Berlino, Londra, Parigi: estate del ’14 di Enrico Pantalone




In quell’estate del 1914 nei paesi dell’Europa centrale e nord occidentale nessuno nella popolazione civile pensava seriamente ad un conflitto bellico di vasta portata, certo molti erano consci che la situazione sin dalla fine del secolo precedente non era delle migliori nei rapporti tra i grandi stati industriali ma la gente comune aveva la convinzione che le diplomazie si sarebbero sempre attivate prontamente per appianare tutte le “spiacevoli divergenze” politiche e militari insorte a più alto livello ed avrebbero contenuto i combattimenti lontano dalle grandi città.

In fondo, già negli anni precedenti più di una volta si era stati sull’orlo della guerra ma alla fine tra Francia, Germania e Regno Unito una soluzione per risolvere (almeno sulla carta) il problema creatosi era stato sempre trovato senza ricorrere necessariamente alle armi.

Certo, si sapeva che qualche intervento armato alla fine si sarebbe dovuto sostenere, i capi di stato e i primi ministri l’avevano più volte lasciato intendere nei loro discorsi (specialmente quelli tedeschi): ci stava nel modo di pensare del tempo, ma si credeva di poterlo circoscrivere nello spazio e nel tempo come un grande gioco in cui bisognasse muovere solamente le pedine, del resto, Von Clausewitz nel suo celebre trattato militare non diceva forse che “La guerra non è altro che un duello ingrandito” ?

Ma tant’è….

Il 1914 non fu l’inizio di una nuova epoca ma in realtà la continuazione di quella passata, nonostante il progresso civile e scientifico, nonostante le apparenze ognuna delle grandi nazioni occidentali aveva certamente delle buone ragioni economiche o politiche per sostenere il proprio apparato bellico in maniera che fosse debitamente pronto per un eventuale scontro.

La Francia cercava ancora vendetta per il disastro dell’ultima guerra con la Prussia (ora Germania) e per ritornare in possesso dell’Alsazia-Lorena (il vero obiettivo delle “voglie” militari latenti nello Stato Maggiore), il Regno Unito non ammetteva intrusi sui mari del mondo dal momento che vantava la migliore marina militare e mal digeriva che la Germania l’avesse quasi raggiunta in fatto di stazza messa sull’acqua, la Russia cercava senza troppo realismo una conquista che le garantisse l’accesso al Mar Egeo a scapito della derelitta Turchia ancora non modernizzata.

Nonostante tutte queste problematiche il modo di evitare un conflitto generale lo si sarebbe sempre trovato, magari posticipandolo di un quinquennio (pensiero abbastanza comune tra i politici del tempo), tuttavia non si tenne conto con ogni probabilità di possibili “intrusioni” dovute ai nascenti nazionalismi populistici propugnati soprattutto nei piccoli “stati” dell’Europa centro-orientale, “stati” (specialmente quelli balcanici meridionali) poveri di risorse e quindi facilmente preda di estremismi difficili da contenere da istituzioni multi-etniche centralizzate (come l’Impero Austro-Ungarico o quello Turco).

Disgregandosi, l’Impero Turco aveva sostanzialmente minato l’equilibrio tra le varie potenze europee, nessuno ne tenne realmente conto prima del conflitto; eppure le Guerre Balcaniche, la facile vittoria italiana (nazione che certo non brillava dal punto di vista militare) per il possesso della Libia e delle isole dell’Egeo avrebbero dovuto far suonare un campanello d’allarme.

Per i nascenti panslavismi e neo panslavismi l’obiettivo era distruggere l’oramai logorato e obsoleto Impero Austro-Ungarico, un’altra anomalia che durava da troppo e non era certo fonte di stabilità in un mondo lanciato verso il progresso tecnologico e di conseguenza nella parcellizzazione delle sovranità nazionali.

Così, nel 1914, l’Europa era già sostanzialmente divisa nettamente dal punto di vista economico: da un lato Francia, Germania e Regno Unito (e nazioni nord-occidentali) si contendevano il primato socio-economico con le loro ricchezze industriali e con le conseguenti maggiori aspettative di vita della gente, dall’altro la Russia (con le nazioni slave limitrofe) arretrata e con la popolazione prostrata da un sistema produttivo al collasso.

L’Austria-Ungheria non era certamente povera, godeva di un’ottima e ben avviata imprenditoria ma proprio nel suo pachidermico e debole apparato politico risiedevano le problematiche che le impedivano di essere considerata “grande” economicamente, perché indubbiamente oramai era da questo punto di vista che si valutava l’importanza di una nazione.

L’Italia, ritenuta erroneamente”grande” perché contava in ogni modo 36 milioni d’abitanti e un buon apparato industriale, più che altro era considerata un utile alleato da parte della Triplice Intesa (Francia, Regno Unito e Russia) e uno scomodo partner da parte della Triplice Alleanza (Austria-Ungheria, Germania e Italia), uno strumento da utilizzare in caso di bisogno per le risorse umane che poteva mettere sul piatto (come fu) e perché risultava di fatto importante strategicamente in chiave mediterranea.

Nel momento in cui la Germania chiese piuttosto violentemente a Vienna di concedere Trento e altri territori all’Italia (con uno status di città libera per Trieste) affinché essa non entrasse in guerra non lo faceva perché considerava la penisola una grande nazione ma semplicemente perché gli ottimi strateghi tedeschi comprendevano che il nuovo fronte avrebbe impegnato risorse umane e alimentari a scapito di quello renano ritenuto primario.

Allo stesso modo i governanti tedeschi non ebbero nessuno scrupolo a far “scortare” l’esule Lenin sul loro territorio affinché egli, riuscendo a tornare nella sua patria, creasse tale scompiglio in modo da giungere ad una successiva pace separata con la Russia e distogliere divisioni dal fronte orientale (come poi fu….).

Comunque, lasciamo le beghe politico-diplomatiche che caratterizzavano i drammatici momenti che portarono alla deflagrazione del conflitto, alle sottili lamine delle alleanze che obbligavano a dichiarare guerra a catena (e l’Italia, maestra del doppio gioco diplomatico, eluse i trattati d’alleanza firmati perché considerati solo in chiave difensiva mentre in questo caso erano state Austria e Germania a dichiarare guerra per primi) e diamo un’occhiata all’immaginario popolare delle tre grandi nazioni occidentali, quelle che giocavano la partita più importante della supremazia economica e sociale oltre che militare.

Le popolazioni di Francia e Germania si comportarono sostanzialmente in maniera simile, i giovani di buona famiglia e delle città correvano ad arruolarsi senza soluzione di continuità, direi con filosofia soreliana, con impeto e generosità, lasciando licei, università o il loro lavoro per imbracciare il fucile e sorridere alla morte.

Possiamo pensare che ciò fosse dovuto ad una ribellione verso il bigottismo di quei tempi e che solo una guerra poteva, a loro giudizio, eliminare definitivamente: di certo furono coloro che pagarono probabilmente il prezzo più alto per la loro audacia e molti si dovettero ravvedere dopo solo pochi mesi…..

Il lavoratore specializzato addetto nell’industria alimentare o meccanica era fortunato perché avrebbe servito la Patria continuando il suo prezioso lavoro, nonostante la coscrizione obbligatoria, anche se molti risposero comunque alla chiamata delle armi.

Sia in Francia che in Germania i partiti socialisti/socialdemocratici firmarono i crediti di guerra nei rispettivi parlamenti, in pratica accettarono ipso facto il conflitto con tutte le loro conseguenze, lo spirito patriottico più che quello nazionalista aveva avuto la meglio sul loro pensiero comune negli anni precedenti contrario ad ogni forma di guerra.

Gli aristocratici che ancora dominavano le alte gerarchie dei due eserciti (soprattutto quello germanico retaggio del più antico spirito prussiano) consideravano le truppe come fossero solamente delle pedine da utilizzare per attacchi violenti e spesso senza alcun senso strategico, atti solo a fiaccare il morale avversario.

I contadini dovevano lasciare le loro terre da coltivare ed obiettivamente furono i più penalizzati dal confitto, dovettero rispondere in massa alla coscrizione obbligatoria e finirono per dimostrarsi i migliori combattenti, i più duri e resistenti nelle tragiche trincee franco-tedesche ma pagarono un tributo altissimo di caduti.

L’inglese prese la guerra con un atteggiamento da patrizio romano, all’inizio l’idealismo era senz’altro l’unica motivazione che lo spingeva ad arruolarsi facendo lunghe file nelle gradi città e mentendo spesso sull’età avanzata pur di recarsi al fronte: anche tanti poeti e letterati sia donne che uomini della società più evoluta nel continente chiedevano di stare insieme ai soldati per descrivere il conflitto.

Al momento dello scoppio della guerra l’Impero britannico non disponeva di grandi risorse umane, le truppe che potevano intervenire nel settore nord occidentale del fronte non erano in numero considerevole (teniamo presente la dislocazione nelle varie parti del mondo di molte altre divisioni) e gli arruolamenti coprivano a stento le morti nelle trincee così anche nel Regno Unito si dovette ricorrere alla correzione della coscrizione obbligatoria aumentando l’età anagrafica, cosa che risultò non certo gradita alla popolazione locale soprattutto una volta venuta a conoscenza delle tragedie umane descritte dai poeti e letterati che dopo una breve illusione “eroica” iniziarono a mandare resoconti sempre più drammatici sulla vita al fronte.

Così per le truppe del Regno Unito fu fondamentale l’aiuto degli eserciti reclutati tra le popolazioni dei Dominions (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Sudafrica) e dell’India , fondamentali per reggere il fronte occidentate europeo e quello medio-orientale.

Comunque inizialmente lo spirito dei volontari inglesi era quello della Crociata, andare a liberare la terra franco-belga dall’invasore germanico, uno spirito nato dall’idea che il conflitto sarebbe durato pochi mesi e che gli “Unni o Crauti” sarebbero stati ricacciati al di là del Reno senza problemi.

Il giovane ministro Churchill (Primo Lord dell’Ammiragliato, in pratica il Ministro della Marina) incarnava bene questo spirito, egli amava la Francia e senza mezzi termini affermava che fosse un dovere d’ogni buon inglese andare ad aiutare i francesi nella difesa del loro territorio.

In buona sostanza dal punto di vista del quotidiano e della vita sociale fu la donna che guadagnò maggiormente dalla guerra, sia civilmente che politicamente: in molti lavori sostituì l’uomo al fronte dimostrando di averne le stesse capacità, cosa fino ad allora oggetto di dubbio maschile.

Essa poteva così a buon diritto iniziare a reclamare di poter partecipare più attivamente alla vita politica quotidiana, ci volle ancora del tempo ma oramai il dado era definitivamente tratto.

Ma torniamo a quei convulsi e fatidici giorni a cavallo tra luglio ed agosto 1914.

I parigini ancora parlavano nelle piazze del Tour de France ciclistico appena terminato nonostante gli allarmi e erano ancora fermamente convinti che le divisioni del loro esercito schierate lungo il confine fossero un deterrente importante per calmare la tracotanza dei tedeschi, anzi tra la gente c’era chi pensava che presto le loro truppe avrebbero occupato nuovamente l’Alsazia-Lorena...

Purtroppo per loro Parigi non era così lontana dal fronte tant’era che presso le istituzioni esistevano dei piani per evacuarle dalla capitale insieme al Governo verso la più tranquilla e difendibile Bordeaux (come fu dopo un solo mese di guerra) anche perché lo spionaggio aveva fatto sapere che, in barba al diritto internazionale, la Germania sarebbe passata attraverso il Belgio neutrale per colpire e sorprendere i francesi da nord ed arrivare al più presto sotto la Torre Eiffel.

Nelle strade di Berlino e delle altre grandi città tedesche la gente iniziava a fare i conti con la mancanza di generi alimentari, subito razionati dal governo in ossequio alle vigenti leggi di guerra che obbligavano a requisire il massimo possibile di ogni tipo di derrata per ottimizzare i bisogni di chi serviva sotto le armi a discapito della gente che rimaneva a casa.

La Francia e il Regno Unito potevano garantirsi le derrate alimentari tramite le terre d’oltremare o tramite gli Stati Uniti, alla Germania che utilizzava la guerra sottomarina era preclusa questa possibilità e così la grande paura delle privazioni da parte del cittadino tedesco in questo caso era acuito dal fatto che l’immenso fronte orientale (scoperto militarmente in molti punti) in fatto di generi alimentari non poteva offrire quasi nulla, neppure nei territori conquistati per cui la gente comune tedesca soffriva la fame in maniera drammatica.

A Londra la gente arruolata sfilava per le vie della città cantando “It’s a long way to Tipperary” in attesa di essere imbarcata per il Belgio, la principale zona di destinazione dei combattimenti per le armate inglesi.

Dopo qualche settimana di guerra a Parigi il panico ebbe il sopravvento, le divisioni tedesche arrivarono alla porte della città, sulla Marne: la capitale era militarizzata sotto il comando del generale Joffre (con il governo a Bordeaux) ma la gente comune francese ebbe un grande sussulto patriottico e la difesa della città resse impedendo ogni ulteriore avanzata germanica mentre nel nord del Belgio le divisioni inglesi erano impantanate da un ottimo apparato difensivo imperiale: qui finiva il sogno eroico dei tanti volontari britannici.

Mosca e Vienna erano invece città troppo lontane per poter essere mai raggiunte dalle rispettive armate avversarie (che comunque non le ritenevano nemmeno obiettivi strategici importanti) così nei lori centri e nei loro ritrovi pubblici si poteva ancora discutere seduti tranquillamente davanti a un caffè sui vari sviluppi del fronte balcanico austro-russo: poi il conto sarebbe arrivato anche per loro, in maniera violenta e drammatica chiudendo per sempre una storia durata diverse centinaia d’anni.




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