino, l’Alto Adige, parte del Veneto, la Dalmazia e le Marche, insomma lo stato era certamente diventato più solido anche se altrettanto ovviamente perdeva quasi tutta l’indipendenza ottenuta in precedenza.

Da tutto questo rimase sorprendentemente fuori la Toscana o Regno d’Etruria pur se Napoleone l’avrebbe voluta anch’essa senza indugi, ma la popolazione di questo territorio era risoluta a non accettare Milano come capitale (oramai decisa) e di fatto divenne una diretta dipendenza provinciale dell’Impero.

L’attività culturale del nuovo regno fu davvero notevole, le Università di Bologna, Padova e Pavia ebbero risonanza europea e centri di studio scientifico prosperarono ovunque, da questo punto di vista i francesi erano avanti anni luce rispetto agli austriaci, i quali temevano sempre la troppa istruzione della gente sui loro possedimenti.

Del resto, Napoleone pensava che le migliori teste scientifiche servivano eccome alla politica e alla crescita della Francia, la coercizione dei dotti per lo sviluppo sociale ed economico in questo caso per lui era un fatto del tutto naturale e positivo anche se da voci critiche: Milano in questo senso fungeva un po’ da punto d’incontro e centro di smistamento grazie soprattutto alla sua classe borghese creatasi che non aveva eguali nella penisola.

Liguria, Parma, Piacenza, Piemonte, Roma e Toscana erano organizzate come vere e propri dipartimenti francesi e pur mantenendo alcune prerogative (soprattutto amministrative) sostanzialmente divennero dei territori da sfruttare secondo le esigenze (economiche o militari) in alcuni casi sotto la direzione di governatori.

Soprattutto per Liguria e Piemonte vivere come vere e propria province francesi fu d’aiuto enormemente per la crescita culturale e istituzionale del tessuto sociale in maniera indelebile e l’importanza di questo fatto lo vedremo soprattutto nei decenni successivi quando lo stato sabaudo restaurato si farà promotore dell’unità italiana riprendendo il vecchio schema napoleonico grazie ad una classe politica cresciuta e preparata secondo la tradizione d’oltralpe.

Non rimaneva che il Regno di Napoli e qui Napoleone si trovò di fronte ad un completo disagio perché a dispetto di un’ottima preparazione socio-culturale dei ceti superiori (molti dei quali rivoluzionari nel ‘99) faceva da contrappunto la disastrosa realtà dell’imponente massa popolare che versava in condizioni umane improponibili e di fatto rendeva quasi impossibile ogni tentativo di riforma.

Nonostante tutto i francesi ci provarono lo stesso, prima con il fratello Giuseppe poi con Giacchino Murat, il generale e cognato, anche se con scarsa fortuna rinunciando poi in maniera completa ad ogni ulteriore tentativo.

Uno degli atti giuridici più importante nel Regno di Napoli fu l’abolizione del feudalesimo, il brutale retaggio medievale, di questo atto che ebbe poco effetto tra le masse contadine schierate, come sempre per ignoranza e non per proprie colpe specifiche, con il potere aristocratico/religioso (spesso rappresentato da soldataglia brigantesca) e contro il progresso o comunque contro il miglioramento della vita in generale: solo la Puglia, grazie alle sue immense pianure coltivabili ne ebbe giovamento dovuta ad una buona esecuzione delle leggi napoleoniche, ordinando un demanio diverso da quello spagnolo e borbonico e mutando così sensibilmente la qualità della vita degli abitanti, ma rimaneva un caso praticamente isolato.

In generale, anche nel Regno di Napoli i primi timidi segni di miglioramento sociale si videro purtroppo solo quando l’avventura di Napoleone in Italia stava volgendo al termine e non vi fu alcuna possibilità di mantenerli in vita con la successiva restaurazione borbonica.

Napoleone e la sua famiglia “allargata” (fratello, figliastro e cognato) dominarono sostanzialmente il territorio italiano per una ventina d’anni, in maniera diversa rispetto a chi l’aveva fatto in precedenza, rendendo quasi protagonista la popolazione abituata da troppo tempo all’abulia tant’è che anche gli austriaci, una volta battuto l’Imperatore e tornati al potere in molti territori italiani dovettero fare i conti con un’opinione pubblica diversa e più preparata e cambiarono certamente il loro modo di far politica locale, pur mantenendo un ordine poliziesco abbastanza pesante.

Napoleone fu, senza volerlo, il grimaldello per aiutare gli italiani a trovare la propria identità sociale prima che quella politica e a riscoprire quelle dei secoli d’oro che li avevano resi protagonisti in tutta l’Europa ed anche oltre.

Soprattutto dal punto di vista amministrativo e delle istituzioni l’ordinamento francese diede i suoi migliori frutti: la vecchia burocrazia fatta dai parrucconi diventò celere e questo diede anche un nuovo impulso economico perché dalla velocizzazione dell’iter per le pratiche si poterono liberare energie per lo sviluppo economico e per grandi lavori pubblici mai così intensi come sotto il dominio napoleonico: una troppo breve parentesi di benessere per i popoli italici.

 

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