Gli Annales e le Origines, due opere per la grandezza di Roma

 

di Andrea Rocchi C.

 

(tratto dal sito dell’autore Talento nella Storia)

 

 

 

Dal conflitto punico all'Olimpo dei letterari. Quinto Ennio (239-169 a.C.)

 

Nell'antica città messapica di Rudiae, nel Salento, venne alla luce nel 239 a.C. Quinto Ennio, esponente di una nobile famiglia locale. Era figlio di ben tre culture diverse: quella greca, grazie alla vicina Taranto, quella del luogo, fatta di antiche tradizioni italiche e quella dell'occupante romano. Ennio non disdegnò queste tre anime culturali che anzi coltivò al meglio nel corso della sua erudizione. Sapeva infatti parlare tre lingue, il greco, il romano e l'osco. Durante il corso della seconda guerra punica, fu aggregato ad un contingente italico al servizio di Roma. Militò in Sardegna dove conobbe il celebre Marco Porcio Catone che serviva nelle legioni come ufficiale. I due divennero amici e al termine della guerra, Ennio sbarcò a Roma per intraprendere il mestiere di insegnante o precettore. Il periodo post-bellico presentava molte opportunità per un "greco" a Roma, o comunque per chi avesse una cultura di stampo ellenistico. Erano gli anni del famoso Circolo degli Scipioni che raccoglieva esponenti della nobilitas capitolina dichiaratamente filelleni. Da Publio Cornelio Scipione l'Africano a Tito Quinzio Flaminino, a Marco Fulvio Nobiliore che da console nel 189 a.C. conquistò la capitale degli Etoli, Ambracia, meritandosi uno sfarzoso trionfo (a detta di Tito Livio). Del seguito di Nobiliore fece parte Ennio, con grande disappunto di Catone che lo rinnegò come amico. Ennio si era in precedenza ingraziato proprio Scipione l'Africano, dedicandogli un poema celebrativo, lo Scipio. Seppe far lo stesso con Nobiliore grazie ad una tragedia praetexta, l'Ambracia, che celebrava la resa della capitale etolica. Ricordo che la fabula praetexta era un tipo di tragedia inventata dal drammaturgo Nevio (275-201 a.C.). Distaccandosi da trame, personaggi e ambientazioni greche, si rifaceva alla mitologia romana e alla Storia dell'Urbe. Grazie all'Ambracia, nel 184 a.C. Ennio ottenne la cittadinanza romana. Egli fu un poeta, un drammaturgo e uno scrittore. Personalità molto eclettica, si dedicò con passione a vari generi letterari, non eccellendo in tutti ovviamente. Ci sono pervenuti circa 400 versi delle sue venti tragedie, opere che ebbero un successo senza eguali fino all'età augustea. Cerchiamo di capirne il perché.

 

L'evoluzione ellenistica del teatro greco e la tragedia enniana

 

I modelli utilizzati da Ennio per le sue tragedie furono quelli del teatro ateniese euripideo del V secolo a.C. fermo restando le evoluzioni che lo stesso subì in età ellenistica. Nel corso del IV e del III secolo a.C. il teatro greco aveva perduto le sue connotazioni religiose, politiche e agonali per trasformarsi in un teatro di puro intrattenimento. Con la morte di Euripide nel 406 a.C. inoltre, nella tragedia greca venne a mancare la dinamica creativa. Non essendoci in piazza nuovi tragediografi di talento, si preferì riproporre il repertorio dei tre grandi del passato, Eschilo, Sofocle e appunto Euripide. L'assenza di novità in quanto proposto, portò gli interpreti ad attuare manipolazioni e adattamenti al fine di mettere in evidenzia le loro eccellenze recitative. Vennero selezionati i brani di maggiore impatto scenico, rimontati poi in una nuova forma di spettacolo che fosse appunto di puro intrattenimento. L'interprete ellenistico trasformò in canto interi pezzi che un tempo erano recitati a voce o con l'accompagnamento musicale. Logico che una tragedia "cantata" fosse di maggiore impatto scenico rispetto al passato e che assolvesse alla grande al compito di gratificare il pubblico. Ennio ebbe una predilezione per le vicende leggendarie del ciclo Troiano, reinterpretate in chiave ellenistica. Diminuì drasticamente le parti recitate a favore di quelle cantate, affidandole a un solo attore o massimo a un duetto. Le sue tragedie erano inoltre ricche di eventi meravigliosi e descrizioni di paesaggi esotici, di avventure mozzafiato e di temi classici euripidei quali l'inganno o la vendetta. Il pubblico romano adorava le opere di Ennio che prendevano la forma di veri e propri spettacoli, paragonabili ai moderni "musical". Nelle parti descrittive come nei dialoghi Ennio si allontanò dallo stile sobrio del racconto greco, preferendo uno stile caricato e magniloquente, ricco di giochi di parola e di figure di suono, atto ad accentuare la passionalità di situazioni e personaggi. In questa tendenza non possiamo non notare l'influenza positiva dei carmina, quei componimenti in versi in bilico tra la prosa e la poesia, caratterizzati da sequenze di ripetizioni foniche; carmina liturgici, convivalia, triumphalia, tutti espressione dell'antica tradizione orale latina nel periodo pre-letterario. La Medea di Ennio è un esempio di tragedia in cui tale espressionismo riesce a rendere le scene "vissute" e pulsanti agli occhi dello spettatore. Andronico e Nevio introdussero la tragedia greca in ambiente romano, abituando il pubblico capitolino al confronto con tematiche figlie della cultura più elevata dell'Ellade. Nevio inventò il genere tragico della fabula praetexta, spiegata in precedenza con l'intento di donare a Roma una sua memoria storica e leggendaria, esaltandone il ruolo di potenza nascente del Mediterraneo. Anche Ennio inseguì nelle sue tragedie un impegno ideologico, persino di natura più fine e psicologica rispetto agli antecedenti colleghi. Egli mise il pubblico di Roma a confronto con il teatro euripideo, ricco di valori importanti quali la concordia tra cittadini o l'avversione alla tirannide ma anche in grado di mettere in discussione persino alcuni pilastri della società romana del tempo, come il rapporto tra l'uomo e le divinità. Ennio non era un eversivo e mai fu considerato tale dalla classe dirigente romana. Queste tematiche erano anzi oggetto di disquisizione nei circoli culturali filelleni della nobilitas romana, ambienti più aperti all'innovazione del pensiero rispetto all'arroccato schieramento dei sostenitori del mos maiorum capitanati da quel Catone di cui parleremo a fondo successivamente.

 

Gli Annales

 

Ottenuta la cittadinanza romana, alla veneranda età di 55 anni, Ennio iniziò a scrivere la sua opera maggiore. Gli Annales lo tennero impegnato fin quando spirò nel 169 a.C. Trattasi di un poema epico sulla Storia di Roma. Ci sono pervenuti 650 versi sui 30.000 dell'opera completa. Consisteva in diciotto libri divisi in triadi: i primi tre libri trattavano dell'origine dell'Urbe e del periodo monarchico, i secondi tre della conquista della penisola italica e della guerra contro Pirro. La terza triade si occupava delle guerre puniche, la quarta dell'espansione romana in Grecia, la quinta del conflitto siriaco e di quello etolico, la sesta e ultima del periodo più recente. La narrazione seguiva la tradizione dell'annalistica romana. Gli eventi scorrevano secondo la cadenza annuale. Sovviene il collegamento con gli Annales pontificum, gli elenchi stilati anno per anno dal Collegio dei Pontefici, con l'annotazione sommaria di tutti gli avvenimenti principali che avevano caratterizzato l'Urbe, dall'elezione dei magistrati a carestie, guerre, eclissi, trattati etc etc. Tale andamento annalistico influenzò anche la storiografia in prosa. Torniamo però al nostro Ennio. Similmente all'Odusia di Livio Andronico e soprattutto al Bellum Poenicum di Nevio, gli Annales si proponevano come la celebrazione di un patrimonio collettivo di valori, fondamento dell'identità nazionale di una potenza, il cui ruolo egemonico nel mondo era giustificato e riconosciuto. All'interno del poema spiccava inoltre l'esaltazione delle gesta di alcuni esponenti della nobilitas, tra cui i soliti Scipione e Nobiliore, ai quali Ennio rendeva l'onore di essere annoverati tra gli eroi nazionali. La grande innovazione degli Annales consisteva nell'abbandono del tradizionale verso saturnio a favore dell'esametro greco, adattato alle esigenze della lingua latina. Una tendenza che, da allora, divenne comune tra gli autori epici successivi. Ennio aprì gli Annales con la descrizione di un sogno nel quale l'ombra di Omero lo investiva del compito di scrivere un poema in quanto la sua anima era trasmigrata nello scrittore romano. In tal modo Ennio, nuovo Omero romano, intendeva da un lato riallacciarsi alla tradizione epica greca, dall'altro legittimare Roma come erede unica dell'ellenismo. Un espediente che arrise anche al Circolo degli Scipioni, che faceva dell'ellenismo la propria bandiera, nel culto della personalità individuale e nel superamento degli antichi costumi romani, ritenuti inappropriati per il ruolo cosmopolita che l'Urbe aveva assunto negli ultimi decenni. 

 

Due correnti di pensiero

 

Il II secolo a.C. vide la grande espansione di Roma verso la Grecia e l'Oriente ellenizzato.  L'Urbe si ritrovò a contatto con molteplici popoli in una posizione di preminenza. Erano gli anni della ripresa economica e sociale dal conflitto punico. Le nuove rotte commerciali assicuravano proficui scambi di merce oltre all'arrivo di numerosi schiavi da impiegare nelle grandi tenute latifondiste. L'affluenza di ricchezze e di cultura eccitava gli animi dei romani che si confrontavano con una dimensione non più locale ma "mondiale". Roma assorbì il sapere dei greci, dagli aspetti religiosi a quelli artistico-letterari e confermò se stessa nel portare avanti gli ideali che erano dell'ellenismo. Da questo passaggio scaturì anche il culto della personalità e le nuove concezioni individualistiche che dall'ellenismo traevano origine e forza. Il Circolo filellenico degli Scipioni la pensava in tal modo, raccogliendo l'adesione di una parte consistente della nobilitas romana. L'altro lato della medaglia era costituito dalla frangia dei conservatori e dei tradizionalisti, capitanati da Marco Porcio Catone "Il Censore". Egli riteneva l'ellenismo un fattore disgregante per l'unità della collettività capitolina. Al commercio preferiva l'attività agricola. Difendeva con ardore il mos maiorum contro le ingerenze esterne di costumi e tradizioni di popoli che riteneva lussuriosi e corrotti. Catone (234-149 a.C.) era un homo novus di Tusculum, di origine sabina. Ricco possidente terriero, aveva combattuto nella seconda guerra punica per poi percorrere con impegno tutte le tappe del cursus honorum fino al consolato e alla censura. Catone era entrato nella nobilitas non per nascita ma per virtù ed anche grazie ai vuoti che si erano aperti nel periodo bellico. Sta di fatto che divenne il difensore più accanito di quei valori di parsimonia e di sobrietà che appartenevano alla parte più conservatrice della nobiltà capitolina. Cicerone ritenne che con Catone ebbe inizio l'eloquenza romana, intesa come ars oratoria e la storia stessa della prosa d'arte latina. "Il Censore" era famoso infatti per le arringhe in Senato, con le quali riusciva ad imporre le proprie opinioni con forza e determinazione. Eppure il successo di tali discorsi catoniani fu dovuto proprio alla conoscenza e all'utilizzo da parte sua, di tecniche appartenenti alla scuola retorica greco-ellenica. Se da un lato condannava, dall'altro Catone non esitò a sfruttare "il nemico" per scopi personali. Egli era solito trascrivere le proprie orazioni prima di darne lettura. Lo stile era semplice e diretto in quanto lo scopo di tali documenti era l'esecuzione orale davanti alla platea dei senatori. In questo senso era fondamentale da parte del retore, maestro d'eloquenza, scandire il ritmo di frasi e parole con pause e ripetizioni, lavorare all'intonazione della voce e alla gestualità, in modo da calamitare su di lui l'attenzione dell'auditorio. Catone dunque rimpiazzò l'antica improvvisazione orale con una sorta di arte della recitazione, orale anch'essa, ma basata su un "copione" strutturato in anticipo. Tecnica perfezionata successivamente dal re del foro, ovvero Cicerone.

 

Dal De agri cultura alle Origines. Marcio Porcio Catone (234-149 a.C.)

 

Marcio Porcio Catone fu l'iniziatore dell'eloquenza romana e della prosa d'arte latina ma fu anche colui che redisse il più antico testo letterario in prosa latina. Parliamo del De agri cultura, opera di carattere didascalico in cui l'autore forniva una serie di istruzioni finalizzate alla migliore gestione di un podere agricolo di medie dimensioni. Rispettando la tradizione, l'opera aveva uno schema tripartito: la prima parte si occupava della proprietà e della sua suddivisione, la seconda delle attività del contadino e la terza raccoglieva una serie disordinata di consigli, istruzioni, ricette, formule magiche, riti propiziatori etc etc. Nel proemio Catone esaltava la figura dell'agricoltore, dalla cui classe provenivano i soldati più valorosi e gli uomini di maggior tempra e virtù. Rispettava il commerciante ma non sussisteva paragone tra le due tipologie di uomo. Curioso invece che nel proseguo dello scritto, lo stesso Catone incoraggiasse la coltivazione dei prodotti più redditizi ai fini delle esportazioni commerciali quali l'uva e le olive da cui si traeva rispettivamente il vino e l'olio. E' un atteggiamento diviso tra il rispetto della tradizione e l'accettazione, forzata forse, delle nuove dinamiche della società romana. Un maggiore impegno letterario richiese l'opera storiografica le Origines, composta in prosa con finalità pedagogiche ed anche politiche. Catone detiene un altro primato: le Origines sono il primo trattato storiografico in lingua latina. Infatti precedentemente a Catone, gli albori della storiografia furono segnati dalle opere di due eminenti storici annalisti romani di classe senatoriale, Quinto Fabio Pittore e Lucio Cincio Alimento, entrambi vissuti tra la seconda metà del III e i primi decenni del II secolo a.C. I loro Annales erano scritti in greco e la narrazione degli eventi chiave della Storia dell'Urbe seguiva la sequenzialità annuale tracciata dalla tradizione degli annali redatti dal Collegio dei Pontefici. Le Origines erano in sette libri, trattando avvenimenti dalla fuga di Enea da Troia alle origini dell'Urbe (libri I e II), alla spedizione di Galba in Spagna nel 151 a.C. con tanto di discorso tenuto in Senato da Catone stesso contro Galba nel 149 a.C., anno della morte dello scrittore (libri VI e VII). La visione storiografica di Catone si allargava, nel corso dei libri II e III ai popoli italici alleati di Roma e persino alle genti galliche e liguri del settentrione. Ovvio che una parte fondamentale della narrazione fosse dedicata alle guerre puniche, di cui la seconda fu vissuta in prima persona dall'autore (libri IV e V). Una piccola nota per chiudere l'articolo. Catone, sempre polemico con tutto e con tutti, nelle Origines rifiutò di celebrare per nome le grandi personalità capitoline, citate col solo titolo ufficiale. Questa scelta rientrava nella sua tendenza a condannare il culto della persona e dell'individualismo a favore di una visione di merito collettivo. Catone incluse nel testo dell'opera le sue orazioni in Senato, ricalcando i meriti del suo operato nella biografia come in altre sezioni delle Origines. Disse Tito Livio di lui: "...non certo parco nel celebrare le lodi di se stesso".

 

Riferimenti bibliografici

 

- "Letteratura Latina", A. Cavarzere, A. De Vivo, P. Mastandrea, Carocci Editore

- "Fonti per la Storia Romana", G. Geraci, A. Marcone, Le Monnier Università

- "Storia romana", Giovanni Geraci, Arnaldo Marcone, Le Monnier Università

 

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