Henrik Ibsen e Roma: la drammaturgia a sfondo sociale

di Enrico Pantalone

 

CATILINA (Catilina), 1850 Kristiania

CESARE E GALILEO (Kaiser og Galilaeer), 1873 Kristiania

 

Una premessa: amo moltissimo Henrik Ibsen e tutte le sue opere, per questo il compito di descrivere le sensazioni derivate dalla lettura dei suoi drammi in chiave di storia romana mi risulta altresì molto più semplice che per altri autori in questo caso visto che egli unisce storia e letteratura teatrale.

Catilina, Cesare (Giuliano) e Galileo fanno parte di quei drammi a sfondo storico ben documentati e che vanno ad inquadrare le azioni soprattutto nel movimento della società del tempo rappresentato, ed Ibsen indubbiamente ne fu uno dei massimi interpreti ed i protagonisti, Catilina e Giuliano, in questo caso, sono sempre al centro di una lotta tra aspirazioni e capacità di riuscita dei propri intenti attraverso la lettura di tutti coloro che vivono attorno a loro.

Ibsen sceglie indubbiamente due personaggi simili nell’atteggiamento di fronte alla vita: Catilina e Giuliano per molti versi non s’accorgono della società che gira intorno a loro, pensano di poterla dominare o più semplicemente pensano che la gente li ritenga nel giusto, operano spesso fuori del tempo in cui vivono anche se con temi e speranze diverse ovviamente per ognuno di loro.

Essi sono lacerati internamente, sono disperati, passionali, com’è lacerata, disperata ed appassionata la società romana dei loro tempi, Ibsen tratteggia a lungo e con gran maestria questo modo di vivere a cavallo tra il bene ed il male, tra le tenebre e la luce e la tragedia finale d’entrambi negli avvenimenti storici risponde probabilmente alla differenza che esiste tra quello che avrebbero desiderato ottenere politicamente e socialmente dai loro ideali e ciò che hanno potuto ottenere in effetti: storicamente parlando, giova ricordare che il drammaturgo vagliò attentamente gli scritti di Cicerone e Sallustio da cui trasse ispirazione per le opere.

Ogni passo dei testi teatrali muove nell’introspezione psicologica, intellettuale e sociale, questo si vede certamente anche dalla minaccia che i protagonisti, Catilina e Giuliano, percepiscono continuamente intorno a loro, indipendentemente se siano nel giusto o nell’errore (non è questo il fine di Ibsen, come il nostro di spettatori teatrali attenti), minaccia che essi interiormente sentono come disagio sociale più che politico in senso stretto, difficoltà a creare gli stimoli giusti nei cittadini e nell’esercito.

Ibsen è realmente interessato alla storia romana, studiata appassionatamente durante il lungo soggiorno italiano perché a suo giudizio è un esempio delle tematiche socio-politiche che si vivevano anche nel suo secolo, secolo di grandi fermenti e forze propulsive anche se spesso degenerative, egli vede in Roma un elemento didattico da sottoporre alla gente attraverso i suoi drammi, appare quindi logico che egli focalizzi il suo indirizzo verso Catilina e Giuliano, proprio per gli elementi che caratterizzavano i loro rispettivi caratteri, esaltanti ma anche deludenti, ricchi di grande pathos ma anche chiusi alla comprensione quotidiana.

Un fattore interessante è vedere come Ibsen tende a descrivere accuratamente l’agitazione continua che circondava le due società, per cui gli avvenimenti raccontati con gli occhi dei due protagonisti diventavano come una telecamera in continua evoluzione a 360° che da un punto fermo riprendesse lo spazio circostante ben definito.

Un passo del pensiero di Catilina a questo proposito mi ha sempre colpito durante l’atto terzo e lo riporto:

“Ho sperato nella fedeltà degli amici, adesso vengono meno, uno dopo l’altro.

Oh, dei ! solo tradimento e codardia risiedono in queste trepide anime di schiavi.

Oh, io deluso, con la mia congiura ! Volevo distruggere Roma, questo nido di serpi,…..

Quando Roma era già solo un cumulo di macerie.”

Ibsen quando scrive su Giuliano, non fa solamente un’opera d’alta scuola drammaturgia, ma compie anche un eccellente sforzo storico (non del tutto riuscito certamente), cercando di far immedesimare lo spettatore nel travaglio interiore dell’apostasia del personaggio e lasciando dubbi sul fatto che egli abbia apertamente varcato il limite tra cristianesimo e paganesimo.

Giuliano appare così un imperatore diverso da quello presentato da una certa storiografia basata solamente su dati scarni e riportati, nell’opera appare un personaggio concreto a suo modo, magari turbato da mille problematiche esistenziali, ma apprezzabile dal punto di vista umano, la sua apostasia suscita tutta l’incapacità di potersi adeguare al ruolo che ricopre, nonostante la seconda parte lo veda protagonista in veste d’imperatore e gli

doni una forza entusiastica nei suoi atti ufficiali ed nel suo modo di procedere di fronte ai fermenti dell’Impero.

Teniamo presente che tra le due opere teatrali passano quasi cinque lustri, Catilina è il suo primo dramma in assoluto, un’opera giovanile quindi, un’opera che risente dell’età dello scrittore, della sua voglia di cambiamento sociale e di progresso, la seconda ha un tono da uomo maturo e riflessivo sull’impossibilità di modificare in maniera violenta e rivoluzionaria il quotidiano.

Ibsen vissuto a lungo in Italia e soprattutto a Roma per quasi un trentennio, salvo brevi periodi, tra il 1864 e il 1891 finì inevitabilmente per assorbire i tratti più interessanti dell’antica civiltà romana trasponendoli lucidamente nei suoi drammi e non solamente a quelli ispirati direttamente ad essa: da noi vennnero creati capolavori come Brand, Peer Gynt, Una casa di bambola, Spettri, Un nemico del popolo, L’anitra selvatica, La casa dei Rosmer, La donna del mare ed Hedda Gabler.

 

(il testo è stato pubblicato anche su Latina nr.3 – L’Antologia di SignaInferre)

 

Home Page Storia e Società