Da Nerone ai Flavi. Fine di una dinastia, inizio di un'altra.

 

di Andrea Rocchi C.

 

(tratto dal sito dell’autore Talento nella Storia)

 

 

Un problema dinastico

 

Ottaviano Augusto resse il destino di Roma dal 27 a.C. al 14. Da primus inter pares, egli segnò il passaggio dalla forma di governo repubblicana a quella imperiale. Fu anche il capostipite di una dinastia che detenne il potere fino al 68. Il problema della successione preoccupò Augusto fin dai primi anni del suo principato. Egli promosse le nozze della figlia Giulia con il nipote Marcello al fine di assicurarsi un erede maschio che potesse succedergli. Morto Marcello di malattia, fu la volta del fedele Marco Vipsanio Agrippa, costretto a prendere in moglie la già citata Giulia. Quando nel 12 Agrippa venne a mancare, lasciava due figli, Caio e Lucio Cesari. I principini avrebbero garantito il futuro della gens iulia se non fossero morti rispettivamente nel 2 e nel 4. Augusto da lungimirante qual'era, si era già legato dal 38 a.C. con la gens claudia, attraverso il matrimonio (il terzo) con Livia Drusilla Claudia, già madre di Tiberio e Druso avuti con il primo marito Tiberio Claudio Nerone. L'unione delle due più antiche casate patrizie dell'Urbe fu un evento memorabile. La gens iulia discendeva secondo la tradizione da Iulo (Ascanio), figlio di Enea e fondatore di Alba Longa. La gens claudia invece vedeva il proprio capostipite nel principe sabino Clauso, alleato di Turno contro i troiani di Enea. Virgilio nell'Eneide dette grande risonanza a queste mitiche discendenze. Più realistico che entrambe le gentes siano state originarie, ovvero facenti parte di quei clan familiari presenti al momento della nascita di Roma. Tiberio e Druso Maggiore furono dunque inquadrati come coloro in grado di portare avanti il principato. Druso se ne andò nel 9 a.C. in piena campagna militare contro i Germani, dopo una rovinosa caduta da cavallo. Tiberio fu infine adottato da Augusto. Nel 14 alla morte del padre, successe al principato. Egli a sua volta associò all'impero il nipote Germanico (figlio di Druso Maggiore). Questi morì avvelenato ad Antiochia nel 19. Alla morte di Tiberio (37), il testamento imperiale riportava i nomi di Tiberio Gemello (figlio di Druso Minore, erede diretto di Tiberio) e di Gaio “Caligola” (figlio di Germanico). Il Senato manovrò in modo tale da favorire l'ascesa del secondo, escludendo il primo. Caligola adottò il cugino Tiberio Gemello per poi eliminarlo. Nel 41 una congiura di palazzo toglieva di mezzo l'imperatore. A questo punto, mancando un erede designato, fu cercato un princeps all'interno della dinastia giulio-claudia. Rimaneva lo zoppo e balbuziente Claudio, fratello di Germanico. Egli fu investito nella porpora dai pretoriani e rimase in carica fino al 54, anno in cui spirò, forse avvelenato per mano della seconda moglie Agrippina Minore (sorella di Germanico). Il successore adottato fu Nerone, nato dalle prime nozze di Agrippina con l'ex console Gneo Domizio Enobarbo. Il principato di Nerone segnò l'epilogo della dinastia giulio-claudia.

 

Fine di una dinastia

 

Nell'anno 68 Roma tremò e intravide la sua fine. Tre anni prima, un gruppo di senatori e cavalieri aveva tentato maldestramente di eliminare l'imperatore in quella che passò alla Storia come la congiura dei Pisoni. Il sopravvissuto Nerone rispose con processi sommari, uccisioni e confische di beni. L'incendio avvenuto a Roma nel 64 e il conseguente programma di ricostruzione, reso oltremodo dispendioso per le casse statali dall'edificazione della Domus Aurea, produssero una profonda crisi finanziaria. Neppure la decisione dell'Enobarbo di ridurre il peso e la quantità d'argento delle nuove coniature monetarie dettero il risultato sperato. La situazione esplose appunto nel 68. In Gallia il legato Vindice decise di ribellarsi alla testa delle sue legioni. Egli non aspirava alla porpora imperiale. La offrì al governatore della Spagna Tarraconense, Servio Sulpicio Galba. Questo individuo era un senatore di lungo corso, rispettato e stimato nell'Urbe. Godeva inoltre dell'appoggio di Marco Salvio Otone, che amministrava la provincia lusitana. Le legioni imperiali sgominarono gli uomini di Vindice che si suicidò. Nerone dette il via a una nuova ondata di repressioni. Ordinò il suicidio a Galba. Il baratro della guerra civile era alle porte. Ninfidio Sabino, prefetto del pretorio, costrinse Tigellino, bieco uomo di fiducia di Nerone, nonché suo collega di prefettura a dimettersi. La guardia pretoriana si ribellò all'imperatore. Sabino appoggiò apertamente la candidatura di Galba in cambio della promessa di onori e denari. L'Enobarbo, abbandonato da tutti, si dette la morte. Una delegazione di senatori e pretoriani andò incontro all'anziano Galba investendolo della massima carica dell'Urbe. In un solo anno di impero, il nuovo imperatore scontentò tutti i suoi alleati. Nel tentativo di porre rimedio alla profonda crisi delle casse statali, Galba inaugurò una politica di tagli di tutte le spese superflue. Non ricompensò i pretoriani di Ninfidio Sabino per l'appoggio. Nominò una commissione di cavalieri per recuperare tutti i donativi effettuati da Nerone. Si dimostrò duro e inflessibile con chiunque si opponesse al suo disegno. Infine adottò un giovane di belle speranze ma del tutto sconosciuto, Lucio Calpurnio Pisone. Narra Tacito nelle Historiae.

 

Alle sue parole non seguirono né doni né lusinghe. Tuttavia i tribuni, i centurioni e i soldati più vicini risposero acclamandolo. Gli altri, però, erano mesti e silenziosi perché avevano perso, con la guerra alle porte, dei donativi che si davano perfino in tempo di pace. Eppure quel vecchio troppo parsimonioso avrebbe potuto conciliarsi gli animi anche con una gratifica di minima entità. Gli fu fatale il severo rigore di stampo antico, che ormai male si concilia con la nostra epoca.”

 

L'adozione di Pisone gli inimicò Otone. Egli si riteneva degno della successione. Raccolse il malcontento dei pretoriani (nel frattempo si erano liberati di Ninfidio Sabino), mettendosi a capo degli stessi. Le legioni germaniche, in assenza di donativi, si erano a loro volta ribellate acclamando imperatore il legato Aulo Vitellio. Era questi un uomo nel quale Galba aveva riposto la propria fiducia. Indolente e senza carattere, si guadagnava il favore altrui attraverso favori e generosità. Doveva la sua fama al padre, Vitellio il Vecchio, pluriconsole dallo spiccato talento amministrativo e dalla grande carriera politica. Infine in Oriente, il potente governatore della Siria, Gaio Licinio Muciano vide un potenziale pretendente alla porpora in Tito Flavio Vespasiano. Nato in Sabina nel 9 da una famiglia di rango equestre, era uno dei migliori generali del periodo. Si distinse sotto Claudio nella conquista della Britannia, ottenendo un trionfo. Come governatore in Africa fu un amministratore giusto e parsimonioso. Si addormentò mentre Nerone cantava, segnando la sua momentanea rovina. Gli fu data una seconda possibilità. Con tre legioni in Giudea, riuscì a contenere la terribile rivolta degli zeloti, suscitando l'ammirazione altrui per coraggio e fermezza. Muciano gli assicurò l'appoggio della prefettura d'Egitto, responsabile del rifornimento granario dell'Urbe. Vespasiano si ritrovò in una posizione di forza. A Roma inoltre poteva contare sul figlio Domiziano e sul fratello Tito Flavio Sabino nella carica di praefectus urbi.

 

Quattro imperatori per un trono

 

L'anno 69 fu segnato dalla guerra civile. Galba era l'imperatore ufficiale. Otone era l'uomo dei pretoriani. Vitellio l'acclamato dalle legioni germaniche. Vespasiano il designato dell'Oriente. Il primo a morire fu Galba. La sua testa fu esposta nel foro insieme a quella dell'erede Pisone.

Vistasi addosso la schiera degli armati, il porta-insegne della coorte che accompagnava Galba (Attilio Vergilione, secondo quanto si dice) strappò l'immagine di Galba e la gettò per terra. Fu, allora, chiaro che tutti i soldati parteggiavano per Otone: la folla lasciò vuoto il Foro e coloro che ancor esitavano furono minacciati. Scrive Tacito nelle Historiae.

 

“Vicino al Lacus Curtius il tremore dei portatori sbalzò Galba dalla lettiga e lo fece rotolare a terra. Le sue ultime parole sono state variamente tramandate da chi lo odiava e da chi, invece, provava ammirazione per lui. Qualcuno dice che, con voce supplichevole, chiedesse che male avesse mai fatto. E implorava anche un po' di tempo per pagare il donativo. Molti però affermano che offrisse volontariamente il collo ai suoi boia: facessero pure, lo colpissero se pensassero di fare cosa utile allo stato. Ma per gli uccisori, cosa abbia effettivamente detto, non ha importanza.”

 

Il Senato tributò gli onori a Otone il 15 di gennaio del 69. Il 14 aprile, le legioni del Reno scesero in Italia. Nei pressi di Cremona, nella battaglia di Bedriaco, sgominarono quelle schierate da Otone. L'ex governatore della Lusitania aveva raccolto l'adesione delle truppe del limes danubiano. Queste non riuscirono a giungere in tempo per partecipare allo scontro decisivo. Otone decise inspiegabilmente di combattere subito, senza attenderle. Morì suicida il 16 Aprile. Vitellio si ritrovò a governare Roma. Associò subito il figlioletto di sei anni all'impero. Durante la marcia verso l'Urbe non evitò saccheggi e devastazioni effettuate dai legionari sul suolo italico. Licenziò inoltre l'intera guardia pretoriana sostituendola con uomini di fiducia. Incredibile a dirsi ma il popolo si schierò, almeno all'inizio, con Vitellio. Muciano e Vespasiano erano nel frattempo passati dall'iniziale appoggio ad Otone alla dichiarata opposizione al nuovo imperatore. Le legioni danubiane transitarono sotto le insegne dei due. Il generale gallico Antonio Primo, al comando delle truppe pannoniche irruppe in Italia e annientò i vitelliani di nuovo a Bedriaco. Entrò in Roma catturando Vitellio. I soldati ne fecero scempio. Nei giorni precedenti era morto anche Flavio Sabino nel suo tentativo di far abdicare pacificamente l'imperatore. Muciano prese delle redini dell'Urbe, amministrandola in attesa dell'arrivo di Vespasiano dall'Egitto. Svetonio nell'opera “Vita di Vitellio” racconta gli ultimi istanti di vita dell'uomo.

 

“Qualcuno gli gettava addosso dello sterco e del fango, altri lo insultavano chiamandolo «porco» e «incendiario». Una parte del popolino ne metteva in risalto i difetti fisici. Era infatti molto grasso, rubizzo in volto per il troppo vino, con una grande pancia ed una gamba malandata, da quando era stato investito da una quadriga mentre assisteva Caligola nelle corse dei carri. Finalmente presso le Scale Gemonie, scarnificato con minutissimi colpi, fu ucciso e trascinato con l'uncino nel Tevere”.

 

La dinastia dei Flavi

 

Quando Vespasiano giunse a Roma, la trovò amministrata da Muciano. Chi pensava che il potente ex governatore della Siria si mettesse di traverso, arrogando per se stesso il diritto alla porpora, sbagliò di grosso. Anzi, da strafottente quale era sempre stato, aveva collaborato con impegno al fianco di Domiziano, figlio minore del nuovo imperatore, per ristabilire l'ordine nell'Urbe. E dinanzi a Vespasiano, gli giurò eterna fedeltà rimettendosi al suo volere. Il capostipite dei Flavi ebbe come primo pensiero quello di assicurarsi la successione, associando il primogenito Tito Flavio al trono. Dette ufficialmente il via ad una nuova dinastia imperiale. Di umili origini, senza antenati mitici o divini ma pur sempre una dinastia. Come secondo atto decise di andare ben oltre la giustificazione augustea del potere del princeps. Ricordo brevemente che Augusto, così come Tiberio cercarono di non stravolgere l'ordinamento repubblicano, conseguendo una linea di continuità nella distribuzione del potere. Il princeps era infatti dotato di un insieme di prerogative magistratuali che lo rendevano superiore alle cariche più alte dello Stato. Augusto scriveva nelle sue memorie (Res Gestae):

 

“Fui superiore a tutti per autorità, pur non possedendo un potere superiore a quello degli altri che mi furono colleghi nelle magistrature”.

 

In pratica il princeps fu investito di un imperium proconsulare che gli consentiva di agire su tutte le province con il potere di un promagistrato. Un imperium maius però, più forte di quello in essere per proconsoli e propretori. A Roma fu dotato della tribunicia potestas, ovvero di quell'insieme di poteri propri dei tribuni della plebe; lo ius intercessionis (potere di veto), l'inviolabilità, la facoltà di convocare i Comitia e di proporre leges. A tutto ciò fu aggiunto lo ius di convocare il Senato. Augusto, Tiberio, Claudio (escludendo le due mele marce di Caligola e Nerone), condirono il tutto di quell'auctoritas, lignaggio della gloriosa gens a cui a appartenevano, la dinastia giulio-claudia. Vespasiano era un imperatore nominato dalle legioni e proveniente da una famiglia di rango equestre per nulla celebre. Egli sentì la necessità di far approvare a Senato e popolo una lex de imperio Vespasiani che giustificasse appunto il potere imperiale. Il testo di tale decreto senatoriale è conservato in una tavola bronzea ai Musei Capitolini in Roma. In pratica tale lex ribadiva in calce i poteri che erano stati di Augusto con la causale che l'imperatore potesse agire in piena libertà nell'interesse dello Stato. Vespasiano fu un ottimo amministratore, attento e impegnato nel risolvere la grave crisi economica conseguente agli sfarzi neroniani e alla guerra civile. Da molti fu accusato di essere uno spilorcio ma a differenza di Galba, gli fu riconosciuta l'effettiva dedizione alla causa. I fronti ancora caldi vennero pacificati. Tito annientò le ultime sacche della rivolta giudaica, conquistando Gerusalemme nel 70. Il Tempio di Salomone (Secondo Tempio o Tempio di Erode) venne raso al suolo. Tragica la fine della fortezza di Masada nel 73. Gli occupanti si diedero la morte durante l'assedio romano. In Britannia furono estesi i possedimenti capitoli grazie alle vittorie contro i Briganti del governatore Quinto Petilio Ceriale, genero dell'imperatore e reduce della campagna contro la regina icena Budicca del 60/61.  Nelle Gallie, fu sgominato anche il regno ribelle del batavo Giulio Civile in essere dal 68. Infine fu annessa tutta la zona degli Agri Decumates tra l'alto Reno e il Danubio. Vespasiano passò pertanto alla riorganizzazione del limes danubiano e di quello renano, sistemando i presidi e rinforzando quelle legioni che avevano subito perdite rilevanti. Per tali motivi promosse il sempre più massiccio arruolamento di provinciali. In questa ottica rientrò anche la concessione del diritto latino alle comunità delle province spagnole. Ebbe sempre un occhio di riguardo per l'esercito al quale doveva la sua elezione pur prendendo provvedimenti per evitare di ritrovarsi alle spalle ennesimi usurpatori. Lungo i confini sopracitati evitò che gli accampamenti raccogliessero troppe armate, preferendo che ogni legione fosse alloggiata in un singolo castrum. In tal modo si evitavano pericolosi bacini di malcontento politico. Nelle truppe ausiliare promosse la disgregazione dei gruppi etnici preferendo mischiare le razze nei vari distaccamenti. In politica interna stabilì un programma di lavori pubblici. Per festeggiare la pace raggiunta dopo la guerra civile fu inaugurato un nuovo foro con uno splendido Tempio della Pace. Fu iniziata la costruzione del maestoso Anfiteatro Flavio, più noto come Colosseo che negli anni a venire fu in grado di offrire al pubblico romano incredibili spettacoli di gladiatori e battaglie navali. Nei rapporti con il Senato, Vespasiano tenne un atteggiamento rispettoso. Lungi dall'imperatore restituire al consesso una qualche forma di autonomia legislativa o decisionale. Questo atteggiamento gli inimicò la frangia stoica del Senato che complottò contro di lui ricevendo in cambio, una volta scoperta la congiura, esili e condanne a morte. Ciò che il Senato mal digeriva di Vespasiano era proprio la pretesa di gestire l'impero seguendo una linea di successione rigorosamente dinastica. I Flavi non potevano permettersi tale ardire proprio perché non erano nessuno rispetto ai gloriosi Giulio-Claudii.

 

Svolta assolutistica!

 

Il regno di Tito, succeduto al padre nel 79, fu definito dagli antichi “amore e delizia del genere umano”. Tito fu una personalità complessa. Nonostante la bassa statura e la pancia prominente, la sua figura imprimeva rispetto e autorevolezza. Tito dimostrava un talento militare senza eguali e una spiccata abilità nel combattimento individuale. Sapeva cavalcare con maestria e non disdegnava la cultura. Grande amante della lira, la sapeva suonare alla perfezione oltre a comporre versi in latino e in greco. Il suo breve regno (79-81) fu improntato nel segno della continuità con quello del padre. Purtroppo lo funestarono diverse disgrazie. Dall'eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei ed Ercolano a un grave incendio nell'Urbe. Una terribile pestilenza completò l'opera. Tito si adoperò per gli aiuti in maniera impeccabile, dimostrando umanità e rispetto del suo popolo. Eppure in molti lo descrivevano come un crudele sanguinario, soprattutto per i trascorsi in terra di Giudea quando ricorse a devastazioni e torture pur di aver ragione dei suoi avversari. Tito morì il 13 settembre dell'anno 81 ad Acque Cutiliae di un misterioso male che lo consumava da qualche tempo. Le malelingue videro la lunga mano di Domiziano dietro la sua dipartita. Domiziano era stato designato come il successore di Tito ma Svetonio ha di che raccontare circa il rapporto tra i due. Si narra infatti di una relazione tra l'imperatore e Domizia, la moglie di suo fratello minore. Ma ancor peggio, si vocifera che Tito, da ottimo calligrafico qual'era, modificò il testamento del padre che in origine avrebbe assegnato l'impero ad entrambi con egual poteri. Non sapremo mai la verità. Ci atteniamo alla realtà storica. Il terzo e ultimo dei Flavi salì al soglio imperiale nell'anno 81. Domiziano svoltò deciso verso un regime assolutistico sul modello del passato Caligola. Si fece chiamare dominus et deus suscitando lo sdegno tra i contemporanei. Domiziano chiuse temporaneamente il periodo delle successioni per linea dinastica. Dopo di lui, dal 96 fino alla morte di Marco Aurelio nel 180, l'impero fu di volta in volta affidato al migliore tra gli uomini. Tornando all'ultimo dei Flavi. Trovò la morte in una congiura di palazzo alla quale partecipò la sua stessa moglie, Domizia Longina. Figlia del generale Corbulone (costretto al suicidio da Nerone), nutriva simpatie repubblicane e sentimenti avversi alla tirannide. Il Senato investì Domiziano della damnatio memoriae. Le sue statue vennero distrutte, il nome dimenticato, il ricordo del dispotico imperatore cadde nell'oblio. Domiziano meritò un simile trattamento?

Dal punto di vista amministrativo fu un ottimo regnante. Continuò la politica dei suoi diretti predecessori. Diverse cariche civili e di palazzo furono assegnate a membri dell'ordine equestre, nominati al posto dei liberti che, da Claudio in poi, le avevano monopolizzate. Domiziano esercitò un ferreo controllo sugli uffici della burocrazia imperiale onde evitare imbrogli e malversazioni. Sull'esempio del padre, si occupò con meticolosità della riorganizzazione militare dei confini, con particolare cura per le frontiere renana e danubiana da sempre sotto pressione dei popoli confinanti. Edificò imponenti opere difensive (mura, terrapieni, fossati e torri di guardia) atte a proteggere gli accampamenti degli ausiliari che stazionavano in prima linea. Alle loro spalle sorgevano i castra delle legioni ben collegati da un efficiente sistema di strade che permetteva in caso di pericolo di raggiungere in breve tempo la zona del limes. Questo assetto difensivo, sul Reno e sul Danubio, garantì in primis la futura pax romana adrianea e in seguito la sopravvivenza stessa dell'impero nei tempi bui delle prime grandi invasioni “barbariche”. Domiziano si trovò a dover contrastare i Chatti in Germania e i Daci di Decebalo, conseguendo rispettivamente una vittoria e una pace frettolosa. Frettolosa e non conveniente in quanto dettata dalla necessità di contrastare la rivolta delle legioni renane che avevano acclamato imperatore il governatore della Germania Superiore, Lucio Antonio Saturnino. La ribellione ebbe vita breve ma bastò a trasformare Domiziano in una sorta di redivivo Caligola o Nerone, propenso a seminare morte tra tutti coloro minimamente sospettati di tramare chissà quali congiure. Con egual ferocia trattò ebrei e credenti nella sempre più diffusa religione cristiana, considerati dannosi per l'ordine imperiale. L'ondata di crudeltà e la presunzione di ritenersi una sorta di Giove incarnato in terra, fortificarono nei palazzi del potere la consapevolezza di liberarsi di Domiziano. Svetonio, Dione Cassio e Plinio il Giovane ci raccontano diversi aneddoti riguardo il carattere del princeps. Dalla sua passione nel catturare le mosche infilzandole poi con la punta di uno stilo al gusto di assistere a combattimenti gladiatori unicamente tra donne o tra nani fino al divertimento di umiliare i suoi ospiti durante i banchetti. Domiziano morì nel 96 e il suo regno fu il preludio del periodo aureo dell'impero romano.

 

 

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Bibliografia

 

Fonti per la Storia Romana - G. Geraci e A. Marcone - Le Monnier Università

Storia Romana - G. Geraci e A. Marcone - Le Monnier Università

I Grandi Generali di Roma Antica - Andrea Frediani - Newton Compton Editori

Il libro nero di Roma Antica - Giuseppe Antonelli - Newton Compton Editori

I figli di Marte. L'arte della guerra nell'antica Roma - Gastone Breccia - Mondadori Editore