I Partiti Politici in Giappone nel periodo 1868-1913

di Enrico Pantalone

 

 

Subito dopo la restaurazione del potere imperiale in Giappone nel 1868 nessuno s’aspettava un’immediata e pratica parificazione dei movimenti politici che avevano contribuito alla sconfitta dello shogunato.

Ciò del resto era una conseguenza logica della Costituzione emanata il 17 giugno dello stesso anno, che si sforzava di mediare funzioni e strutture dell’ancora esistente sistema feudale (per la verità tardamente eliminato) con una più moderna istituzione statale e un apparato burocratico che potesse reggere con quello dei sistemi maggiori dell’occidente.

Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario sono tutti convogliati sotto la funzione diretta del Consiglio di Stato, rendendo palese il fatto che la classe dirigente del Giappone d’allora, pur non essendo più di natura arcaico-feudale, era ancora in gran parte indecisa su quale strada percorrere: imboccare subito una via di tipo occidentale o mantenere un netto divario tra chi governava e la gran massa della collettività.

Le varie nomine erano ancora viziate dai vecchi sistemi d’alleanze, visto che, come già detto poco sopra, il feudalesimo non era ancora stato distrutto.

Per questo motivo furono ancora concesse le cariche per titolo o per rango e come se questo non bastasse, l’elezione o la nomina era un affare privato tra appartenenti di famiglie aristocratiche.

 

Tutto il potere era centralizzato e questo ovviamente non favoriva il proliferare, a livello politico, di gruppi o partiti che non accettassero un tipo simile d’impostazione.

Prima d’inoltrarmi nell’esame dei confronti politici veri e propri, mi pare necessario premettere due punti importanti sul tema.

Primo, la classe dirigente rimase la stessa sia prima che dopo la restaurazione Meiji: secondo, vi fu un intenso trasferimento di politici governativi verso un blocco comune nell’area conservatrice-oligarchica.

Un tale aspetto si vide anche nella concessione agli ex-samurai di titoli e cariche pubbliche in gran quantità.

Altro principale intendimento di questo primitivo blocco oligarchico (non mi pare poterlo definire ancora partito in senso stretto della parola), fu quello di centralizzare e concentrare le forze armate a Kyoto e Tokyo per poter eventualmente parare tentativi di colpi di stato e per tenere le due città più popolate sotto costante controllo: fattore peraltro tipico dei regimi non ancora consolidati.

Il periodo 1872-1873 fu scarso d’avvenimenti politici, perché molti eminenti leader giapponesi erano in viaggio nei paesi europei e negli Stati Uniti per studiare attentamente le istituzioni parlamentari e le organizzazioni ad esse collegate.

Il primo grosso scontro politico in Giappone avvenne, all’interno della coalizione oligarchica, sulle prospettive d’invasione della Corea.

Saigo Takamori era favorevole, mentre all’opposto si trovava Okubo Toschimichi, che trascinò con sé altri osteggiatori dell’impresa bellica.

Saigo, Itagaki Taisuke ed altri rappresentanti del governo si dimisero e al tempo stesso Yagamata Aritomo di Choshu assunse al ruolo di custode e gerarca delle forze armate.

Durante il periodo 1874-1877 scoppiarono parecchie rivolte rurali che furono stroncate duramente dal regime.

Le rivolte erano soprattutto indirizzate contro la coscrizione obbligatoria e la perdita di potere dei Samurai nel loro ambiente sociale, ma soprattutto contro la perdita dei loro arcaici privilegi.

La più sanguinosa che possiamo ricordare fu quella di Satsuma, guidata da quel Saigo Takamori, di cui sopra ho già parlato, nel 1877.

In realtà, era tutto l’apparato dominante che volgeva lo sguardo verso l’autoritarismo e perfino nel “Giuramento della Carta”, emanato dall’Imperatore Meiji nel 1868, il punto terzo conteneva l’intento malcelato di reprimere i partiti politici e chiunque s’opponesse al potere imperiale.

Nel 1881 tra i due leader politici, Okuma Shigenobu e Ito Hirobumi, scoppiarono dei contrasti derivanti dalle diverse impostazioni riguardo alla via migliore da scegliere per la realizzazione della futura politica giapponese.

Okuma, più liberale e democratico, voleva immediatamente un governo parlamentare, mentre Ito, più legato al potere oligarchico, voleva che maturassero i tempi per tutto ciò.

Essi, in sostanza, fondarono due diversi gruppi politici e Ito, travolto da uno scandalo locale, fu costretto ad aderire al progetto d’Okuma riguardante la convocazione di una Dieta per il 1890, allo scopo di salvare la sua posizione.

L’obiettivo principale fu, quindi, da parte di chi deteneva il potere governativo era quello di consolidare l’apparato statale e le sue leve di comando attraverso due direzioni: rafforzando l’istituto imperiale in senso stretto e consolidando la burocrazia che avrebbe così impedito, di fatto, ai partiti di governare con efficacia.

Veniamo ora a dare uno sguardo ai principali partiti dell’epoca ed alle loro prime vicende sulla scena politica giapponese fino alle consultazioni del 1890 che composero la prima Dieta dell’Impero Nipponico.

Nel 1873 ruppe con la coalizione governativa Itagaki Taisuke che, come si è visto, passò dalla parte di Saigo, da cui si distaccò ulteriormente per diventare il rappresentante dei dissenzienti, anche se ebbe un’idea di “democrazia della classe superiore” riguardo al suffragio elettorale.

Fondò quindi lo Jiyuto o partito Liberale nel 1881, con una base di proprietari terrieri e contadini poveri.

Questo duplice aspetto del partito fece sì che esso non diventasse mai veramente riformista, giacché al suo interno le forze conservatrici dei proprietari terrieri funzionarono da blocco verso le forze più progressiste sostenute dai piccoli coltivatori e proprietari e dai contadini.

A dire il vero Itagaki Taisuke già nel 1873 aveva fondato alcuni movimenti progenitori del partito liberale, come l’Aikoku Koto o partito pubblico dei patrioti (d’ispirazione progressista) ed il Risshista o società per la fondazione della volontà morale (d’ispirazione etico-filosofica) che non avevano avuto certamente il seguito dello Jiyuto, anche perché avversati duramente dalle autorità governative.

Itagaki Taisuke fu il primo politico ad applicare l’agitazione quale forma di lotta in Giappone e fu grazie a lui ed ai suoi movimenti che si crearono i presupposti che portarono alle eliminazioni delle caste sociali.

Itagaki Taisuke ed il suo gruppo furono però sostanzialmente un blocco all’impedimento della costituzione di una vera e propria sinistra in Giappone, fin dai primi tempi dell’Impero Meiji.

Itagaki, fervente classicista francese rispetto all’idea della libertà, pensò che solamente agendo sulla stessa a livello individuale, come fattore d’integrazione delle masse giapponesi, si sarebbe potuto raggiungere un’unità effettiva nel paese.

Per lui è anche l’autodisciplina personale, ovviamente correlata all’idea di libertà personale, a favorire l’interesse comune.

Pur non essendo stato un partito d’opposizione, nel senso che solitamente s’attribuisce a questo termine, il partito liberale giapponese non godette comunque mai di libertà nell’agire e fu più volte soppresso per poi essere rifondato, sempre però tenuto strettamente sorvegliato dall’autorità costituita.

In principio il gruppo dominante dell’oligarchia che dirigeva il Giappone rifiutò il concetto di partito politico, visto che mal si sposava con il sistema che esso stesso aveva instaurato.

Ma poi capì che in seno ad una robusta ed efficiente burocrazia, il sistema dei partiti avrebbe finito per servire alla propria causa.

Fu dopo aver dovuto varare delle misure restrittive per cercare d’arginare la portata dei movimenti d’ispirazione liberale, come la legge contro la libera stampa e susseguentemente la legge contro le riunioni politiche, che il gruppo dominante capì di non aver altra alternativa se non quella di fondare un partito che servisse alla sua causa.

L’ispiratore fu Ito Hirobumi, statista eccelso e gran conoscitore della politica governativa. Nel 1882 fondò il Rikken Teiseito o Partito Costituzionale Imperiale o Partito Conservatore (termine usato più spesso dagli occidentali).

Il partito trovò subito molti appoggi nel gruppo industriale facente capo alla famiglia Mitsui. Ito Hirobumi fu diverse volte primo ministro, guidando così una coalizione che vedeva nell’Imperatore il centro da cui dovevano partire sia le leggi che i modelli di vita.

Era chiaramente un conservatore alla Bismarck, per intenderci, e del resto lui considerava il cancelliere tedesco il suo ideale di primo ministro e la costituzione tedesca utile per il Giappone stesso, tanto che molti degli articoli di quella nipponica furono palesemente copiati da quest'ultima. Sostanzialmente, voleva riaffermare la continuità della restaurazione imperiale nel tempo.

Egli aveva viaggiato molto in occidente e la sua idea politica aveva attinto quasi del tutto, come già detto, alle teorie tedesche senza disdegnare alcuni apprezzamenti per quelle russe, evidentemente altro grosso campione di democrazia ristretta, rispetto alle troppo libertarie politiche francesi, inglesi, ed americane.

Le idee sue e del suo gruppo politico erano estremamente chiare nel commento alla costituzione laddove s’affermava che l’imperatore s’era compiaciuto d’elargirla, ch’era giustificato il fatto relativo che il potere non fosse esercitato dal parlamento, ma dal sovrano cui solo competeva la promulgazione o la cassazione delle leggi o la convocazione della Dieta.

Affermava con compiacimento che i poteri della Dieta dovevano essere assai limitati e, nemmeno nel caso di bocciature rispetto a leggi finanziarie da parte dello stesso parlamento si poteva parlare d’attività democratica, perché il governo avrebbe avuto modo di gestire il bilancio sulla falsariga di quello dell’anno precedente.

Ito Hirobumi parlando della norma che stabiliva la responsabilità dei ministri in carica solo nei confronti dell’Imperatore e non di fronte alla Dieta, la descriveva come una cosa del tutto normale ed assai pratica per amministrare saggiamente il Giappone.

In sostanza credeva necessario una specie di stato teocratico per meglio governare il paese ancora immaturo, secondo lui, per esercitare un effettivo potere democratico.

Fra queste due tendenze politiche, per così dire una progressista ed una conservatrice, s’inseriva una tendenza moderata, costituita dal Rikken Kaishinto o Partito Costituzionale Progressista fondato nel 1882 da Okuma Shigenobu.

Egli vide, nelle riforme, il mezzo per riaffermare i valori morali e politici di guida della famiglia imperiale e per conferire dignità e benessere al popolo.

Egli criticò Itagaki perché non capiva che il Giappone avrebbe avuto bisogno di tempo per progredire e che un troppo repentino cambiamento non avrebbe giovato, di certo, alla sua ricerca d’identità liberale e democratica.

Nel frattempo criticò Hirobumi per il suo desiderio di mantenere a tutti i costi un ordine arcaico e lo accusò di non voler inserire, nei suoi programmi governativi una qualsiasi legge per migliorare i rapporti fra potere imperiale e parlamento.

Del suo entourage facevano parte uomini d’affari ed intellettuali che gli assicuravano una certa base socialmente evoluta e progressista: essi erano per lo più fuoriusciti dal governo l’anno precedente ed avevano seguito il loro capo spirituale.

Il partito traeva appoggi anche dal gruppo Mitsubishi.

Come s’è detto, Okuma aveva chiesto a gran voce un sistema parlamentare di tipo inglese ed elezioni libere per il 1882, ma messo alle strette da Ito profondamente impressionato da queste “estremistiche proposte” nel 1881 fu di fatto costretto a rassegnare le dimissioni e uscire dal governo nipponico.

Molti affermarono che Ito non vide in Oluma un avversario politico in senso stretto, ma un avversario per il potere che lui deteneva: cosa assurda, visto la spiccata personalità libertaria di Okuma che cercava solamente di dare nuovi indirizzi sociali ed economici alla stantia classe detentrice del potere.

Fu così che Oluma ed Itagaki, con i rispettivi partiti, si riunirono in un “fronte comune” opposto al partito conservatore e, sfruttando il momento sfavorevole di Ito alle prese con beghe interne, gli strapparono l’assenso per una convocazione della Dieta entro il 1890, con ovviamente annesse le relative prime elezioni libere.

Ito non si scompose più di tanto, perché aveva già in animo tale passo, ma dovette probabilmente anticiparlo di qualche tempo.

 

L'evoluzione della sinistra

Dopo aver analizzato i partiti tradizionali, conviene parlare anche della sinistra che indubbiamente trovò parecchie difficoltà insormontabili sul suo cammino.

Si deve rilevare peraltro che agli albori del ventesimo secolo, il proletariato industriale ammontava solamente a meno dell’uno per cento della popolazione e ciò rendeva arduo il penetrare d’idee progressiste in un paese ancora largamente tradizionalista.

A livello sindacale la prima vertenza s’ebbe nel 1885, in un’industria della seta a Kofu.

Il primo sindacato costituito fu quello dei conducenti di risciò nel 1883, seguito, un anno dopo, da quello dei tipografi.

Il primo partito politico di sinistra fu quello Socialdemocratico, bandito immediatamente alla fine degli anni ’80 sia nella sua forma d’associazione cristiana che socialista.

Il risultato fu che entrambe le componenti del suddetto partito s’allearono stabilmente per molti anni allo scopo di combattere i partiti di centro.

Anzi nel 1906, insieme con altre componenti “estremistiche”, si fusero per fondare il partito Socialista Giapponese che comprendeva quindi sia l’anarchismo, sia il sindacalismo, sia il riformismo, sia il cristianesimo, sia il marxismo puro di Sakai Toshihiko (che poi fondò negli anni ’20 il Partito Comunista Giapponese).

L’alleanza durò sino al 1907, quando il sindacalista rivoluzionario Kotoku prese a predicare l’azione diretta violenta che portò ad attentare, nel 1911, alla vita dell’Imperatore: questi fatti troncarono i movimenti socialisti e ne decapitarono la classe dirigente.

Le vittorie della sinistra furono ottenute nel periodo 1905-1906, quando s’organizzarono grossi scioperi durante la guerra russo-giapponese, a Tokyo che fecero cadere il governo Katsura, e videro il varo di leggi contro le miserabili condizioni dei lavoratori, spesso ammassati in dormitori anche se furono osteggiate dagli ambienti industriali.

Sempre in questo periodo, Katsura tornò al potere e sfruttò stabilmente la paura della borghesia per scatenare una “guerra santa” contro i socialisti ed i sindacalisti, come si vide in precedenza.

Il movimento fu disorientato e il bastone del comando fu preso dai riformisti dello Yuai-Kai, prima, e dal Sodomei, dopo gli anni ’20.

Nel 1874, il governo nipponico decise, per concedere qualche libertà, di creare delle assemblee locali o di prefettura che avevano così l’opportunità di precedere la Dieta del 1890.

Era un palliativo, perché il potere era naturalmente ben saldo nelle mani dell’autorità centrale e, del resto, l’idea non fu accolta dalla collettività in maniera molto interessata.

Nel frattempo, il partito governativo aveva fatto passare una legge sulla libertà di stampa che in sostanza impediva ad ogni focolaio d’opposizione di poter esplicare la propria idea sulle questioni di pertinenza governativa.

Questo perché ogni partito aveva un proprio giornale, com’è d’uso comune e lo usava naturalmente per approvare o per attaccare le leggi emanate dall’imperatore.

Solo nel 1881, su una precisa presa di posizione di tutte le istituzioni progressiste e liberali, il governo promise di convocare una Dieta per il 1889 (termine che, come abbiamo già visto, slittò ai primi mesi dell’anno successivo), ma nel contempo approvò leggi che portarono pesanti sanzioni per chi apparteneva ad associazioni e si riuniva senza il permesso preventivo delle autorità.

Poi, come in una mossa calcolata da tempo, il partito di Ito spinse a combattersi vicendevolmente i due partiti d’opposizione, rompendo in questo modo tutto il movimento che s’ispirava ad ideali più libertari e democratici.

Ito convinse i più che i leader dell’opposizione liberale, Itagaki, insieme all’altro leader Goto, erano andati negli stati europei utilizzando una sovvenzione governativa nel momento in cui in Giappone stava lottando più duramente, ridicolizzandoli.

Ciò naturalmente non corrispondeva al vero, ma la crisi che attanagliò il movimento d’opposizione fu tale che due noti dirigenti di quel movimento si dimisero dal partito per protesta; a sua volta, il leader Itagaki accusò il Partito Progressista di Okuma d’essere un agente al soldo della maggioranza.

Il gioco del “divide et impera” era pienamente riuscito ad Ito, e adesso poteva permettersi di sistemare tranquillamente, a suo piacimento, l’intero sistema politico nipponico nell’attesa della Dieta del 1889, poi posticipata al 1890.

Oramai lo sfascio era completo e il partito liberale si sciolse nel 1884, preceduto nel 1883 da quello progressista: finiva così la prima fase “eroica” del dibattito parlamentare o comunque ciò che esso rappresentava in Giappone.

 

La grande instabilità politica

Finito il periodo che potremmo definire arcaico della nascente strutturazione politica in Giappone, iniziò una fase nuova anche perché i fermenti sociali, come nel resto del mondo, determinavano nuove strategie e scelte istituzionali ed economiche.

Alcuni fuoriusciti del vecchio partito liberale, avevano fondato nel 1881 il Movimento di Difesa dei Diritti del Popolo, votato all’azione diretta ed a provocare l’accensione della miccia tra gli odi già latenti da tempo tra potere e sfruttati.

Non siamo sicuramente ancora sulla linea di un partito socialista, ma l’accettazione di principi come l’azione diretta risponde a tratti alquanto rivoluzionari.

Già nel 1882 si hanno notizie di rivolte, poi soffocate nel sangue in alcune prefetture.

Scoppiarono altre rivolte guidate da fittizi partiti che s’ispiravano a determinate ideologie (contro le tasse e contro i debiti per esempio), ma nella sostanza erano soltanto istintive ribellioni contro il potere costituito.

In realtà, il liberalismo in Giappone mostrava una debolezza organica, soprattutto nelle regioni rurali.

Infatti, a differenza di quello europeo, il liberalismo nipponico era di origini contadine e non borghesi e cittadine, con tutte le particolarità che il caso comportava, in quanto non vigeva un sistema basato sul mercantilismo che tanto aveva arricchito le nazioni anglo-sassoni e in genere il nord Europa.

Il sistema in Giappone traeva sostanzialmente la sua forza dai villaggi isolati della vasta campagna, dove, ovviamente, le condizioni sia di crescita che di potenzialità si modificavano da un punto all’altro, anche in una stessa regione.

Questo, nel corso degli anni, portò a dei conflitti interni e quindi allo sfascio del partito.

Una ragione di ciò si può ritrovare tra l’antagonismo dei vari proprietari terrieri che guidavano il partito, soprattutto, come s’è detto, nelle parti meno urbanizzate del paese.

Tuttavia il partito liberale si ricostituì nel corso dell’anno 1890, dopo la riapertura della Dieta.

In seguito ci furono altre continue scissioni ed evoluzioni che portarono il partito ad assumere sempre più una forma di difesa dei proprietari terrieri con una piramide di leadership semi-feudale.

Ciò provò, in fondo, che un partito come quello liberale, creato per essere un valido rappresentante delle classi più disagiate, in realtà non fece mai nulla d’appropriato per quest’ultime e scivolò sempre più verso il compromesso con il potere centrale.

Il partito costituzionalista imperiale, invece, utilizzò l’intervallo di tempo che andò dal 1884 alla formalizzazione della prima Dieta, per cementare il proprio potere, sviluppando anche numerose piccole riforme, sostanzialmente seguendo i dettami che più piacevano ad Ito e cioè quelli germanico-prussiani, concedendo riforme amministrative, del resto inevitabili per meglio controllare il paese.

Difatti egli riformò il sistema di governo, cosicché nel nuovo gabinetto, a differenza del vecchio Consiglio di Stato, ci sarebbe stata una netta divisione del lavoro nei dipartimenti, coordinati dal ministro presidente o primo ministro.

Egli riformò, inoltre, la burocrazia statale mediante esami per l’ammissione ad essa, ed introdusse i titoli nobiliari in uso in occidente, eliminando una miriade d’insulsi titoli feudali.

Egli ristrutturò il sistema scolastico ponendolo sotto il controllo del potere governativo e riorganizzò le università in modo tale che queste poterono essere in grado di preparare i futuri burocrati.

Tutto ciò, ovviamente, portò ad avvicinare queste classi intermedie alla sua concezione di potere oligarchico e Ito ne trasse gran giovamento, sia per la sua immagine di politico, sia per il suo partito, che oramai funzionava a pieno regime e schiacciava, sempre senza pietà, chi gli s’opponeva, ovviamente in senso politico e non nel senso letterale della parola.

Per evitare in ogni modo che i partiti dell’opposizione, quelli che rimanevano ovviamente, potessero tentare qualcosa contro di lui e contro il suo partito, Ito fece approvare il 25 dicembre 1887 una legge per il mantenimento della pace, legge che fu definita la più repressiva della sua carriera politica, sia per l’estremo rigore che per la costante solerzia con cui fui applicata.

E’ opportuno notare che anche la legge elettorale, approvata nel 1890, era in realtà un altro mezzo per dare vantaggi a chi era al governo o in ogni caso a chi manovrava i fili del potere.

Il voto era limitato a coloro che pagavano un’imposta nazionale diretta di non meno di 15 yen da un periodo che doveva precedere almeno d’un anno quello in cui venivano formate le liste degli elettori.

Pressappoco l’elettorato inizialmente sfiorava le cinquecentomila unità, per poi aumentare progressivamente a partire dal 1900, quando furono ridotte le quote d’imposta a 10 yen e poi a 5 yen.

Forse solo in questo momento i partiti politici dell’opposizione ebbero qualche vantaggio, e accrebbero il loro elettorato.

Infatti proprio in questi periodi ci furono i primi eletti in liste che si richiamavano a dettami laburisti o socialisti.

Troviamo appunto qui i primi personaggi della sinistra che si facevano avanti con soverchie difficoltà.

Il primo fu uno scissionista di sinistra del partito liberale, Oi Cantaro, il quale fondò il Toyo Jiyutoo (sinistra liberale) che aveva nel suo programma il suffragio universale; punto proposto anche nel programma d’altri radicali laburisti come Nakamura Tahachiro, Kinoshita Naoye, Katayama Sen e Abe Isoh.

Nella prima Dieta del 1890, i 300 membri erano così suddivisi: 130 al Partito Liberale, 41 al Partito Progressista ed il resto diviso fra le formazioni fedeli all’oligarchia, salvo gli spiccioli che toccarono ai radicali di sinistra.

A questo proposito, giova ricordare che il governo in carica non doveva rispondere al parlamento, ma solo all’Imperatore.

Yagamata Aritomo dirigeva il governo autoritariamente, anche senza una maggioranza stabile, e questo portò ad iniziare quella serie di compromessi che furono alla base di tutta la politica giapponese, anche ai nostri giorni.

Riunita la Dieta, i partiti d’opposizione esordirono attaccando il governo Yagamata sul bilancio, ma egli con la costituzione dalla propria parte, rispose che essi non dovevano interferire per quanto riguardava il suo modo di governare.

L’opposizione chiedeva un taglio di circa 80 milioni di yen sul bilancio dello Stato, perciò il primo intermediario del governo in carica, diplomaticamente, cercò d’ottenere uno sconto e s’accordò con il partito liberale o meglio con una parte di esso, e votando insieme s’ottenne una riduzione di soli 6,5 milioni di yen che, essendo un cifra irrisoria rispetto al totale, non venne accettata da Yagamata.

Tale circostanza spinse lo stesso Yagamata a sciogliere la Dieta che ricostituita con successive elezioni, attaccò ancora sullo stesso punto il capo del governo il quale, a sua volta, per ritorsione, rispose di nuovo con lo scioglimento del parlamento.

La terza Dieta bocciò ancora il governo e così fece la Camera dei Pari: Yagamata non voleva dimettersi e, solo dopo innumerevoli trattative, passò il bastone del comando a Matsukata, più realistico di lui, ma anche più intransigente.

Matsukata, posto di nuovo di fronte alla richiesta del taglio del bilancio, finì per sciogliere nuovamente la Dieta ed indire nuove elezioni per il 1892.

Le elezioni che seguirono furono le più violente della storia del Giappone: vi furono 25 morti e 368 feriti e in questo clima d’intimidazione ci fu l’ordine del ministro degli interni, Shinagawa Yajiro di fare in modo che tutti i candidati ostili al governo fossero sconfitti, usando qualsiasi mezzo.

Tuttavia, dopo questa dura prova, il primo ministro fu allontanato per calmare un’opinione pubblica ormai ai limiti della sopportazione, per lo svolgimento degli eventi.

Allora Ito che evidentemente da vecchia volpe navigata aveva avuto sentore di quel che stava accadendo, deplorò l’interferenza del governo nelle elezioni e si unì alle opposizioni contro la politica del primo ministro, assumendo a furor di popolo la carica stessa come un vero e proprio salvatore della patria super partes.

Egli evitò accuratamente di provocare ancor più gli animi ed eliminò il selvaggio terrore della polizia di stato, sostituendola con una più moderna ed efficiente, senza naturalmente concedere nulla a chi cercava di contestare il suo operato.

Come già visto, il partito liberale si divise in partiti minori, e lo stesso Itagaki fu fatto entrare nel governo addirittura come ministro degli interni così da soddisfare, evidentemente, le parti più radicalmente opposte alla politica governativa.

Ito, intanto, aveva notato che all’interno del suo partito si stavano provocando fratture simili a quelle del partito liberale e decise, pertanto, di fondare un nuovo partito: il Kenseito, fusione tra un partito liberale e un partito progressista.

Immediatamente confluirono in questo nuovo partito frange provenienti dal partito liberale e dal partito progressista, tanto per rendere più efficace il detto che, in Giappone, non si poteva mantenere unito un partito per più d’un raccolto.

Il Kenseito poi, insieme con altri piccoli movimenti confluiti in esso, diede vita al Siyukai: era nato così il partito che difendeva i grandi proprietari terrieri del Giappone ed era capeggiato da una potente burocrazia che faceva capo ai migliori esponenti dell’oligarchia; inoltre, poteva contare su politici di primo piano provenienti dalle fazioni più disperate.

Il periodo di “regno” di Ito e quello susseguente di Matsukata (1892-1898) furono caratterizzati da un’intensa collaborazione tra Dieta e governo, dovuta alle premesse poste dallo stesso Ito, oramai assunto al ruolo di grande capo spirituale della patria, al di sopra delle parti, come si direbbe in gergo politico al giorno d’oggi.

Okuma, però, non volle seguire l’esempio di Itagaki nel suo avvicinamento a Ito e fondò un nuovo partito progressista: lo Shimpoto.

Lo Shimpoto s’alleò con Matsukata che, capita la situazione venutasi a creare, divenne flessibile verso le idee dell’opposizione, sino a sposarne la causa pur se per sua convenienza.

Ito, eticamente inattaccabile da tutti gli altri leader dei partiti per la sua statura politica e la sua serietà, disgustato da tutto ciò che stava accadendo, si dimise dalla carica di primo ministro nel 1896.

Alle elezioni del 1898, il Kenseito ottenne 200 dei 300 seggi disponibili alla Dieta e fu diretto a ciò dalle mani magistrali di Okuma e Itagaki, che altresì si divisero i vari ministeri, essendo succeduti a Ito.

Okuma infatti diventò primo ministro ed Itagaki diventò ministro degli esteri.

Questo gabinetto che fu salutato come il primo vero e proprio governo riformatore durò in carica solamente sei mesi, perché un suo ministro (Ozaki Yukio) parlò apertamente della possibilità di sostituire l’istituto imperiale vigente con quello repubblicano, cosa che trascinò l’intero governo nella vergogna più profonda e alle sue dimissioni immediate.

Tornò allora alla ribalta il partito conservatore di Yagamata che fece di tutto per riprendere la vecchia politica ed impiegò circa due anni per ristabilire il vecchio ordine naturale.

In questo periodo, peraltro, Ito pensava già a costituire un altro partito.

Okuma, intanto, aveva lasciato il partito del Kenseito e aveva fondato il Kenseihonyo o vero Partito Costituzionale Giapponese.

Nel 1899, Yagamata e Saigo crearono al Partito Imperiale o Teiko-Kuto e, nel frattempo, i membri effettivi della Dieta furono aumentati fino a 369.

Yagamata s’alleò con Itagaki, cosa conveniente ad entrambi, fino a che il primo ministro commise l’errore d’estromettere, da alcune cariche amministrative, degli uomini del partito costituzionale.

Fu allora che Ito con la sua solita perspicacia fondò, come ebbi modo già di dire più addietro, il Rikken Saiyukaio o Amici del Governo Costituzionale ed avvicinò a sua volta Itagaki.

Era il 1900 e Ito tornò a capo del governo per restarci un anno circa, fino a che un suo ministro fu travolto da uno scandalo finanziario che lo costrinse a dimettersi per l’ultima volta dalla carica di primo ministro.

Tra il 1901 ed il 1913 si susseguirono in alternanza tre ministeri diretti da Katsura e due diretti da Saionji: generale il primo, vecchio nobile il secondo,

I governi Katsura, come quelli di Yagamata, furono caratterizzati dalla ripresa dell’apparato burocratico e della vecchia oligarchia, Saionji Kimmochi era invece legato ad Ito ed alla sua concezione parlamentare ed anche lui fu tra i fondatori del Seiyukai.

Egli cercò d’adattare i sistemi parlamentari inglese e francese al sistema nipponico e fu pure lui integro ed eticamente incorruttibile al pari del suo maestro Ito, di cui fu il successore anche alla testa del partito dopo la sua morte, per un attentato avvenuto nel 1909.

Durante il primo mandato Katsura si svolse la guerra russo-giapponese che portò stimoli nuovi all’industria ed al commercio, in parte dovuti anche alla prestigiosa vittoria.

Ma la stessa guerra suscitò paure tra gli occidentali, che imposero una pace assurda per chi aveva vinto, ed il Giappone capì che era solamente una potenza di seconda categoria.

Questo declassamento costò a Katsura la carica di primo ministro che passò a Saionji, il quale, come il suo predecessore di partito Ito, s’adoperò per mettere pace tra le parti politiche e governò relativamente in tranquillità.

Tutto finì nel 1908, quando Yagamata dispose di non aiutare più il governo in carica e così il bastone del comando tornò a Katsura che lo palleggiò con Saionji ancora nel 1911, per riacquistarlo nuovamente nel 1912 ed infine cederlo immediatamente su richiesta della Dieta.

Dal 1885 al 1913, in altre parole durante il periodo da noi analizzato, si sono succeduti 15 governi e dal 1890 al 1912 si sono svolte ben undici tornate elettorali, circostanze che comportarono un’instabilità totale e pressoché permanente nella vita politica, cosa che non poteva non riflettersi sulle stesse istituzioni partitiche, determinando nascite e morti precoci delle stesse in un arco di tempo peraltro brevissimo.

I capi di governo che s’alternarono in carica furono sette (Ito per quattro volte, Katsura per tre volte, Yagamata, Matsukata e Saionji per due volte ciascuno, Kuroda e Okuma per una volta ciascuno), ma solamente Ito (1892-1896) e Katsura (1901-1906) ebbero un periodo di tempo sufficiente per svolgere il programma che s’erano ripromessi appena insediati, mentre gli altri dovettero barcamenarsi alla meglio.

Per tutti questi fatti non possiamo sicuramente parlare di partiti politici in senso occidentale, come organismi ben strutturati e con ideologie bene definite con cui presentarsi davanti all’elettorato.

Si trattava chiaramente, invece, di partiti che si potevano definire “personali”, nel senso che rappresentavano ed identificavano solamente le persone che li conducevano.

Tutto sommato anche i continui cambi di denominazione ed i capovolgimenti, endogeni in ogni gruppo, crearono una grande confusione tra la popolazione che si disinteressò quasi completamente alla vita politica, ma non creò al contrario disorientamento tra i burocrati, che vedevano nella frammentazione un loro personale successo, visto che i poteri restarono saldamente nelle loro mani.

Perciò si parla di Ito, Itagaki, Okuma e Yagamata in luogo di Partito Conservatore, Liberale o Costituzionale, per dare fondamento alle teorie che ho sopra esposto, mentre in occidente si sarebbe parlato appunto in maniera esattamente contraria, probabilmente senza capire perfettamente la psicologia del giapponese che si rifaceva a tradizioni antiche e dove contava più la personalità del politico piuttosto che la sua organizzazione strutturale ed ideologica.

Per concludere, si può affermare chiaramente che il processo di democratizzazione del Giappone, nei suoi sistemi istituzionali e rappresentativi, fu indubbiamente lento ed alle volte fallimentare, ma è altresì vero che sono state appunto questa lentezza e le conquiste parlamentari diluite negli anni che hanno contribuito a rendere le democrazia forte ed a conseguire grande successo, contrariamente a quanto accadde in Cina, ad esempio, paese che viveva succube delle potenze occidentali, spartito senza pietà.

I partiti svolsero un loro ruolo caratteristico, anche se oscuro, come per il caso dei partiti di sinistra che diedero aggio ai partiti liberali e riformisti di battersi per maggiore democrazia, forzandoli ad uscire dagli schemi tradizionali nei quali erano cresciuti.

Sarà, tuttavia, solamente dopo la prima guerra mondiale che il Giappone diventerà una nazione democratica in senso vero e proprio, anche se per pochi anni, prima di cadere nell’imperialismo militarista che lo condurrà alla catastrofica seconda guerra mondiale.

 

 

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Bibliografia essenziale

 

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