Cittadinanza, appartenenza ed alterità

di Leonella Cardarelli



Le notizie che i mass-media ci propongono ogni giorno fanno vivere le persone in uno stato di continuo pessimismo e ansia: sentiamo spesso parlare di conflitto etnico, conflitto religioso, guerre per la pace, crisi economica...

Il ruolo dell’antropologia culturale in un periodo come questo è di fondamentale importanza in quanto educa al rispetto e ci fa capire che il mondo è creativo, che ogni società ha dato varie soluzioni agli stessi problemi: vestirsi, mangiare, organizzarsi, chiamarsi ecc. Ognuno può avere un’idea diversa di cosa sia il rispetto, che è però qualcosa che va oltre la tanto proclamata tolleranza: se non condivido ciò che pensa o fa un persona ma mi limito a “sopportarla” senza farle del male la sto tollerando; se invece cerco di capire perché pensa e fa una determinata cosa, mi confronto con essa e entrambi ci sforziamo di andare oltre, esaminando se quel modus vivendi sia davvero giusto o sbagliato o se quell’opinione è fondata, c’è rispetto e c’è progresso.

Il rispetto è qualcosa di impegnativo ed è la base per una convivenza interculturale perché presuppone una riflessione ed un cambiamento (inteso come miglioramento) generale, da ambo le parti.

Oggi si parla molto di educazione interculturale, che credo sia sempre più necessaria, anzi, col passare del tempo l’apparato educativo dovrà sempre più spaziare: la nostra storia è ancora troppo legata al concetto di patria, concetto molto relativo perché come sostiene Chambers “chi ha costruito questa casa e di chi è la casa?”

Dal concetto di patria nasce il senso di appartenenza culturale (relativo anch’esso) e il concetto di cittadinanza: per cittadinanza si intende l’insieme dei diritti civili e politici e delle garanzie formali e sostanziali che, nelle nostre odierne democrazie, spettano ai cittadini. La cittadinanza è quindi legata all’ appartenenza a uno Stato, si è cittadini e si possiedono dei diritti perché si appartiene ad uno Stato.

Oggi però ci sono persone, come ad esempio molti profughi ed extra-comunitari, che non hanno cittadinanza o che hanno solo quella dello Stato da cui fuggono, che qui da noi non è riconosciuta. Se queste persone subiscono torture e/o violenze, non interessa a nessuno, poiché “non sono dei cittadini”.

Questa situazione è simile a quella dei chandala dell’India. Negli antichi testi dei Veda (e quindi anche nel progetto originario della società indiana), la divisione in caste era intesa come un mezzo che consentiva all’uomo di esplicare al meglio le proprie qualità e tendenze. Si nasceva in una casta, poi si veniva “valutati” ed inseriti in un’altra casta, rispondente alla propria predisposizione.

Le cose cambiarono a causa dei sacerdoti (brahamani) i quali volevano preservare la purezza della loro casta. Così i criteri di passaggio da una casta all’altra divennero molto rigidi e già all’epoca di Buddha (500 a.C.) si doveva permanere nella casta in cui si era nati. C’erano inoltre delle persone che non appartenevano ad alcuna casta, in quanto svolgevano dei lavori ritenuti ignobili, come ad esempio macellai, cacciatori, pescatori, boia, becchini ecc., essi si dividevano in paria, chandala, mleccha, asceti. I paria erano quelli che attentavano alla vita umana e animale; i chandala erano una sotto-casta dei paria ed erano precisamente i boia e i becchini; i mleccha erano gli stranieri, ma se si integravano venivano ben accettati e gli asceti coloro che rinunciavano ai beni materiali e quindi per forza maggiore non appartenevano ad alcuna casta.

I chandala vivevano in villaggi a parte e dovevano andare in giro facendo risuonare delle nacchere per avvertire del loro avvicinarsi; dovevano stare lontano dagli altri poiché si pensava che potessero contaminare il resto della popolazione. Addirittura gli uomini di casta non potevano neanche guardarli per paura di essere contaminati e se per caso accadeva si facevano dei riti purificatori: ci si voltava in fretta, si bagnavano gli occhi con acqua profumata per difendersi dal malocchio, ci si asteneva dal cibo e dai liquori per tutto il giorno. L’uomo di casta poteva avere persino paura di essere sfiorato dal vento che prima sarebbe potuto passare sul corpo di un chandala.

Naturalmente se veniva ucciso un chandala non succedeva nulla al suo assassino, proprio come oggi potrebbe non essere punito chi maltratta un individuo senza cittadinanza.

Oggi, in un mondo che cambia e corre così in fretta, è urgente andare oltre, estendere ed ampliare il concetto di appartenenza:

Appartenenza vuol dire sapere che qualcosa che avviene nel mondo ci appartiene perché tutti sono persone, Esseri Umani, come noi. Ciò che avviene altrove e alle altre persone ci chiama in causa. Non si tratta di loro, ma di noi. La persona è in relazione con gli altri, perché è sempre costituita dall’ Altro. Per capire l’Altro senza ridurlo alla nostra logica bisogna vedere lo sguardo, cercare di capire cosa l’Altro vede, il suo mondo. Dietro ogni sguardo c’è il mondo di una persona. Dobbiamo cercare di allargare il nostro sguardo, aprendoci a quello altrui. (E. Fiorani).

(2008)


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